LE PAROLE TRA NOI

Racconto 

UNA VITA IN CODICE

di Michele Branchi

1

Era vissuto per cinquantadue anni nel più normale anonimato, superando e incassando le avversità. Una lodevole carriera nell'amministrazione pubblica, tre figli, una moglie non più annoiata di tante altre, casa propria, abitudini quotidiane osservate con scrupolo devozionale. Terenzio Valturna si lasciava vivere. Non preventivava nulla di più sconvolgente della morte, essendo la sua vita comodamente piatta e decifrabile, socialmente trasparente, legalmente irreprensibile, religiosamente ortodossa, fatturata correttamente nel conto dei giorni.

Incarnava il prototipo di una certa categoria di uomini che nei tempi antichi si sarebbero definiti dabbene, e che con l'evoluzione storica e ideologica avrebbero assunto varie denominazioni: uomo qualunque, piccolo borghese, perbenista, appartenente alla maggioranza silenziosa, alla classe media, consumatore, ricettore passivo di merci, di informazioni, di mistificazioni pubblicitarie.

Lo spessore del suo ruolo nel mondo era più vicino all'immagine che gli riflettevano gli specchi, le vetrine e le pozzanghere nelle strade. Ma non ne era consapevole, cresciuto nella convinzione che non esistesse un posto alternativo a quello che lui occupava. La forza che sosteneva questa scontata convinzione derivava dalla cospicua quantità di persone che la condividevano. Il cosiddetto gregge, che segue il capo pastore ed è controllato dai guardiani cani. Difficile distinguere le pecore e Terenzio non si distingueva da altri milioni di omologhi, per cui non vale la pena descriverne l'aspetto fisiognomico. Basta che ci guardiamo senza pregiudizi e scialo di vanità.

Allo scadere del ventiseiesimo anno di questo tipo di vita, Terenzio Valturna si svegliò una mattina con tre parole nella mente dal significato oscuro, che divennero presto ossessivo/ compulsive..

Pustochera, zamara, carasta: le sillabò fino a sera, al pari di una formula esorcistica o propiziatoria. Ci dormì sopra e le parole dormirono con lui, per risvegliarsi assieme. Nella prima settimana ci si divertì, come un bambino col pallottoliere. Si rivolse alla moglie, grande consumatrice di cruciverba. La donna promise di applicare le sue doti per i rompicapo, spremendosi invano le meningi. Il figlio maggiore, consultato per la cultura universitaria, ne approfittò per sfoggiare nozioni sulla psicologia del profondo, approdando infine a un responso che non intaccava l'arcano tessuto verbale. Gli consigliò, tuttavia, di scavare nel passato, allo scopo di riesumare episodi anche banali risalenti all'infanzia, da cui avrebbero potuto trarre origine quelle parole affacciatasi d'improvviso al balcone della coscienza. Terenzio ci si mise seriamente, col supporto di un pacco di foto che lo ritraevano nelle varie età, dal nudo del primo anno al giorno del matrimonio. Non ottenne altro che ricordi.

Interpellò senza esito l'ultimogenito, decenne, supponendo che le parole scaturissero dal bagaglio gergale della sua generazione e che in qualche modo fosse in grado di offrirgli ragguagli interpretativi.

- Non pensarci - gli dissero in coro i familiari.

- Non ci penso, ma non riesco a togliermele dalla testa.

Intenzionato a non pensarci, fece pensare altri al suo posto. Consultò dizionari, enciclopedie, manuali dei mille perché, siti internet. Dopodiché passò ai colleghi, gli amici, persino i condomini. Insuccesso completo.

- Ci hai più pensato? - gli domandava la moglie.

- Che cosa? Ah, quelle parole. No, naturalmente.

Invece, erano diventate un chiodo fisso. Ne discusse con uno psichiatra, che minimizzò il problema, assicurandogli che non era il caso di preoccuparsi. Si sarebbero dileguate così come erano piovute.

Le parole restavano bloccate nel suo cervello. Decise di affrontare il problema da un punto di vista esoterico. Su questo versante l'offerta abbondava, in ragione dell'aumento considerevole della domanda. In mezzo alle centinaia di maghi, astrologi, indovini, paragnosti, medium, cartomanti, veggenti, che pullulavano sui rotocalchi, in televisione, nella rete, non era facile scegliere l'esperto più adatto al suo caso. Per non disperdersi e magari risparmiare, optò per un certo dottor Fausto Bellucci, in arte Selene, che sul biglietto da visita annunciava la sua versatilità in tutte le branche dello scibile magico e parapsicologico.

Lo pseudonimo femmineo era già tutto un programma, ma non solo nel senso che la sua attività faceva presumere. Alludeva alla sua tendenza sessuale, di cui nulla ci sarebbe stato da ridire, se non avesse interferito nell'esercizio della professione. Terenzio, nella sua ingenua disposizione a fidarsi di chi vantava competenze su cui non era edotto, non sospettava di essere scambiato per un cliente dai gusti particolari. D'altronde, i finocchi fanno quello che possono, e poi Terenzio sfoderava suo malgrado un'aria talmente svagata e ammiccante , da venire frainteso riguardo i suoi reali propositi. Una inveterata diffidenza e scarsa familiarità per questo genere di cose, gli conferiva una sorta di fragilità, di ritrosia, di elusiva circospezione, trasparente per chi vi volesse leggere significati ambivalenti.

Selene lo accolse nel suo studio, fra uno stuolo di simboli occulti, medaglioni, arazzi, tappeti e chincaglierie. Una tunica di broccato rossa a fiorami gialli lo paludava sino alle caviglie. I piedi calzavano pantofole di seta turchina. I capelli bruni, spessi e foltissimi, gli si ergevano sul capo incorniciando un volto paffutello e mellifluo, dalla bocca larga e sottile, le sopracciglia rasate, il naso aquilino. La voce era esageratamente impettita, a controllare una civettuola indignazione, che pure ogni tanto affiorava fra le pieghe di una sorvegliatissima articolazione verbale. Sillabava le parole, le centellinava, partoriva dalle profondità della sua onniscienza. Da parte sua, Terenzio ascoltava di buon grado, intimidito dalla saccenteria dell'oracolo. Per vincere l'imbarazzo sorrideva più del dovuto, sbatteva le palpebre, increspava le labbra, mordicchiandole da un lato e umettandole con la punta della lingua, si faceva cogliere in mossettine di assenso, contrastanti col suo abituale atteggiamento virile.

Se si fosse visto allo specchio, si sarebbe vergognato da morire, ma in quella circostanza poteva riflettersi soltanto sulla faccia compunta del maestro, che specchiandosi a sua volta in quella del cliente riceveva conferma alle proprie impressioni. Il tono cadenzato e lentissimo di Selene gli intorpidiva la mente e per qualche minuto perse il contatto con la realtà. Ridestandosi d'un tratto dal torpore, emise un sospiro così languido che per il mago fu più eloquente di una proposta. Gli si rivolse dandogli del tu, la voce divenne più morbida e l'eloquio più fluente. Terenzio non se ne avvide. Assorbito in quella dimensione per lui obsoleta, gli pareva che dovesse rientrare tutto nel rituale normativo di quel mondo a cui era ricorso per sua libera volontà. Se si fosse trattato di un altro campo forse avrebbe capito in quale equivoco stava cadendo, ma lì, nel regno dell'occulto, era lecito non stupirsi di nulla. Perciò, quando Selene assunse un tono confidenziale, saggiando le aspettative di chi gli sedeva di fronte, Terenzio lo assecondò, aprendosi a un colloquio più intimo e privato.

- Tu sei buono - gli mormorò il mago.

- Io? Certo...

- Sei venuto da me perché ti fidi della mia esperienza. Vuoi provare anche tu l'ebbrezza cosmica. La penetrazione della verità occulta. Devi spogliarti dei pregiudizi, delle false forme, e donarti interamente a chi ti ama.

Terenzio seguiva il discorso sibillino del mago, annuendo col capo e continuando a rosseggiare, visibilmente a disagio.

- Non essere timido. Dammi la tua mano.

Gliela diede.

- Una mano forte, calda - sussurrò, prendendola fra le sue. Se la portò sul petto, ve la compresse, mugolando: - Pustochera, zamara, carasta.

Se la spostò sul collo, sulla faccia, piegando il busto poiché Terenzio rimaneva incollato sulla sedia, cotto dall'imbarazzo e attanagliato dalla incertezza.

Selene sprofondò il muso sulla mano che stava gestendo, aspirandone ipotetici effluvi. Ne addentò un dito, facendoselo sparire nella larga bocca. Finalmente Terenzio fu illuminato sul qui pro quo. Si alzò, strappando il dito dalle fauci del mago, con un rumore simile allo sturamento di una bottiglia. Selene lo guardò con un'espressione interrogativa.

- Signor Selene o come diavolo si chiama. Sono venuto qui con la speranza che mi aiutasse. Vedo che non mi aiuta affatto. Dal suo equivoco comportamento deduco sia lei ad aver bisogno di me. Per sua sfortuna non sono disposto a offrirle questo genere d'aiuto. Neppure se riuscisse a scoprire il significato delle parole. Credo sia meglio salutarci. Non me ne voglia se reagisco in questo modo. Non si può confondere il dovere col piacere. E se accadde, non è il tipo di piacere che mi alletterebbe. Le auguro miglior fortuna col prossimo cliente.

Selene non ribatté. Si limitò ad irrigidirsi e a deglutire nervosamente.

Terenzio non era tanto risentito per l'equivoco, quanto per aver fallito. Non gli importava di essere stato circuito, rispettando tutti e nessuno. Non gli andava giù di essere stato turlupinato alla stessa stregua di un qualsiasi raggiro. Rincasò incazzato. La minima contrarietà lo indisponeva e irritava. La moglie intuì che la questione era molto più seria del previsto.

- Sono così importanti per te quelle parole? - gli chiese quando si coricarono.

Terenzio, solitamente gentile, grugnì.

- Non vorrai rovinare la nostra vita per delle stupide parole.

Immusonito, il marito si voltò da un lato, arroccandosi nel silenzio.

Nel mezzo della notte squillò il telefono. La moglie corse a rispondere, temendo che le comunicassero brutte notizie del figlio maggiore, assente dalla città per motivi di studio.

- Terenzio - chiamò con voce sgraziata dal disappunto. - C'è una persona al telefono che ti vuole.

Poi, presa dall'agitazione: - Chi può essere a quest'ora? Cosa hai combinato? Dimmelo.

Imbambolato dal sonno, Terenzio faticò a mettere a fuoco le incalzanti interrogazioni della moglie.

- Hai sentito? - insisteva sull'orlo dell'apprensione. - Chi ti cerca in piena notte?

- Che cavolo ne so. Te lo dirò non appena lo saprò - le rispose infilandosi di malavoglia le pantofole.

- Indossa la vestaglia, ché fa freddo - gli raccomandò correndogli dietro.

- Pronto? - bofonchiò

- Signor Valturna, sono Selene.

A quel nome pensieri malevoli gli attraversarono il cervello.

- Lei è una persona corretta e onesta - si sentì dire al ricevitore in tono serio e determinato. - La disturbo a quest'ora perché so quanto sia importante per lei interpretare quelle parole. Non è necessario rivederci. Ascolti con attenzione. Le spiegherò che cosa deve fare, se me lo consente.

- Hum...- mugolò Terenzio.

- Tempo fa conobbi una persona che pronunciò le stesse parole. Abita a Lunobia, un paese di montagna a cento chilometri dalla città. Si chiama Aristide Stolematt. Di più non posso fare. Mi perdoni per l'incidente di oggi e per averle interrotto il sonno. Sua moglie porta una vestaglia rosa con ricami bianchi. E' bruna, tornata da poco dal dentista, ma il dente ancora le duole. Suo figlio maggiore si trova a Curtabona e ha un pigiama verde. Lei non indossa la vestaglia. Sua moglie adesso gliela mette sulle spalle. Di fronte c'è una lampada in ottone con la lampadina bruciata. Spero che basti. Buonanotte e buona fortuna.

Sconcertato, Terenzio abbassò il ricevitore e guardò la moglie con aria stralunata.

- Chi era, che cosa ti ha detto?

- Un tizio...che forse mi sarà d'aiuto.

Terenzio Valturna prese una settimana di ferie arretrate e due giorni dopo, a metà gennaio, partì per Lunobia. La moglie si era inutilmente prodigata con ogni mezzo per trattenerlo e quindi per convincerlo ad accompagnarlo. Non lo aveva mai visto così cocciutamente risoluto. Litigarono e lui se ne andò sbattendo la porta.

Il paese, a 900 metri di altitudine, era coperto dalla neve. Al suo arrivo nevischiava e l'aria pungeva.

Trovò alloggio nell'unica pensione aperta d'inverno. Sospesa l'attività alberghiera, funzionava solo come trattoria. In seguito alle sue suppliche, gli concessero di pernottare.

- Quanto tempo si ferma? - gli chiese l'esercente.

- Di preciso non lo so. Potrei andarmene anche domani. Dipende da...A proposito, conosce un certo Aristide Stolematt?

- Sicuro. Risiede in paese da oltre dieci anni. Tutte le sere viene qui a giocare a carte. Se aspetta, stasera lo vedrà.

- Potrebbe indicarmi dove abita?

- Non c'è problema. Vede quel viottolo in fondo alla piazza? L'imbocchi. L'ultima casa sulla sinistra è quella di Stolematt.

Con passo trafelato, quel tanto che gli permetteva lo spesso strato nevoso, si avviò verso la probabile soluzione della sua ossessione.

Gli aprì un giovane sui trent'anni.

- Il signor Stolematt?

- Sì. Desidera?

- Le posso parlare un momento?

Su viso del giovane si notava un evidente stato di trepidazione.

- Lei è Aristide Stolematt?

- No. E'mio padre.

- Suo padre è in casa?

- Mio padre...- la voce gli si incrinò - sta molto male. Di sopra c'è il medico.

- Mi spiace. E'molto che non sta bene?

- Ieri sera stava benissimo. Come tutte le sere si è recato alla pensione a giocare a carte. Stamattina l'abbiamo scoperto che rantolava nel suo letto. Ma lei chi è, perché vuole parlare con mio padre?

- Non so se lei ne è al corrente. Si tratta di una storia che potrebbe sembrare una sciocchezza. Comunque io sono venuto apposta perché mi hanno informato che suo padre forse ne sa qualcosa.

- Capisco, signor...

- Valturna. Terenzio Valturna.

- Vuol provare a dire a me? Può darsi che mio padre me ne abbia parlato.

Furono interrotti da una voce femminile che dal piano superiore chiamava il giovane con enfasi disperata.

- Artemio, Artemio, vieni su, presto. Papà sta morendo.

Artemio si precipitò su per le scale. Dopo un istante di titubanza, Terenzio lo seguì. Chino sul moribondo, il medico lo auscultava con lo stetoscopio. La figlia, dall'altro capo del letto, aveva gli occhi pieni di lacrime. Artemio rimase un poco discosto, in preda a una forte agitazione. Terenzio sostò prudentemente sulla soglia della stanza. Stolematt padre non muoveva un muscolo. Dalla bocca gli esalava un flebile gorgoglio.

- Cosa dice, dottore? - gli domandò la figlia col groppo in gola.

- Non so, non comprendo. Sembra una lingua straniera.

Terenzio si avvicinò al letto.

- Perdonate l'intrusione. Credo di sapere che cosa dice il signor Stolematt.

La ragazza si voltò. Sul suo sguardo affranto passò un'ombra sbalordita.

- Chi è lei? - chiese il medico.

- Non c'è tempo da perdere. Fatemi ascoltare ciò che dice.

Artemio, senza pensarci troppo, diede un cenno di assenso. Seppure malvolentieri, il medico si scostò. Terenzio accostò l'orecchio alle labbra del morituro.

- Pustochera, zamara, carasta - la voce di Stolematt era così impercettibile che solo chi era predisposto a udire quelle parole, come Valturna, era in grado di coglierle.

- Sì, sì - approvò Terenzio. - Che cosa significa, signor Stolematt? La scongiuro, me lo dica.

Il dottore e la ragazza si scambiarono sguardi perplessi.

- Beviutt gramon - gorgogliò ancora il moribondo. Fu tutto. La morte gli spalancò le porte dischiuse da alcune ore. La figlia scoppiò in un pianto lacerante. Il fratello la sollevò dal capezzale del padre defunto su cui si era accasciata e la strinse al petto. Verificata la morte clinica, il medico si dispose a redigerne il certificato.

- Di che cosa è morto, dottore? - chiese sottovoce Valturna.

Senza distrarsi dall'incombenza, il medico lo liquidò dicendo: - Non la riguarda. A meno che lei non sia della polizia.

Terenzio discese nell'atrio. Estrasse dalla tasca un bloc notes e vi appuntò le due nuove parole: beviutt, gramon. Avrebbe voluto esternare le condoglianze ai familiari, fornire chiarimenti. Le circostanze lo indussero a rimandare il colloquio. Tanto più che la sua presenza era legata a una ragione davvero singolare per non dare adito a malintesi, e dopo il fastidioso contrattempo con Selene non desiderava più essere frainteso. Attese nel viottolo che il medico uscisse.

- E'ancora qui lei? - lo rimbrottò non appena lo vide.

- Mi rincresce aver portato scompiglio. D'altra parte non potevo prevedere che il signor Stolematt fosse in punto di morte.

- Tagli corto. Che cosa vuole da me? Ho fretta.

- Se la smette di usare questo tono le potrei...Bé mi faccia la cortesia di comunicare a quei poveri ragazzi che se la sentiranno mi troveranno alla pensione.

- Signor Valturna - Artemio si sporse sull'uscio. - La prego, venga dentro.

Salutò in fretta il medico e rientrò in casa.

- Mia sorella è abbattuta. Penso che non abbia in animo di conversare con lei. Almeno per ora.

- Scusatemi di nuovo. Non immaginavo di dovervi conoscere in una occasione così tragica.

- Non si faccia carico di nessuno scrupolo, signor Valturna. Fino a stamattina nessuno di noi poteva prevederlo. Nostro padre era un uomo pieno di salute. Mai uno strapazzo, una trasgressione. La mamma è morta quindici anni fa. Era stato molto male allora. Però si era ripreso. Gli siamo stati vicini, io ed Evelina. Siamo una famiglia molto unita e ci vogliamo molto bene. Non ci voleva. Proprio non ci voleva. Era appena andato in pensione. Mia sorella gli era molto affezionata. Speriamo che riesca a risollevarsi. Ma lei, mi scusi,è venuto per un motivo preciso, se ho ben inteso.

Terenzio, ancora frastornato, esitò prima di rispondere. Quanto incongrue e prive di fondamento gli parevano le sue fissazioni di fronte alla oggettiva incontrovertibilità delle circostanze. Eppure doveva spiegarsi, dare corpo ai propri fantasmi.

Non so come né pretendo che valuti nella giusta luce ciò che sto per dirle. Suo padre conosceva certe parole dal significato oscuro, che mi tormentano da parecchie settimane.

- Parole? - esclamò Artemio, incuriosito.

- Una mattina mi sono svegliato con quelle parole in testa e da allora non faccio che pensarci. Sono diventate una tortura psicologica. Per me è di vitale importanza scoprirne il significato.

- Sono le stesse parole che mi padre ha pronunciato prima di morire.

- Non solo. Ne ha aggiunte due altrettanto oscure.

Terenzio le ripeté con ieratica pacatezza.

- Non ne so nulla - concluse Artemio dopo una pausa di riflessione. - Chi l'ha informata sul conto di mio padre?

- Un mago.

- Un mago?

- Un occultista di professione. Probabilmente suo padre si è rivolto a lui per lo stesso mio motivo.

- Secondo lei anche mio padre si sarebbe dannato per apprendere il significato di quelle parole?

- Non lo so. Potrebbe averle decifrate. Però le ultime due che ha pronunciato sono simili alle prime.

Artemio si sedette stancamente sul primo gradino della scala interna. Si coprì il volto, sospirando sconsolato.

- Ehm...Signor Stolematt, sarà opportuno che mi ritiri. Avrete tante cose da sbrigare, lei e sua sorella, e vorrete stare un po' soli.

Artemio non rispose. Le braccia ciondoloni fra le gambe, fissava il pavimento, lo sguardo smarrito. Pareva essere consapevole soltanto ora della disgrazia e ne fosse disorientato.

Nel viottolo Terenzio si scontrò con un uomo che camminava spedito e a testa bassa.

- Accidenti - sbottò Terenzio - per poco mi sbatteva contro.

- Mi scusi, anche lei era disattento. - D'un tratto, l'uomo cambiò discorso.

- Viene per caso dagli Stolematt?

- Sì. Lei è un parente?

- Sono il fidanzato di Evelina.

- Piacere, Terenzio Valturna.

- Giacinto Cormani. E'un amico di famiglia? Non l'ho mai vista da queste parti.

- No. Sono arrivato oggi per parlare appositamente col signor Stolematt. Purtroppo, era già morente.

- Che guaio. Evelina mi ha subito telefonato. E'distrutta.

- Vada, e le stia vicino. Arrivederci.

- Rimane per il funerale?

- Non so, può darsi.

- La saluto.

In paese già si era diffusa la notizia. Molta gente affluiva verso la casa del defunto. Terenzio dovette soddisfare la curiosità del titolare della pensione, che lo assediava di domande.

- Era una roccia, Aristide - commentava. - Aveva sessantacinque anni, ma sembrava un ragazzino. Sarà morto per un infarto o una trombosi. Lei ne sa niente?

- L'ho visto poco fa per la prima volta. Sul letto di morte - ripeté svogliatamente.

- Già, già. Peccato che non l'ha conosciuto prima. Perché lei non lo conosceva, non è vero?

-- No.

L'albergatore moriva dalla voglia di sapere in quale relazione col morto fosse stato il suo cliente, ma Terenzio tergiversò, finché non espresse il desiderio di salire nella sua camera a riposare.

- Oh, prego, salga pure. La camera è pronta. Mia cognata le ha appena rifatto il letto.

Si sdraiò vestito. Il barbaglio nevoso, che ingrigiva a mano a mano che si avvicinava il crepuscolo, gli intorpidiva le membra, estenuandolo in una fastidiosa sonnolenza. Alle otto scese in sala da pranzo. Mangiò poco, rabbrividendo per gli spifferi che lo bersagliavano da ogni parte. Spostatosi nella saletta attigua, fu colto da un piacevole tepore. Una stufa a legna ardeva in un angolo. Ai tavoli i pensionati giocavano a carte, per quanto preferissero discorrere sulla notizia del giorno. La sua comparsa dirottò su di lui l'attenzione generale. Ormai erano stati tutti informati sul suo arrivo ed erano impazienti di sapere i motivi che avevano spinto uno sconosciuto di città a spingersi fin quassù in pieno inverno, soprattutto in rapporto alla sua visita agli Stolematt.

Terenzio rifletteva sull'eventualità che Stolematt si fosse confidato con qualcuno di loro, quando fu distolto dal titolare intento a mesceva del vino a un tavolo.

- Signor Valturna, ha gradito la cena?

- Niente male. Solo che il freddo mi ha impedito di gustarla.

- Mi dispiace. La stufa della sala da pranzo si è guastata. Provvederemo a ripararla. Bisognerebbe anche sostituire i serramenti delle finestre. Lo farò in primavera. Da domani la servirò qui, se le va bene.

Terenzio bofonchiò qualcosa, pensando che cosa aspettassero a installare un impianto di riscaldamento. Risalì in camera. Alle undici, mentre si stava coricando, bussarono alla porta.

- Signor Valturna, mi scusi. Dormiva, forse? - Era l'esercente e aveva la faccia di chi pregusta nuovi sviluppi in merito alla faccenda che di più gli interessava.

- C'è la signorina Stolematt dabbasso. Vuole parlare con lei.

Terenzio rimase soprappensiero.

- Le dico che scende subito e...

- Crede sia indiscreto riceverla nella mia camera?

- L'uomo alzò le sopracciglia, schiudendo le labbra come per fischiare. Gli sviluppi che stava covando si alimentavano di nuovi succulenti argomenti.

- Siete entrambi maggiorenni E poi non penso che voglia compromettere la reputazione della signorina.

- La smetta con queste sciocchezze. Se quella povera ragazza è venuta a quest'ora col cadavere del padre ancora caldo, deve avere i suoi buoni motivi.

- Certo, certo. Mi scusi, le dico di salire.

Evelina Stolematt, i capelli castano tagliati corti e la frangetta sulla fronte, magra, ossuta, dimessa, era una di quelle ragazze che passano inosservate, pur non potendole definirle brutte. Somigliava al fratello, ma sembrava molto più fragile di lui. Aveva il viso tumefatto dal pianto e la sua figura piccola era curvata dall'oppressione del recente dolore.

- Signorina, mi sono permesso di riceverla nella mia stanza perché non mi piace essere spiato come un criminale. Non sa quanto mi abbia colpito la tragedia che si è abbattuta sulla vostra famiglia. Non conoscevo suo padre, ma posso comprendere ciò che sta provando.

Evelina, sorprendendo Terenzio, si sdraiò sul letto, quasi che fosse stata privata della forza di reggersi in piedi.

- Si sente male, le chiamo il medico?

- Pustochera zamara carasta beviutt gramon - disse lei a fior di labbra in tono mesto e rassegnato, in cui si rifrangeva l'eco di un amaro presentimento. Terenzio sbalordì per la concisa immediatezza di arrivare al cuore del problema, dimostrando di esserne perfettamente documentata.

- Devo arguire che suo padre l'avesse messa al corrente - le replicò, presumendo che la ragazza rifuggisse dai convenevoli.

- Quelle stupide, diaboliche parole l'hanno portato alla tomba. Da più di un anno non pensava ad altro. A vederlo era sempre lo stesso. Dentro era divorato da un inferno. Cominciò una sera. Era tornato dalla pensione. Mi sveglia. Mi chiede che cosa vogliano significare quelle parole. Da quel momento la sua vita cambiò. Viveva soltanto per svelarne il senso, se mai ci fosse.

- Si confidò soltanto con lei?

- Macché. Con tutto il paese. Lo prendevano in giro. Correva voce che si fosse ammattito.

- Mi era parso che suo fratello ignorasse la faccenda.

- Oh, lui, che cosa crede che ne sappia. Vive lontano da almeno otto anni. E'uno scapestrato, un ingrato...Bé, meglio tacere.

- Guarda un po' la vita. L'avevo giudicato tutto il contrario di come me lo dipinge.

- Sa fingere bene. Sembra un figlio modello per chi non lo conosce.

- Comunque lui è tornato a casa.

- Era venuto per estorcere soldi a mio padre. Quando è in bolletta batte cassa.

- A ogni modo spero che il suo fidanzato le stia accanto.

- Quale fidanzato? - Evelina scattò su dal letto. Guardò Valturna con aria stranita e lui gliela rimandò.

- Signorina Stolematt - disse smorzando il disappunto in una pacata fermezza - quelle parole mi condurranno forse alla follia e magari ne morirò come suo padre. Ma le assicuro che non soffro di allucinazioni. Io non ho alcun diritto di intrufolarmi nelle vicende private della sua famiglia. Me ne andrò al più presto. Però non mi si può far passare per visionario, dicendomi che non è fidanzata, dopo che mi sono imbattuto nel suo fidanzato non appena uscito da casa sua.

Evelina lo seguiva con le pupille dilatate dallo stupore, la bocca tremolante, le unghie piantate sui lembi della coperta.

- Basta! - urlò. - Anch'io ho una dignità da difendere.

Un accesso di pianto le serrò la gola, impedendole di continuare.

- Si calmi. Sono stato impulsivo e lei ha avuto una giornataccia. Non mi rendo conto che ha i nervi scossi. Proviamo a ragionare.

Le cinse paternamente le spalle, ma lei si divincolò in malo modo.

- Non mi serve il suo conforto - proruppe con la voce intrisa di lacrime. - Creperà anche lei, senza sapere niente.

- Il mio viaggio è stato inutile, lo so. Ma non ripartirò finché non mi dirà chi è quel giovanotto venuto oggi pomeriggio a casa vostra spacciandosi per suo fidanzato.

- Ci risiamo - sbuffò Evelina.

- Non vorrà farmi credere che non è venuto nessuno.

- Un corteo di gente. Ma nessuno si è qualificato come mio fidanzato.

- Non ha visto un giovane sui vent'otto trent'anni, alto, bruno, occhi azzurri, tratti regolari?

- Non me lo ricordo.

- In un paese si conoscono tutti. Una faccia nuova non passa inosservata. Mi ha detto di chiamarsi Giacinto Cormani e che aveva ricevuto la sua telefonata. Sapeva anche il suo nome. Si comportava con una naturalezza che persino ora dubito che fosse un impostore.

Evelina riacquistò la padronanza di se stessa. Estrasse dalla borsetta un pacchetto di sigarette e se ne accese una.

- Sempre convinta che voglia imbrogliarla?

La ragazza tacque, aspirando nervose boccate di fumo.

- Non so bene perché sono salita nella sua camera - disse, evitando di guardarlo. - Mi era baluginata l'idea che potesse aiutarmi a decifrare quelle maledette parole. Mio fratello mi ha accennato che ne era all'oscuro. Però, chissà per quale motivo, ero persuasa che ne avrei ricavato qualcosa di più.

- Interessa anche a lei, dunque.

- Mi interessa soltanto scoprire il senso della morte di mio padre. Non sono posseduto dal vostro stesso delirio.

- Chi consigliò suo padre di rivolgersi al mago Selene?

- Nessuno. Per caso. Non sapeva più dove sbattere la testa. Provai ad aiutarlo tramite internet, dato che lui non usava il computer. Niente. Allora andò in città. Ci rimase una settimana. Setacciò biblioteche. Consultò esperti in glottologia, filologia, lingue orientali, psicologi su suggerimento del medico di qui. Alla fine si buttò nella braccia della magia. Quel delinquente lo dissanguò, facendogli credere a un mucchio di stupidaggini. Poi gli presentò la parcella.

- A proposito, sul certificato di morte cosa risulta?

- Il medico ci ha suggerito di portare la salma in città per l'autopsia. Non è sicuro sulle cause della morte, sarebbe opportuno effettuare degli accertamenti, anche se legalmente non ci sono i presupposti per un esame necroscopico. Se ci rifiutiamo stilerà un certificato qualsiasi e dopodomani si procederà ai funerali. Altrimenti ci sarà da aspettare.

- Che cosa avete deciso?

- Non abbiamo ancora deciso. Ci penserò questa notte.

- Non vorrei cacciarla, ma sarebbe meglio che rincasasse. Fra l'altro, mi pare che abbia ricominciato a nevicare.

- A casa non torno - affermò in tono secco.

Terenzio tossicchiò, per eludere l'imbarazzo di ripeterglielo.

- Ho paura, signor Valturna - mormorò con un trasporto tale da trasmettergli la stessa sensazione.

Seguì un silenzio ovattato, reso più fitto dall'esigua superficie della camera.

- Le fa effetto dormire...- farfugliò Terenzio, pur intuendo che la paura non derivava da quello.

- Non ci penso nemmeno. Papà è l'unica persona che abbia amato. Più ancora della mamma. Non capisco perché la dimensione della morte incuta timore a chi era legato al defunto da vincoli di affetto. Come se uno morendo subisse una metamorfosi nefasta nella mente dei vivi. Probabilmente, la vicinanza del cadavere inquieta gli animi per la ragione che incarna la morte molto più dei milioni di morti disseminati per il mondo.

- Allora, che cosa la spaventa, la solitudine?

- L'ignoto che quelle parole hanno il potere di evocare.

Era proprio lo stesso stato d'animo in cui viveva Valturna.

- Dove conta di alloggiare stanotte?

- Qui, se me lo consente.

Terenzio stava per recitarle la solita retorica tiritera: sono un uomo sposato, ho tre figli, una reputazione immacolata...Se ne astenne. Sarebbe stato incongruo, data la singolarità della situazione. L'impalcatura che sosteneva le apparenze era così evanescente da disilludere le convenzioni sociali atte a salvarle. Disse solo: - C'è solo un letto singolo. Chiederò all'albergatore di predisporle una sistemazione provvisoria.

- Non l'ha capito? - ribatté lei con piglio risoluto. - Desidero trascorrere la notte con lei.

A questo punto le cedevoli categorie tramite le quali si formulano i giudizi sulla verità della conoscenza, gli crollarono addosso, andando in frantumi. S i raschiò la gola, dicendo: - Signorina Stolematt, francamente non capisco i suoi propositi. E'già tutto così confuso.

- Se crede che sia stata presa da un raptus erotico, si sbaglia di grosso. Non sono né una verginella di paese né una sprovveduta. Ho studiato in città, fatto le mie esperienze. Per sapote stare vicino a mio padre sono riuscita a ottenere una cattedra presso la scuola elementare di qui. Non mi sogno neanche di annegare il mio dolore andando a letto col primo venuto. E poi, mi scusi, sa, sa, io ho venticinque anni, lei ne avrà cinquanta e per di più non sento nessuna attrazione. Mi sarebbe piaciuto un tipo come quello che lei mi ha descritto quale mio fidanzato.

Quest'ultima considerazione stonò col clima lugubre e funereo che trapelava dalla figura di Evelina, anche se l'aveva pronunciata con intonazione sardonica, col risultato di sembrare più che un apprezzamento una nota di sconsolato cinismo.

- Non si turbi - aggiunse. - Non stuzzicherò la sua vanità di maschio. Mi basterà averla accanto.

- Non è che la mia vicinanza possa suscitarle la paura che quelle parole evocherebbero?

- Quelle parole costituiscono l'unico elemento che l'accomuna a mio padre. Vicino a lei, mi illuderò di stare insieme a lui.

- Amava molto suo padre.

- Gliel'ho già detto. Con lui mi sentivo protetta, non temevo alcun pericolo. Adesso mi sento come un cane che non trova più la strada di casa.

- Non la disturberanno i pettegolezzi che circoleranno in paese?

Evelina esitò un istante prima di rispondere, eludendo l'argomento.

- Mezzanotte è passata da un pezzo. Sono spossata. Vorrei dormire, se non le dispiace.

La ragazza aveva programmato il suo pernottamento. Tirò fuori dalla borse piuttosto capiente una camicia da notte. Tolti i vestiti con indifferente disinvoltura, la indossò sopra le mutandine e il seno nudo. Per educazione Terenzio si voltò, benché non ce ne fosse stato bisogno, dato che lei non pareva accusare la sua presenza. Non appena fu sotto le coperte, Valturna si liberò della vestaglia e in pigiama la raggiunse, rannicchiandosi al bordo del letto.

- Guardi che rischia di cadere in quella posizione - l'avvertì Evelina con estrema delicatezza. - Il letto è piccolo, ma offre l'opportunità di scaldarci.

Terenzio si girò dalla sua parte e percepì subito il contatto tiepido delle sue cosce sotto l'esile schermatura della camicia, La ragazza infilò le gambe fra quelle del suo compagno di letto, stringendoglisi sul petto. Certo, così stavano più comodi.

Terenzio volse il pensiero alla forza delle apparenze. Se sua moglie fosse entrata in camera, nessuno le avrebbe negato il diritto di aver riscontrato l' infedeltà del marito, e lui per primo. Un uomo e una donna sono due corpi, innanzitutto e soprattutto. Il resto è letteratura. Persino se sono fratello e sorella. Infatti è consigliabile rimuovere promiscuità familiari a cominciare dall'età infantile. Le passioni dell'inconscio sono in agguato, non attendono altro, in barba a duemila anni di cristianesimo e puritanesimo. In ogni uomo latita un ladro. E'la paura del castigo mondano e ultramondano, l'ipocrisia della coscienza, farisaica per natura, a nutrire l'onestà. Oggi gioca di più la paura di non essere abbastanza abili e astuti per garantirsi l'impunità. In quanto ai castighi e ai rimorsi, si sono entrambi conformati ai mutamenti del costume e del pensiero.

Valturna, uomo della strada, era conservatore e conformista, ma per motivi generazionali pativa i retaggi di una educazione antipermissiva da un lato e maschilista dall'altro. In determinate circostanze le istanze del cazzo dovevano prevalere indiscriminatamente su qualsiasi altra valutazione, fomentando un regine di conflittualità fra il basso ventre e i doveri sociali, morali e coniugali. La donna si faceva carico di questa cultura mentale, l'introiettava, vi si adeguava, la invidiava, le si rivoltava, voleva affrancarsene, auspicando a un tempo di affrancarne l'uomo che vi soggiaceva oggettivando la donna e se stesso. Ciò nonostante, non precludeva alla propria vanità femminea il desiderio di provocare l'uomo, asservito alla sua virilità.

Evelina cercava il padre e attraverso il transfert temporaneo di Terenzio desiderava esserne posseduta, in modo che la coscienza ne fosse salva e l'innocenza dell'infanzia restasse incontaminata. Terenzio non sapeva bene che cosa cercasse, a parte il significato delle parole. Attese gli eventi, sperando di esserne cercato, indubitabilmente costretto a compromettersi. Era la prima volta dopo il matrimonio che amoreggiava con un'altra donna. Quella che accettava come una norma inderogabile di vita, fu infranta, ma quasi per necessità, per meccanico e circostanziato stimolo dei sensi, piuttosto che per libera scelta della volontà.

Il letto angusto, il gelo della notte, il calore dei corpi aderenti l'uno all'altro, veicolarono l'inconscio desiderio sessuale di Evelina per il padre verso la ricettività passiva di Terenzio. Si amarono alla svelta, paventando di essere travolti dalla passione e di obliarvisi. Non ci fu né ardore né trasporto, benché l'orgasmo coronasse il loro apatico accoppiamento. Al mattino presto, Evelina sgusciò dal letto, si rivestì e uscì, senza neppure un saluto. Terenzio finse di continuare a dormire. Non provava alcun impulso a trattenerla né di domandarle che cosa intendesse fare nel prossimo avvenire. Non si erano scambiati una parola durante la notte, un bacio né una vera carezza.

Valturna non era in grado di decidere se soffermarsi in paese ancora un poco o ripartire in giornata. Si sentiva la testa pesante e il freddo nelle ossa. Scese a bere un caffè, consapevole di dover tollerare la querula presenza del titolare.

- Ha nevicato tutta la notte - diceva mentre gli preparava il caffè. I suoi occhi scrutavano fra le pieghe del viso di Terenzio, alla ricerca di una opportunità per scivolare sull'argomento che gli stava a cuore.

- Non ho fatto caso alla signorina Stolematt questa notte - insinuò in tono falsamente distratto. - Sarà uscita mentre io ero di là a sbrigare certi conti.

- La signorina Stolematt - proruppe Terenzio per troncare sul nascere un allusivo terzo grado - come lei sa benissimo, ha trascorso la notte con me. Nello stesso letto. Soddisfatto?

Sulla faccia del titolare balenò un'espressione stupefatta, che subito si dileguò in un sorriso di circostanza. Non prevedeva che il suo cliente gli spiattellasse di brutto ciò che lui avrebbe preferito degustare a piccoli sorsi, per sottintesi di virile complicità.

- E'proibito ricevere donne nella sua pensione? - lo punzecchiò Valturna.

- Si è divertito, almeno?

- Non credo che sia tenuto a confidarle certi particolari.

- Oh, non è un mistero che Evelina si conceda a qualcuno ogni tanto.

- Che cosa vorrebbe insinuare?

- Non si scaldi, anche se fa freddo. Evelina è venuta a letto anche con me. Niente di speciale. Anzi, una cosetta veloce. E'fredda, distante, quella ragazza. Non capisco per quale motivo ci stia, se le piaccia o no.

Terenzio galleggiò nel mare dell'incertezza. Per quanto le rivelazioni dell'albergatore non lo ferissero nell'orgoglio, non gli andava giù di essere stato uno dei tanti, uno di quelli con cui lei non si sapeva perché scopasse. Fare all'amore non sarebbe stata una locuzione felice. Si era trattato di un asettico congiungimento dei sessi terminato con reciproco orgasmo. In altri termini, lui a forza di andare e venire aveva eiaculato e lei mugolato in segno presunto di acme raggiunto. Può forse penetrare l'anima il pene che penetra la vagina? Il sesso non aiuta a comprendersi. Ci si può dare senza darsi veramente e prendere ciò che ne consegue.

Squillò il telefono fisso.

- Signor Valturna, è per lei.

Chi poteva essere? Nessuno era al corrente che si trovava lì, a parte...

- Signor Valturna - disse una voce dall'altro capo della linea - qui è Selene.

Soltanto lui poteva cercarlo in quel posto.

- Per favore, non mi ponga quesiti. Non ho molto tempo. Ascolti attentamente. Aristide Stolematt è morto.

- Lei come lo ha saputo?

- Mi faccia parlare, per cortesia. Stolematt è morto perché era inevitabile. In termini strettamente clinici era affetto da glottopsicosi acuta e irreversibile. Lei pure ne è affetto. Morirà fra breve, se non decifrerà le parole. Io non la posso aiutare più di così. Loro lo sanno e mi polverizzerebbero all'istante. Solo una persona è in grado di soccorrerla. Ha fama di conoscere tutte le lingue e gli idiomi dell'universo, anche quelli che esistono soltanto nei sogni. Ogni mese si reca nel cimitero di Guatella, a pochi chilometri dal paese dove lei sta soggiornando, a pregare presso una tomba. Mi risulta che ci vada stanotte. Non perda questa unica occasione. Domani mattina potrebbe essere già morto.

- Un momento. Lei come sa tutte queste cose?

- Il suo inconscio me le ha comunicate telepaticamente.

- Senta, non mi sta prendendo per il culo?

- Pustochera zamara carasta beviutt gramon - le parole risuonarono gelidamente atone nella cornetta e si ripeterono a oltranza, come se provenissero da un robot, finché Terenzio, esausto, non riattaccò. Lo sgomento che seguì gli annebbiò il cervello. Per una manciata di secondi non riuscì più a connettere. Gradualmente, al panico incontrollato subentrò una paura più circostanziale, che sfociò in un groviglio di dubbi, di sospetti, di soluzioni contrastanti.

- Si può morire per delle parole? - si chiese. E' pur vero che la parola è tutto. L'uomo crea ed è creato dalle parole. Il verbo presiedette alla creazione e Dio stesso era nel verbo. Che cosa è l'uomo se non un mondo di parole dette e pensate, un opuscolo piccolo o grande che respira, pronuncia parole, le vive; una biblioteca sempre più assetata di volumi, famelica di nuove parole. L'ideale sarebbe di ridurre la parole a una sola , universale e totalizzante, depositaria di ogni significato, espressione di ogni sentimento, emozione, sensazione. Una parola - uomo per l'uomo che non deve più concepire parole. Un unico pensiero per una molteplicità di esperienze e conoscenze. Anzi, no. Niente più conoscenza né scienza. Tutta la verità rivelata in una sola parola. La conoscenza moltiplica le parole, le arricchisce di significati e significanti, stabilisce interconnessioni, sollecita traduzioni, decodificazioni, esegesi, divulgazioni. Le parole crescono a dismisura e l'uomo anela con le parole a spiegare ed essere spiegato e nello stesso tempo a nascondervisi e a seppellir visi.

- Sì, se ne può morire - concluse Terenzio -se diventano l'unico scopo della vita.

Con trafelata animosità domandò all'albergatore di indicargli la strada per il cimitero di Guatella.

- Non è lontano. Ma con questa neve la strada sarà impraticabile. Venti chilometri tutti in salita.

- A piedi quanto ci si impiega?

- Lei è matto, scusi. Chi glielo fa fare?

- Come ci si arriva a piedi? - incalzò.

- Se percorre la carrozzabile ci metterà un mucchio di tempo e arriverà stremato, Le consiglio, se proprio ci vuole andare, di imboccare il sentiero fino al santuario della neve immacolata, poi di proseguire su per un pendio piuttosto scosceso, e quindi, una volta superata la valle del lupo sdentato...ma lei non ce la può fare. Se la sorprende una tormenta, è fottuto. Le occorrerebbe una buona guida.

- La guiderò io, se me lo permette - irruppe una voce dietro le spalle di Valturna. Sulla soglia della pensione era comparso il sedicente fidanzato di Evelina.

- Ah, lei - constatò l'albergatore con aria di sufficienza.

- Per l'appunto - ammise il giovanotto. Preferiva fosse un altro?

Terenzio lo squadrò dalla testa ai piedi.

- Accetto la sua guida - disse con una sfumatura sarcastica. - Lungo il percorso avremo modo di chiacchierare su una certa faccenda.

Concertarono di mettersi in marcia di lì a due ore, il tempo necessario per equipaggiarsi. Terenzio acquistò un paio di scarponi da roccia, uno zaino e una borraccia, con l'intenzione di riempirla di cognac. Per il resto, bastava il vestiario che aveva riposto in valigia.

- Buona escursione - gli augurò l'albergatore con un sorrisino ironico.

La guida era puntuale. Palesava un contegno tremendamente serioso, ma forzato, come se recitasse una parte.

- Ha comprato i viveri? - domandò a Terenzio.

- Per due giorni.

- Due giorni? Non vorrà rimanere tanto tempo lassù.

- Meglio essere previdenti. In ogni caso vi trascorreremo la notte. Se non se la sente, non importa, ci vado da solo.

- L'accompagnerò lassù. Poi tornerò indietro. Ho un appuntamento stasera.

- Con Evelina Stolematt?

Giacinto Cormani indugiò prima di rispondere. Pareva raccogliere i pensieri.

- Gliel'ha detto lei? - disse poi con una nota guardinga nella voce.

- Potrebbe darsi. Vogliamo muoverci?

Tacquero finché non deviarono dalla strafa principale per immettersi nel sentiero. Affondavano nella neve fresca, sotto un cielo che prometteva di rischiararsi., lasciandosi alle spalle il rumore dello spartineve che passo dopo passo si affievoliva. Giacinto sbuffò sonoramente, segnalando a Terenzio di essere disposto a conversare.

- Quando vi sposerete? - chiese Valturna, sforzandosi di imprimere serietà alla domanda.

- Sposarci? - esclamò l'altro con divertito cinismo. - Vuol dire unirsi in matrimonio, formare una famiglia?

- Ci sono complicazioni, forse?

- Fra chi?

- Fra lei ed Evelina.

- Diciamo che non c'è nulla.

Terenzio si fermò, ansimando alito fumoso. Lo fissò negli occhi.

- Insomma, lei chi è, e che cosa vuole da me?

Giacinto si girò attorno, come se ispezionasse la zona. Si trovavano a duecento metri sopra la strada principale. Non c'era nessuno a vista d'occhio e nessun rumore increspava il silenzio cristallino, tranne il sordo e ormai ovattato cigolio dello spartineve.

Un brivido scese lungo la schiena di Valturna e a un tempo una ventata di calore gli infiammò il viso. Aveva percepito una sorta di fluido maligno irradiarsi da Giacinto, mentre lui aveva assunto una espressione stranamente inquietante, fra il sordido e il fanciullesco.

- Non si avvicini - gli intimò, benché Giacinto non muovesse un muscolo. La sua figura, stagliata in quell'atmosfera gelida e rarefatta, alta, statuaria, il berretto di lana che gli copriva per intero il capo accentuandogli i tratti del volto scolpiti in una maschera di angelica nefandezza, gli ispirava un'angoscia sottile e vischiosa. Soverchiato dal silenzio irreale e dalla subdola ineffabilità delle sensazioni, Terenzio urlò:

- Se ne vada, per Dio. Via, via, via!

Proseguì lungo il sentiero più svelto che poteva. Nel timore che Giacinto lo inseguisse, sbandò, arrabattandosi sulla neve per non cadere, mentre sentiva la sua presenza alitargli sul collo, anche se quello non era avanzato di un centimetro. Ripreso l'equilibrio, marciò ancor più rapidamente. Abbagliati da quel biancore diffuso e sterminato, gli occhi gli bruciavano e si pentì di non essersi munito di occhiali protettivi.. Col cuore in tumulto, la testa che gli vorticava, la paura del pericolo che lo minacciava alle spalle, mise un piede in fallo, rischiando di rotolare giù per il pendio.

Si rimise in piedi, ansimando convulsamente. Ebbe la forza di voltarsi e si rese conto di non essere inseguito. Calmatosi, ingollò due sorsi di cognac, che gli assestarono i nervi. Indietreggiò qualche metro, perlustrando con lo sguardo la valle. Giacinto sembrava essersi liquefatto nella neve. Gli sovvenne la vita monotona ma tranquilla che aveva abbandonato, rimpiangendola come un paradiso perduto. La sua casa, i figli, la moglie, immagini preziose e care, che valevano molto di più di parole indecifrabili. Ma era anche vero che aveva spento il cellulare e non aveva comunicato a nessun familiare la sua destinazione.

Giunse alla metà alle cinque del pomeriggio. Il villaggio constava di un gruppo sparuto di casupole, radunate su un altipiano a milleseicento metri di altitudine. Se non avesse visto fumare da un comignolo, avrebbe dubitato che ancora fosse abitato. Ce l'aveva fatta, da solo, senza guida, lui che non era capace neppure a sciare. Questa consapevolezza gli mitigò la fatica, il freddo intenso, il subbuglio emotivo.

Bussò alla porta della casa da dove fuoriusciva il fumo. Uno scontroso montanaro, ma non privo di senso dell'ospitalità, lo invitò ad accomodarsi. Lo scambiò subito per un cittadino inesperto in vena di emozioni escursionistiche, come inevitabilmente denunciava il suo aspetto. Il tepore emanato dal caminetto, la minestra calda e la ruvida seppure gradita compagnia del padrone di casa lo rianimarono un poco, infondendogli sprazzi di quell'aurea mediocritas da cui si era allontanato.

- Non le consiglio di mettersi in viaggio stanotte. Ho una stanza in più. Dormirà qui. Domani mattina se cesserà di nevicare la strada carrozzabile sarà più facile da percorrere. Altrimenti può ritornare per il sentiero da dove è arrivato.

- Lei è davvero una brava persona. Ma non sceglierò né l'una né l'altra soluzione. Stanotte andrò al cimitero.

Il montanaro non se ne stupì. Era assuefatto a risparmiarsi tanto nelle emozioni quanto nelle parole. Poche cose lo sbalordivano. L'abitudine di enfatizzare i segni della comunicazione non lo aveva ancora condizionato, benché la televisione fosse presente anche nel suo sperduto paese.

- Ha qualche parente sepolto laggiù?

- No. Devo parlare con una persona che stanotte si troverà al cimitero a pregare sopra una tomba.

- So di che cosa si tratta. Ci viene ogni mese. Non è di questi parti. Si trattiene un paio d'ore e se ne va. Sicuro che questa notte ci sarà?

- Credo di sì.

- Farà bene a riposare prima

- E'difficile arrivarci?

- Il cimitero è vicino, ma non l'hanno informata?

- Di che?

- Deve calarsi con una corda per una quindicina di metri.

- Non ne sapevo niente. Che storia è mai questa?

- Il vecchio cimitero si trova nel fondo di un crepaccio. Un secolo fa un terremoto aprì una voragine e il cimitero sprofondò. Ne costruirono uno nuovo, giù a valle. Nessuno però voleva saperne. Continuarono a seppellire i morti in fondo alla voragine, anche se rischioso. Il prete benedice la bara, che viene calata di sotto con le corde. Dopodiché discendiamo e la sotterriamo.

- Una cosa da pazzi - gli sfuggì di bocca.

- Può darsi. Dipende dai punti di vista. Per lei è normale avventurarsi in inverno, di notte, in fondo a un crepaccio per parlare con un uomo. Per altri la sua sarebbe una cosa da pazzi.

La logica stringente del suo ospite lo disarmò. Non osò ribattergli. Si coricò, ma non riuscì a prendere sonno. Si sentiva prostrato e avrebbe voluto dormire fino al mattino seguente. Lo tratteneva la paura di non risvegliarsi più, se non avesse decifrato le parole nottetempo. Alle dieci si alzò. Si caricò sulle spalle lo zaino e uscì, non prima di aver scritto un bigliettino di scuse e di ringraziamenti al padrone di casa, che dormiva della grossa.

Si era portato una torcia elettrica, che si rivelò superflua. La notte era rischiarata dalla luna e dal riverbero opaco sulla neve. Non spirava un alito di vento. Il paesaggio era immerso in una calma diafana e assoluta. Diede una sbirciata al percorso tracciatogli dal montanaro, ma non ve ne fu bisogno . Giunse senza problemi alla sommità del crepaccio. Trovò la corda legata a un piolo di acciaio. Ne assaggiò la resistenza traendola a sé con vigore. Guardò in basso. Il cimitero era piccolo e non vi si scorgeva nessuno nel pallore argenteo della neve lunare. Lo strapiombo gli destò un po' di apprensione. Le distanze erano falsate da quel nitore uniforme ed evanescente, che sfumava i contorni delle forme, adombrandosi qua e là in falde livide e cupe.

Non era necessario calarsi subito. C'era solo quel percorso per raggiungere il cimitero. Avrebbe atteso lo sconosciuto in cima allo strapiombo. Posò lo zaino sulla neve e vi si sedette. Il tempo sembrava rallentare, raggrumandosi nel nevoso silenzio lunare. Erano trascorsi soltanto quaranta minuti, ma aveva la sensazione fosse lì seduto da ore. Per rimanere sveglio ripensò alla serie di avvenimenti succedutisi da quando si era svegliato con quelle parole nella mente. Nel coacervo di assurdità pronunciate da Selene una in particolare l'aveva colpito: - Loro lo sanno.

Loro chi? Si riferiva forse a una sorta di congiura ordita contro di lui? Ma da chi e perché. Terenzio, piccolo uomo della strada, che apprendeva dai giornali dell'esistenza di intrighi politici e spionistici quasi che appartenessero a un'altra dimensione, per lui intangibile, buoni per offrire motivo di conversazione spicciola con i colleghi, non aveva mai considerato l'eventualità di restarne coinvolto per davvero. Non era il suo, quel genere di mondo. La sua vita si srotolava nel dignitoso grigiore di un anonimato solerte e prudenziale, scevro di misteri e di messaggi in codice. Che cosa volevano adesso da lui? Non aveva commesso reati, violazioni, i suoi figli erano bravi figlioli, sua moglie una moglie. Era altrettanto vero che nessuno ve l'aveva costretto. I guai se li era andati a cercare. Ma quali guai? Aveva soltanto seguito i suggerimenti di Selene. Sarebbe rimasto volentieri a casa se quelle dannate parole non gli avessero morso il cervello, divorandolo a poco a poco.

Sfibrato, scivolò in un torbido dormiveglia, simile a un vigile deliquio, punteggiato da allucinazioni visive e auditive. Lo scosse un refolo di nevischio sulla faccia. La luna era stata coperta dalle nuvole, oscurando gelidamente il cimitero. Nel buio intravide un'ombra grigiastra fluttuare fra le tombe. Da dove diavolo era passato? Se si fosse calato, se ne sarebbe accorto. La corda stava al suo posto, attorcigliata al piolo. La srotolò e cominciò a discendere. Ballonzolò, puntellandosi con i piedi sulla parete rocciosa, finché non raggiunse il fondo. Azionò la torcia e si diresse verso l'uomo, che pregava inginocchiato presso una tomba. Aspetto che finisse di biascicare le sue orazioni.

L'attesa fu più lunga del previsto. Quando pareva che avesse terminato, segnandosi ogni volta, riprendeva a pregare completamente assorto in devota concentrazione. Doveva essere grande la sua pietà e indomito il dolore. Terenzio fu sul punto di interromperlo, ma il suo impulso si arrestava, ipnotizzato da quella fievole e penetrante litania. Dopo circa un'ora e mezza, l'uomo si segnò per l'ennesima volta, si alzò dicendo: - Arrivederci al prossimo mese.

- Senta, lei - proruppe Terenzio. Lo sconosciuto, per nulla spaventato dall'irruzione di quella voce, si voltò e con molta calma rispose: - Desidera conferire con me?

- Se me lo concede.

- Proceda pure, l'ascolto.

- Io sono...bé, non importa. Mi è stato riferito che lei possiede il dono di conoscere tutte le lingue, anche se scaturite dai sogni. Ecco..io la prego di tradurmi queste parole...

- Alt - disse l'uomo, aprendo il palmo della mano destra. - L'accontenterei volentieri, se fossi la persona di cui le hanno parlato.

- Come, non è lei che...Senta, io mi sono fatto una scarpinata dell'accidente per incontrarla. Non può rifiutarsi di collaborare. E'una questione di vita o di morte.

- Me ne rendo conto, signore. Purtroppo non sono colui che cerca.

- Ah, no? - gli ribatté Terenzio con acre ironia.

- Quell'uomo è lì sotto - affermò indicando la tomba su cui aveva pregato.

- Ma quando, come è morto?

- L'anno scorso. E' stato ucciso.

- Da chi? - Terenzio si sentiva ardere da un delirio febbrile, che gli corrodeva le capacità intellettive.

- Da me .

- Perché, perché?

- Non reggevo più l'abominevole peso della sua lungimiranza. Le parole non avevano più segreti per lui e i segreti non avevano più parole dove rifugiarsi.

- Ha sofferto?

- Lui no, io sì.

- Le rimorde la coscienza per ciò che ha commesso.

- Per niente. Soffro perché l'ho ucciso troppo presto. Avrei dovuto pazientare ancora qualche giorno.

- Non la comprendo.

- Col passar dei minuti comprenderà sempre meno. Giunto all'incomprensione totale, una improvvisa illuminazione le consentirà di comprendere tutto quanto, anche ciò che non vuole. Sarà allora che andrà a fargli compagnia. - E accennò col capo in direzione della tomba.

- Morirò come Stolematt, di glottopsicosi?

- L'uomo scoppiò a ridere sguaiatamente.

- Che frenesia va blaterando. Le parole non possono uccidere se non se ne conosce il significato. Stolematt è stato ucciso da uno sputo altamente tossico, che non lascia tracce visibili. Solo l'autopsia potrebbe rivelarlo.

- Lo supponevo. Lo ha avvelenato lei.

- La mia saliva è micidiale. Poche gocce ammazzerebbero un bisonte.

- Stolematt è stato qui. Cercava anche lui di parlare con l'uomo che lei ha ucciso. Non è vero?

- Le sue domande insultano le corrispondenti risposte. Sarebbe stato più opportuno che lei non avesse tagliato con la sua solita vita. Senza domande né risposte. Una vita ricettiva.

- Al diavolo. Vuole spiegarmi il motivo per cui dovrei morire?

- Ancora domande. Le risponderò con un'altra domanda. Mi spiega perché la devo uccidere?

Terenzio sprofondò in un abissale silenzio.

- Io - riprese l'uomo dopo una breve pausa - non la conosco. Non provo per lei nessun rancore, nessun sentimento. Non sono pagato né obbedisco a un imperativo superiore. Infine, non credo di doverla uccidere per il puro piacere di farlo. Ciò nonostante, la ucciderò. Non è che io la voglio uccidere. Non posso non ucciderla. Le basta?

- Le basta, le basta, le basta...- Uno sparò fermò nel tempo quelle che sarebbero diventate le sue ultime parole. Il potenziale carnefice di Terenzio stramazzò sulla neve.

- Signor Stolematt! - risuonò una voce.

Terenzio rabbrividì. Quel nome, pronunciato come se il titolare fosse ancora vivo, accentuò il suo sgomento.

- Signor Stolematt! - incalzò la voce.

Sulla sommità del crepaccio si ergeva una sagoma che impugnava una pistola.

- Appena in tempo, signor Stolematt!| - urlò l'uomo dalla sommità. - Venga su.

Per quanto allucinante fosse la situazione, quella era l'unica via per risalire. Raccolse le ultime forze e si arrampicò su per la corda. Nell'ultimo tratto l'uomo si protese ad aiutarlo. Era sfinito. Ansimò per una buona dose di minuti, prima di ritrovare il fiato per parlare.

- La devo ringraziare. Quel tizio stava per ammazzarmi.

- Signor Stolematt..

- Non sono Stolematt.

- Non è il signor Stolematt?

- Stolematt è morto.

- Maledizione, sono arrivato troppo tardi. Sapevo che il signor Stolematt si sarebbe incontrato con quello lì, nel cimitero. Ho fatto il possibile, glielo giuro.

- Si consoli, è arrivato in tempo per salvare me.

- Non è lo stesso. Avevo il compito di vigilare su Stolematt.

- Il compito? Chi glielo ha affidato?

- Un certo signor Valturna.

Terenzio cominciò a credere seriamente di essere impazzito. D'un tratto fu squassato da una risata isterica, irrefrenabile. Stravaccato sulla neve, le gambe divaricate, rideva fino alle lacrime, che gli sgorgavano a fiotti.

- Vuole che la finisca, signore? Ho ancora cinque colpi - disse l'altro col sussiego riguardoso del maggiordomo che domanda al padrone se può far servire la cena.

- Nel contratto non era inclusa l'eliminazione anche del committente - balbettò Terenzio fra i singulti.

- Lei, dunque, è il signor Valturna - ammise imperturbabile l'interlocutore.

- Non ne sono più tanto sicuro, ma credo di sì...- uno sbocco di riso lo schiantò.

- Lei è il signor Alvaro Valturna.

- Terenzio. Alvaro era mio padre - precisò, arrancando verso la sobrietà d'animo.

- Fu suo padre ad affidarmi l'incarico.

- Suvvia, c'è un limite a tutto, persino alla follia. Mio padre morì vent'anni or sono.

- Non vedo che cosa vi sia di folle, signor Valturna. Ricevetti l'incarico da suo padre ventun anni fa.

- Ma questo è ancora più folle.

- Se allude al tempo trascorso, può darsi. Ma il mio compito era di vigilare sulla vita di Stolematt senza limiti di tempo. Purtroppo ho fallito.

- Io non mi ci raccapezzo più.

- Eppure è molto chiaro, signor Valturna.

- Lo sarà per lei. Vorrei sapere come mio padre l'avrebbe remunerata, dal momento che era un modesto impiegato.

- Con la vita di suo figlio, cioè la sua.

- Mi vuole convincere a credere che mio padre mi avrebbe venduto?

- Non la voglio persuadere, signore. E'la pura verità.

- E'un insulto alla memoria di mio padre, che mi ha amato e si è sacrificato per farmi studiare...

- I rapporti fra lei e suo padre non mi riguardano. Lei è stato ceduto in cambio della protezione di Stolematt.

- Santo cielo, pur accreditando questa perfida, delirante bugia, perché mai mio padre sarebbe giunto a tanto per tutelare l'incolumità di Stolematt?

- Finché Stolematt fosse restato in vita, lei non avrebbe avuto nulla da temere.

- Un infernale guazzabuglio senza capo né coda. Ne conviene?

- Lo è per lei, signore. Di ciò sono consapevole. D'altronde non esiste al mondo una legge che impone a tutti di capire tutto.

- Questa è proprio bella. Mio padre che fa proteggere la vita di un altro per salvare la mia e paga con la stessa mia vita.

- Esattamente. Lei non avrebbe corso alcun pericolo finché Stolematt fosse sopravvissuto.

- Cristo santo, almeno sa spiegarmi perché vent'anni fa a mio padre venne in mente di proteggere questo Stolematt mai visto né conosciuto allo scopo di proteggere me?

- Stolematt era suo figlio. Suo padre era l'amante della madre di Stolematt.

- Lei vaneggia. Mio padre non aveva segreti. Conduceva una vita regolare, dedita al lavoro e alla famiglia.

- Non ne dubito. La relazione infatti risale a prima del matrimonio con sua madre.

- Fandonie.

- A ogni modo, la mia missione è terminata.

- Aspetti un istante. Accantoniamo la questione di mio padre e ammettiamo che Stolematt fosse il mio fratellastro maggiore. Da chi, mi dica, gli salvaguardava la vita?

- Non lo so.

- Lei è un bugiardo. Poco fa ha affermato che io sarei stato tranquillo finché Stolematt fosse rimasto in vita. Ciò dimostra che la sa lunga sulla faccenda.

- So solo che la sua vita adesso è un pallido riflesso lunare.

- Come! - sbottò Terenzio pieno di sarcastico livore. - Non valgo più nulla? Mio padre mi ha ceduto. Avrò anch'io un prezzo.

- Temo che lei costituisca un pericolo per loro.

- Loro chi?

- Se lo sapessi, non esiterei a toglierla di mezzo.

- Se non parla, la toglierò di mezzo io - e fece per avventarglisi contro. L'uomo arretrò di qualche metro.

- Non occorre che ci provi lei, signore - disse con gelida calma. Si puntò la pistola alla tempia, dichiarando: - I debiti si pagano

Dopodiché, premette il grilletto.

Terenzio non attese l'alba. Si buttò a capofitto sulla via del ritorno, portandosi appresso la pistola. Non aveva più paura né si poneva interrogativi. Se avessero attentato alla sua vita, sarebbe stato pronto a difendersi, con ogni mezzo.

Giunse alla pensione più morto che vivo. L'albergatore spalancò gli occhi e sollevò le sopracciglia, vedendolo in quelle condizioni, ma non riuscì a spiccicare una sillaba.

- Che nessuno mi disturbi - gli disse Terenzio con voce aspra, ricevendo la chiave della sua camera. Un sonno ristoratore era la prima cosa che si imponeva. Si chiuse dentro e per maggior sicurezza con la forza della disperazione spinse l'armadio contro la porta. Se avessero cercato di entrare, avrebbero provocato parecchio rumore, consentendogli, se non di sfuggire al suo destino, per lo meno di conoscere chi fosse stato delegato alla sua esecuzione. Questa precauzione non lo soddisfece. Rimise l'armadio al suo posto, uscì e chiuse la porta dall'esterno.

Trovò un'altra stanza libera e aperta. Sul letto non c'erano lenzuola e coperte, solo il materasso. Si chiuse dentro e si coricò vestito. Non gli sembrava vero di poter riposare.

- Ha dormito bene, signor Valturna? - gli domandò l'albergatore quando scese per la cena.

- Benissimo.

- Desidera essere trasferito in quella stanza?

- Quale stanza?

- Dove ha dormito oggi. Non ho voluto disturbarla e comunque non ce n'era bisogno.

- Che figuraccia - pensò. - Chissà come mi hanno giudicato.

- No, grazie. Sto bene nella mia stanza. Avevo freddo ed ero troppo stanco per chiederle di spostarmi in un'altra stanza.

- Freddo? Strano, la stanza che lei ha occupato oggi pomeriggio è la più gelida di tutte.

- Avevo troppo sonno per accorgermene. Stasera tornerò nella mia. Anzi, no. Mi prepari il conto. Domani mattina parto.

- Come desidera. Le preparo qualcosa di speciale per cena?

Gli balenò il sospetto che potessero avvelenarlo. Non c'era da fidarsi di nessuno.

- Non ho appetito, grazie. Prenderò una boccata d'aria, poi andrò subito a dormire.

- E' stata una bella faticata, eh?

Terenzio annuì distrattamente e quindi uscì all'aperto. Aveva ricominciato a nevicare. Fiocchi sottili e pungenti. L'istinto lo spinse a dirigersi verso la casa degli Stolematt. Le finestre erano buie, tranne una al pianterreno. Gli aprì Artemio. Il suo tono era incredibilmente brusco e scostante.

- Cosa vuole, ancora?

- Nulla di particolare. Ero passato per accertarmi che tutto andasse bene. Domani mattina riparto.

- Ah...Va tutto bene. Addio . - E gli chiuse la porta in faccia. Terenzio non ebbe il tempo di ribattergli che la porta venne riaperta. Evelina, pure lei di pessimo umore, lo invitò a entrare.

- Ebbene? - fece lei, piantandogli gli occhi addosso.

- Sono passato a salutare.

- Poteva risparmiarselo. L'avermi scopata non le dà il diritto di frugare nella mia vita.

L'inattesa insolenza di Evelina lo fece incollerire.

- Senti, cara la mia ragazza, io non ti ho mancato di rispetto e pretendo lo stesso da te.

Evelina scoppiò a piangere a dirotto, il viso nascosto fra le mani.

- Qui fanno tutti quello che vogliono - gemette - e nessuno fa quello che voglio io.

- Oh, basta - sbottò Artemio comparendo sulla soglia della sala.

- Vattene - gli urlò la sorella. - Non ti sopporto più.

- Questa è anche casa mia.

- Troppo comodo. Te ne ricordi solo quando c'è da spillare quattrini

- Senti chi parla. La cocca di papà. Quanto denaro hai estorto al vecchio, a forza di vezzeggiarlo, lisciarlo e Dio sa cos'altro.

- Non ti permetto di parlarmi in questo modo. Sfruttatore, parassita. Anche il culo hai dato per denaro.

- Puttana, stramaledetta puttana. Lo sanno pure i bambini che salti da un letto all'altro.

Terenzio stava intervenendo per sedare la lite. Lo fermò uno scalpiccio proveniente dal piano di sopra.

- Chi c'è di sopra? - esclamò con tanta enfasi che fratello e sorella di colpo si azzittirono. Pareva che soltanto adesso si avvedessero della presenza di Valturna. Un fremito aleggiò sui loro volti, mentre interdetti lo guardavano.

- Ripeto: chi c'è di sopra?

- Chi ci deve essere? Rispose Artemio, il cui astio tradiva un afflato ansioso.

- Vostro padre è stato seppellito?

- Questa mattina - si affrettò a dire la ragazza, assalita anche lei da un empito d'ansia.

- Da quanto tempo siete in casa?

- Non lo so, da parecchio - rispose Artemio sempre più divorato dall'ansia.

- Siete già stati di sopra?

Evelina guardò il fratello come se si aspettasse l'imbeccata.

- Non vi ho messo più piede da stamattina - mormorò Artemio con voce tremante.

- Tenete armi in casa?

- Papà aveva un fucile da caccia. Credo sia nella sua camera - asserì Evelina.

- Io ho una pistola. Andiamo a dare un'occhiata.

Con trepida esitazione salirono le scale. Esaminarono le camere da letto di Artemio e di Evelina. Era tutto in ordine. Rimaneva la camera del defunto. Puntando la pistola, Terenzio posò la mano sulla maniglia.

- Coraggio - sussurrò. Diede uno scossone alla porta, sicuro di dover fronteggiare un agguato. La maniglia girò a vuoto.

- L'avete chiusa voi?

- L'ho solo accostata - affermò Evelina.

Terenzio si abbassò a sbirciare nel buco della serratura.

- Qualcuno ci si è chiuso. La chiave è nella toppa - concluse con molta calma, ma le mani gli tremavano.

- Che cosa facciamo? - chiese Evelina, scossa dalla paura.

- Chi è là dentro? - urlò Artemio in un soprassalto di nervi, e bussò ripetutamente. Nessun rumore né voce diede risposta.

- Bisogna sfondarla.

- Non ci resta altro - convenne Terenzio.

- Neanche per idea - interloquì Evelina indignata. - Non permetterò che si profani in questo modo la camera di mio padre a poche ore dai suoi funerali.

- Qualcuno ci ha già pensato - le replicò Terenzio.

- Non importa. Non ammetto che si offenda deliberatamente la memoria di papà abbattendo la porta della sua camera.

Artemio e Terenzio si scambiarono sguardi increduli.

- Vuoi chiamare la polizia? - le domandò il fratello.

- No. Chiunque sia, aspetteremo che esca.

- Procuratemi un pezzo di carta - propose Terenzio. - Lo infileremo sotto la porta e vi faremo cadere la chiave dall'interno.

Già. Non ci avevo pensato - assentì Artemio. - Scendo a prenderlo.

Non appena il giovane ebbe disceso le scale, Evelina si aggrappò alle spalle di Terenzio, supplicandolo di non aprire la porta.

- Io non ti capisco proprio, Evelina. Non avrai nascosto qualcuno.

- Ti scongiuro, non aprire questa porta.

- Ma è assurdo. Non si può stare con le mani in mano mentre c'è un intruso chiuso nella camera di tuo padre.

- Ti soddisferò, vedrai. Diverrò la tua amante. Sarò tua.

- Oh, piantala.

Artemio risalì le scale, brandendo un foglio di giornale.

- Artemio, fratellino mio - sospirò languida la ragazza, accostandoglisi.

- Che ti prende?

- Se non aprirai la porta ti darò quello che vuoi. Sono pronta a cederti la mia quota di eredità.

- Ti sei ammattita?

- Sii buono, ti prego.

- Ne ho abbastanza. Fatti da parte.

- Ascolta un secondo prima

Evelina gli cinse le spalle e gli parlò in un orecchio. Artemio sbiancò, contraendo convulsamente le mascelle.

- Che state complottando voi due?

- Mio fratello è d'accordo con me. La porta rimarrà chiusa. Dico bene, Artemio?

- Sì...- balbettò - meglio che le cose stiano così.

A quel punto Valturna esplose senza riluttanza, inveendo contro di loro, contro la vita, inanellando un rosario di contumelie la cui crudezza stonava nella sua bocca , educata all'uso inveterato dell'eufemismo. Finito lo sfogo, discese svelto le scale e uscì.

Alle otto e venti del mattino seguente era sul treno che lo riportava a casa. Lo scompartimento era vuoto e pochissimi viaggiatori occupavano le altre carrozze. Provò a leggere, ma vi rinunciò dopo pochi minuti. Il freddo e un senso di pesantezza alla testa lo costringevano a chiudere gli occhi. Opponeva resistenza al sonno per paura che con l'incoscienza temporanea sopraggiungesse quella eterna. Ma alla fine dovette cedervi.

Sognò di essere bambino. Passeggiava nel parco insieme ai genitori. Era caduta la neve, ma tutti e tre indossavano abiti estivi. Si avvicinarono alla giostra. Alla cassa c'era una ragazza. Era Evelina. Suo padre gli acquistò quattro biglietti.

- Due sono per te - gli disse - gli altri due per Stolematt.

- Dov'è Stolematt? - gli chiese Terenzio.

- Quando tutta la neve si sarà disciolta, lui spunterà all'ingresso del parco.

Montò in groppa al cavallo di legno e la giostra cominciò a girare. La mamma, seduta ai bordi, lo salutava ogni volta che le passava davanti. Sul cavallo successivo stava Selene. Sfoggiava la stessa tunica con la quale l'aveva conosciuto, però aveva la testa completamente rasata.

- Ne prevedo delle belle - vaticinò, ammiccando verso di lui. Sua madre non lo salutava più. Piangeva e si asciugava le lacrime.

- Figliolo - gli urlò suo padre - scendi, tua moglie e i tuoi figli ti aspettano.

Guardò dappertutto, senza scorgerli. La giostra girava sempre più forte, la musica era assordante. Alla cassa, al posto di Evelina, c'era l'albergatore, che allargava le braccia sconsolato. La giostra rallentò. Il parco era deserto. Non c'era più nessuno. Solo lui sopra il cavallo. Fu invaso da uno sgomento sconfinato. La giostra rallentò ancora. Terenzio si sforzò di imprimervi velocità, incitando il cavallo come se fosse vero.

Adesso la giostra si muoveva appena. La musica era cessata. Solo un sordo cigolio. La neve si era liquefatta. All'ingresso del parco era comparso Stolematt.