UNA SERATA AL TEATRO VALLE NEL 1968

di Dino VIllatico

Per anni al Teatro Valle di Roma sono venute compagnie teatrali da tutto il mondo. Nel 1968 venne la compagnia del Divadlo za branou (teatro alla porta) di Praga. Direttore Otomar Krejča e scenografo Josip Svoboda. Grandissimi! Svoboda in ceco significa libertà. Rappresentarono le Tre sorelle di Cekhov e una farsa di Johann Nestroy, Corda ad un cappio solo. Non ricordo i nomi deli attori, tutti bravissimi e dovrei rovistare nell'archivio mio teatrale per ritrovare il programma di sala. La scena delle Tre sorelle si apriva su un salotto borghese, c'era un pianoforte verticale nero in fondo, che a un certo punto un attore comincia veramente a suonare. Lo spettacolo aveva avuto un immenso successo a Praga dove era andato in scena l'anno prima. All'inizio, io, e l'attrice che mi teneva compagnia, seduta accanto a me, eravamo un po' delusi. La scena e la recitazione ci parevano di un realismo imbarazzante. Mai giudicare uno spettacolo dalle prime scene. Il finale dell'atto faceva già vedere la smobilitazione della scena a vista. E via via le scene si facevano più scarne fino all'astrattezza dell'ultimo atto, un fondale una panca. Quasi quadrati rettangoli di un Mondrian. Quanto Irina entra in scena ha un bellissimo mantello verde pisello. Allarga le braccia e l'interno del mantello appare d'un rosa pallido. Mi rimase impresso. Perché quando si ode lo sparo, e si capisce chi è morto nel duello, le tre sorelle si abbracciano, il mantello le avvolge. E si ode un sussurro. Moskvu, Moskvu, Moskvu. A Mosca, a Mosca, a Mosca. Anni dopo, intanto Krejča era morto e Svoboda aveva fondato un teatro a Rennes in Francia, e con la sua compagnia, francese, aveva ripreso proprio le Tre sorelle, ma alla fine le sorelle non sussurravano, urlano, isteriche, si buttano per terra: à Moscou, à Moscou, à Moscou.

C'era stata la primavera di Praga. Proprio mentre recitavano al Valle di Roma i carri armati russi erano entrati a Praga. Gli attori non tornarono più in quella che era ancora la Cecoslovacchia.

Un po' emozionati dai fatti, ma soprattutto conquistati dalla bellezza sovrana dello spettacolo - da noi Cekhov, anche Strehler, anche Visconti, è lento, lugubre, crepuscolare, gli attori praghesi ce lo restituivano vivace, brillante, rapido e disperatissimo - quando calò il sipario applaudimmo tutti con furore. Applaudimmo per mezz'ora. Gli attori vennero allora tutti sul proscenio, in mezzo, e non a caso, Svoboda, immenso, e ringraziarono, ricambiarono l'applauso applaudendo il pubblico. Avevano tutti quanti le lacrime che scorrevano giù dagli occhi, struccavano il viso. La sera dopo, Nestroy. Gli italiani pensano che i tedeschi, figuriamoci gli austriaci, manchino d'ironia. Eppure Kleist scrive con La brocca rotta la commedia più bella dell'Ottocento e le farse di Nestroy sono irresistibili. Per non parlare di Suppé e Johann Strauss figlio. Corda a un cappio solo è una serie di equivoci che s'intrecciano e poi alla fine si sciolgono. Spettacolo brioso, fantastico. Forse nel ricordo ci sarà qualche inesattezza. Ma non dimenticherò mai quella mezz'ora di applausi e gli attori che applaudono il pubblico e piangono come bambini. Qualche sera dopo, a una riunione in una sezione del PCI, un compagno, anche lui teatrante, mi si avvicina e in un orecchio, con voce rotta, mi sussurra: ma che cazzata hanno fatto questa volta! Anni e anni di lavoro politico buttati al vento. Così va il mondo. E oggi, non mi pare meglio di allora.

Fiano Romano, 29 maggio 2018