PER LA CRITICA

TULLIO DE MAURO

E LA LINGUA LETTERARIA:

fra italiano e dialetto

di Stefano Gensini

Tullio De Mauro (1932-2017) è stato, oltre che un importante filosofo del linguaggio e un teorico dell'educazione linguistica, il maggior storico della lingua italiana degli ultimi cinquant'anni. Tralasciando una quantità di scritti e interventi su temi specifici (il cui indice è possibile consultare, insieme a dati biografici e materiali vari nel sito web https://www.tulliodemauro.com/), le sue due opere di riferimento, Storia linguistica dell'Italia unita (1963) e Storia linguistica dell'Italia repubblicana dal 1946 ai nostri giorni (2014), formano l'asse intorno al quale è oggi possibile realizzare un approccio critico fondato e aggiornato alla stessa evoluzione del linguaggio letterario. Rispetto ai due testi-chiave che l'avevano preceduta, il Profilo di storia linguistica d'Italia di Giacomo Devoto (1 ed. 1953, 2 ed. 1964) e l'assai più ampia Storia della lingua italiana di Bruno Migliorini (1960), la narrazione storica demauriana proponeva un collegamento sistematico, corredato di dati statistici, demografici, urbanistici ecc., fra le vicende della lingua nazionale e la storia della comunità parlante, vista nella concretezza delle sue competenze alfabetiche, delle abitudini dialettali, della lenta e difficile conquista dell'italiano nelle sue diverse varietà, parlate e scritte, che l'ha contraddistinta. Se è consentito riprendere una nota metafora miglioriniana, De Mauro riuscì a rinnovare lo studio della storia della lingua mettendo a fuoco quella dimensione "verticale" che da essa riconduce alla storia degli italiani, nelle loro articolazioni regionali e sociali, nei complicati processi di composizione e scomposizione areali, politiche e civili che li hanno accompagnati. Altri tentativi di scrivere la storia della lingua, successivi al libro laterziano del 1963, che lanciò sulla scena nazionale uno studioso appena 31enne, hanno per forza di cose dovuto muovere dal quadro di riferimento nuovo tracciato da De Mauro, anche quando abbiano voluto in qualche parte discostarsene. Penso ad esempio all'L'italiano. Elementi di storia della lingua e della cultura. Testi e documenti di Francesco Bruni (1984) e al più recente La lingua italiana. Profilo storico di Claudio Marazzini (1994), un saggio aggiornato e puntuale, variamente rielaborato in anni successivi.

Chi oggi voglia ritessere il filo di una storia dell'italiano letterario (lo ha fatto ad esempio Vittorio Coletti nel volume omonimo, uscito nel 2000) non può esimersi dalla considerazione centrale della Storia demauriana, giustamente sottolineata proprio dal Devoto a pochi mesi dalla sua uscita: il fatto, cioè, che fra la lingua degli autori, consacrata da un'illustre tradizione anche scolastica e educativa, e la vicenda dei parlanti, si collocava storicamente un immenso vuoto di comunicazione, colmato alla base dal radicamento e dall'estensione del dialetto e delle lingue di minoranza (queste ultime, insediate in Italia da secoli e secoli), ma tale da fare dell'italiano una lingua "straniera in patria", un fragile stelo di eleganza sospeso su plaghe di analfabetismo.

In che modo ricollocare gli autori della letteratura italiana nel loro autentico quadro storico- e sociolinguistico aiuta a capire meglio, o comunque in modo diverso, la loro opera? Come si può mettere a profitto la consapevolezza della tradizione policentrica della storia linguistica nazionale quando proviamo a fare i conti coi testi? Si pensi solo, per fare l'esempio più ovvio, al contrasto fra il plurilinguismo dantesco, a quel gusto di muoversi fra idiomi e stili e registri diversi che attraversa la nostra letteratura via Folengo, Bruno, Vico, fino a Gadda; e la solenne mono-tonia petrarchesca, che intesse tutta quanta la tradizione lirica, fino a sposarsi col dramma del moderno nella poesia di Leopardi. Sono temi ben noti agli studiosi, particolarmente a quelli di formazione continiana. Come s'invera, questo contrasto, sullo sfondo che De Mauro ha tracciato, non solo per l'Italia post-unitaria, ma, almeno a grandi linee, anche per i periodi precedenti?

De Mauro non ha fatto di tale tema, certamente affascinante, l'oggetto primario della sua ricerca, ma ha disseminato la sua biografia intellettuale e la sua bibliografia di una quantità di spunti ed esempi di analisi che, chi ne abbia tempo e voglia, può provare a raccogliere e a tradurre, a sua volta, in concreta prassi critica. Darò in quel che segue qualche campione dei contributi demauriani, "pescando", anche sulla base di ricordi e occasioni personali, nelle pagine che egli ci ha lasciato.

Un primo ricordo porta alla prefazione scritta da De Mauro, nel 1979, a una raccolta di poesie in vernacolo di Anonimo Romano, alias il giornalista Maurizio Ferrara, intitolata Er communismo co' la libbertà. Vengono discusse le due tesi tradizionali circa la letteratura dialettale: quella, risalente a Giuseppe Ferrari, che vede in essa una sorta di ribellione alla letteratura in lingua, centralistica e autoritaria, e quella di Benedetto Croce che ne esalta il carattere "riflesso", cioè colto, quasi un controcanto minore, di tonalità ironica o scherzosa, a un patrimonio letterario comune, ampiamente condiviso. De Mauro, già molto noto, al tempo, per la valorizzazione di voci dialettali nuove, dalla Sicilia alla Romagna, dal Friuli alla Calabria, sottoscrive piuttosto la tesi di Gianfranco Contini, sostenendo che la produzione in dialetto, caso forse unico in Europa, fa «visceralmente, inscindibilmente corpo», nel caso italiano, col restante patrimonio poetico. Ma la sottoscrive rovesciando in qualche modo la prospettiva: partendo cioè dal dato oggettivo che, nelle diverse epoche della nostra storia, e fino a anni recenti, anche per gli scrittori in lingua, è stato il dialetto e non l'italiano la lingua materna e, conseguentemente, di uso. Sicché il rapporto con il mezzo espressivo si pone per lo scrittore, quale che sia la sua aspirazione letteraria, a partire da un contesto e da un'esperienza personale che (con l'eccezione della Toscana e in parte di Roma) sono materiati di dialetto. Una condizione di diglossia o, nei casi più favorevoli, di bilinguismo (cioè di fruizione paritaria o quasi dei due idiomi in una varietà di occasioni sociali) va data quindi per presupposta in ogni nostro autore, dal padre della grammatica italiana, il veneziano Pietro Bembo, al Goldoni, da Manzoni a Verga a Pasolini (per menzionare solo pochi casi esemplari).

Del resto il grande Manzoni, a chi avesse voluto leggerlo, lo aveva spiegato con grande chiarezza. Nella famosa (ma famosa per tutti?) cosiddetta seconda introduzione al Fermo e Lucia (1823), dichiara senza giri di parole la sua impasse linguistica. «Scrivo male», egli osserva, perché vado in cerca dell'italiano e a ogni frase mi viene in mente il dialetto, e dove non è il dialetto è il francese, lingua d'uso nel mondo borghese (non solo) settentrionale, e dove non è il francese è il latino. E si potrebbero ricordare altre sue più tarde pagine, dove illustra in modo efficacissimo la conversazione salottiera delle élites, che si svolge tranquillamente in dialetto o in francese e talora lascia spazio all'italiano, ma con quanta incertezza e quante approssimazioni, per far festa a un invitato venuto da altre parti d'Italia.

De Mauro suggerisce pertanto di ripensare in questa chiave autori e opere che fanno parte del nostro corredo letterario; e insieme, naturalmente, di guardare con maggiore attenzione a tutti gli altri che abbiamo frettolosamente inseriti nella schiera dei "minori", espungendoli senz'altro o riservando loro un ruolo del tutto marginale nelle storie letterarie e in quelle antologie scolastiche in cui il canone della tradizione si riproduce, generazione dopo generazione. Occorre fare nomi? Cielo d'Alcamo, l'anonimo autore della Vita di Cola di Rienzo, Baffo, Ruzzante, Basile, Maggi, Porta e Belli, naturalmente, e tanti altri. Con questo criterio, ad esempio, suggerisce già nella Storia linguistica dell'Italia unita, di riaccostarci ai due grandi dialettali dell'Ottocento, cogliendone la differenza sostanziale. Carlo Porta, utilizzando il dialetto milanese, sa di rappresentare una società coesa, economicamente e culturalmente, che si rispecchia senza complessi nella propria parlata nativa e che si affianca alla scrittura in lingua consapevole che non contano le gerarchie accademiche: «I paroll d'on lenguagg, car su Gorell / hin ona tavolozza de color, / che ponn fa el quader brutt, e el ponn fa bell / segond la maestria del pittor» ("Le parole di un linguaggio, caro signor Gorell, / hanno una tavolozza di colori / che possono fare il quadro brutto /e possono farlo bello / a seconda della bravura del pittore"). Tutt'altra cosa la posizione del Belli, bilicato fra il controllo dell'italiano letterario, appannaggio di una élite sociale e linguistica, e la consapevolezza che la scelta del dialetto per innalzare un monumento alla plebe di Roma è «la scelta, compiuta senza alcun sentimentalismo populistico, di un modo di intendere la realtà e di comportarsi in essa»; è cioè un modo per chiamare «alla ribalta contenuti che anteriormente erano affiorati nella letteratura solo in una cornice giocosa», svelandone invece la profondità umana e la drammaticità. Di qui «[i]l carattere non progressivo», perché progressista non era, «ma eversivo, sovvertitore, radicalmente rivoluzionario del Belli», che abbiamo imparato ad apprezzare in tanti suoi sonetti.

Questo approccio ha orientato De Mauro nella conoscenza e nella valorizzazione di un numero notevole di poeti dialettali più recenti, con un impegno che gli ha valso ampia notorietà presso regioni e istituzioni culturali diverse, giustamente sensibili al ruolo del dialetto anche nelle sue proiezioni letterarie. Si potrebbe, in un certo senso, seguire questo particolarissimo Iter italicum di De Mauro, che anno dopo anno lo ha portato a incontrare, amare, interpretare le voci poetiche in dialetto. Di ciò è ampia traccia nella sua bibliografia: la Romagna di Tonino Guerra, la Lucania di Albino Pierro, la Sicilia di Ignazio Buttitta, la Milano di Franco Loi, il Friuli di Pasolini, certamente, ma anche del poeta dell'emigrazione, il sindacalista Leonardo Zanièr. E così via. Lo spirito con cui il linguista guarda a questa multiforme produzione - credo di poterlo asserire - è lo stesso che anima una famosa poesia di un poeta a lui molto caro, Ignazio Buttitta. Rileggiamo insieme qualcuno di questi versi:

Un populu
mittitilu a catina
spughiatilu
attuppatici a vucca
è ancora libiru.

Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavula unnu mancia
u lettu unnu dormi,
è ancora riccu.

Un populu
diventa poviru e servu
quannu ci arrubbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si mancianu tra d'iddi.

Mi nn'addugnu ora,
mentri accordu la chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.

Il dialetto lingua-madre, insomma, come chiave di vera identità culturale e storica; come un patrimonio da non rifiutare, ma da proteggere e coltivare nel tempo della televisione, dei potentissimi media, del web. Non un rifugio nostalgico, quasi una novella Arcadia, ma un modo diverso, complementare e integrativo rispetto alla lingua nazionale, per conoscere e interpretare le vicende del mondo di ieri e di oggi.

Nella prefazione da cui abbiamo preso le mosse, scritta per i sonetti romaneschi di Maurizio Ferrara come anche in quella per Libers di scugnî lâ ("Liberi di dover partire") di Zanier, De Mauro sottolinea come la nuova poesia dialettale, diversamente da quella del passato, si faccia veicolo di temi e sentimenti civili, talora direttamente politici, in presa diretta con i dibattiti e i contrasti del presente. Lascia cadere, o ridimensiona, la nota della nostalgia per cercare quella, più cruda, della denuncia e dell'impegno. E' un segno anche questo, commenta De Mauro, dello statuto nuovo che il dialetto, dopo decenni di complessi e frustrazione, sta lentamente assumendo. In che senso?

I dati statistici divenuti disponibili a partire dal 1974 (indagine DOXA) sulle abitudini linguistiche degli italiani, e via via raffinati e sistematizzati (l'ultima inchiesta a me nota, dell'Istat, risale al 2015 ed è stata resa pubblica alla fine del 2017: cfr. https://www.istat.it/it/archivio/207961) testimoniano una crescente discesa dell'uso esclusivo o prevalente del dialetto in casa (ridottosi al 14%) e una inversa, poderosa affermazione dell'uso familiare esclusivo o dominante dell'italiano (attestato intorno al 46%). Beninteso, trattandosi di autodichiarazioni, non conosciamo la qualità di questo italiano comune, sicuramente posseduto a livelli molto diversi di sicurezza e precisione lessico-grammaticale. Ma la linea di tendenza è chiara: l'Italia ha fatto passi da gigante sulla strada (di cui parlava con tinte drammatiche Pasolini nei primi anni Sessanta) che conduce al radicamento di una vera lingua nazionale unitaria. Il dato interessante, e spesso sottaciuto, sta però nella circostanza che fra i due blocchi dei dialettofoni e degli italofoni più o meno esclusivi sta un 32% di persone che dichiarano di usare alla pari lingua e dialetto: la parlata locale resta insomma lingua materna per un italiano e italiana su tre, convivendo tranquillamente con l'idioma nazionale, in condizioni, dunque, non più di diglossia (separazione sociale dei due codici) ma di bilinguismo. Dato ancor più interessante, c'è una ripresa di attenzione e pratica del dialetto nelle classi giovanili d'età, quelle cioè in cui più forte e sicura è la conoscenza della lingua nazionale (e di altre lingue). In breve: l'antica vocazione plurilingue di questo paese non è scomparsa, resiste alla globalizzazione, convive con essa. Pensate, per fare un esempio limite, che a me sembra molto significativo, al rock dialettale, diffuso da Napoli a Genova, da Roma a Milano: la musica e i ritmi dei giovani si mischiano col dialetto, con le pronunce regionali, ma anche con l'inglese, coi gerghi metropolitani, in un singolarissimo continuum nel quale si rispecchiano gli usi comunicativi della strada. Sta forse in questo nuovo "zoccolo duro" di prassi comunicativa, diciamo pure meticcia (nella quale non vanno dimenticate le "altre lingue" - dal cinese all'ucraino, dal rumeno all'albanese - presenti sul nostro territorio: il restante 6,9% della popolazione residente), la radice della proiezione del dialetto aldilà dei suoi tradizionali limiti tematici, anche in fatto di produzione letteraria.

In un altro scritto del 1979, un intervento veneziano su "Gramsci e le vicende linguistiche del teatro del Novecento", De Mauro rammenta le pagine dei Quaderni (ma anche le cronache giornalistiche del giovane Antonio) su Pirandello e altri autori di teatro, assai più felici in dialetto che in lingua nazionale. Gramsci, come si ricorderà, riflette su ciò in relazione al "nesso di problemi" che caratterizza la mancanza di organicità e popolarità della cultura italiana, il suo essere incapace di respiro nazionale e popolare. Le osservazioni di Gramsci, finissimo auscultatore dei fenomeni linguistici, si spiegano bene sullo sfondo sociolinguistico che abbiamo brevemente ricostruito; e tanto più intrigano quanto più il teatro, come genere letterario e comunicativo, si pone in continuità con gli usi linguistici extraletterari. In astratto, un testo poetico, destinato alla lettura, può vivere in una dimensione artefatta, preziosa; non può farlo il teatro, nel quale il rapporto col pubblico, l'hic et nunc del dialogo messo in scena hanno una funzione costitutiva. De Mauro acutamente richiama una pagina del Discorso sulla nostra lingua attribuito al Machiavelli (1524?), nella quale il Segretario fiorentino spiega la mancata fortuna delle commedie di Ariosto per esser prive di quei "sali" che si richiedono in opere siffatte. Stese in una lingua che per lui, ferrarese, era ovviamente lingua seconda, lingua di studio e non di natura, quelle commedie non funzionavano, non determinavano la comunione col pubblico, fatta di riso, partecipazione umana, commozione, che forma il nocciolo di ogni possibile teatro.

Movendo di qui, e intendendo ribadire come il dialetto, contiguo all'italiano e non più mortificato socialmente, sia anche fenomeno di cultura e di arte, De Mauro perviene a una considerazione d'insieme del fenomeno del teatro in dialetto che val la pena rileggere:

«Se ci mettiamo da questo punto di vista (e questo punto di vista possiamo coinquistarcelo proprio e solo perché mettiamo a frutto le categorie gramsciane di cultura nazionale e popolare, di egemonia, di linguaggio come premessa e conseguenza di egemonia), più d'un conto torna. Per esempio, si capisce bene la fortuna nient'affatto paesana, ma nazionale, del teatro dialettale di Pirandello e Musco, di Petrolini, di Totò, di Eduardo. Come è accaduto di osservare già molti anni fa, il teatro dialettale è apprezzato non nei paesi d'origine, ma soprattutto nelle grandi città, e non dai ceti meno istruiti, più immersi nella dialettofonia esclusiva, ma dai più istruiti. Ai livelli più alti di cultura intellettuale e urbana, non ai più bassi si apprezza quel fatto non di incultura paesana, ma di cultura che è il plurilinguismo del teatro dialettale italiano» (TdM, L'Italia delle Italie, Roma, Editori Riuniti 19922, p.136).

Ma il richiamo demauriano a proiettare la scrittura letteraria sullo sfondo delle condizioni reali, areali e sociolinguistiche, della comunicazione non vale solamente per la poesia o il teatro in dialetto. Vale, in un certo senso a fortiori, per tutta la maggioritaria produzione in lingua. Su questo lo studioso ha scritto (e promosso) ricerche preziose, che sarebbe opportuno riprendere in modo articolato. Mi limito a qualche cenno. Già nella Storia linguistica del 1963, un lungo capitolo conclusivo sulla lingua poetica contiene spunti preziosi per ripensare il caso di poeti che hanno puntato sull'attrito fra italiano tradizionale, aulico, e lingua dell'uso per conferire inediti effetti di senso ai loro testi. Un caso esemplare è Leopardi, scrittore "classico" se mai ve ne furono, che lascia cadere nei suoi versi più famosi schegge di parlato nudo e crudo: la gallinella, il (si badi: "il") zappatore, perfino forme dialettali come gita (forma mediana per "andata"). E che teorizza, in note dimenticate dello Zibaldone, come l'effetto di "peregrino" da lui ricercato (lo xenikon di Aristotele, lo "straniamento" di Sklovskij) risulti proprio dalla contaminazione fra queste forme "familiari" e il tono alto e immobile di una lingua "che non si parla". Un altro caso è Gozzano, che resta nella memoria di ogni scolaro, estenuato dal greve classicismo di certo (non di tutto, per fortuna) Carducci, per l'improvvisa, inattesa dimensione di poesia prosastica, materiata di forme comuni, di registri sapientemente bassi (si pensi a quegli occhi di un "azzurro di stoviglia"), di rime spostate dalla coda all'interno del verso, che regala al lettore. Ci si pensa un attimo e ci si accorge che nulla meglio di questo finissimo gioco di stili rende il contrasto fra il vecchio mondo italiano ed il nuovo, fra la periferia e il centro, fra l'immobilità della tradizione e l'empito della vita moderna, ingredienti essenziali della malinconia gozzaniana. Un terzo caso è Pavese, scrittore esemplarmente locale e nazionale ad un tempo, che si colloca al di là della crisi linguistica, riuscendo tra i primi a offrirci una poesia italiana davvero moderna: una lingua nella quale «non si isola un solo arcaismo» ("Sarai tu / ferma e chiara"), ma condensata attorno al nucleo lessicale di maggior frequenza (sempre nei termini della statistica linguistica) del vocabolario italiano, che ereditiamo dalla tradizione, da Dante in poi, e che si ripropone come lessico "di base", quello cioè più ricorrente e disponibile, degli usi contemporanei. Una voce "antica", conclude De Mauro, che forma la medietas di tanta comunicazione realmente "italiana" di oggi. De Mauro non si sofferma in proposito, ma risulta chiarissimo come esperimenti espressivi sofisticati come - ad esempio - quelli della neoavanguardia siano resi possibili proprio dalla percezione di questo inedito fondo medio della lingua, negando o mettendo in tensione il quale è possibile tentare nuove frontiere semantiche. E si potrebbe continuare, ovviamente, ragionando sulle operazioni poetiche (e non solo) di tanti autori più recenti, variamente influenzati dalla lezione di Gadda.

Concludendo, desidero segnalare ai lettori (perché non si tratta di un lavoro che abbia goduto di ampia circolazione) il Primo Tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento (Fondazione Bellonci-Utet) che raccoglie su Cd-rom i testi dei libri vincitori delle prime 60 edizioni del premio Strega e rende possibile interrogarli secondo puntuali variabili quantitative. In quest'opera, da lui curata e dotata di ampia introduzione, De Mauro ci dà un esempio del suo modo di accostarsi, da linguista autentico, ai testi letterari, misurandone i caratteri interni in relazione con le movenze più generali della lingua nazionale. A chi voglia indagare le linee di sviluppo del lessico letterario italiano interesserà, per esempio, imparare che il lemmario completo dei testi include "solo" 65.875 unità, di cui il 5,59% è costituito di dialettalismi, e che in questo gruppo fa la parte del leone il romanesco (mentre esigua è la presenza dei settentrionalismi); fra le voci regionali (non dialettali, cioè, ma provenienti dal dialetto, come barbone o coppola) spiccano invece i settentrionalismi (338) mentre solo 196 sono i toscanismi. Finestre quantitative, dunque, ma suscettibili di valutazioni qualitative di grandissimo interesse per chi voglia capire in che direzione stia andando la lingua letteraria italiana.