LE PAROLE FRA NOI

UN CASINÒ PER

TOMMASO LANDOLFI

di Stefano Lanuzza    

Invitato a definire il gioco, direi forse che è una volontà di potenza;

la quale, si è tentati di aggiungere, porta in sé il proprio castigo.

(T. Landolfi)

C'è un borgo che per le sue antiche Terme è meta, negli ultimi secoli, anche di Montaigne, Byron, Shelley, Heine, Lamartine, Giacosa, Carducci, Montale e dei compositori Rossini, Verdi, Puccini, Mascagni; oltre che della scrittrice inglese Louise de la Ramée detta 'Ouida' (morta a Viareggio nel 1908).

Nel borgo, attraversato da un fiume spesso in secca su cui per tutto il giorno volano pigri alcuni gabbiani risaliti dal mare in cerca di cibo, vi sono una piazzetta-stazione di sosta con un miniufficio postale, un accogliente bar, un ordinato negozietto di tabacchi, una piccola farmacia, un'edicola dismessa e invasa dalla ruggine.

A varie distanze da una chiesa restaurata, permangono ville signorili in rovina e, chiusi da tempo, vecchi locali di commercio anneriti dalla polvere, piccoli ristoranti dalle insegne danneggiate, pizzerie in abbandono.

In gran parte fatiscenti, le case hanno pochi abitanti e alcune espongono cartelli di 'vendesi' o 'affittasi' mentre su portoni e finestre s'impigliano le ragnatele.

Lungo il fiume, spicca un palazzo con basamento di colore rosso e due brevi scalinate ai lati, la facciata giallastra con sei colonne ioniche e ai suoi quattro angoli altrettanti pilastri.

Decorazioni raffiguranti degli strumenti musicali e, svettante al centro, un antico stemma borbonico adornano la facciata dell'edificio costruito nella prima metà dell'Ottocento e adibito a Casa da gioco prendendo il nome di Grande Casinò Reale. Antecedente ai Casinò di Sanremo, Saint-Vincent (o Casinò de la Vallée), Venezia o Campione d'Italia, lo dicono il più antico d'Europa e, forse, della Storia.

Il Casinò, che ha una struttura classico-baroccheggiante, presenta all'ingresso una Galleria dal soffitto a volta con decorazioni fogliacee. C'è una Sala delle Feste dalle pareti fregiate di Gigli borbonici e vi sono ricascanti tendaggi, grandi lampadari e fioriere, una Sala della Lira detta anche Sala delle Signore cui s'accede passando dalla Galleria. Ed ecco poi la Sala del Biliardo e del Caffè, la privilegiata Sala del Pavone o Salone del Gioco, la Saletta di lettura, infine una grande Terrazza affacciata sul fiume e i tetti grigi delle abitazioni dintorno.

Si sa che, in tempi passati, questo luogo gestito da privati, prima di cessare l'attività nei primonovecenteschi anni Cinquanta, è meta dell'aristocrazia e dell'alta borghesia italiana ed europea patite dei giochi al Faraone, al Reale, al Biribisso (la prima roulette).

Tra i novecenteschi anni Quaranta e i primi anni Cinquanta - illustra un appassionato cultore di vicende locali -, pare che una volta, presso l'oggi estinto Casinò, giungendo dall'ambiente fiorentino della letteratura (come delle partite a boccette, biliardo, poker con Pratolini, Rosai, Gatto, Piero Santi), dalle corse dei cavalli alle Cascine e dalle scommesse nelle Case da gioco di Sanremo, Venezia o Rapallo, si soffermi a tentare la sorte un giovane Tommaso Landolfi.

Per quel suo divertimento fattosi eccitata mania (gambling) e sfidando la jella, lo scrittore punta sul 17 nero (numero primo, iniziatico) e, allucinato dalla pallina che lambendo gli ineluttabili trentasei numeri gira in un cerchio evocante infernali gironi, ribaldamente si gioca un intero anticipo elargitogli dal pur corto braccino dell'editore Vallecchi... In proposito, il giornalista Bruno Quaranta riferisce una dichiarazione di Geno Pampaloni, ai tempi direttore editoriale della Vallecchi e della De Agostini, secondo il quale "Landolfi chiedeva anticipi di continuo, [supponendo] la casa editrice una sorta di miniera d'oro" ("Tuttolibri/La Stampa", 4 febbraio 1999).

Tommasino, Masino, Tom: dicono soffra di un disturbo narcisistico di personalità che lo porterebbe a verificare la propria autostima attraverso l'abbaglio d'onnipotenza che potrebbe venirgli dal gusto arcano del rischio... "Fui assalito da un desiderio spasmodico di rischiare" potrebbe dire Landolfi con Il giocatore (1866) dostoevskijano, tra i suoi numi tutelari di accanito giocatore alla roulette oltre che a biliardo e a carte, perdente e riperdente fisso: nonché disincantato scriba, capziosamente anacronistico, dalla sintassi lambiccata, ingegnosa e artigianale, tardoromantico autoreferenziale insoddisfatto di sé ma 'felice di essere infelice', melodrammatico con altera indifferenza e virtuosisticamente retorico, pragmaticamente sarcastico e raggelante, cervelloticamente introspettivo e sberleffante, impassibilmente nichilista con tentazioni rinunciatarie ("Sono anche stanco di questa mia scrittura", La bière du pêcheur, 1953; "Ho mai amato il mio lavoro? No perdio: ho il piacere e il vanto di affermare che esso mi ha sempre disgustato", "[...] la mia inettitudine all'esistenza consociata e all'esistenza senza più", Rien va, 1963). Nonché dedito a un'autoparodia corrusca e metamorfica, a filosofemi cesellati fino allo straniamento manieristico e, sempre, a distruttive autodenigrazioni ("Che essere bieco in fondo che sono", Rien va)... "Rien va" dice Landolfi a Oreste del Buono durante un incontro al buffet della stazione di Sanremo avvenuto il 4 maggio 1963 "sta a significare un incidente di gioco, e neppure di gioco, di manovra alla roulette, un incidente che non lascia tracce, conseguenze. No dice [...] significa colpo nullo al gioco dei dadi. Nullo e basta". Aggiungendo con amarezza ironica: "A ogni modo si scrive, si pubblica per guadagnare. Non è vero?..." ("Tuttolibri/La Stampa", 23 ottobre 1992).

Sottovalutato come scrittore, e allo stesso tempo sopravvalutato, Landolfi, più che surrealista/decadente/ermetizzante, è scrittore tutto novecentista e, si parva licet, 'magico' non meno dei Savinio e Bontempelli (senza ignorare il côté dannunziano e l'ombra lunga del sofista Pirandello); sovente notevole per la qualità letteraria della sua intensa scrittura da glottoteta minuzioso, altre volte vago e irresoluto com'è il suo giocare mai francamente ludico ma sempre tragico e schiavo dell'alea, il dado dell'imprevedibilità e dell'azzardo: votato a una perdita solo raramente intervallata da qualche episodio felice qual è la leggendaria vincita nel 1946 di tre, quattro, forse sette milioni di lire, spesi nelle solite giocate perdenti, in un mirifico guardaroba e per l'acquisto d'una motocicletta Norton Cinquecento dal motore ruggente (lui non sa guidare l'automobile).

Per Landolfi - che ciurmando in Germania (Berlino, Colonia, Bonn) sperpera scapatamente nelle sale delle corse, s'ingaglioffa nelle bische rischiando col poker, il blackjack (gioco di carte) e il craps (gioco di dadi) o, citata in De mois (1967), con la malfamata spiraloroulette (roulette che avvolge i numeri in spirale) -, scommettere coltivando la propensione a perdere è 'mettersi in gioco', a sua idea "un'alta, forse la più alta attività dello spirito" (La bière du pêcheur)... Talvolta vorrebbe farsi se non quieto più leggero, metamorfosare nel suo Ottavio di Saint-Vincent dell'omonimo racconto lungo (1958): in un 'altro Io' che non adombri "l'odioso pronome" stigmatizzato in Rien va, riflessivo flusso scrittorio che lo prostra portandolo a dirsi: "Sono stanco di questi giochetti dell'intelletto". Così, s'abbandona a un'inconsueta tenerezza, al pensiero della "major", la moglie tanto più giovane di lui, e della figlia bambina, la "minor" avuta a cinquant'anni.

Sono, il suo compulsivo giocare e la voluttà di perdere travalicante l'ebbrezza di vincere, il suo Gap o sofferente azzardo, una fuga dal sistema, dal mondo e dalla stessa vita: per una febbrile partita protratta ossessivamente fino a diventare una forma di nietzschiana "volontà di potenza" alla fine rovesciata in una fatale, accettata sconfitta (Rien va: stante per un'occasione persa o 'un colpo mancato': ciò che, nel gergo del gioco, si esprime col No dice)... No dice, niente va, niente va bene; il rien=niente va, il nulla vince. Perdere al gioco? È, romanticamente, perdere la vita perché nient'altro è dato fare...

Al postutto - glossa Gianfranco Contini -, Landolfi "è il solo scrittore contemporaneo che abbia dedicato una minuziosa cura, degna d'un dandy romantico (quale Byron o Baudelaire), alla costruzione del proprio 'personaggio': un personaggio notturno, di eccezionalità stravagante, dissipatore e inveterato giocatore" (Schedario di scrittori italiani moderni e contemporanei, 1978). Soprattutto, Landolfi è ritenuto da Contini - il cui giudizio non vorrebbe essere necessariamente negativo - un "eccentrico ottocentista in ritardo".

Né inganni oltremodo la diceria d'un Landolfi soltanto tediato dissipatore di sé e del proprio tempo: perché pochi autori novecenteschi possono vantare come lui, morto a settantuno anni, un'opera tanto vasta, elaborata per gran parte nell'avito maniero del nativo Pico Farnese: quattro romanzi e sedici raccolte di racconti-metaracconti brevi e lunghi, tre frammentati diari-saggi-romanzi, quattro sillogi di poesie, tre opere drammaturgiche, sette libri di saggistica, diciassette traduzioni di autori russi e francesi con inclusa una versione dal tedesco di sette fiabe dei fratelli Grimm... In special modo lo intrigano i grandi e inarrivabili scrittori russi, Dostoevskij supremamente; con Lermontov, Tolstoj, Puškin, Gogol', Leskov, Achmatova, Turgenev, Čechov, Belyj, Pasternak, Bulgakov... - pure lo affascina la loro infelicità. "Pensavo di suicidarmi ma ne sono stato trattenuto guardando i russi, che erano più infelici di me, provandone pietà" dichiara in una intervista ad Aurelio Andreoli pubblicata su "Paese sera" (9 gennaio 1980) e ripresa, con qualche omissione, in "Linea d'ombra" (n. 4, febbraio 1984)... Nella stessa intervista, che diffusa dopo la morte di Landolfi può anche apparire apocrifa, lo scrittore definisce Moravia "un nulla" e la Morante una "consolatrix afflictorum". Quanto alla letteratura, questa è "la patria dell'irrealtà e dei cercatori di felicità [... la] letteratura è uno specchio d'ombre".

Giammai Landolfi, inveterato homo ludens, giocatore patologico, spregiatore e persecutore di se stesso non solo nel mesto trittico diaristico (La bière du pecheur, Rien va, Des mois), riesce a soppiantare l'alacre seppure scabro e umbratile homo faber. Peraltro, non è certo per banale passatempo che, magari 'fingendo' di tralasciare il gioco, quell'inesausto scrive: lo fa, con più piacere che altrove, nel seicentesco, vetusto, malinconico e malsano maniero di Pico invaso da blatte, labrene, ragni dopo essere stato bombardato e saccheggiato durante la Seconda guerra... "Ma quanti ragni non alberga un vecchio maniero!" glossa l'autore nel racconto Il babbo di Kafka (in La spada, 1942). Sono i ragni della solitudine, della sapienza insoddisfatta di sé, del dolore, forse della follia di un pensiero efferato sulla piccola figlia, "sei anni tra due mesi: un'età da stupro, da peccato senza remissione" - con "il vago impulso di sbatacchiarla nel muro" (Des mois)... Ora, quello che fu un fantasticato maniero muore negli abbracci dei rovi e cede coi suoi muri tra uno scricchiolio di foglie secche mentre, sulle pareti interne, esplana dei vecchi disegni dello stesso Landolfi raffiguranti figure femminili ognuna un inquietante lusus naturae... "Io ero solo e sconsolato" scrive in Cancroregina (1950). "Le mie ingenti perdite al gioco e gravi delusioni amorose, per non parlare d'altro, mi avevano confinato nel villaggio e nella casa antica dei miei padri" identificata con l'astronave fantastica denominata "Cancroregina", bestia meccanica che nelle sue viscere ospita l'infelice autobiografo.

Non è dunque nel soggiorno di Arma di Taggia (a pochi chilometri dal Casinò sanremese) o altrove, bensì nello spettrale locus solus, la diroccata magione d'una contrada della Ciociaria, che lui, per scrivere, può riuscire a fare a meno del gioco? Racconta: "Ho affermato che avevo ed ho un'unica passione, ed è vero, solo che non ho nominato la giusta. In realtà delle corse e del gioco [...] posso fare a meno. E invece non posso fare a meno di... di che? Forse di questa cadente casa piena degli ululati del vento, col suo orizzonte di montagne calve?" (Se non la realtà, 1960)... Ciò che almeno in parte spiega la sua intenzione di tenersi distante anche dal pubblico dei lettori, fino a perderli di vista e, come oggi accade, a farsi dimenticare.

Ancora e sempre, è proprio la sua vecchia casa al centro d'uno sperduto villaggio, sì e no duemila abitanti, prima in provincia di Caserta e poi di Frosinone, che gli farebbe obliare il gioco e una tetragona, deludente città già creduta 'dell'anima'. Scrive: "Invero qualcuno dovrebbe pur dirci una volta di Firenze, in termini non di passata o presente grandezza [...;] dirci il senso della sua ferrigna durezza, dei suoi ostinati rifiuti, della sua grettezza, della sua inospite gelosia, e di che tutto ciò grondi. Chi può affermare di conoscerla? Nessuno, neppure chi vi ha consumato senza frutto la propria giovinezza" (Des mois)... Una città-che-non-c'è, manco più guelfa e ghibellina, un sistema artificiale ferocemente concluso, un cafarnao di consorterie, di commerci e rivenduglioli arricchiti, un ambiente umano opulento, protervo e taccagno, una periferia del mondo e un'angusta stazione di posta da cui spostarsi è la Firenze postbellica di Landolfi: non più capitale culturale cosmopolita 'del Trenta' crocevia d'una miriade di letterati, quasi nessuno fiorentino, ma un rattoppato e deprimente non-luogo per quegli abitanti che come lui la soffrono. Mentre per i turisti non è che un entropico para-museo all'aperto: claustrofobico e immutevole capoluogo che D'Annunzio, il Rapagnetta studente al Cicognini di Prato prima di Landolfi, esclude dalle sue metafisiche venticinque Città del silenzio (in Elettra, 1903)

L'attività del Casinò, che, poco dopo la morte di Landolfi (1979), starebbe, alla fine del 1981, sul punto di ricostituirsi, viene impedita da un blitz di polizia e guardia di finanza che bloccano l'iniziativa denunciando gestori, giocatori e il pubblico presente all'evento.

Infine, compiuti dei restauri e riaperto a distanza di anni, dal 2009 il Casinò accoglie, in un'ovattata atmosfera salottiera, qualche concerto e delle sfilate di moda e danza abrogando la tormentosa passione dei giocatori d'azzardo e il fascino morboso della roulette... Finiti i raggiri del Chemin de fer, del Baccarà o del Rosso e Nero con scommesse dove ogni volta che perdi raddoppi la puntata illudendoti che prima o poi vinci, contro il tappeto verde prevalgono tristi slot machines e tavolini per addomesticati giocatori di poker nemmeno indifferenti alle attrattive dell'alieno videopoker.

Posto sulla via Francigena e contornato da una fitta macchia e da boschi di faggeti dove il canto malioso della caprigna Gurù (La pietra lunare, 1939) ammutolisce i cori degli uccelli, a sera, finito l'andirivieni dei mezzi motorizzati che l'attraversano senza mai fermarsi, il borgo si fa deserto, funereo e immaginario, in un'Italia dove i paesi-fantasma non si contano più.

"Questo paese non c'è più..." borbotta mestamente una donna del posto affrettando il passo e sparendo nel buio. Nello stesso tempo, una vecchietta implora aiuto da una finestra malamente illuminata strillando d'essere rimasta chiusa in casa.

(Firenze, XII. 2019)