PER LA CRITICA

La scomparsa di Manolis Fortounis

UN POETA COMBATTENTE

PER LA LIBERTÀ

di Diego Zandel

Con grande tristezza ho appreso della morte di un vecchio amico, il poeta greco Manolis Fortounis, un combattente per la libertà che ho avuto modo di frequentare a Kos, di cui era originario. Nato nel 1928, nel 1944 conobbe un soldato tedesco, Rudi, che lo introdusse al marxismo. Rudi faceva parte della cosiddetta armata 999 (dal numero di pronto soccorso di Scotland Yard) a cui i tedeschi ricorsero per mandare altri uomini sul fronte, prendendoli dalle carceri, sia delinquenti comuni che prigionieri politici. Rudi era uno di questi ultimi, in carcere in Germania come spartachista. Si presentò un giorno da Manolis, allora sedicenne, che lavorava nel magazzino del padre, dicendogli: "Ich Kommunist". Manolis era la prima volta nella sua vita che sentiva la parola comunista. Rudi lo mette in guardia: "Nasconditi, i tedeschi stanno cercando giovani della tua età per mandarli ai lavori forzati". Da quel momento nacque tra loro un sodalizio che permise a Manolis e ai suoi compagni greci di organizzare nell'isola atti di sabotaggio con l'aiuto di Rudi, il quale purtroppo venne ucciso da un attacco degli "andartes" greci che non sapevano della sua attività di resistenza. Quando in Grecia scoppia la guerra civile, Manolis entra nelle file dell'Elas, l'esercito di liberazione in lotta contro le formazioni monarchiche sostenute dagli occidentali. Nel 1947 verrà arrestato e mandato al confino, l'isola penitenziario di Aghios Stratos, nel nord del mare Egeo. E' lì che ha imparato le semplici regole della sopravvivenza: "Cura la tua cella, mangia ciò che ti danno, studia."Ne uscirà nel 1958, seguito a vista, con obbligo di firma in questura, con incarceramenti preventivi improvvisi in occasione di giornate come il primo maggio. In quegli anni, grazie al fatto che conosceva l'italiano per averne fatte le scuole a Kos, allora sotto amministrazione italiana, lavorerà come collaboratore dell'Ansa, alle dipendenze dello scrittore Stefano Terra, allora direttore dell'Ansa di Atene (una coincidenza della vita: Stefano Terra ed io fummo molto legati in vita da un affetto per me filiale nei suoi confronti e paterno da parte sua nei miei). Lavorò anche come traduttore dall'italiano. Tradusse "Il deserto dei tartari" di Dino Buzzati e le favole di Gianni Rodari.

Nel 1967, al colpo di stato dei colonnelli, fu di nuovo arrestato (a differenza dell'amico, il poeta Titos Patrikios che riuscì a fuggire in tempo in Italia, Manolis, per un contrattempo non ce la fece), e mandato nella cayenna di Makronissos, poi a Leros, un'isola vicino a Kos, in un campo di concentramento che raccoglieva gli intellettuali. Fu liberato con l'amnistia, richiesta dall'Europa alla Grecia, nel 1970, naturalmente con forti condizionamenti che si sarebbero sciolti nel 1974 con la caduta del regime dei colonnelli e l'avvento, con il vecchio Karamanlis, della democrazia.
Interessante il percorso libertario di Manolis. Finché è stato in carcere e al confino egli non ha mai abiurato il comunismo, come altri che cedevano alle torture e alle minacce nei confronti dei loro famigliari da parte egli aguzzini (nonostante gli chiedessi notizie sulle torture, Manolis iniziava a parlarmene, ma poi la commozione gli impediva di continuare, non ce la faceva a ricordare quei terribili momenti: mi mostrava solo le sue mani dalle falangi spaccate dai pestaggi che subiva). Ma alla scissione del KKE, aderì al Synaspismos, il partito contrario alla linea filosovietica del KKE, vedendosi togliere la parola e il saluto dai vecchi compagni, una reazione per la quale egli ha molto sofferto. Mai rinnegando il suo passato ("Al contrario degli italiani che avevano perso la guerra" mi diceva "noi l'avevamo vinta e volevamo continuarla fino a realizzare il socialismo, ma sbagliammo, se invece della guerra civile avessimo accettato la democrazia politica, noi avremmo ottenuto almeno 90 deputati in parlamento e potevamo negli anni dare il nostro contributo alla creazione di una Grecia migliore") si rese sempre più conto, negli anni, degli errori e gli orrori del comunismo (una volta alla mia domanda: "Forse se al posto di Stalin ci fosse stato Trotzky sarebbe stato diverso", mi rispose: "Non credere, sarebbero stati uguali"). Negli ultimi anni della sua vita aderì alla "Sinistra democratica" (Dimokratiki Aristerà) di ispirazione socialdemocratica. 
Io gli ho voluto molto bene, e lo ammiravo per la sua capacità di analisi e di autocritica reale e disinteressata di uomo che ha sempre messo al timone della sua vita la libertà, capendo negli anni, tra quanto è accaduto in Grecia e nei paesi sovietici, il valore della democrazia politica.
Le sue poesie, ispirate soprattutto ai quasi trent'anni trascorsi tra carceri, confini e sorveglianze, spero che un giorno vengano tradotte in italiano. Almeno la raccolta "Diadromes" (Percorsi) che è un'antologia delle varie, anche se poche sillogi, che ci ha lasciato a sua alta testimonianza.
Confido negli amici traduttori dal greco e nell'editore, anch'egli amico, Nicola Crocetti.
Il mio ultimo pensiero va a Stella, sua moglie, compagna di una vita (le sue sorelle, più grandi, furono anch'esse confinate ad Aghios Strati negli stessi anni quaranta e cinquanta di Manolis), che ha chiesto esplicitamente alla comune amica Giuseppina Dilillo di avvertirmi della morte di questo mio grande, straordinario amico, per il quale la libertà non ha quei confini partitici che la riducono spesso a una vuota parola, a uno slogan, quando non è seguita dal suo esercizio nel rispetto dei nostri simili.

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Poesia della notte III - Cartoline da Agios Stratos, Manolis Fortounis

Cartoline da Agios Stratos

(Ag. Stratos, 1956)
di Manolis Fortounis, traduzione di Viviana Sebastio

1.

Dalle sbarre di queste finestre che mi tengono lontano

da occhi, mani e voci

vedo.

Due scarponi marciano nell'acqua

e poi solitaria

su muri e strade, e sui miei palmi aperti

la pioggia

Solo la pioggia.

2.

I giorni fuggevoli arrivano in strada

come una folla

un giorno, un altro e un altro ancora...

tutti uguali vestiti.

È una moltitudine silenziosa

di momenti anonimi

che sorveglia con premura lo scampanare.