1968, XXIX Mostra Internazionale d'arte cinematografica

VENEZIA E I GIOVANI LEONI

di Graziella Falconi

Il festival di Venezia, nato nel 1932 come Esposizione Internazionale d'Arte Cinematografica, nel 1968 ha già una lunga storia.

Come scrive Gian Piero Brunetta ( Storia del cinema italiano, vol. 4, editori riuniti,1993) nel dopoguerra, la sua vita è stata segnata da " compromessi politici e culturali, di mediazione e diplomazia , di interferenze ecclesiastiche e produttive, di interessi alberghieri consolidati e sforzi di conciliare le ragioni industriali con quelle artistiche". Sullo sfondo, ma anche in modo consustanziale, una legge sulla censura in aperto contrasto con la libertà dell'espressione artistica prevista nella nostra Costituzione. Domina il concetto del ' comune senso del pudore'. Come un po' tutte le cose all'italiana la censura alterna lunghe fasi di routine e di "esecuzione meccanica degli atti di controllo a fasi di improvviso risveglio e mobilitazione".

Nel 1961, ad esempio si spara a zero contro Non uccidere di Claude Autant Lara, Accattone di Pasolini,Un giorno da leoni di Nanni Loy.

La pressione censoria, sul piano politico e delle idee, si attenua grazie alla legge del 1962 che nelle commissioni di esame della produzione cinematografica vede affiancare i rappresentanti delle categorie cinematografiche ai burocrati ministeriali. Voluta dai comunisti la legge era considerata un intervento ponte verso misure più radicali, di là da venire. Il cinema italiano non soffre peraltro di pessima salute, sostenuta com'è dal cinema più commerciale e dall'apertura di molte sale, oltreché da buone prove d'autore. A stare peggio è il Centro sperimentale di cinematografia, fondato nel 1935 da Luigi Chiarini, che in trent'anni aveva saputo raccogliere un patrimonio considerevole sulla vita del dopoguerra. Il fatto è che lo conserva male, nella perfetta incuria. Manca a tutti un interlocutore governativo e - come scrive Brunetta -, "anche la buona volontà va a farsi friggere". Dopo decenni di resistenza ai nuovi fermenti e a ricerche sul piano espressivo, arriva alla direzione del festival, nel 1963, Chiarini, fondatore - nel 1937 - della rivista Bianco e Nero sulla quale si è esercita a lungo la critica e la creatività degli autori italiani. "Il film è un'arte - affermava Chiarini - il cinema è un'industria". Nella sua gestione della Mostra, accusata di autoritarismo e eccesso di neutralità, egli rifiuta tutti i riti della mondanità come componenti essenziali del profilo del festival e pretende innanzitutto la qualità dei film in gara. Inoltre ne attacca lo statuto e chiede che la commissione giudicatrice delle opere sia composta da esperti culturali veneziani. Durante la sua gestione vincono la coppa film come Mani sulla città di Rosi, Vaghe stelle dell'Orsa di Visconti, La battaglia di Algeri di Pontecorvo. Ma tutti - dai fascisti agli albergatori, dalla stampa reazionaria a quella di sinistra - ce l'hanno con lui. Chiarini è solo contro tutti. Ugo Casiraghi - critico de l'Unità - pur riconoscendone i meriti, afferma che essi "non sono dovuti tanto alla sua persona, quanto al processo di maturazione consapevole delle forze più avanzate del cinema italiano". Non è da meno nel je accuse Gian Luigi Rondi.

Della sua gestione si critica soprattutto la penuria d'informazione, la sclerosi dei convegni culturali accademici, la comodità della politica delle firme e le discriminazioni ideologiche. Il '68 lo travolgerà. Chiarini intende dissociarsi dalla contestazione, e condurre in porto la manifestazione, infatti l'Ufficio Stampa della Biennale comunica che l'apertura è prevista per il 27 agosto. Pci e Psiup propongono che il Consiglio Comunale affidi la direzione culturale della Mostra agli autori di cinema, la DC è però contraria. Chiarini, quindi, ordina la sospensione della mostra e fa sbarrare il palazzo: tutti gli ingressi sono presidiati dalla polizia. Gli autori e i giovani che partecipano alla contestazione si muovono allora in corteo fino alle porte della Mostra. Ma la contestazione non sarà tanto a carattere studentesco, ma rimarrà saldamente nelle mani degli addetti ai lavori, dai giornalisti all'Associazione Nazionale degli Autori Cinematografici.

Una delegazione di autori sale a discutere. A notte Gregoretti annuncia la "prima grande vittoria": alle 16 del 28 il Palazzo del Cinema sarebbe stato riaperto agli autori, alle forze politiche democratiche e alla cultura cinematografica. Nel piazzale ancora gremito di giovani che premono contro i cordoni della polizia scoppia un grande applauso. Alla sera nel Palazzo si svolge un'assemblea di giornalisti che deve decidere se partecipare alla contestazione. A mezzanotte la polizia entra nella sala e intima ai giornalisti di andarsene. Alle 2 - scadendo il termine dato ai contestatori per un'altra assemblea che si svolgeva dalle ore 16 nella sala Volpi - la polizia ordina di lasciare la sala. Parte una prima carica e gli studenti universitari cercano di reagire. Su l'Unità 28 luglio Casiraghi ancora si chiede: si svolgerà non si svolgerà? Venezia verrà aggredita come la mostra del cinema di Pesaro? E scommette che nonostante il clima che egli arditamente definisce ' di torpore', questa mostra sarà la più calda di tutte. E Chiarini, il nemico n.1 per l'establishment, com'è che resiste beffardo? Egli può rimanere al suo posto per le inconciliabili posizioni delle sue opposizioni, dice Casiraghi, il quale insiste nell'accusa di autoritarismo, di lunga data, del personaggio Chiarini, il cui fattore umano ha prevalso sulla sua linea di rinnovamento, sulla sua battaglia contro il cinema commerciale. Il vecchio timoniere è diventato un qualunquista, un moralista, più che affidarsi al rigore del ragionamento Chiarini non capisce e/o non vuol capire. Accuse rivolte un po' a tutti gli intellettuali. Ad esempio il 30 luglio, a firma di Michele Rago, compare su l'Unità una recensione ad un numero di Nuovi argomenti nel quale Moravia ripropone la necessità della non integrazione dell'artista, a destra e a sinistra. Moravia, critica Rago, non fa che riproporre l'equidistanza dell'arte e della cultura partendo da una visione antiquata, fatticistica, da potere culturale in lotta permanente contro il potere politico. Irride, Rago alle divagazioni dello scrittore del genere: ogni volta che la sinistra va al potere diventa di destra; l'impegno è solo propaganda; la sinistra è integrazionista e strumentale. Nella società odierna all'impegno della cultura, dice Rago, deve corrispondere l'impegno della politica. Già il 23 febbraio '68 nella sede dell'Espresso, Moravia era stato sottoposto a processo da Massimiliano Fuksas, Duccio Staderini, Sergio Petruccioli, tutti studenti di architettura, Oreste Scalzone e Valerio Veltroni, di filosofia . A Moravia che rivendica di essere "quel genere di proletario che si chiama artista .Gli oggetti che fabbrico sono romanzi, novelle drammi.." Scalzone risponde che ogni prodotto culturale è un fatto politico, ignorarlo significa già fare una scelta politica. Ma, replica Moravia, se scrivessi per l'Unità, per esempio, non potrei scrivere tutto quello che mi passa per la testa. Sai che c'è, si irrita, Scalzone, tu parli come un intellettuale degli anni 50, rispecchi la psicologia di una certa generazione di intellettuali di sinistra per i quali l'impegno politico è stato esclusivamente attività resistenziale, il che è cosa diversa da un'organica milizia rivoluzionaria. La posizione di Moravia, rincara Petruccioli, riflette e ripropone l'equivoco che ha travagliato la cultura di sinistra negli ultimi venti anni. Non gli daremo copertura ideologica. Staderini taglia corto: a me, dice, non interessa come lo scrittore organizza il proprio lavoro, ma non cerchi di farlo passare per buono, di salvare l'anima. A Moravia non resta che concludere. "mi siete simpatici ma ho sentito parlare degli studenti, ebbene parlavano esattamente come parla la borghesia burocratica e professionista. Il linguaggio è lo stesso". In qualche modo così dicendo Moravia si associa a Pasolini il quale, a sua volta, riguardo agli studenti, non la pensava diversamente da Amendola e altri dirigenti comunisti. Una ribellione di figli di papà. Non c'è quindi da stupirsi se la recensione di Rago sull'articolo di Moravia si concluda con l'amara certezza che lo scrittore non veda le masse, non comprenda che una politica di sinistra non è mai di vertice, che "non bisogna battersi tanto per una cultura diversa quanto per una cultura politica che sia tale nella prassi o per una politica che sia cultura"

Questa linea è grosso modo applicata anche dalla contestazione alla mostra del cinema di Venezia, con qualche utile specificità. Il 29 luglio, si reclamano le dimissioni degli esperti della mostra. Una lettera sottoscritta da numerosi critici chiede che il sindacato esprima una posizione autonoma nei confronti della manifestazione, dal momento che il sindacato giornalisti cinematografici non è stato chiamato a far parte della commissione del festival. Quattro dei cinque esperti (tra cui Kezich) dichiarano che non si dimetteranno, e, rivendicando la loro azione critica nei confronti dello statuto, confermano la volontà di riformare la mostra per rafforzarne il carattere culturale e la trasformazione in centro permanente di informazione

Sempre su l'Unità, il 1 settembre, Aggeo Savioli denuncia che il Festival è abborracciato e mistificatorio. Rivela la rimozione dalla sala stampa - ad opera della direzione - dei comunicati non ufficiali e il divieto alle sale di proiettare pellicole non autorizzate. Il regista di colore (chiamato qui negro), Ousname Sembène se ne deve ripartire con la sua pellicola sottobraccio . E' ammessa, tuttavia un'opera prima che si dissocia dall'Anac. Guido Aristarco e Cinema Nuovo abbandonano il festival. Pasolini, anche, con un articolo sul Tempo in cui reclama l'abolizione dei premi e definisce Chiarini un burocrate borbonico.

Il vice sindaco Favaretto promuove un incontro tra critici e cineasti; ma non basta, lo si vuole allargato agli abitanti del Lido.

3 e il 4 settembre, sempre Savioli, su l'Unità, continua a sostenere che la mostra cigola e ansima come una vecchia vaporiera mantenuta in servizio oltre ogni ragionevole limite di età. Pasticci: il film greco in concorso ha difficoltà doganali. Si svolge una tavola rotonda Cinema e politica cui qualcuno cambia il nome in Cinema e polizia. La tavola rotonda è una sorta di auto contestazione, che spinge ancora di più l'atto di accusa verso la biennale. Assenti i cineasti italiani e i rappresentanti della organizzazioni studentesche per mancanza di un base comune di discussione. Soliti poliziotti in borghese. In serata l'Anac rende noto che l'annunciato contro festival, non si potrà tenere essendosi opposto in tutta la sua arroganza il potere politico e definisce quella di Venezia la mostra della repressione poliziesca, dell'autoritarismo insito in strutture fasciste e in regolamenti paternalistici.

Carmelo Bene tiene una conferenza stampa sul suo film Nostra signora dei Turchi, fatta di soli insulti.

Stato confusionale al massimo il 7 settembre, quando contro la volontà di Pasolini si proietta Teorema; i critici non assistono alla proiezioni . Arriva la notizia che Partner di Bertolucci, che doveva essere proiettato, è stato bocciato dalla censura. Si chiede provocatoriamente di introdurre magistrati nella Commissione giudicatrice, il che godrebbe del favore del presidente Leone. Il Galileo della Cavani viene vietato ai minori, mentre il film Partner di Bertolucci è contestato per ambiguo atteggiamento.

L'Anac chiede di modificare le nome e la prassi riguardante la proprietà e lo sfruttamento delle opere d'ingegno.

Vincerà il festival "Artisti sotto la tenda del circo perplessi" del regista tedesco Kluge, che aveva accettato, senza alcun esito, di voler sostenere il dibattito in altri festival e istituti. L'opera fu visibile al film studio di Roma, in tedesco, senza sottotitoli al pur ridotto dialogo fra i protagonisti, per lo più nudi.

Il cantastorie Franco Trincale, crea una ballata "alla mostra di Venezia/ di lu cinema talianu/li registi ntellgigenti / hanno fatto un gran baccanu/ fannu la contestazioni/ per la nuova gestioni/...cari artisti e apparentati/ ascultate stu cunsigliu/ so finiti ormai li tempi / di tornei e di medaglie.

Tuttavia in questo marasma, Venezia '68 costituisce una tappa per conquiste successive al 1968, di tutto il cinema italiano. Intanto emergono nuovi registi come Pasolini, Ferreri, De Seta, Wertmuller i fratelli Taviani, ecc. che si affermano come autori contro e nonostante le leggi e i condizionamenti dell'industria e del mercato. Si potenzieranno e miglioreranno le strutture e si razionalizzano i processi di fabbricazione dei prodotti; si riaffida all' autore il potere di presiedere di persona e artigianalmente la confezione dell'intera opera. Verranno valorizzati non semplicemente volti nuovi ma gli attori che hanno avuto un regolare cursus nella produzione popolare , passando dal melodramma alla commedia, ai generi avventurosi. (Tognazzi, Sordi, Gassman, Manfredi ecc.) Pur riconoscendo l'eredità del neorealismo, si rinnovano le tecniche del racconto e dei procedimenti espressivi. Non vi è tanto la fiducia di riprodurre il reale, quanto di cercare e di avere uno sguardo nuovo sul reale, di cavarne l'essenza. Si rivisita la storia del passato prossimo della vita della nazione - anche se non abbastanza - e scegliendo sempre più spesso la commedia. Scompaiono le tradizionali separazioni tra generi popolari e cinema d'autore. Entrano in crisi le appartenenze ad aree ideologiche definite, emergono autori cattolici con forti interessi sociali, la sinistra si articola in varie sfaccettature culturali. Si diffonde l'uso del piano-sequenza, il montaggio è stravolto nelle sue regole. Si è consapevoli che il film non trasforma la realtà, piuttosto la interpreta allargando lo sguardo e con strumenti culturali e tecnologici più aggiornati. Tutti spunti duraturi nel cinema italiano.

E così: "I Chiarini passano e le mostre restano e vanno trasformate" scriverà Casiraghi.