LE PAROLE FRA NOI

TRE RACCONTI

di Marco Palladini

01 - I non stronzi non muoiono

Un collega le scrive spesso, sardonico: è sempre più difficile alla nostra età far coincidere il punto di vista con il punto di vita. Anna Melia si trovava in quel punto di vita che cozzava palesemente con il suo punto di vista su se medesima e sugli altri. Si sentiva insoddisfatta, annoiata, non di rado veramente arrabbiata. Era sola e la critica d'arte a cui aveva dedicato l'intera sua esistenza non riusciva a riempire più i suoi vuoti d'anima. Ciondolava per giorni, poi repentinamente reagiva, si agitava, senza però concludere nulla. La televisione, sì, quella la guardava avidamente. Soprattutto quei programmi-spezzatino che rimandavano in onda schegge di vecchia tivù in bianco e nero. Una schidionata di antiche gag, varietà comici, canzoni da Sanremo o da Festivalbar, pubblicità di Carosello. E le piacevano, quasi la ossessionavano quei refrain sciocchini dei jingle d'antan: "... Du du du du... du du du du... Dufour ... Pun pun, appuntamento yes... appuntamento con Punt e Mes...".

Al telefono dialogava fittamente con un amico pittore, Anselmo, colpito da un tumore osseo maligno che gli stava smangiando la faccia. Ma lui continuava a dipingere, quasi come nulla fosse. Ed erano tele straordinarie. A volte un vortice di colori e di forme astratte ebbro di energia creativa. Altre volte quadri figurativi complessi, lucidamente stratificati, simbolico-filosofici. Poi anche ritratti di familiari o di persone amiche, rari, ispirati, spiazzanti, con policromatismi e soluzioni visive di alto calibro. Ai pennelli e alle spatole aveva affidato il suo glorioso urlo di vita contro l'infame tenebrore della morte. Ma Anna non era sicura di riuscire nella cornetta a trasmettere ad Anselmo tutta la propria ammirazione, la propria affettuosa partecipazione per il suo essere pressoché un eroe artistico e intellettuale, per il suo rappresentare un esempio indomito di dignità e di forza psicologica e morale. Le parole che le uscivano di bocca, le sembravano stonate, inappropriate, componevano frasi inautentiche, piene di clichés, persino goffe. Ma Anselmo era comprensivo, non sbuffava o si seccava e le ripeteva che la malattia, anche o soprattutto la malattia terminale è un'esperienza, un'esperienza di vita, sia pure l'ultima che è concessa ad un uomo. E le ribadiva che occorreva saper vivere questa esperienza con coscienza, con lucidità, con tutta la più coraggiosa paura sino alla fine. Che occorreva vivere la morte con tutta la pienezza possibile, sino al trapasso nel nulla. Citava il regista Mario Monicelli: "Solo gli stronzi muoiono". I non stronzi la morte se la prendono, come una vittoria su di essa, sul terrore che ci incute.

Quando terminavano queste telefonate, Anna si sentiva scossa, si sentiva una povera sciocca. Capiva di essere una nanerottola di fronte alla gigantesca statura del suo amico pittore. Che le dava una lezione, concreta e non astratta, di vita-in-morte o di morte-in-vita che lei non avrebbe mai saputo realmente imparare e ripetere. La sua arte visiva aveva raggiunto il massimo della potenza creativa, proprio quando era stata più vicina al punto di vita-morte. Quando Anselmo non ci fu più, Anna ricordava quei dialoghi e quella filiera di sue parole come ustioni in fondo all'anima, come immedicabili bruciature impresse nella carne dello spirito. Qualcosa che faceva male, ma talora anche molto bene.

02 - Uno strano funerale

Notte, nottetempo, a che punto è la notte? Sempre se lo chiedono i nottambuli, anche se noi ci sentiamo soprattutto dei nottivaghi, anzi dei nottemponi svelti a fare scherzi e scherzacci ai dormiglioni: amiamo fare mosse incaute tra telefonate frequenti e moleste e intemperanti scampanellate, giusto per il perverso gusto di rompere i coglioni al prossimo e di riproporre il giochino dei kattivi contro i buoni.

Maurizio Romanelli sul tiro birbone agli altri ha edificato la sua filosofia e stile di vita. Epperò è un tipo eclettico, ha molte dimensioni psico-esistenziali, che talora appaiono totalmente irrelate. Di base sarebbe un infermiere che lavora sulle autoambulanze. Soccorre infartati e feriti gravi da incidente stradale. Tutti i giorni ne vede di ogni. Il suo lavoro è talmente ansiogeno e limitrofo alla morte, che lui, invece di ingollare come i suoi colleghi benzodiazepine a manciate, pratica la burla anche feroce e l'humour noir, come sana e vitale e sorridente reazione o meglio abreazione al permanente incombere della 'commare secca'.

Su un altro piano il Romanelli si rivela, a sorpresa, un uomo attento alla ricerca spirituale. Da qualche tempo si è intrippato con gli insegnamenti del guru indiano Paramahansa Yogananda, un santone e mistico, inventore del Kriya Yoga che mette capo a tecniche meditative finalizzate alla piena autorealizzazione. La sua Autobiografia di uno yogi lui l'ha letta avidamente come un vademecum per vivere nella e della piena felicità.

Quando dimentica di essere fondamentalmente un burlone, un 'pigliaperculista' principe, ma anche un aspirante asceta, Maurizio discute con il suo amico Bruno Masini, sindacalista cigiellino e veterocomunista ancora marca "Addà veni' Baffone", che si picca pure di scrivere poesie. Romanelli gli fa tanto educatamente, quanto sarcasticamente notare che nella Russia sovietica dei bei pessimi tempi la poesia se la passava alquanto male. Vladímir Majakovskij si suicidò a trentasei anni. Osip Mandel'štam morì 47enne in un gulag vicino Vladivostok, dove era stato deportato. Marina Cvetaeva variamente perseguitata e raminga e ridotta in miseria si impiccò a neppure quarantanove anni. Anna Achmatova ebbe il marito fucilato, il figlio fu imprigionato durante le 'grandi purghe' e lei venne espulsa dall'Unione degli Scrittori. Iosif Brodskij processato per 'parassitismo sociale' e condannato ai lavori forzati, dovette riparare all'estero, in America per vedersi riconosciuto. Soltanto Evtušenko, connivente con il regime comunista liberticida e omicida, destinatario di un Premio Stalin, se l'è sempre passata bene, elicitando versi pompier di pelosa retorica sinistrese.

Masini lo ascolta contrariato, ma anche ammirato: ma come caspita sa di codeste cose il Romanelli che non gli ho mai visto leggere un libro di poesia che è uno? Maurizio glissa e se la ride sotto i baffi che non porta e ammicca ad una medichessa giovane che si vorrebbe tanto scopare: Sleep well babe!

Ma anche no! Gli ringhia la dottoressina 'baby' che ama l'hi-fi e ha la casa piena di woofer e subwoofer per pompare a manetta i suoni a bassa frequenza, quelli più erotici, che quando balli ti bagni tutta, la passerina ti si scioglie per il piacere.

L''altro' Romanelli, quando pratica lo yoga, sente che attraversa il sottobosco della mente ed accede a territori vergini, inesplorati che gli dischiudono strane visioni.

L'altra notte calzava delle scarpe ginnastiche da running tra blu e celeste. Dopo la corsa le dava ad una donna per farsele lavare. Dopo un po' di tempo tornava e quella gli mostrava la scarpa sinistra con una sovrapelle, quasi una guaina parzialmente sfilata: guardi come si è ridotta dopo il lavaggio, gli dice con un tono stizzito. Maurizio non capisce e vuole una spiegazione, la donna per tutta risposta, strappa via completamente l'incongrua guaina. Resta così una scarpetta bianca fatta di una leggera, fragile tela. Lui, allora, insiste per farsi dare anche l'altra scarpa e con delle forbicine taglia e sfila via pure la guaina della scarpa destra. Quindi su un comò allinea le due candide scarpine che ora emanano un inquietante nitore. Quasi un riverbero auratico. Romanelli le rimira e non è sicuro di poterle ancora infilare. Non ne sono ancora degno, si dice. Ad ogni modo decide di riporle nella scarpiera, ci penserà più avanti che cosa farne. In attesa di essere pronto per poterle calzare.

Un'altra volta si è ritrovato all'ennesimo funerale della sua esistenza. Solo che è andato ad un funerale senza sapere chi sia il morto. C'è un piccola folla di persone con l'aria contrita, qualcuno singhiozza e appare sinceramente disperato. Maurizio parla con parecchie persone che non conosce e annuisce e sorride, ma non sa davvero il perché. Perché si sta sforzando di recitare il ruolo di compartecipe al dolore per un morto ignoto? D'un tratto gli viene il sospetto atroce di essere venuto al suo funerale, che la funzione esequiale che sta per iniziare sia apposta per lui. Inorridisce all'idea, ma di fatto continua a ignorare l'identità dell'uomo deceduto (o era una donna?). Peraltro ad osservare meglio la scena non si vede neppure la bara. Ma che cos'è? Si sta celebrando un funerale in absentia? Senza il cadavere? Aspettando che arrivi un morto, se mai ci sarà? Mah!

Un tipo elegante col clergyman, ma che non sembra un prete, gli si avvicina e gli confida: vuole sapere qual è il mio progetto? È piuttosto un rigetto... qui si celebra il funerale del tutto e pure del niente che sovrasta e sussume questo tutto...

Romanelli lo guarda sardonico e gli replica citando il refrain della canzone sanremese di Francesco Gabbani: "E allora avanti popolo / Che spera in un miracolo / Elaboriamo il lutto con un Amen, Amen / Dal ricco in look ascetico, al povero di spirito / Dimentichiamo tutto con un Amen, Amen".

L'altro lo guarda come si guarda un pazzo oppure un saggio, poi pure lui con un ghigno dice "amen", gli volta le spalle e se ne va.

03 - Un fallito ritorno

È sul palco del festival "Dentro l'opera" che appare lo scrittore Gianfranco Bentimiglia, invitato a raccontare la storia del suo nuovo libro: Un fallito ritorno.

"Il protagonista è un piccolo intellettuale di provincia che torna dopo mezzo secolo nel piccolo paese natio, da dove se ne era andato a vent'anni per andare a cercare il suo destino altrove. Daniele, così si chiama l'uomo, è tornato non tanto per nostalgia, quanto per riscoprire le sue origini. Nei cinque decenni in cui è stato via, ha abitato in molte città, è stato in grandi metropoli all'estero, epperò la vita gli ha procurato disillusioni e disincanti in serie. Ha pubblicato qualche volumetto, ha insegnato, è stato sposato e poi ha divorziato, si è occupato di biblioteche scolastiche, ma non ha mai trovato quelle soddisfazioni, quelle gioie, quell'habitat felice che andava cercando. Ora che è in pensione e che l'età incomincia a pesare, ha deciso di rientrare in paese per capire se quel luogo ideale che aveva in mente non fosse proprio il posto dove era venuto al mondo. Daniele torna alla casa dei suoi genitori defunti, quindi va a portare un mazzo di rose sulla loro tomba. Attraversando il piccolo cimitero agreste, si rende conto che anche parecchie persone che conosceva sono morte. Quelle scarse che sono sopravvissute sono terribilmente invecchiate come lui e lo guardano sorprese, con un misto di sbigottimento e di sospetto: che è tornato a fare? Che cerca? Vuole qualcosa? I paesani non si fidano mai l'uno dell'altro. Lui gira, va a rivedere i paesaggi della sua infanzia. Alcuni gli dicono che in fondo è rimasto tutto uguale, il paese nel tempo si è come cristallizzato, è come pietrificato in una sua forma fossile. Mentre invece a Daniele sembra che sia tutto stravolto, irriconoscibile. Ma forse, riflette, è lui che non si può più riconoscere né lì, né altrove. Il suo animo è deformato, il suo sguardo è trasmutato: l'immagine antica che serbava del paese non corrisponde alla realtà attuale. Il paese è, forse e in fondo, sempre lo stesso ma, insieme, si appalesa diacronicamente come un luogo terribilmente alieno. Come è Daniele un alieno agli occhi dei pochi che ancora si ricordano di lui. Rammenta che una analoga sensazione di panico straniamento l'aveva percepita in terra nipponica mentre vagava tra pagode scintoiste, templi buddhisti, giardini zen, boschetti di ciliegio in fiore e ponticelli di legno soprastanti placidi fiumiciattoli. Il postremo disinganno convince Daniele del suo essere atopico, un soggetto senza luogo, senza utopie e neppure 'autopie'. Un soggetto decentrato, desituato pure rispetto a sé. Così, comprende che è inutile rimanere, per la seconda volta riparte dal suo paese, questa volta in via definitiva. Leone, un diacono valdese, vecchio sodale della sua adolescenza lo accompagna alla stazione. Prima di salire sul treno i due parlano a lungo. Poi la sera al settimanale incontro interreligioso, Leone confida ai suoi radi e fedeli interlocutori: sapete? mi è sembrato molto confuso, ma al contempo sollevato. Lui è destinato a camminare, a peregrinare senza una precisa meta, ostinandosi a cercare di trovare qualcosa che neppure lui sa esattamente che cosa sia e dove stia. Probabilmente, quando giungerà nel luogo deputato del suo destino, immediatamente morirà. Il suo viaggio si sarà concluso. Del resto, aggiunge, anche eminenti personaggi hanno percorso questa terra come meteore, quasi senza lasciare tracce dietro di sé, appena un vago ricordo. È soltanto il credere in un oltremondo che dà un vero ancoraggio alla propria vita. Ecco Daniele non ha ancora gettato la sua àncora. Gli astanti assentono con la testa, procedono nella lettura di un'ultima pagina evangelica, quindi si alzano, si segnano con la croce, salutano Leone e se ne vanno a cena".

Terminato il racconto, si accende il dibattito e qualcuno del pubblico chiede se sia una storia autobiografica: Daniele è lei? Bentimiglia sorride e nega. O meglio concede che ogni sua storia abbia un riverbero autobiografico, ma il personaggio in questione non gli somiglia per nulla, lui vive nella città dove è nato. Un altro gli domanda: lei è credente? Lo scrittore si professa ateo e laico, ma non misconosce che i temi e i misteri religiosi letterariamente lo attraggono. Poi, dopo altre interrogazioni e divagazioni e prima che il presentatore dichiari chiuso l'incontro, dice agli spettatori: "Per parafrasare un poeta che ammiro, una storia è dentro di te, lo scrittore è tra le sue braccia, se si lascia avvolgere, la storia si svolge... ossia si scrive da sé".