Speciale Sanavìo

TERRE LONTANE

UNA CITTÁ SPAGNOLA

di Piero Sanavìo

                        amargo:

Me parece que hemos perdido el camino.

Parevano sorelle, più che madre e figlia, avevano anche lo stesso tono di voce, rauco, basso. Venivano dall' Argentina e a Boston avevano aperto una scuola di tango due passi dal Common. Era un primo piano sopra un bar, non passava venerdì che, dopo la chiusura, qualche marinaio non salisse le scale. Confondevano la scuola con una casa d'appuntamenti un isolato più giù, anch'essa un primo piano. La migliore difesa contro i pugni tempestati sulla porta era il silenzio, se ne stavano abbracciate sulla brandina in corridoio, trattenendo il fiato.

Erano anni difficili anche senza i marinai, la concorrenza dei circoli Fred Astaire era durissima e a Boston andava ancora molto il jazz. Perdipiù, finita la guerra e adesso che Evita se l'era portata la malattia, l'Argentina era passata di moda. Per mesi, le sole clienti erano state due donne, anche queste madre e figlia. Dovevano seguire il marito e padre, un diplomatico comandato in Paraguay, e non volevano sentirsi disorientate nel nuovo paese. Una sera il diplomatico era venuto personalmente a saldare il conto, non partiva più in Sudamerica, era stato destinato a Madrid sicché alle sue donne di imparare il tango non importava più. Fu un incontro fatale, il diplomatico e l'insegnante di ballo si innamorarono soltanto a guardarsi in viso e pochi giorni dopo lei chiudeva la scuola e con la figlia precedeva il diplomatico in Spagna

Anni dopo, esaurita quella passione, l'argentina sposava a Madrid un uomo d'affari di Santo Domingo, il matrimonio subito impugnato dalla moglie legittima, dalla quale l'uomo d'affari non aveva mai divorziato. La sposa non-sposa aprì un'altra scuola di tango e questa volta il successo non le mancò.

Matteo conobbe le due donne a Córdoba un feroce luglio; tornava in Europa dopo qualche anno a New York ed era diretto a Valencia per le corride. Il caldo era lordo, come sempre in quella stagione e la sera, lasciata la pensione per due passi nella città vecchia, era finito nel cortile di una scuola di danza, le allieve dell'anno si esibivano su un palco davanti a insegnanti, parenti, amici. Erano adolescenti, perlopiù, e le migliori sarebbero finite in qualche tablao o magari avrebbero girato il mondo con una compagnia.

All'uscita era stata la madre a rivolgergli la parola, "Americano?" aveva domandato, giudicandolo dal vestito e, "Si occupa anche lei di danza? Io ho una scuola ma non qui, a Madrid."

Malgrado l'ora tarda, conoscendo le abitudini spagnole Matteo aveva invitato le due donne a cena ma avevano preferito un anice sulla terrazza di un caffè. Con il progredire della notte, si era insinuato un filo di brezza tra le foglie degli alberi, troppo fragile per portare refrigerio e avevano aspettato l'alba seduti lungo il fiume.

Le due donne non avevano seguito Matteo a Valencia, quando c'era stato, ma a Granada si erano ritrovati tutti e tre nello stesso albergo e madre e figlia avevano insistito che le accompagnasse a un tablao. Vi si esibiva Vicente Escudero, senz'altro era una delle sue ultime apparizioni. Il volto incartapecorito era cosparso di cipria, le mani scheletriche avevano dita che parevano uncini ma al battere dei palmi il pestare dei piedi e le piroette l'età spariva. Neppure la tradiva la voce -- frammentata, singhiozzante, capace di evolvere senza sforzo da una petenera o una solear all'acme di una saeta.

Vete a la iglesia y confiésate

No le digas al confesor...

Dopo lo spettacolo, Ámparo, la figlia, era scoppiata in lacrime: avrebbe voluto potere eguagliare un giorno il vecchio Escudero, sapeva che non vi sarebbe riuscita.

Più tardi erano al tavolino di un caffé. Le case che circondavano la piazza, sbilenche, spettrali nei riverberi dei lampioni, il peso dell'afa che all'avanzare della notte non scemava, parevano anticipazioni di qualche sinistro accadimento, misterioso. Su una pedana sotto un cespo d'alberi, nel lato estremo della piazza, un uomo e una donna con violino e chitarra e in costume andaluso tentavano una malagueña.

"Mi manca l'aria" ansimò la madre, accendendo una sigaretta, schiacciandola dopo poche boccate, e rievocò le sue disavventure matrimoniali, il timore che la figlia conoscesse analoghe difficoltà.

"Per troppi anni siamo vissute come zingare, nei pisos bajos de la vida. La gente ci disprezza ma a dire la verità non è che una scuola di ballo sia la migliore presentazione per una ragazza da marito."

Aggiunse Ámparo, "E' questo, ci considerano puttane."

La madre guardò l'ora all'orologio da polso. "Io torno in albergo, voi due cercate di non fare troppo tardi" e si alzò.

"Dovrei andare a letto anch'io" fece Matteo, "domattina parto presto."

"In treno?" chiese Ámparo.

"No, in auto. Ho affittato una Dauphine."

La voce assunse un tono confidenziale, "Allora può partire quando vuole."

"Beh, sì, penso di sì." Guardava la madre che infilava una delle viuzze che portavano all'albergo, la seguì con gli occhi finché l'abito bianco che indossava fu risucchiato dal buio.

Con Ámparo stettero ancora un altro po' al tavolino anche se nessuno dei due pareva più in grado di sostenere una conversazione. C'era un imbarazzo o perlomeno questo era ciò provava Matteo. Si disse che doveva alzarsi, accompagnare la ragazza all'albergo, esitava.

"... Sposato?"

La domanda lo sorprese perché rompeva un silenzio più che per ciò che chiedeva e rispose di malagrazia, "Lo sono stato."

"Non che avrebbe importanza se lo fosse ancora" disse lei, allungando una mano ad afferragli un polso, carezzandogli il palmo con il pollice. Era un tocco leggero, di inattesa intimità, stravolgeva ciò che fino allora la notte era stata. Tutto diventò vicinissimo - il frinire dei grilli, l'odore di letto dalle finestre sulla piazza, un profumo di fiori...

"E' il sambuco " fece lei. "Lo usano i farmacisti ma lo cercano anche i gitani per certi loro intrugli. E' quasi un odore di sperma, non trova?"

"Non ci avevo pensato."

La coppia sulla piattaforma attaccò un paso doble, la musica incalzante conclusa da un accordo che indugiò nell'aria.

"Posso avere un anice anche stasera?" Ámparo riprese. E quando il cameriere portò l'anice, passando al tu, "Tu non sai cosa è stato incontrarti, per me e mia madre. Sei il primo, da quando siamo venute in Spagna, che un minuto dopo averci stretto la mano non ha cercato di portarci a letto. Anche se, nel tuo caso, non mi sarebbe affatto dispiaciuto." Sorseggiò l'anice, "Non ti scandalizzi se ti parlo a questo modo?"

"Per nulla. Ti avrei fatto la corte, non ci fosse stata tua madre."

"Ti metteva in difficoltà? Stupido."

"Torniamo in albergo?"

Nel palmo di Matteo, il pollice di Ámparo parve sprofondare. "Vorrei farlo qui" gli sussurrò. "Vorrei che potessimo farlo qui."

Poi erano nel corridoio dell'albergo.

"Non far rumore" disse lei. "Sono due stanze, un appartamento, io dormo nella prima ma mia madre tiene aperta la porta della sua così dovremmo non far rumore. Non dovremmo neppure accendere la luce."

"Di sicuro inciamperò in qualche sedia."

"No, che ti guido." Poi, "Il bagno è di là, se ne hai bisogno. Vacci tu per primo, poi ci andrò anch'io."

Nella stanza, aperte le tende, l'atmosfera era lattea, sottomarina, quasi che la luce riflessa dai lampioni in strada fosse uno spessore d'alghe e ricoprisse le forme degli oggetti cancellandone le asperità. La donna si materializzò come un ectoplasma nel lino candido della camicia e subito tirò le tende.

"... Sii dolce" fece con un fiato appena percettibile. Mise in moto il ventilatore sul soffitto.

Matteo senti le labbra di lei sul collo, le mani che affondavano nei capelli.

*

"Non hai provato nulla, ho sentito che non hai provato nulla": dopo.

"Non provo mai nulla. Il desiderio é insopportabile ma subito, quando qualcuno mi prende, svanisce. E' come se uscissi da me, mi guardassi da fuori. Scusami."

"Forse sono io che ho sbagliato. Forse è stato tutto troppo in fretta..."

"No. Sei stato lento e dolce, proprio come mi aspettavo." E, "Il piacere è lo stesso, anche senza contrazioni, ciò che importa è l'attesa."

Lo commossero quelle ammissioni e con la commozione tornò il desiderio; insieme, lo avvolse una straordinaria dolcezza, tanto forte da provare l'impulso di tradurla in parole. Pensò, Ti amo e fu lì per dirlo. Non lo disse perché, soddisfatto il desiderio, sapeva che la frase sarebbe stata una menzogna. Le confidenze che aveva avuto non l' ammetteva.

Lei, "...Fammi rimettere la camicia, voglio che mi baci sopra la camicia."

Il sudore, il suo odore, e un profumo di gelsomino. Era il profumo che in America preferivano gli imbalsamatori perché era tanto forte da cancellare il fetore di cadavere e al ricordo Matteo rabbrividì.

Insorse la voce di lei, "... Baciami... non andartene... non accendere la solita sigaretta perché adesso è finito."

Abbracciati malgrado l'afa, guancia a guancia, ascoltarono l'abbaiare di un cane, il richiamo di un gufo, un lontano scontrarsi di voci forse per un litigio e poi il cane, daccapo.

Un campanile batté le quattro, Ámparo si sciolse scomparendo nel bagno. Tornò, "Spero non sia una delusione" disse e aprì le tende, accese la luce, a Matteo mancò la voce. La donna che aveva amato quella notte non era Ámparo ma sua madre.

"Hanno sempre detto, tutti, che ci assomigliamo..." Avanzò verso il letto, sedette sul bordo, "Era tanto che non avevo un uomo e te ne sono grata. Se adesso è mia figlia che vuoi..."

"Adesso?" e rise. "Me ne mancherebbe la forza, non ne sarei capace."

Dall'altra stanza entrò Ámparo, nuda, si appoggiò al muro, "Scusami, avrei voluto veramente che noi due..."

Matteo non rispose e per qualche istante tutti e tre rimasero in silenzio, immoti.

Una bava d'aria agitò le tende, sollevò un lembo della camicia da notte della madre.

"Devo partire" fece Matteo, scuotendosi, e rapidamente si rivestì.

Chiese la donna, "Adesso, subito? parti subito? e per dove?"

"Madrid."

"Sai già in che albergo?"

"E' una pensione, Marqués de Cuevas, in san Jerónimo."

Ámparo traversò la stanza, "...Un bacio, dammi un bacio prima di andartene. "

Insisté la madre, "Ci rivedremo a Madrid, se vuoi?"

Fece Matteo, sulla porta della stanza, "Sicuro che ci rivedremo."

Naturalmente, non si incontrarono più.

[s.p.-- 2006]