PER LA CRITICA

TRA LE RIGHE DELLA LINGUAVIRUS … L’IO-PARLÊTRE

DI MARCO PALLADINI

di Antonino Contiliano

Niente da dichiarare, niente da dire! È la riflessione e la decisione che ti viene in mente quando finisci di leggere Nei sentieri della linguavirus - Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini di Ilenia Appicciafuoco (Roma, Novecento Libri, 2019, pp. 198, € 15,00), tale è l'adesione alla modalità critica con cui l'Appicciafuoco si addentra in progress nell'opera di Marco Palladini. Tuttavia, paradossalmente, per dire di questo tipo particolare di "nulla" da dichiarare e dire è necessario che il dire sia lasciato dire scrivendone la presa di posizione. Per di più non spiace d'esser di parte, partigiano. Certo, infatti, è che il punto di vista si allarga: è situato in situazione. Ci sono cose di cui non si può e non si deve tacere. Non c'è negazione se non nel fuori-dentro delle parole in voce e/o in gramma d'azione; il soggetto uomo - direbbe J. Lacan - è un "parlêtre"; un soggetto 'Io'-parlêtre e, nel caso di Marco Palladini, secondo chi scrive, il linguaggio non può essere la "casa dell'essere" heideggeriano (l'angoscia della separazione dall'Essere-Uno). Per di più, il disaccordo è anche lì dove la parola della vita quotidiana, per Martin Heidegger, era il mondo inautentico della chiacchiera, per il poeta romano invece è quello dell'informazione e della comunicazione (mediale e massmediale massificante) su cui il nuovo capitalismo immateriale e/o linguistico impianta pure il suo nuovo impero di produzione e assoggettamento. Una massificazione cui, collaborazionisti di nuova generazione o consumatori complici e coinvolti, non sfugge neanche lo stesso lumpenproletariat caro a Pasolini: "li ricottari oggi salgono sulla jaguar / li sottoproletari oggidiani accarezzeno er touch screen" (È guasto il giorno).

Come dire che la fabbrica del discorso del padrone ha il consenso degli stessi sfruttati, mentre, tramite l'accoglienza dei desideri, ne realizza l'identificazione servile. È la dimensione del desiderio del "Biòs" messo al lavoro, e della "cosa" come insoddisfazione ininterrotta e precarietà, senza fine. Crisi continua, o economia della crisi come rapporto di espropriazione e appropriazione, propri del neoliberismo cognitivo "acefalo" (ultima generazione) del pre-simbolico e della semiotica a-significante dei flussi digitalizzati; quello che ha fatto perdere, si fa per dire, il "padre" (i fondamenti e l'autorità dell'archè, principi e potere) come strategia di sopravvivenza e permanenza dei poteri del kapitale, mentre i figli sono chiamati alla responsabilità della colpa e al riscatto del debito, infinito. Il modello che intreccia il luogo, il tempo e la ritmica del loro processarsi nell'attualità della crisi come forza sine die rigenerante (crisi come economia-in-crisi-continua); fieri illimitato e assoluto, come altrettanto illimitato e assoluto deve essere il godimento-marketing che lo deve nutrire e sostenere (per i riferimenti basterebbero il nome di Lacan con il suo "Discorso del capitalista" - oltre quello del Padrone, dell'Università, dell'Isterica e dell'Analista -, o quello di Massimo Recalcati con il suo "L'uomo senza inconscio", o, più propriamente tutti i nomi dell'Italian Theory stessa). I nomi cioè su cui Palladini, in una delle poesie del suo libro e non senza allusioni parodiche, issa ed espone l'ipoteca di un punto interrogativo litotico: colludono «[...] col Negative Denken? /... / o un ingorgo di antagonismi e forme governamentali?» (Italian Theory or not?, "È guasto il giorno").

Altro è così, scrive e ripete senza soluzione di continuità Marco Palladini, lo Zeitgeist di questo XXI secolo. Basterebbe allora avere solamente davanti i titoli, non dico delle poesie, ma dei libri che le raccolgono e le scagliano taglienti raffiche come una passione che affetta il secolo e il suo presente: 2009, Iperfetazioni (la linea non c'è); 2011, Chi disturba i manovratori? Zibaldone incerto di inizio millennio 2000-2010; 2012, Poetry Music Machine; 2013, Attraversando le barricate; 2015, È guasto il giorno. Del resto, quando l'Appiciafuoco incornicia le diverse sillogi negli anni di ogni decennio, non fa cosa diversa nel connettere tempo, bios e linguaggio palladiniano composito.

L'Io palladiniano è piuttosto un io linguistico-semiotico sfrangiato e multiversato o, come lo codifica lo stesso autore un "ego-in-movimento"; una mutazione "ontologica" che, con nel sangue un'anima più che pasoliniana (istinto e ragione) deleuziana (discesa nel cum-finis, la zona che azzera il filo spinato della separazione di genere, specie e differenza specifica), lo fa "divenire animale".

Netta in tal senso è per esempio la poesia "Testarda" ("È guasto il giorno"): «Fuori dalla disgrazia di dio / scivolando nelle pieghe di un'esistenza / che forse non ho neppure il tempo di vivere / ma battendo e ribattendo / impigliato nel senso cieco del fare / con furia, con ansia // Dal margine mi guardo e vi guardo / Sì, mi attardo a contemplare il divenire animale, / la dismisura di un'affollata solitudine / che procede in ordine sparso // Se rinasco lo farò con malinconia / con fobia, con poesia. / Con testarda poesia».

L'io funziona così come luogo-tempo rappresentante e rappresentativo; una rappresentazione cioè che sdoppia e distanzia l'«Io-moi» - il sé che cambia continuamente nel tempo - dall'«Io-je», l'atto del pensiero che inquadra e astrae fino al punto di identificarsi con l'identità degli indiscernibili leibniziana e deleuziana. L'io di Palladini, nel testo - legge bene Francesco Muzzioli -, «si fa strada assumendo i contorni di identità altrui, di tutte le identità nelle quali si identifica. L'iperfetazione, l'iperproduzione, nasce proprio da questo moltiplicarsi dell'io in varie sfaccettature che simboleggiano il tentativo di osservare a tutto campo i mutamenti della storia e degli uomini all'interno della storia»[1]. È l'io del pensiero che fa quadri e che di stagione in stagione ne delinea il contesto, i fenomeni e gli effetti - il tempo storico come stagione di forme in movimento tra il prima e il dopo. L'atto critico e 'macchinico' che, come un esperto flâneur e soggetto 'dividuale', imbraccia una cinepresa, mentre la porta chronologicamente nel paese della lingua e nei villaggi dei linguaggi e dei segni verbali e non verbali, misti. Un andirivieni che funziona come una rappresentazione che registra e insieme distanzia, mescolando e percolando, cambiamenti e mutazioni chiasmatici come un dentro-fuori temporalizzato e segnatamente articolato nelle diverse configurazioni del presente e presentate. Un andirivieni temporale che è chronos-bios-kairós-tempus (originariamente, per inciso, greci e latini, quando parlavano del tempo, non lo disgiungevano nettamente dalla vita - bios - e dalle scelte opportune). Una vera passione per il presente con le sue pluralità e molteplicità in cammino evenemenziali; un mondo di complesse identità con cui il divenire-Io del poeta Palladini cerca compenetrazione per bucarne le superfici e filtrarne il magma ribollente, caotico; il dis-ordine come sregolamento dei sensi, delle facoltà, delle opzioni, dei desideri fabbricati e delle operazioni di mercato, mentre la teoria e la prassi fanno capolino fra le dispute della "Italian Theory or not?".

L'atto espositivo di questa filosofia politica Italian Theory così si esteriorizza nei ritmi poetici di Marco Palladini. Ma, per noi, è anche spunto conducente per dire, schematicamente, almeno ancora due o tre cose. Suggerimenti che fanno trapelare fra i testi di È guasto il giorno come un altro filo rosso di lettura. Una compatta macchina da guerra in movimento. Sparare sul calendario delle agende del capitalismo cognitivo gaudente (che, nell'accezione di Michel Foucault, insegna le condotte del sine "cura di sé") e rompere con questo continuum della storia presente, la prima cosa. La possibilità di poter dire che questo nuovo lavoro del poeta romano apre a una poesia-saggio, e al suo ritmo temporalizzato tra recente passato deteriore e un presente immobilizzato, la seconda. Un certo quadro di continuità poi che non conduce da nessuna parte, un resto paradossale: "Quello che resta del padre / è la menzogna di ciò che siamo / la verità di quello che vorremmo essere" (Il resto del padre, "È guasto il giorno"). Un'ultima cosa è sul ritmo delle poesie di "È guasto il giorno", un incalzante susseguirsi di tonalità accentuative significanti. Un ritmo, questo, dinamicizzato e governato con accenti piani quanto veloci. Un movimento che, travasato nei testi delle quattro sezioni (che compongono il libro di Palladini), si articola tra accentuazione (ictus) ascendente e discendente (a testimonianza di una passione che mutua la piana gravità del passo e la leggerezza veloce del gesto contundente del verso), e di cui i versi in posizione anaforica (quasi sempre i primi di ogni strofa in tante poesie) sono evidente ripetizione quanto strutturale ed essenziale tecnica di questo lavoro.

Non è un caso, infatti, se l'autrice del saggio nell'acuta e approfondita analisi dell'opera del poeta romano richiama l'"io è un altro" di Rimbaud, mentre registra i cambiamenti generali e locali, legati alle metamorfosi economiche, politiche, culturali... interne ed esterne dell'italica gente. Ma, e non per ultimo, potremmo dire anche che il ventaglio dell'opera di Marco Palladini respira la terra degli eteronomi di F. Pessoa, la molteplicità singolare che si fa sostanza e non attributo. E, ancora, non è casuale, secondo noi, se l'autrice del saggio divide il suo lavoro in capitoli (due) e paragrafi, e questi come scansioni temporali che hanno semantizzato gli ideologemi della testualità poetica di Palladini. Quasi un'eterotopia - foucaultiana - in cui lo specchio, sciogliendosi, identifica il reale e il virtuale della ri-flessione, mentre il mondo poetico della testualità di Marco Palladini, attento alle variazioni cromatiche e tonali, si fa audizione e visione sonoriconica e refrain prolungato sui binari di quella che può essere chiamata la tecnologia del poetic general intellect: assonanze e allitterazioni, anafore, diafore, impasti, parole valigie, parallelismi, isotopie, ripetizioni, equivalenze e valore posizionale delle parole, ritmi franti e sincopati, metrica controllata e/o piegata al verso lungo e discorsivo etc. A volte, come nella poesia Il resto del padre ("È guasto il giorno"), l'anafora, nella sua forma sintagmatica e strofica, diventa un ritorno cantabile. In altri testi, la semantica del verso gioca invece sul valore posizionale delle parole ripetute e la fluenza relazionale del sintagma che li ricombina in versi di senso sempre differenziale. La poesia, indicata come "III" si trova nel libro "Iperfetazioni" ("Ricognizioni Private"). Con Michel Foucault, in questo testo, si potrebbe dire che parole e cose, pensiero ed essere non sembrano più corrispondersi. La poesia è chiamata a discorso anche da Ilenia Appicciafuoco, quando a proposito di "io è un altro", il discorso - scrive l'autrice - sembra «si attorcigli su se stesso»[2]. Ne riportiamo un frammento: «Tu non sai chi penso di essere / tu non sai chi penso che tu sia / e neppure sai chi tu pensi di essere / Io non so chi pensi di essere / io non so chi pensi che io sia / neppure io so chi penso di essere».

GILLO DORFLES

In ogni modo, come una succinta visione d'insieme per altri lettori, ecco l'indice (temporalizzato) del libro:

Capitolo primo (la poesia): Gli anni Ottanta (Et ego in movimento, Dalla battaglia politica alla guerra del linguaggio, Ragazzi di vita ragazzi di morte); Gli anni Novanta (Autopia. Il viaggio esoterico dell'io, Ovunque a novunque. L'esplosione del logos, I due volti dell'estate, Considerazioni a margine, Resistenze. Antologia di scritture polispoietiche, Resistenze 2. Memorie random per il prossimo millennio, Fabrika Póiesis. Poeti, anarchici e mostri); II Duemila [La vita non è elegante (Satire, Agoni, Scenari, Agonie),La mala educación della poesia, Il mostro Marilyn. Amore, sesso e bellezza nella poetica di Palladini, Iperfetazioni. (La linea non c'è) ,Chi disturba i manovratori?,Zibaldone incerto d'inizio millennio (2000-2010),Il mondo percepito. Il poeta è un graffìtaro, La memoria di Adriano e la città perduta, Attraversando le barricate. Il discolo della poesia, è guasto il giorno. Poesie per un'altra umanità]; CAPITOLO SECONDO. LA VOCE DEL POETA (Il mio verso è come un rock, Trans Kerouac Road e Poetry Music Machine); INTERVISTA CONCLUSIVA.

E già dalle voci (i nomi scelti dallo stesso Palladini per i suoi libri), si può intuire e presagire che lingua del poeta non è "casa" che, secondo noi, respiri Heidegger. Lontano dal linguaggio come casa dell'essere heideggeriano, l'esser-ci di questo soggetto rockettaro e jazzista 'teatrico' è piuttosto il parlêtre-trovaparole-trovaroba del divenire-essere neghentropico. Un termostato-regista che, nel tempo e nei segni del tempo, fra l'altro, tempera o stempera sempre con ironia, autoironia, acido sarcastico; o, per dirla con Francesco Muzzioli, con la "parodia rossa" che si rapporta con la forza del nosse-posse-velle del disaccordo e del dissidio contro il Discorso del Capitalista. Il discorso, del linguaggio, che (ci piace analogizzare), alla maniera di Alice e Humpty Dumpty (Lewis Carroll, Attraverso lo specchio), personifica la lotta per l'appropriazione e l'uso delle parole o dei segni; la guerra per il COMANDO sul potere delle parole con il loro carico di univocità, polisemia, polifonia, equivocità e ambiguità. Un incrocio di referenze e significanze che i pezzi del linguaggio, parole e segni, producono muovendosi sulla scacchiera della lingua con le sue coordinate paradigmatiche e sintagmatiche dinamicizzate.

Conosciamo infatti il mondo prima nelle parole e nei segni e poi ne discendiamo le rapide e le derive fra le cose. Un passaggio non estraneo al pensiero e alla produzione artistica del poeta romano, se Simona Cigliana nella sua prefazione al libro di Ilenia Appicciafuoco, che si immerge nella processualità del linguaggio poetico di Palladini, rileva che per l'autore della "linguavirus" la vita si finge quanto la finzione si vive, per cui «La vita è segno. Nel segno è la vita»[3].

Perché il dar forma-visione al mondo dipende dal sistema simbolico e semiotico individuante le soggettività mediante l'incorporazione di un modello in cui la disalienazione non può non urtare e urtarsi con l'alienazione servile e assoggettante del linguaggio d'ordine. Gli scontri cioè dentro-fuori con cui, storicamente e materialisticamente, si organizzano i rapporti di produzione e riproduzione complessiva della vita. Tant'è che, riagganciando il polemos dei personaggi di Lewis Carroll, a fronte dell'osservazione di Alice - "lei non può costringere le parole a significare così tante cose diverse" -, Humpty Dumpty risponde che la questione è di "chi è che comanda [...], ecco tutto".

Una posizione, questa, che nel soggetto "parlêtre" palladiniano - è comando di parola "oscura" e di lotta. Un parlêtre urticante e avverso agli intimismi lirici quanto agli stereotipi che massificano. Un'arma critica che non risparmia nessuno; neanche gli stessi soggetti emarginati o delle periferie di P. P. Pasolini (personaggio poeto-politico peraltro caro allo stesso Palladini).

Quando negli anni Ottanta, l'autore (già militante di "Avanguardia operaia"), lascia la battaglia politica e passa alla guerra del linguaggio, il battesimo avviene infatti con la pubblicazione "Et ego in movimento", il testo che - scrive Simona Cigliana - investe il lettore come un magma incandescente: un idioletto oscuro e «programmaticamente volto a interrompere recisamente i rapporti con la tradizione»[4].

Ilenia Appicciafuoco, da parte sua, continua dicendo che l'aggressione letteraria è di tal portata che il critico e il lettore ne sono disorientati: «La produzione che lo studioso deve analizzare, confonde e fa paura, sia se si considera al livello linguistico e stilistico, sia se esaminata in un'ottica più vasta, che coinvolge tutti i campi artistico-culturali attraversati da questo intellettuale. [...] se uno come Palladini avesse la pretesa di catturare l'attenzione della moltitudine, di scalare le classifiche editoriali e sconvolgere le leggi di mercato, sarebbe da considerare un pazzo o un ingenuo. Quindi è chiaro. Palladini non è uno scrittore per tutti, e lo sa»[5]. La dinamica linguistica dell'intera produzione del poeta romano (Marco Palladini), per dirla con Shakespeare, è fuori sesto: giustamente delirante, un fuoristrada! La produzione, l'uso e il comando 'proprio' e/o improprio che ne fa è quella di una funzione-soggetto, o 'Io' che si identifica come essere-linguaggio e azione semiotico-simbolica in movimento. "Et ego in movimento", infatti, recita (ripetiamo) uno degli enunciati che attraversa tutta la produzione poetica (idem le stesse dichiarazioni di poetica) di Marco Palladini, cioè il deleuziano "divenire-io".

L'io non è un'identità fissa; è, come scrive lo stesso Palladini, un collezionista creatore di neologismi, un ibridatore, un meticciatore di parole, un «trovaparlato». Il trovaparlato che, lo stesso poeta Marco Palladini (nonché scrittore, critico, saggista, performer, attore e scrittore di teatro) - rilasciando un'intervista (2009) alla stessa Ilenia Appicciafuoco - dice essere un neologismo ispiratogli «dal trovarobato», per cui si definisce «un collezionista di parole»[6]. Un collezionista è un ri-compositore di parole (parole prese da fonti e autori diversi... G. Toti, E. Villa, S. Beckett, B. Brecht ... solo per fare alcuni nomi che lo stesso Palladini ci ricorda); un creatore e ri-costruttore che - alla stregua dello scontro-incontro o del dissidio linguistico e semiotico tra Alice e Humpty Dumpty (Lewis Carroll, Attraverso lo specchio) -, giustamente (lui ex militante di "Avanguardia operaia"), si prende il diritto-potere di usare la parola poetica come "un'arma di lotta". Perché, se le parole non sono più indipendenti dalle cose (come vorrebbe Alice), allora - dice Humpty Dumpty - il comando sulle parole è di "chi è che comanda". E sottolineiamo il giustamente, perché è il regista che, in conflitto e in contro-tendenza, avversa il senso comune, quello di massa e del padrone capitalistico e della sinistra esangue; perché è una "macchina da guerra" cine-deleuziana nomade e di deterritorializzante ri-combinazione. Una ri-composizione che ri-comincia per blocchi macchinici-oggettivi e montaggi in libera soggettiva, l'eterogeneo dei fotogrammi emerso dal taglio operato, se così si può dire, dal continuum dell'inquadratura in primo piano, allungato e temporalizzato.

Una macchina da guerra simbolico-semiotica contro la guerra del capitalismo linguistico e comunicativo odierno; il neoliberismo capitalistico cioè che della "parola", dei segni e del poetic general intellect ha fatto la nuova forza-lavoro produttiva e mercato di profitti privati. Una catena di processi di "valorizzazione" webness-time del lavoro immateriale-materiale, che disciplina ed esercita dominio e potestà in funzione di un potere proprietario inclusivo-escludente. Un'inclusione cioè che, debito infinito, erode le identità degli "io" individuali e di gruppo del mondo circostante, guida la logica del logos della crisi permanente e dell'autoimprenditorialità prosumer.

In conclusione, parafrasando il Discorso del Grande Altro lacaniano, ci piace concludere dicendo che la parola della poesia di Palladini è il Discorso dell'Altro. Una voce con all'orizzonte di senso l'hobbesiana "lingua tromba di sedizione", o l'urlo muquente che neutralizza e buca il "nulla" dell'eterno presente del presunto postmoderno virtuo-neocapitalistico inculapopolo; una voce poetica che (piace ricordare), fra le pieghe di questo XXI secolo, ha pure "trovaparlato", scritto e suonato con il poetic general intellect del soggetto "Noi Rebeldía", il divenire-io-collettivo-anonimo (i "multi ego in movimento"). Il soggetto che, alla stregua dell'io di Marco Palladini di "Attraversando le barricate", ha esercitato ed esercita il diritto del combattimento, la poesia come "arma critica" dentro-fuori una vita che non è elegante (la rivoluzione, diceva - illo tempore - Mao, non è una serata di gala). Una jacquerie che affetta il mondo vuoto, perverso e osceno dell'impoverimento neocapitalistico-economicistico contemporaneo; il tempo "Zeitgeist" contemporaneo cioè del reale bandito, o a zero futuro. Uno Zeitgeist che non risparmia niente e nessuno, in preda di anedonìe s-costanti: «È lo spirito del tempo, i ragazzi stanno pessimi / i loro kuori pulpitanti sono preda di anedonìe s-costanti /... // Im Lauf der Zeit, io dichiaro ke temo ke t'amo / ke Tamoil very much tra promiscui papi antipatici /... // È lo spirito del tempo, come rattrappito nella rappresaglia / per quei letti soffici su cui si trastullano in amori saffici / Sesso Soldi Successo Società di gossipari traffici / essere qualcuno o non essere, sparire nella carnale sborraglia // Im Lauf der Zeit, i ragazzi stanno pessimi / danno i numeri (cretini) e scandiscono parole (stolide) /... / il fatturato del futuro è, invece, a zero millesimi»[7].

Un tempo che, per rimarcare come in una battuta (non battuta), trova sempre il numero zero nelle mani della logica bit del capitalismo digito-elettronico, le cui immagini non sono di certo quelle dell'immaginario e dell'immaginazione in movimento di una nuova "beat generation"! Nella logica analitica binary-digit degli algoritmi il numero zero, come è tipico dei modelli teorici non intuitivi, fra l'altro, non è più associato né al luogo, né al tempo né tanto meno è misura del movimento (Aristotele), del prima e del dopo, o della distanza tra i segni (il simbolico) e le cose (il reale).

Lo zero è lo zero realtà e lo zero verità, in quanto le cose sono de-concretizzate e fatte coincidere con il feticcio delle immagini allucinatorie (fantasmagorie delle merci) o, anzi, con il marchio stesso feticizzato, sostanzializzato, in quanto la fabbrica dell'immateriale iper-bolico neocapitalistico scioglie e nientifica sia la linea di demarcazione tra il valore d'uso dei segni e le cose, sia il capovolgimento del rapporto tra cose che ieri, marxianamente, prendeva il posto del rapporto tra le persone. Il capitalismo dello zero realtà e verità ha fatto deserto della differenza, e l'alienazione stessa ha perduto il suo carattere passivo e di trasferimento trascendente. È diventata la realtà stessa, non il nascondimento della realtà. Il reale - dice J. Lacan - è forcluso, ma appunto perché iper-reale tuttavia riappare nella sua forma spettrale, o, come rielabora la poiesis di Marco Palladini, come un regno di "iperfetazioni". Un mondo dove, come in un refrain ininterrotto, agisce il poeta e drammaturgo Palladini, non dissimilmente contestualizzato da Ilenia Appicciafuoco nel suo lavoro saggistico, e dove, a maggior ragione, occorre agire semioticamente e allegoricamente per riattivare una "linea di condotta" antagonista. Un'azione che, azionata da poeti e artisti, deve e può ri-cominciare a ri-attivare la distanza tra il "segno" e il "sogno" de-concretizzante del capitalismo avatar contemporaneo. E ciò perché tra il "SOGNO O SON TESTO?", giocando tra la dialettica psicoanalitico-marxiana e la genealogia dei dispositivi dei poteri dell'archeologia foucaultiana, s'infiltri il 'desto', il "risveglio" che, come refrain/ritornello rivoluzionario permanente, inceppi ('disturbi'), almeno, i meccanismi dei manovratori.

Di questo aspetto - il ritornello -, chi scrive ne ha già (2009) detto e scritto qualcosa sulla rivista elettronica "retroguardia" (il testo letterario). Ora, per chiudere, credendo di supportare ulteriormente il discorso analitico e critico della stessa Appicciafuoco, ci piace, in stralcio, riproporne alcuni passaggi:

"Sono cose che vorrei non aver sognato / E comunque cose che mi hanno segnato": è il refrain che intercala i testi della seconda sezione - Interzone - del libro di poesia - Iperfetazioni (Zona, Arezzo, 2009) - del "materialista stoico" Marco Palladini. E i testi sono quelli etichettati dal titolo che li raccoglie sotto la denominazione di "SOGNO O SON TESTO?". Il refrain è [...] un ritorno che si ripete dopo una serie di flash acidosi, i quali, come tante retroazioni, riflettenti e giudicanti, sul recente passato o lo stesso presente di appartenenza, ritma [...] fulminei passaggi (azzeccati) e [...] sintesi scioccante e vera:

il televisore telecomandato che, poi, implode durante l'ennesima rievocazione [...] un pianeta che va in pezzi e nessuno che sappia come rincollarli [...] quelli che sdottoreggiano senza ovviamente capire una minchia della situazione presente e cogente [...] dragare i viali tangenziali dove le seriali mignotte afroslave aspettano di pompare lo sperma della notte [...] Fœminœ effeminanti femministe (cioè tutte vostre-loro), altrettali Virginie Woolf immaginarie, nonché depositarie dei saperi superiori della vagina... che si elevano solamente nel voluttuoso denegarsi [...] Misantropi carmelobeni praticano impavidi l'abiezione di coscienza avverso le verità comunicate, le masse soggiogate, le turpitudini dei potenti ogni volta replicate... (pp. 51, 52, 53).

Il refrain, e qui ci piace ricordarlo [...], richiama alla mente [...] il refrain con il quale Brecht, nel suo Il proletariato non viene al mondo in panciotto bianco, punteggia la scena della storia a lui contemporanea, e a noi non estranea:

quando la cultura, in pieno crollo, sarà coperta di soz­zure, quasi una costellazione di sozzure, un vero deposito d'immondizie;

quando gli ideologi saranno diventati troppo abietti per attaccare i rapporti di proprietà, ma anche troppo abietti per difen­derli, e i signori che avrebbero voluto, ma che non hanno saputo servire, li scacceranno;

quando parole e concetti non avranno quasi più niente a che ve­dere con le cose, con gli atti e con i rapporti che designano e si potrà sia cambiare questi ultimi senza cambiare i primi, sia cambiare le parole lasciando immutati cose, atti e rapporti;

quando, per poter sperare di uscirne vivi, si dovrà essere pronti a uccidere;

quando l'attività intellettuale sarà stata ristretta al punto che ne soffrirà lo stesso processo di sfruttamento;

quando non si potrà più lasciare ai grandi caratteri il tempo ne­cessario a rinnegarsi;

quando il tradimento avrà cessato di essere utile, l'abiezione red­ditizia, la stupidità una raccomandazione;

quando perfino l'insaziabile sete di sangue dei curati non basterà più e dovranno venire scacciati;

quando non ci sarà più niente da smascherare perché l'oppres­sione avanzerà senza la maschera della democrazia, la guerra senza quella del pacifismo, lo sfruttamento senza quella del consenso volontario degli sfruttati;

quando regnerà la più cruenta censura di ogni pensiero, che però sarà superflua, non essendoci più pensiero;

oh, allora la cultura potrà venir presa in carica dal proletariato nel medesimo stato della produzione: in rovina.[8]

Una punteggiatura che, profetica, lampeggia e costeggia la nostra storia. Un tempo - come dice Alain Badiou - dove il pensiero e l'azione umanisti hanno fatto correre, inflessibili, le vicende sui binari della "passione del reale". [...] Marco Palladini, del resto, nel suo Iperfetazioni, è doppiamente "legato", come vedremo più avanti (e per cenni), al drammaturgo tedesco. I due testi poetici della raccolta, cui vogliamo riferirci, sono REPLICANDO A BRECHT (pp. 119-21) e LA LINEA NON C'È (pp. 142-43). Ma, del materialismo "stoico", che può connettere criticamente Palladini alla poetica brechtiana (anche teatrale: Palladini è anche un uomo di teatro, oltre a essere poeta), è stato detto, da F. Muzzioli, nell'introduzione al libro. C'è anche la linea della poesia materialistica e anticapitalistica, il polemos della contraddizione che muove la mano poetica di Marco contro la produzione del postmoderno. Ed è qui che il suo "anti" preannuncia una tensione all'orizzonte più che virtuale: perché se è vero che "la linea non c'è", e pur vero che "se c'è è pura leggenda" (p. 143). La parola "leggenda" (polisemica/ambivalente), infatti, non è forse foriera di una lettura possibile? Lettura di linea, appunto, "leggenda": leggerla gerundivamente. O come, in altri contesti, scrive anche lo stesso Muzzioli, leggere le cose tra le righe? [...] il lavorio di poiesis retorica graffiante, [...] i neologismi che sostengono il segno concettuale della scrittura stessa del poeta.[...] "l'accostamento della paronomasia", la "neoformazione", e il "calembour". [...] La posizione dialogica e impegnativa dei "segni" poetici di Marco Palladini è dunque parte essenziale e strutturante, e, nelle piegature del significante (non fine a se stesso), un invito a stare nell'allegoria e nell'agorà. Al poeta Palladini, infatti, interessa sia la "produzione" di una parola poetica demistificante, crudelmente nuda, veritiera e invitante, sia una ricezione critica (coinvolgente il lettore/spettatore partecipe) e sospettosa, come è nello stesso teatro brechtiano; una ricezione che metta in stato di allegorizzazione la semantica e faccia scattare allarmi e dubbi "stranianti", lì dove il rapporto scena/immagine/parola cerca, in specie, un'adeguata tensione fra le cose in scena e in verso.

Credo, senza allontanarmi troppo né dalla nota di Muzzioli, né dall'intero corpus del libro di Marco Palladini, che l'autore sia un materialista stoico, non perché la "metafisica" stoica sia la sua radice, quanto perché stoicamente il "segno" - la lingua e il simbolico - dei suoi testi è segnato dalla materialità dei bisogni di questa realtà oscena che è il presente della modernizzazione postmoderna.

La modernizzazione neoliberistica del capitale che, dopo la sconfitta della linea progettuale della modernità utopico-scientifica - il comunismo - e della caduta dei socialismi reali, con il nome di mercato mondiale amministrato (la bioetica e la biopolitica potrebbero solo essere i nomi più aggiornati di un simile stato di cose: alla manipolazione tecno-genetica della società della conoscenza vuole, infatti, affidare le sorti sia dell'etica, sia della nuda vita!), ha posto e imposto solo il profitto capitalistico, e nessuna distanza di alternative utopiche, scientifiche e storiche. L'essere è solo Uno, e le dualità (come divenire oppositivo e alternativo) debbono scomparire.

Palladini, infatti, per non dimenticare, e quasi come un lampo riflessivo, sottotitola Iperfetazioni con una espressione parentesizzata molto eloquente: "(la linea non c'è"). La linea, però, secondo noi, c'è, ed è "leggenda", individuabile. Ed è leggibile nonostante il "sì, caro compagno Bert Brecht / non abbiamo potuto essere gentili / e non abbiamo saputo neppure essere / fino in fondo comunisti [...] "[REPLICANDO A BRECHT (FUORI TEMPO MASSIMO), p. 119]; nonostante il "Libera nos a Mao... / Ha fatto naufragio il Grande Timoniere / come un goffo marinaio senza mestiere / nell'oceano della storia è finito giù a fondo / e l'ideologia ora appare un culto immondo // [...]" (LIBERA NOS A MAO, p. 112); nonostante l'ossessiva combinatoria di anafora/diafora che agita uno dei testi poetici più vertiginosi e deliranti della sezione RICOGNIZIONI PRIVATE, il "III". La poesia in cui, come direbbero Brecht e Foucault, parole e cose, pensiero ed essere non sembrano più corrispondersi: "Tu non sai chi penso di essere / tu non sai chi penso che tu sia / e neppure sai chi tu pensi di essere / Io non so chi pensi di essere / io non so chi pensi che io sia / neppure io so chi penso di essere" (III, p. 20). Fra le "righe" di questo testo, abitato da un "ospite sospetto", infatti, si sa "bene" che, così, "non si può durare".

Leggibile e forte è, infatti, la linea di condotta; si tocca con mano, e al di là di ogni rassegnazione o nichilismo reattivo e passivo pretaiolo. Il senso di resistenza e di ribellione vi abita come "una scintilla che cerca la polveriera" (A. Breton): "va bene, non abbiamo potuto essere gentili / [...] / il capitalismo che ha intriso di sé e fatto ammalare / il corpo del pianeta e non è la cura per guarire / così, se non puoi più chiamarla comunista / persiste la necessità che l'illusione di una cosa / ci sottragga all'orrore e riempia i giorni di futuro / [...] / è quella che, deposta la speranza di scoprirci felici, / ammainate le bandiere delle trascorse utopie inutili, / stavolta vorremmo davvero provare ad essere gentili" [REPLICANDO A BRECHT (FUORI TEMPO MASSIMO), pp. 120-21].

La "linea di condotta" degli "agitatori" di Brecht è piuttosto evidente e cercata, e, questa volta, però, all'insegna della "gentilezza" che, non necessariamente, è incompatibile con la politica. L'incompatibilità scatta lì dove le sue molle sono l'oppressione e il profitto, o, come ricorda Alain Badiou (Il Secolo, 2006), con la determinazione della "passione del reale" che vuole la sintesi nell'"Uno", e realizzata a forza di "sottrazione" e "distruzione".

Il richiamo a Il Secolo di Alain Badiou, leggendo Iperfetazioni di Marco Palladini, non è improprio, se è possibile leggervi la fine del secolo (XX) con i suoi cataclismi, e l'inizio del XXI attraverso i poeti che prendono posizione:

Farò un giorno sul serio carte false / per andare a vivere nel paese degli italieni / lontano dagli spettacoli più osceni / cercherò un altro me stesso e non stupide rivalse / Altrove, non si sa dove, sale e vibra rapito / un canto alla vita, un inno alla gioia trasversale / la pace in terra però esala rauco e ferito / il respiro come un mantra all'atman universale (POESIA ITALIENA, p. 74).

Alain Badiou ha analizzato il XX attraverso la "bestia" di Osip Mandel'štam, i "pirati" di Fernando Pessoa e "la linea di condotta" di Bert Brecht.

L'opera Iperfetazioni di Marco Palladini non è da meno. Riflette e propone l'uscita dalla "governance" postmoderna e dalla cultura codina della riduzione praticata dalla filosofia dell'Uno, di cui oggi, ancora, la politica terroristica dell'identità e dell'inclusione-esclusione (della globalizzazione capitalistica) espone, fogna a cielo aperto, i suoi micidiali conati di vomito poliziesco e militarizzato. Uscire dalla territorializzazione della guerra etnico-identitaria: uscire fuori di testa...

In un'Europa che non c'è, e in un'Italia dei poeti e dei non poeti, pensare e praticare, allora, un'identità della "gioia trasversale", perché:

Fratelli Poeti d'Italia, l'italia non s'è desta / l'Itaglia s'addorme o è sempre più / impoeticamente fuori di testa..." (XX, p. 41), e perché "Ce n'est qu'un debut?... No, ce n'est qu'une fin, mon ami... ed è ancora e sempre il dio-luce che l'incista e la assiste... (Couvre-feux, p. 141).

Che il cuore di Osiride sia sempre quello di "un dio nero"? (A. Breton). Allora bisogna ritentare diversamente il cammino della/nella storia: articolare la dialettica luce-buio al di fuori della riduzione identitaria, securitaria, razzistica e terroristica. Il vecchio Leviatano illuministico e di classe interclassista, ancora convinto delle guerre umanitarie e infinite dell'umanesimo sostanzialista, è tempo che vada in pensione, e senza buonuscita![9]

Ed è arrivato il tempo del pensionamento, perché - scrive il poeta Palladini - «Nell'iperuranica ricordanza dell'abbaglio sappi / elusivo Ghiaccio della tua lusione, / che col Tempo dovrai dimenticare / per incominciare post-fine a rammemorare»[10]; e perché il "rammemorare", invocato dal poeta nella sua lingua virus (Marco Palladini, Autopia), non è altro che l'inevitabile richiamo e aggancio al concetto che Ernst Bloch ha coniato come eingedenken/immemorare (Spirito dell'utopia). Il concetto memoriale che Walter Benjamin ha poi riscritto come risveglio. Benjamin stesso (come appunterà lui stesso in alcune sue note preparatorie dei "passages parigini"[11]) dirà infatti che il risveglio è l'eingedenken/l'immemorare di Ernst Bloch nel momento dell'augenblick (l'oscurità dell'attimo vissutocome un'indefinitezza, un'incompiutezza, un vuoto, la mancanza di un quid che tuttavia però ci spinge ad anticipare il futuro del divenire-"io noi" come creazione antagonista collettiva, l'operazione dell'immaginazione produttiva come azione rivoluzionaria). Quell'attimo cioè del risveglio, l'istante eingedenken, che nelle sue tesi di storia antistoricistica sarà l'jetztzeit (in questo momento); l'istante cioè kairico e kairologico della ribellione, della redenzione e della resistenza degli oppressi come memoria individuale e collettiva. La resistenza che, seguendo l'itinerario analitico dell'Appicciafuoco, Giorgio Patrizi nella sua prefazione all'antologia poetica palladiniana - "Resistenze 2 (Memorie random per il prossimo millennio) - ha individuato come «luogo privilegiato»[12] per continuare a far vivere una coscienza-conoscenza critica del reale postmoderno neocapitalistico.


[1] Cfr. Francesco Muzzioli, Iperfetazioni (la linea non c'è) in Nei sentieri della linguavirus- Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini (di Ilenia Appicciafuoco), Novecento, Roma, 2019, p. 100.

[2] Ilenia Appicciafuoco, Nei sentieri della linguavirus- Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini, cit., p. 100.

[3] Simona Cigliana, Prefazione, in Nei sentieri della linguavirus- Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini (di Ilenia Appicciafuoco), cit., p. 7.

[4] Ivi, p. 13.

[5] Ilenia Appicciafuoco, L'opera che confonde- Una bussola critica, in Nei sentieri della linguavirus"- Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini", cit., pp. 19, 20.

[6] Ilenia Appicciafuoco, Intervista conclusiva, in Nei sentieri della linguavirus"- Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini", cit., p. 164.

[7] Marco Palladini, Zeigeist, in Attraversando le barricate, Robin, Roma, 2013, p. 48.

[8] Alain Badiou, Un mondo nuovo: sì, ma quando?, in Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 59.

[9] Antonino Contiliano, Il refrain e la linea "leggenda" di Marco Palladini - Iperfetazioni, in https://retroguardia.altervista.org/il-refrain-e-la-linea-leggenda-di-marco-palladini-iperfetazioni/

[10] Cfr. Marco Palladini, in Ilenia Appicciafuoco, Intervista conclusiva, in Nei sentieri della linguavirus"- Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini", cit., p. 75.

[11] Walter Benjamin, Dai "Primi appunti" per il libro sui passages di Parigi, in Stefano Marchesoni, Flashback-Forward-L'immemorare tra Block e Benjamin, in Ernst Bloch - Walter Benjamin. Ricordare il futuro. Scritti sull'Eingedenken (a cura di Stefano Marchesoni), Mimesis, Sesto San Giovanni (MI), 2017.

[12] Ilenia Appicciafuoco, Intervista conclusiva, in Nei sentieri della linguavirus"- Saggio sull'opera poetica di Marco Palladini", cit., p. 75