sostiene... Ezio Mauro

UN NUOVO PATTO TRA DEMOCRAZIA E WELFARE

Dovrebbe essere l'orizzonte culturale obbligatorio, dopo la fine delle ideologie, per un governo e una maggioranza politica decisi a uscire dallo stato di necessità per affidare il futuro dell'Italia a un'idea

di Ezio Mauro

Non si tratta solo di uscire dalla pandemia, primo obiettivo per tutti i Paesi sotto attacco: ma di uscire dall'ipnosi che l'infezione porta con sé e che sta allargando sull'intero universo umano. L'ipnosi è un sistema di lettura della crisi che prevede un unico attore - il morbo - , mentre riduce noi a un ruolo secondario, da coro nella tragedia, con il ritiro nel deserto del lockdown come sola arma di protezione. In questo modo il virus si impadronisce sotto i nostri occhi, sul campo, della potestà di destrutturare il sistema, comprimendo i diritti, creando un potere supplementare d'emergenza, negoziando lo scambio quotidiano tra quote di libertà che cediamo e quote di sicurezza che invochiamo. Non solo: silenziosamente, nella mancanza oggettiva di una governance sovranazionale proporzionata alla sfida in corso, il virus sta riconfigurando il sistema per linee inerziali (perché in qualche caso istituzioni e istituti vengono sopravanzati dall'emergenza, e implicitamente destituiti), gettando così le basi di quello che sarà il nuovo mondo in cui dovremo vivere, dopo: noi, non lui.


L'ultima cosa che dobbiamo accettare è questa deformazione della realtà per cui il virus agisce come un soggetto politico. Si tratta di un microrganismo con un unico mandato fissato nel suo codice genetico, quello di infettare le cellule di un essere vivente per riprodursi e garantire la sopravvivenza della specie. Tutto il resto dipende da noi. Siamo noi, infatti, che dobbiamo prendere la guida del processo di trasformazione innescato dalla pandemia, per provare a governarlo e indirizzarlo. Il mondo nuovo non nasce da solo, e sarebbe una seconda tragedia lasciarlo nascere dal cozzo del caos. L'intervallo pandemico è troppo lungo per essere davvero un intervallo: dunque è un cambiamento. Già era sbagliata la metafora del tunnel per spiegare il buio della crisi economico-finanziaria di dieci anni fa, e infatti la realtà sociale ne è uscita profondamente modificata. Oggi la seconda crisi è addirittura universale e onnicomprensiva, dalla salute passa alla politica, alle istituzioni, alla produzione, alla libertà. Che noi lo vogliamo o no, si sta ridisegnando il nostro modello sociale complessivo. Il gesto politico più importante che possiamo compiere, è provare a guidarlo.


La ricognizione dei punti di forza e di debolezza rivelati dalla partita in corso è semplice. Accettando il potere "disciplinare" del governo che fissava regole restrittive delle loro facoltà, i cittadini lo hanno trasformato in una sorta di obbligazione volontaria alla necessità. La società dunque esiste, sa essere civile ed è capace di responsabilità: bisognerà tenerne conto. Nel caso di medici e infermieri ha dimostrato addirittura generosità, dopo anni di egoismo sociale sparso a piene mani come cultura dominante. Ma è tutto il sistema del lavoro come infrastruttura di base (catena alimentare, supermercati, autotrasporti, informazione, farmaceutico, manutenzione, servizi) che ha tenuto in piedi l'insieme nella sospensione del lockdown, rivelando che il lavoro è una risposta non solo al mercato, ma anche e soprattutto alle esigenze della società. Maestri, professori e famiglie si sono impegnati nell'insegnamento a distanza senza che la scuola li avesse preparati, cercando di colmare il gap di conoscenza e lo squilibrio digitale del Paese con la disponibilità personale. Il welfare ha fatto il resto, stendendo ovunque la sua rete di civiltà sull'emergenza.

Dall'altro lato la sanità ha mostrato i suoi buchi e l'effetto dei tagli, rivelando che spesso l'eccellenza privata e la specializzazione sono cresciute a scapito dell'assistenza di base sul territorio. La salute sul lavoro viene ancora considerata un problema sindacale, da negoziare, e non una questione sociale, da assumere in quanto tale. Il mondo delle imprese dopo la paralisi interroga il mercato come un'incognita. Intanto il blocco del sistema produttivo e commerciale ha ri-proletarizzato la precarietà, trasformandola in povertà. E se il virus è uguale per tutti, noi siamo disuguali, e usciamo dalla crisi più squilibrati di prima. Il mondo politico, infine, non è riuscito a configurare un sistema-Paese capace di far fronte comune nello stato d'eccezione, con le ovvie distinzioni di ruolo tra maggioranza e opposizione.

Affrontare queste carenze sotto l'urgenza e la pressione della crisi significa addirittura riscrivere il contratto sociale. Perché si tratta di ridefinire il quadro di diritti e doveri, i sistemi di sicurezza e di protezione, di favorire le opportunità di crescita, di contrastare le nuove disuguaglianze, evitando soprattutto che diventino esclusioni, espulsioni individuali (dunque silenziose) dalla cittadinanza. È un progetto di ri-costituzionalizzazione dei diritti e delle garanzie, che prova finalmente a tenere insieme nella stessa idea di società i vincenti e i perdenti della globalizzazione, ricostruendo un vincolo - che si era spezzato - tra i ricchi e i poveri, in un progetto di crescita per forza di cose rimodulato, dopo che l'emergenza ha travolto per conto suo i vecchi modelli.

Il costo delle disuguaglianze lo abbiamo già pagato in termini politici, con la deriva sociale di un pezzo di popolazione che si è consegnato al populismo attraverso la rabbia cresciuta nella solitudine repubblicana. Tra i disuguali si spezza il vincolo interdipendente di società, viene poco per volta meno la condivisione di esperienze, si separano le visioni simboliche, si consuma l'orizzonte di un destino comune, dentro valori comuni condivisi. Lo abbiamo visto. Con la radicalizzazione della crisi, che polarizza gli opposti nella scala sociale, si rischia adesso la ribellione, il rifiuto dello Stato e addirittura di una democrazia parziale, che parla solo ai garantiti.

Come quando si spalanca fin nel profondo la realtà, la crisi ha portato alla luce i nostri ritardi, le incongruenze, l'esaurimento di vecchi schemi che continuavamo a replicare. In questo senso l'obbligo a cambiare è anche un'occasione per riformare: dal fisco, dove il buco dell'evasione-corruzione è insostenibile per qualunque democrazia, alla sanità e alla prevenzione, alla scuola, all'ambiente. Per arrivare al nodo di fondo, che è il rapporto tra capitale e lavoro. L'impresa deve capire che oltre al profitto c'è l'economia sociale del Paese, il cui equilibrio è una condizione di crescita e una garanzia di sviluppo per tutti. La qualità della vita delle persone - e non solo la loro sicurezza - emerge dalla crisi come una questione generale, non come un tema sindacale. Persino la produzione, il marketing, la creatività dovranno tener conto di questo nuovo contesto valoriale, che orienterà per forza di cose i consumi, perché influenzerà ormai l'esistenza. Probabilmente si arriverà presto a definire una diversa concezione del tempo di lavoro, anche come conseguenza dell'esperienza forzata di smart working, con una distinzione tra tempo della persona e tempo di utilizzo degli impianti e con una maggiore produttività redistribuita però su più persone, e maggiore autonomia del singolo.


Si tratta, come si vede, di ridefinire lo Stato sociale, ricostruendo il patto occidentale tra capitalismo, welfare e democrazia rappresentativa. Dovrebbe essere l'orizzonte culturale obbligatorio, dopo la fine delle ideologie, per un governo e una maggioranza politica finalmente decisi ad uscire dallo stato di necessità per affidare il futuro dell'Italia a un'idea. L'idea di dare una legittimazione democratica ai nuovi equilibri sociali del dopo-crisi, chiudendo così davvero la stagione dell'emergenza.