SPECIALE FASCISMO ANTIFASCISMO

Da Patria Indipendente (2016)

UMBERTO ECO E IL FASCISMO “ETERNO”

di Matteo Cavalleri

Una conferenza del grande semiologo Umberto Eco tenuta il 24 aprile 1995, alla Columbia University di New York, nell'ambito delle celebrazioni per la Liberazione dell'Europa dal nazifascismo. Il fascismo come collage di diverse idee, un alveare di contraddizioni. Pensarlo come "eterno" per poterlo contrastare sempre trovando le sue costanti e le sue nuove forme.

«Se si chiede al politico che cosa il fascismo sia stato per lui, vi potrà dire che esso gli si configura [...] come la dittatura di un uomo, credentesi e creduto (o, per lo meno, proclamato) infallibile, che appoggia la sua insana prassi politica a una torbida dottrina malamente combinatagli con i detriti inferiori delle più disparate filosofie - come il dominio di una fazione composta di uomini intellettualmente nulli, tecnicamente inesperti, che avanzano come supremo distintivo di merito, la rinuncia assoluta al pensare, la prona obbedienza al capo, la giovinezza degli anni e il fanatismo, e che, per tali virtù, si sentono senz'altro i depositari della verità, della moralità, dei supremi interessi della nazione, sicurissimi di sé, educatori destinati della gioventù, e possono colpire gli altri come gli ottenebrati, i reietti, i traditori».

Con queste parole - tratte dallo scritto Il Fascismo. La radice del suo errore e l'intima necessità del suo disfacimento - il giovane filosofo Alberto Caracciolo, dalle pagine clandestine del terzo quaderno de Il ribelle (1944), intonava la sua lucida analisi della fenomenologia del fascismo, inteso come fenomeno totalizzante che, a fronte di una violenta pochezza teorica, invadeva tutti gli ambiti dell'esistenza umana.

All'inizio degli anni sessanta, Theodor Adorno ricorreva proprio al fascismo per esemplificare il nesso inestricabile tra politica totalitaria e inconsistenza filosofica: «il fascismo nella sua forma prima e ancora meditata, quella italiana di Mussolini, ha unito la sua pretesa dittatoriale di assolutezza con un estremo relativismo filosofico, di osservanza nietzschiana o paretiana; e, in genere, proprio quando le cosiddette Weltanschauungen sono proclamate con la pretesa della loro validità assoluta, ad esse si accompagna sempre l'ombra di questa arbitrarietà e questo relativismo».

Queste due diagnosi, seppur distanti tra loro per contingenza storica e per background intellettuale - ma unite dalla medesima radicale esigenza di pensare il proprio tempo con il rigore del concetto - tagliano il campo d'indagine che Umberto Eco affronta, per il cinquantesimo anniversario della Liberazione, con lo scritto Eternal Fascism: Fourteen Ways of Looking at a Blackshirt ("New York Review of Books", 22 June 1995; pubblicato successivamente in italiano sulla "Rivista dei Libri" con il titolo Totalitarismo "fuzzy" e Ur-Fascismo e confluito infine nella raccolta italiana Cinque scritti morali come Il fascismo eterno).

Il problema teorico dal quale prende le mosse Eco è rappresentato dall'apparente paradosso che lega l'elevazione della categoria di fascismo a «sineddoche, una denominazione pars pro toto per movimenti totalitari diversi» alla sua confusione ideologico-filosofica: «il fascismo era un totalitarismo fuzzy. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni». E proprio sulla gestione disinvolta e non critica della contraddizione - che caratterizza il culto della tradizione e la cultura sincretistica, camuffando un bisogno ideologico di dominio con presunte rivelazioni originarie - si fonda la virulenza del fascismo, la sua potenziale eternità e la sua violenza più profonda, radicale, direbbe Caracciolo con riferimento a Kant. Nella consapevolezza, con Alain Badiou, che non sia la pratica della memoria a renderci immuni dal ripetersi del passato, quanto il suo continuo pensiero: è l'impensato, infatti, che permane.

Il valore esemplare dello sforzo di Eco sta quindi proprio nel pensare le «caratteristiche tipiche» del fascismo - ovvero quelle la cui presenza, anche solo ridotta alla singolarità, è sufficiente «per far coagulare una nebulosa fascista» - nel tentativo di individuare le potenzialità stesse che rendono il fascismo «eterno». Pensare il fascismo come potenzialità eterna è l'unica opzione che abbiamo per salvarci dalla sua eternità storica. Questa è la sfida concettuale che Eco ci invita ad affrontare. Sfida che prende le mosse da una scelta dirimente: considerare il fascismo come una politica e un pensiero, non come una semplice e nuda barbarie. Questa seconda determinazione infatti ci esporrebbe ad un duplice, fatale, rischio: da un lato, quello di considerare il fascismo - e quindi il nazismo che, come puntualizza Caracciolo in uno scritto del 1965, «è il fascismo pensato e attuato nel rigore della sua logica» - come impensabile figura del Male e, quindi, fondamentalmente ingiudicabile e incondannabile. Dall'altro, quello di dispensarci dall'esame continuo della prossimità con la quale le nostre politiche - la nostra filosofia, disse con profetica e spietata lucidità Emmanuel Levinas nel saggio del 1934 Quelques réflexions sur la philosophie de l'hitlérisme - dimorano accanto alle politiche fasciste: «L'Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. [...] può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo», ammonisce Eco.

Così, proprio come Levinas distingueva la filosofia di Hitler, che è «rudimentale», da quella dell'hitlerismo, «che va ben oltre la filosofia degli hitleriani» e «pone in questione i principi stessi di una civiltà», il semiologo, nella sua disamina in quattordici punti, tratteggia la logica, seppur sfrangiata, che caratterizza e ritma il verificarsi di ipostasi fasciste. Disamina che è innervata da una tensione, retta dal riferimento costante - che apre e chiude lo scritto - alla coppia concettuale libertà/liberazione. Il percorso di Eco infatti prende le mosse da un ricordo personale: «Nel 1943 scopersi il significato della parola "libertà". Racconterò questa storia alla fine del mio discorso. In questo momento "libertà" non significava ancora "liberazione"». E si chiude con il richiamo ad una convocazione costante: «libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai». Nel mezzo si dipana la disamina critica del reale della situazione - pratica di pensiero che si carichi della fatica della considerazione non contraddittoria della contraddittorietà della realtà storica e che si rimetta «veramente alla cosa e non al bisogno ideologico», direbbe Adorno - volta a ridare senso alle parole, tesa a rompere il cielo di carta della loro mistificazione e reificazione retorica, per far sì, proprio come nella lotta partigiana, che la libertà porti con sé la verità della liberazione, come ci ricorda l'Athos di Giorgio Caproni: «ogni qualvolta una cosa è detta essa diventa un'altra cosa; [...] noi non dobbiamo combattere per la libertà che è detta ogni giorno da tutti e che ogni qualvolta è detta è un'altra cosa: ma per quella libertà che è al di là del confine di tutte le parole dette. Ciò che resta nei morti dopo che essi hanno esalato fino all'ultima tutte le parole nostre». Il discorso di Athos, e l'opera di Eco ce lo testimonia, si esprime in un discorso che arriva fino a noi, che ci interpella e geme in noi come una ferita, direbbe Vittorio Sereni, non nel rimando all'originarietà vacua di una tradizione, ma nella ruvidezza di un impegno da viversi nel qui e nell'ora: «Il discorso di Athos era infinito: anche per il senso era infinito; [...] non passava più, nemmeno quando Athos taceva. Era penetrato in noi, accanto alle salme, come il gelo: ed era diventato un dubbio in noi, nel nostro petto proprio accanto alle salme al cui posto potevamo essere noi. Forse proprio per questo il discorso di Athos non poteva passare mai».

Matteo Cavalleri, dottore di ricerca in filosofia e autore di

"La Resistenza al nazi-fascismo. Un'antropologia etica" (Mimesis, 2015).


IDENTIKIT DEL FASCISTA − 2^ parte discorso Eco

Pubblichiamo la seconda parte del discorso pronunciato da Umberto Eco il 24 aprile scorso, alla Columbia University di New York, nell' ambito delle celebrazioni per la Liberazione dell' Europa dal nazifascismo. E' dunque un testo rivolto a studenti americani, in un momento assai delicato della loro storia, cinque giorni dopo l' attentato a Oklahoma City. La versione integrale della conferenza di Eco figura sull' ultimo numero de "La Rivista dei Libri". Ci fu un solo Nazismo, e non possiamo chiamare Nazismo il Falangismo iper-cattolico di Franco, dal momento che il Nazismo è fondamentalmente pagano, politeistico e anti-cristiano, o non è Nazismo. Al contrario, si può giocare al Fascismo in molti modi, e il nome del gioco non cambia. Succede alla nozione di Fascismo quel che, secondo Wittgenstein, accade alla nozione di gioco. Un gioco può essere o non essere competitivo, può interessare una o più persone, può richiedere qualche particolare abilità o nessuna, può mettere in palio del danaro, o no. I giochi sono una serie di attività diverse che mostrano solo una qualche somiglianza di famiglia. (...) Il Fascismo è diventato un termine che si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista. Togliete al Fascismo l' imperialismo e avrete Franco o Salazar; togliete il colonialismo e avrete il Fascismo balcanico. Aggiungete al Fascismo italiano un anti-capitalismo radicale (che non affascinò mai Mussolini) e avrete Ezra Pound. Aggiungete il culto della mitologia celtica e il misticismo del Graal (completamente estraneo al Fascismo ufficiale) e avrete uno dei più rispettati guru fascisti, Julius Evola. A dispetto di questa confusione, ritengo sia possibile indicare una lista di caratteristiche tipiche di quello che vorrei chiamare l' Ur-Fascismo, o il Fascismo Eterno. Tali caratteristiche non possono venire irreggimentate in un sistema; molte si contraddicono reciprocamente, e sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo. Ma è sufficiente che una di loro sia presente per far coagulare una nebulosa fascista. Uno. La prima caratteristica di un Ur-Fascismo è il culto della tradizione. Il tradizionalismo è più vecchio del Fascismo. Non fu solo tipico del pensiero controrivoluzionario cattolico dopo la Rivoluzione francese, ma nacque nella tarda età ellenistica, come una reazione al razionalismo greco classico. Nel bacino del Mediterraneo, i popoli di religioni diverse (tutte accettate con indulgenza dal Pantheon romano) cominciarono a sognare una rivelazione ricevuta all' alba della storia umana. Questa rivelazione era rimasta a lungo nascosta sotto il velo di lingue ormai dimenticate. Era affidata ai geroglifici egiziani, alle rune dei celti, ai testi sacri, ancora sconosciuti, delle religioni asiatiche. Questa nuova cultura doveva essere sincretistica. Sincretismo non è solo, come indicano i dizionari, la combinazione di forme diverse di credenze o pratiche. Una simile combinazione deve tollerare le contraddizioni. Tutti i messaggi originali contengono un germe di saggezza e quando sembrano dire cose diverse o incompatibili è solo perché tutti alludono, allegoricamente, a qualche verità primitiva. Come conseguenza, non ci può essere avanzamento del sapere. La verità è stata già annunciata una volta per tutte e noi possiamo solo continuare a interpretare il suo oscuro messaggio. E' sufficiente guardare il sillabo di ogni movimento fascista per trovare i principali pensatori tradizionalisti. La gnosi nazista si nutriva di elementi tradizionalisti, sincretistici, occulti. La più importante fonte teoretica della nuova destra italiana, Julius Evola, mescolava il Graal con i Protocolli dei Savi di Sion, l' alchimia con il Sacro Romano Impero. Il fatto stesso che per mostrare la sua apertura mentale una parte della destra italiana abbia recentemente ampliato il suo sillabo mettendo insieme De Maistre, Guenon e Gramsci, è una prova lampante di sincretismo. Se curiosate tra gli scaffali che nelle librerie americane portano l' indicazione "New Age", troverete persino Sant' Agostino, il quale, per quanto ne sappia, non era fascista. Ma il fatto stesso di mettere insieme Sant' Agostino e Stonehenge, questo è un sintomo di Ur-Fascismo. Due. Il tradizionalismo implica il rifiuto del Modernismo. Sia i Fascisti sia i Nazisti adoravano la tecnologia, mentre i pensatori tradizionalisti di solito rifiutano la tecnologia come negazione dei valori spirituali tradizionali. Tuttavia, sebbene il Nazismo fosse fiero dei suoi successi industriali, la sua lode della modernità era solo l' aspetto superficiale di una ideologia basata sul Sangue e la Terra (Blut und Boden). Il rifiuto del mondo moderno era camuffato come condanna del modo di vita capitalistico, ma riguardava principalmente il rigetto dello Spirito del 1789 (o del 1776, ovviamente). L' Illuminismo, l' Età della Ragione, vengono visti come l' inizio della depravazione moderna. In questo senso, l' Ur-Fascismo può venire definito come irrazionalismo. Tre. L' irrazionalismo dipende anche dal culto dell' azione per l' azione. L' azione è bella di per sé, e dunque deve essere attuata prima di, e senza una qualunque riflessione. Pensare è una forma di evirazione. Perciò, la cultura è sospetta, nella misura in cui viene identificata con atteggiamenti critici. Dalla dichiarazione attribuita a Goebbels ("quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola") all' uso frequente di espressioni quali porci intellettuali, teste d' uovo, snob radicali, le università sono un covo di comunisti, il sospetto verso il mondo intellettuale è sempre stato un sintomo di Ur-Fascismo. Gli intellettuali fascisti ufficiali erano principalmente impegnati nell' accusare l' intellighenzia liberale di aver abbandonato i valori tradizionali. Quattro. Nessuna forma di sincretismo può accettare la critica. Lo spirito critico opera distinzioni e distinguere è un segno di modernità. Nella cultura moderna, la comunità scientifica intende il disaccordo come strumento di avanzamento delle conoscenze. Per l' Ur-Fascismo il disaccordo è tradimento. Cinque. Il disaccordo è inoltre un segno di diversità. L' Ur-Fascismo cresce e cerca il consenso sfruttando ed esacerbando la naturale paura della differenza. Il primo appello di un movimento fascista o prematuramente fascista è contro gli intrusi. L' Ur-Fascismo è dunque razzista per definizione. Sei. L' Ur-Fascismo scaturisce dalla frustrazione individuale o sociale. Il che spiega perché una delle caratteristiche tipiche dei fascismi storici è stato l' appello alle classi medie frustrate, a disagio per qualche crisi economica o umiliazione politica, spaventate dalla pressione dei gruppi sociali subalterni. Nel nostro tempo in cui i vecchi "proletari" stanno diventando piccola borghesia (e i Lumpen si autoescludono dalla scena politica), il Fascismo troverà in questa nuova maggioranza il suo uditorio. Sette. A coloro che sono privi di una qualunque identità sociale, l' Ur-Fascismo dice che il loro unico privilegio è il più comune di tutti, quello di essere nati nello stesso paese. E' questa l' origine del nazionalismo. Inoltre, gli unici che possono fornire una identità alla nazione sono i nemici. Così, alla radice della psicologia Ur-Fascista vi è l' ossessione del complotto, possibilmente internazionale. I seguaci debbono sentirsi assediati. Il modo più facile per far emergere un complotto è quello di fare appello alla xenofobia. Ma il complotto deve venire anche dall' interno: gli ebrei sono di solito l' obiettivo migliore in quanto presentano il vantaggio di essere al tempo stesso dentro e fuori. (...) Otto. I seguaci debbono sentirsi umiliati dalla ricchezza ostentata e dalla forza dei nemici. Quando ero bambino mi insegnavano che gli inglesi erano ' il popolo dei cinque pasti' : mangiavano più spesso del povero ma sobrio italiano. Gli ebrei sono ricchi e si aiutano l' un l' altro grazie a una rete segreta di mutua assistenza. I seguaci debbono tuttavia essere convinti di poter sconfiggere i nemici. Così, grazie a un continuo spostamento di registro retorico, i nemici sono al tempo stesso troppo forti e troppo deboli. I fascismi sono condannati a perdere le loro guerre, perché sono costituzionalmente incapaci di valutare obiettivamente la forza del nemico. Nove. Per l' Ur-Fascismo non c' è lotta per la vita, ma piuttosto vita per la lotta. Il pacifismo è allora collusione col nemico; il pacifismo è cattivo perché la vita è una guerra permanente. Questo tuttavia porta con sé un complesso di Armageddon: dal momento che i nemici possono essere sconfitti, ci dovrà essere una battaglia finale, a seguito della quale il movimento avrà il controllo del mondo. Una simile soluzione finale implica una successiva era di pace, un' Età dell' oro che contraddice il principio della guerra permanente. Nessun leader fascista è mai riuscito a risolvere questa contraddizione. Dieci. L' elitismo è un aspetto tipico di ogni ideologia reazionaria, in quanto fondamentalmente aristocratico. Nel corso della storia, tutti gli elitismi aristocratici e militaristici hanno implicato il disprezzo per i deboli. L' Ur-Fascismo non può fare a meno di predicare un eliti-smo popolare. Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un membro del partito. Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, così deboli da aver bisogno e da meritare un Dominatore. Dal momento che il gruppo è organizzato gerarchicamente (secondo un modello militare), ogni leader subordinato disprezza i suoi subalterni, e ognuno di loro disprezza i suoi sottoposti. Tutto ciò rinforza il senso di un elitismo di massa. Undici. In questa prospettiva, ciascuno è educato per diventare un Eroe. In ogni mitologia l' Eroe è un essere eccezionale, ma nell' ideologia Ur-Fascista l' eroismo è la norma. Questo culto dell' eroismo è strettamente legato al culto della morte: non a caso il motto dei falangisti era viva la muerte (...). L' eroe Ur-Fascista è impaziente di morire. Nella sua impazienza, va detto in nota, gli riesce più di frequente far morire gli altri. Dodici. Dal momento che sia la guerra permanente sia l' eroismo sono giochi difficili da giocare, l' Ur-Fascista trasferisce la sua volontà di potenza su questioni sessuali. E' questa l' origine del machismo (che implica disdegno per le donne e una condanna intollerante per abitudini sessuali non conformiste, dalla castità all' omosessualità). Dal momento che anche il sesso è un gioco difficile da giocare, l' eroe Ur-Fascista gioca con le armi, che sono il suo Ersaltz fallico: i suoi giochi di guerra sono dovuti a una Invidia Penis permanente. Tredici. L' Ur-Fascismo si basa su di un populismo qualitativo. In una democrazia i cittadini godono di diritti individuali, ma l' insieme dei cittadini è dotato di un impatto politico solo dal punto di vista quantitativo (si seguono le decisioni della maggioranza). Per l' Ur-Fascismo gli individui in quanto individui non hanno diritti, e il Popolo è concepito come una qualità, un' entità monolitica che esprime la Volontà Comune. Dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete. Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati, pars pro toto, a giocare il ruolo del Popolo. Il Popolo è così solo una finzione teatrale. Per aver un buon esempio di populismo qualitativo, non abbiamo più bisogno di Piazza Venezia o dello Stadio di Norimberga. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentato e accettato come la Voce del Popolo. A ragione del suo populismo qualitativo, l' Ur-Fascismo deve opporsi ai ' putridi' governi parlamentari. Una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel Parlamento italiano fu: "Avrei potuto trasformare quest' aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli". Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il Parlamento. Ogni qualvolta un politico getta dubbi sulla legittimità del Parlamento perché non rappresenta più la Voce del Popolo, possiamo sentir l' odore di Ur-Fascismo. Quattordici. L' Ur-Fascismo parla la Neolingua. La Neolingua venne inventata da Orwell in 1984, come la lingua ufficiale dell' Ingsoc, il Socialismo inglese, ma elementi di Ur-Fascismo sono comuni a forme diverse di dittatura. Tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su di un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico. Ma dobbiamo essere pronti a identificare altre forme di Nuovalingua, anche quando prendono la forma innocente di un popolare talk-show. Dopo aver indicato i possibili archetipi dell' Ur-Fascismo, mi sia concesso di concludere. Il mattino del 27 luglio del 1943 mi fu detto che, secondo delle informazioni lette alla radio, il Fascismo era crollato e che Mussolini era stato arrestato. Mia madre mi mandò a comprare il giornale. Andai al chiosco più vicino e vidi che i giornali c' erano, ma i nomi erano diversi. Inoltre dopo una breve occhiata ai titoli, mi resi conto che ogni giornale diceva cose diverse. Ne comperai uno, a caso, e lessi un messaggio stampato in prima pagina, firmato da cinque o sei partiti politici, come Democrazia Cristiana, Partito comunista, Partito socialista, Partito d' Azione, Partito liberale. Fino a quel momento avevo creduto che vi fosse un solo partito in ogni paese, e che in Italia ci fosse solo il Partito nazionale fascista. Stavo scoprendo che nel mio paese ci potevano essere diversi partiti allo stesso tempo. Non solo: dal momento che ero un ragazzo vispo, mi resi subito conto che era impossibile che tanti partiti fossero sorti da un giorno all' altro. Capii così che esistevano già come organizzazioni clandestine. Il messaggio celebrava la fine della dittatura e il ritorno della libertà: libertà di parola, di stampa, di associazione politica. Queste parole, libertà, dittatura - Dio mio - era la prima volta in vita mia che le leggevo. In virtù di queste nuove parole, ero rinato uomo libero occidentale. Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora. L' Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse "Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane". Ahimè, la vita non è così facileé L' Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l' indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo. Do ancora la parola a Roosevelt: "Oso dire che se la democrazia americana cessasse di progredire come una forza viva, cercando giorno e notte, con mezzi pacifici, di migliorare le condizioni dei nostri cittadini, la forza del Fascismo crescerà nel nostro paese" (4 novembre 1938). Libertà e Liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: non dimenticate.

di UMBERTO ECO 02 luglio 1995 sez.