PER LA CRITICA

“WASTED”: LE VITE DESOLATE

DEI MILLENIALS DI OGGI

di Marco Palladini

Wasted è un titolo che richiama inevitabilmente The Waste Land (1922), la "Terra desolata" del capolavoro poetico di T. S. Eliot e, poi, a seguire la "Teenage Wasteland" del famoso pezzo Baba O'Riley (1971) degli Who. Da una generazione all'altra: il testo di Kate Tempest allestito da Giorgina Pi al Teatro India di Roma, ci parla dei millenials dissipati, devastati, disfatti (appunto Wasted) del presente. La scena è quella di una sala prove punteggiata da microfoni ad asta, amplificatori, casse acustiche, chitarre elettriche, sedie e un set di batteria in ricordo di un amico musicista oramai morto. Accolti da luci a pioggia e faretti rossi, dopo una introduzione in video in cui cantano e suonano, si presentano alla ribalta tre personaggi (interpretati da Xhulio Petushi, Gabriele Portoghese e Sylvia De Fanti). Un terzetto di trentenni che appartenevano ad una band di musicisti dilettanti e che ora si ritrovano per una improbabile reunion da 'tutto in una notte e nessuna svolta', in cui provano a fare un bilancio delle loro vite sprecate o, comunque, rimaste al palo rispetto ai soliti sogni dell'adolescenza.

Ted è quello che si è impiegato, si è imborghesito vestendo camicia e cravatta e avendo una mogliettina a casa, ma è invero disperatamente infelice e frustrato, pure se è il più lucido circa la propria condizione. Bene o male quella linea esistenziale l'ha scelta come il meno peggio, anche se in qualche modo invidia Daniel-Danny che continua a fare il vitellone rock: lavora in un bar, si scopa ragazze di passaggio, prosegue a fare concertini per venti persone ancora illudendosi che prima o poi arriverà un discografico a proporre un contratto a lui e al suo gruppo. C'è quindi Charlotte-Charlie, ex fidanzata di Danny, una tipa sgualcita, stretta nel suo trench grigio come il suo volto di ragazza appassita che sbarca il lunario facendo l'insegnante e chiedendosi ogni mattina davanti alla classe seduta: ma voi studenti chi cavolo siete? E che volete da me? Più che altro, afferma, si sente impegnata a impedire che gli alunni si scambino selfie del proprio pene. Depressa cronica vorrebbe andare via, volare lontano, in un altro paese, ma al dunque non ce la fa, rinuncia, imbottita di pasticche e di alcool, logorata anche per assenza di vero coraggio, di slancio vitale.

Va detto che il testo ha qualche buona tirata polemica, ma in generale è pieno di luoghi comuni e di banalità, di cose fin troppo ripetute e risapute sulle vite sprecate e arrese dei trentenni oggidiani. Come se la scrittura della Tempest, 34enne brillante poetessa-rapper londinese funzioni bene nella dimensione monologica della poesia - penso al testo poematico e disco Let Them Eat Chaos - mentre mostri assai la corda nello spazio dialogico del teatro. Il tutto poi è peggiorato da un finale edificante con inno terminale alla vita che è bella e da non buttare via, col sovrammercato di bambini che entrano in scena ad affiancare i protagonisti quali loro alter-ego infantili, per un abbraccio conclusivo e collettivo davvero ingenuo e un po' troppo buonista. La regista ha in parte riadattato il copione al contesto nostrano (per esempio, facendo cantare La donna cannone di De Gregori), ma si ha l'impressione che il ritmo, le gergalità, l'aspra sonorità del testo inglese originale vadano in gran parte perduti nella versione italiana, pur firmata da un valente traduttore come Riccardo Duranti.

Mi è venuto infine di pensare che la postadolescenza desolata dei tre protagonisti, la loro 'solitudine solidale' mostrino à rebours la palese mancanza di politicità della loro generazione. Un vuoto di coscienza politica, condiviso anche da persone reattive e creative come Kate Tempest e Giorgina Pi, che fa intendere che senza un kulturkritik politicamente innervato (fosse pure da un côté stile Sardine), la loro voce rischia di apparire sterile geremiade, un autocompatirsi del tutto funzionale e connaturato al Sistema, al Way of Life del capitalismo globalizzato che si nutre e prospera proprio sull'enorme senso di impotenza, di frustrazione e di paura delle giovani generazioni. Una 'waste life' da qui all'eternità, se non ci sarà prima o poi una rottura radicale.