PER LA CRITICA

UN RICORDO DI FRANCO CAVALLO ATTRAVERSO LA RILETTURA DI Á REBOURS

di Giorgio Moio 

Andando a ritroso, come ci viene giustamente suggerito dal titolo, questo libro di Franco Cavallo (Marano-NA 1929 - Cuma-NA 2005) ci presenta, in modo organico ed elegante, alcune tappe del suo intenso lavoro poetico che va dal 1988 al 1958. Il primo impatto ci indica che la demistificazione è una delle misure adottate, uno dei metodi per cui il linguaggio, attraverso qualcosa di precario riesce a coincidere con l'organicità dell'esistente, del reale, dimostrando che si può andare molto aldilà di ciò che appare o sembra, di ciò che si dice o si fa.

Il filo conduttore è teso da un'innovazione su cui si muove l'esperienza umana, disseminata su un territorio tutt'altro che convenzionale dove ogni funzionalità, ogni movimento che si possano definire tali, si legittimano in quanto violano campi inesplorati. È qui che insiste Cavallo, sistematicamente, sulla ricerca di un linguaggio intraverbale, ancorato su posizioni strutturali, al di fuori degli ambienti minimali, dei significati fantasmi o già scontati.

Cavallo si scaglia (è proprio il caso di dire) in un campo magnetico, in una libido instabile di fermenti allegorici, espansivi, dove i contenuti sono più gravi e impegnativi, dove le parole non danno tregua al feticismo di un'aura mitologica, a una verità strettamente legata al concetto di Grazia e Bellezza. In altre parole: è un linguaggio, questo, che si tiene lontano dalle mete acquisibili per lanciarsi verso le cose e ridefinirle, ridefinendo le cose stesse, continuamente. Pur trattandosi di un viaggio a ritroso, poetando sulle ali del passato (in un certo senso) o per certi versi iterativo, lo scopo primario resta quello di incunearsi nei meandri della memoria, a fasi intermittenti dove la écriture o il frammento, trascurati negli anni ma senza premeditazione, attendevano di essere affrancati, rinvigoriti, riportati alla luce (controcorrente, è ovvio).

Il campo operativo è quello di sempre, il campo appartenuto ai Breton, ai Baudelaire, ai Joyce, a tutte quelle pratiche inesplose che cercano quantomeno d'impedire ai significati di elementarizzarsi, di esporsi alla luce dei riflettori. Nessuna figura è retorica o detiene il monopolio; anche i segni contrari sono validi strumenti, validi ritmi da nominare, specialmente se riescono, con facilità, ad espugnare la spettacolarità delle lettere, la stasi del tempo: qualunque segno è buono se viene coordinato (come Cavallo sa fare) come vettore oppositivo a un valore assoluto, immodificabile, teleologico.

La pulsione e l'ubiquità michauxiana, molto presenti in questo libro, permettono al linguaggio cavalliano di diventare irrisione, io narrante per farsi e disfarsi, per allontanarsi dall'impasse che un discorso vecchio come il suo, nel tempo, ha comunque partorito.

È chiaro. Si tratta di un libro-bilancio, come c'informa Giorgio Patrizi nella prefazione, ma lo status quo è quello riscontrabile nel Cavallo di sempre, che ne ha fatto quel poeta interessante che è: la sperimentazione surreale, onico-ritmica, giocosa e al contempo drammatica, non mistica. E si configura alla fine come trasgressione, come un'amalgama corporea che si sottrae ai punti fissi, a concezioni predeterminate.

Ma anche come vitalità, gioia e sofferenza nel produrre nuove forme, nuovi faits du jour, che si spostano con lo spostarsi della vita e si modificano col modificarsi dello spazio conoscitivo. Man mano che si prosegue nella lettura s'avverte una forte presenza di consapevolezza che, nell'attraversare libri come Frammentazioni 2:

sangue contro sangue

vuoto contro nassa

sperma contro bava

o mucosa che si leva

& traccia un cerchio

nell'aria, e la bocca

convulsa la linea

(L'ANIMALE ANOMALO 3 , s.t. (5), 98, 1-7,);

I nove sensi: 4

non offrirla al boia

la noia che brucerà questa sera

c'è

pure un modo di tornare

alle origini del mondo

(I NOVE SENSI, s. t. (9), 39, 1-5,);

Fétiche: 5

E sulla strada gli uomini in faccende

di parole, un'emozione intensa,

la luna nel rotondo dell'abbaino.

Sono queste le ferite che bisogna sanare

è questo il cuore da riempire come un otre,

(FÈTICHE, Le parole (I), 77, 2-6,),

etc., stabilisce, come afferma ancora Patrizi nella prefazione, «una specie di condizione fantasmatica», che «vive attraverso le tecniche più spregiudicate»: avanguardia e condizioni popolari, antropologiche della propria terra convivono in un rischio già individuato ma che indefesso non può che appropriarsi di sperimentazioni, di linguaggi esplosivi. Un altro elemento che ha sempre contraddistinto Franco Cavallo è rappresentato dalla forza del suo versus brevis, dei suoi ragionamenti concisi che qui, a volte s'allungano e da un netto rifiuto al kitsch, al dejà vu, alla norma e alle forme simboliche e mitiche, passano a una surrealtà estrema, dominatrice del campo e liberatrice di una verbalità ossidata, a una oniricità da materializzare, che sono state sempre le sue compagne di viaggio. Si aggiunga pure una posizione di privilegio che è propria del poeta o se vogliamo una giustapposizione di un legame con un complesso progetto poetico, dove lo scarto dalla norma e dal dicibile è certamente il dato più significativo, ma non come puro gusto di rompere, di azzerare le forme confusionarie, insignificanti, bensì come consapevolezza di trovarvi in esse un infinito enigma da esprimere. E al di fuori del quale non ci pare legittimo considerarlo, come non ci pare legittimo considerare i formicolanti frammenti dei testi scissi dall'obbligo di confrontarsi con qualcosa che giace aldilà della scrittura, sull'asse del vivre che si forma col formarsi della (sua) scrittura neologica, neoplasica, con spazi sconfinati dove il nome è un altro nome, dove il segno è un altro segno.

L'ironia è il cardine del gioco, una ricerca dissacrante, un continuo stimolare la parola per aprirle nuovi orizzonti che, attraverso il divertissement, i limerichs:

vivo in un dormiveglia,

come fluttua la sveglia!

calato nel pigiama,

smantello il panorama,

(I NOVE SENSI, Litania terza, 93, 1-4,);

le filastrocche, i falsi proverbi, il nonsense:

lo scirro scollina

scollega la scollatura:

(HAERETICA POESIS 6, Due scherzi (1), 22, 1-2,);

approda a una contraddittorietà, a una affermazione e a una negazione: la scrittura si costituisce come visione dinamica della realtà, (come linguaggio intraverbale che cambia continuamente), che va sempre reinventata, riportata alla ragione:

così sono le parole

fiaccolanti e prònube

in piedi in fila altamente ombrose

ruotano verso il sole

(I NOVE SENSI, II (31), 65, 1-4,).

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1 Edizioni Il Ventaglio, Roma, 1990. Questa recensione, già pubblicata in «Gradiva», n.s., n. 8-9, New York, 1991, è stata "rispolverata" per "Malablò".

2 Edizioni Altri Termini, Napoli, 1979.

3 Edizioni Altri Termini, Napoli, 1992.

4 Guanda, Parma, 1971.

5 Guanda, Parma, 1969.

6 Edizioni Ripostes, Salerno-Roma, 1989.