Speciale Sanavìo

TERRE LONTANE.

TOPOGRAFIE DELLA MEMORIA

di Piero Sanavìo

Al giro del secolo la casa sarebbe stata in gran parte abbattuta, ciò che non fu abbattuto rifatto, trasformato. Ci si arrivava oltre l'argine, passato il ponte, neppure due chilometri dal centro della città. C'è un residence al suo posto, adesso.

Era stata costruita attorno il 26 su un lotto acquistato a Leo Zecchin, proprietario sulla provinciale di un casermone che era stato un tempo il corpo centrale di una fattoria. Il lotto era stato ricavato dalla proprietà alle spalle dell'ex fattoria e si estendeva fin giù all'Orna e la palude, e al nord a un viottolo al quale soltanto quarant'anni dopo sarebbe stato imposto un nome. Confine al sud era la strada rurale identificata nelle topografie con i nomi delle due famiglie che vivevano l'una al suo inizio e l'altra al suo estremo, oltre i Guasti, verso il fiume.

Lungo la strada rurale, resisteva dei vecchi tempi una modesta cesura, la casa colonica abitata da un nucleo di sei persone, i Bottin: un padre ottantenne, i figli due maschi e una femmina, e questa gobba e nana, poi un nipote. Soltanto il più grande dei maschi si sarebbe sposato: con una zoppa che portava in dote sei campi verso Lion, un trattore, quattro vacche da latte e lavorava come un uomo. Non ebbero figli, il marito morì in un incidente, poco dopo il matrimonio.

Non ebbe figli neppure il minore o se li ebbe nessuno lo seppe. Richiamato il 40, fatto prigioniero dagli inglesi e trasportato in India, tornò in Italia soltanto per ripartire - dissero in Argentina. A casa non tornò più.

Il nipote del vecchio Bottin era figlio della nana; rimasta incinta non si seppe di chi, lo aveva partorito in un fosso dove, raccontavano, aveva tentato di annegarlo, impedita all'ultimo da un rigurgito di amore di madre. Il figlio diventò un ragazzone dal volto tondo e rubizzo, identico al nonno, e appena raggiunta la maggiore età avrebbe lasciato anche lui i luoghi. Emigrò in Svizzera, neppure lui tornò più.

Ogni sabato, giorno di mercato, Zecchin si poteva vederlo in città, in piazza, insaccato in un doppiopetto grigio con panciotto e catena e indaffarato tra sensali di bestiame con il cappello sulle ventitré, mezzadri vestiti di nero e cercavano un prestito, ambulanti, ragazze che volevano scrivere all'innamorato e non sapevano come, qualche vecchia in scialle che si faceva leggere le lettere del figlio soldato.

Le ragazze chiamavano Zecchin "maestro" perché, nero su bianco, sapeva tradurre i loro sentimenti alla perfezione e diversamente dal prete non dava giudizi. Facevano la fila sotto i portici o all'osteria contigua allo sgabuzzino che gli serviva il suo ufficio e traboccava di carte, perlopiù estimi catastali e cambiali riscattate agli strozzini di Canton del Gallo. Raccontavano che gran parte dei terreni Zecchin se li fosse procurati con i pagherò estorti a un concertista veneziano, tornato da Caporetto senza un braccio, il 17. Si era sparato rapidamente le proprietà di famiglia a puttane e carte, buttandosi al fiume, un peso alle caviglie per essere sicuro di annegare, il giorno della vittoria, l'anno dopo.

La casa era stata costruita sul modello delle case rurali venete ma adattata alle necessità dei due fratelli che avevano acquistato il terreno, un assistente di diritto romano, all'università, dei due il più anziano, e il titolare di un'agenzia del Dazio che riscuoteva le tasse per il governo. Il terreno acquistato includeva un vigneto e un frutteto, da tempo lasciati all'incuria e se ne sarebbero occupati i Bottin con un contratto di mezzadria, il parco e l'immancabile magnolia affidati alla competenza di un napoletano dipendente dell' Orto Botanico, don Pasquale.

Dal parco, l'accesso alla casa era per un porticato, sotto il porticato quattro porte-finestre che guidavano al soggiorno e la sala da pranzo. Sulle pareti del soggiorno campeggiavano due ritratti di donne in costume cinquecentesco: il più ingombrante, di grande scuola veneta, rappresentava Caterina Cornaro durante l'esilio ad Asolo; l'altro, una Virginia che si portava un pugnale al petto, era copia ottocentesca ma non perciò spregevole di un originale di Paris Bordon. Stavano l'uno di fronte all'altro, su opposte pareti, le altre pareti occupate rispettivamente da una scena di battaglia di mano francese e alcune vedute di Piranesi. Il solo dipinto nella sala da pranzo era nello stile importato da Vienna, un paesaggio della Laguna.

I mobili, portati in dote dalla moglie dell' assistente di diritto, il solo dei due fratelli che fosse sposato, Maria Vittoria C., erano di legni scuri, pseudo impero e pseudo liberty, meno un tavolino nel soggiorno, color rosso laccato. Venivano dalla casa dove Maria Vittoria era nata, verso il Piave, tra Cornuda e Caeràn. Di fattura cinese, il tavolino era stato acquistato a Hong Kong dal padre di lei che dal suo secondo viaggio in quei luoghi sarebbe tornato alla vigilia della Grande guerra ma dentro un'urna, cremato.

I risparmi dei fratelli bastando appena per l'acquisto del terreno, l'edificazione della casa era stata resa possibile da Maria Vittoria cui si era aggiunto un contributo della sorella di lei che adesso era lei a gestire la filanda di famiglia. Era per quella filanda che il loro padre per ben due volte era stato in Cina: a comperare bozzoli? imparare nuove tecniche di produzione?

Il notaio che aveva stilato il passaggio del terreno da Zecchin ai due fratelli era un settantenne rovinato dall'alcol, suggerito dallo stesso Zecchin, ma è probabile che non fosse complice nell'imbroglio, sul terreno acquistato c'era un'ipoteca. Se ne sarebbe accorta Maria Vittoria a un controllo al catasto, le fondamenta della casa già scavate, ed era stata la ragione del suo primo diverbio con il marito.

Era in camera da letto che avvenivano le discussioni, sempre sottovoce.

"... Professore che sei cos'hai ispezionato? hai fatto fiducia a un truffatore, hai comprato a occhi chiusi."

"E' mio fratello che si è occupato dell'acquisto, io ho soltanto scelto il terreno, messo la mia parte di soldi."

"Li abbiamo messi, vorrai dire."

"Li abbiamo messi."

"E adesso? Zecchin si dice a un passo dal fallimento, vuole dichiarare bancarotta."

"Si risolve, e sarà lui a pagare, vedrai."

"Vedremo."

La soluzione la trovò il fratello che aveva l'appalto del Dazio: riuscì a far dedurre l'importo dell'ipoteca dal prezzo d'acquisto del terreno, Zecchin obbligato inoltre a una penale che avrebbe pagato con la vendita di un' altra proprietà.

"Ma come hai fatto?"

Si vantava, "Ciò che ho fatto è stato cambiare in vantaggio una gran cagata."

Reagì Maria Vittoria, che non aveva mai digerito l'incuria del cognato né sopportava quel linguaggio, "Dovresti farlo più spesso, magari è quello il tuo mestiere. Potresti prendere la patente, incollane la réclame per strada negli orinatoi."

"Perché..." cominciò l'altro ma si era intromesso il fratello maggiore a mozzargli la frase.

Da allora il rapporto tra i due sarebbe cambiato e non molto tempo dopo il fratello che aveva l'appalto del Dazio avrebbe chiesto il rimborso della sua parte, se ne voleva andare.

Ciò che Maria Vittoria definiva la faciloneria del marito, però, aveva incrinato anche i rapporti della coppia, era intervenuta una distanza da parte di lei, una diffidenza, quasi.

Si era detto l' assistente di diritto che a ritrovare l' armonia sarebbe bastato il letto ma sbagliava. Non che Maria Vittoria si sottraesse alle effusioni; piuttosto, agli entusiasmi del marito opponeva una assoluta passività, inerte come una statua di gesso. Inutilmente egli le acquistava camicie da notte all'ultima moda, trasparenti; le scriveva lettere appassionate che però, dopo averle lette, lei gli bruciava sotto gli occhi; la accompagnava all'opera, ai balli al Filarmonico dove non c'era chi non le facesse la corte, o la portava con sé in qualche viaggio.

"... Eri bellissima stasera."

"Grazie. E tu sei sempre molto elegante."

"Ti piaccio sempre?"

"Certo che mi piaci."

"Mi tradiresti con un altro?"

Rideva, "Tu che dici?"

"Non lo so, l'ho chiesto."

Non rispondeva. Tra le lenzuola, spenta la luce, serrava i denti quando il marito si affaticava su di lei.

Partì il cognato. Quella notte, a letto, gli occhi che nel riverbero della veilleuse, sul comodino, ardevano come fanali, Maria Vittoria si era piegata sul marito a qualcosa da cui fino allora la sua passività la aveva difesa. "Adesso è soltanto tua la casa, tua e dei figli che avremo" poi aveva sussurrato e come se il gesto sigillasse un contratto si era alzata sull'inguine la camicia da notte. Aveva guidato l'uomo dentro di sé.

La sorpresa, l' urgenza dei comportamenti, la volgarità di alcune frasi che durante gli abbracci lei aveva pronunciato, di più, l'accenno a sue esperienze anteriori al matrimonio, sul momento erano state uno stimolo alla passione maschile ma anche l'inizio di gelosie. L'immagine di lei tra le braccia di un altro era un continuo rodere, un'angoscia - insieme, l' origine di un desiderio che non si sarebbe mai esaurito.

"Con chi è stato?"

Scuoteva le spalle, "Non ti basta che ero vergine la prima notte?"

Morì l'anno che poi il marito finì al confino - anche lì, tra i sassi, sul dolore per la scomparsa, a rodersi sul fantomatico personaggio che prima di lui l' aveva stretta tra le braccia. Era come quello e la morte fossero la stessa persona.

"... Tu lo sai com' è stato? con chi?" avrebbe chiesto alla sorella di lei, venuta a fargli visita dove era stato spedito.

"In collegio, una suora anzi... una che ancora non era suora, una conversa. Mi disse che non provò nessun senso di colpa ma si chiedeva, sposandoti, se avrebbe dovuto... Vedo che in qualche modo te lo disse e fu la notte che restò incinta, a quanto so."

"... Mi pareva che, rifiutandosi di rispondere, intendesse vendicarsi di qualcosa..."

"Ho letto da qualche parte che nei rapporti di coppia è soprattutto maschile la cecità. Ti amava, la prova fu ciò che successe quella notte e che in qualche modo ti disse di sé."

"... La amavo anch'io. Ancora due giorni prima che se ne andasse..." e rivide il corpo smunto, il ventre scavato, il sesso dal vello gonfio "come il pelo di un orsetto" le sussurrava i primi tempi, nelle tenerezze. Gli tornò il grido di lei, all'acme, non più soltanto di piacere, era stato l' addio alla vita.

Fece la cognata, sarcastica, "Me ne parli perché è attraverso di me che vorresti riaverla? dopotutto, sono più vecchia di lei di appena un anno. O è che vuoi scordarla, attraverso di me?"

"... Com'è che tu non ti sei sposata?"

"Ho avuto anch'io le mie storie."

"E com'è che non ti sei sposata?"

"Piacevi anche a me ma qualcuna doveva occuparsi degli affari di famiglia e fu deciso che sarebbe lei a sposarti, aveva un problema di cuore, sarebbe morta prima di me, io potevo aspettare."

Si alzò, nella stanza dov'erano, andò alla finestra, guardò fuori, nel sole, l'aria tiepida in quell'inizio d'autunno e ora disse, "Pare un ritorno di primavera, c'è anche una libellula sul davanzale." Si volse, la luce alle spalle, un'aureola, e disse ancora, "Mio padre e mia madre, quando andavano a Montecatini a passare le acque all'hotel Pace, portavano anche noi due. C'era un giardiniere, all'hotel. Legava un filo sottilissimo alle libellule, non so come, e ce ne dava un capo a ciascuna e camminavano nel giardino con le libellule che volevano davanti a noi."

"... Sposami, quando esco di qui."

"Posso vivere con te, anche farti dei figli se vuoi ma sposarmi... quello con nessuno."

In origine, l'ingresso alla casa era stato previsto al sud perché il piano regolatore prometteva il collegamento della strada rurale a un' arteria ad alto scorrimento, progetto mai realizzato. Lo sbocco del viale e la sistemazione del cancello d'accesso furono perciò sistemati sul lato opposto, lungo il viottolo, opportunamente allargato, e soltanto mezzo secolo dopo avrebbe avuto un nome. La magnolia sorgeva dove il viale d'accesso svoltava a sinistra e attraverso il parco sfociava in un cortile. Tra il 44 e il 45 e poi dall'estate del 45 fino all'autunno del 48, due eserciti stranieri si sarebbero occupato il parco e il cortile con i loro automezzi: in successione.

I meli e i peri del frutteto erano stati eliminati da formazioni ausiliarie italiane il 44 per fare spazio a una piazzola della contraerea, resa inservibile da un caccia inglese al primo bombardamento della città. Finita la guerra, l'acciaio dei cannoncini sarebbe stato prelevato da un ferrivecchi che comperava residuati: anche stracci, ossa, pelli di coniglio o di gatto.

I meli e i peri furono ripiantati ma per qualche ragione non attecchirono. Andò meglio con i kaki e già l'autunno del 56, alle prime le nebbie, la distesa di quei globi tra il giallo e l'arancio che pendevano dai rami senza foglie dava al frutteto l'apparenza di una stampa giapponese. Restò immutata la magnolia, quelle foglie scure e rigide che parevano spade.

... Il viottolo sul quale si apriva il cancello d' ingresso era stato allargato per permettere l'accesso alle auto anche se l'ex assistente di diritto, che da quando era tornato dal confino tutti chiamavano "professore", non ne possedette mai nessuna.

Lungo il viottolo, oltre un'infilata di pioppi, correva un fosso d'acqua morta che l'inverno diventava una crosta di ghiaccio. I ragazzi scivolavano a gara su scarpe dalla suola di legno rinforzata da chiodi -- "sgàlmare" nel dialetto locale ma "dàlmate" a scuola correggeva il maestro.

A metà viottolo c'era l'officina di un fabbro, vi lavorava con un nipote, fucilato il 44: non aveva fatto il saluto al feretro di un legionario che passava in strada e, interrogato perché non l'avesse fatto, era ammutolito. Il fabbro, intuendo ciò che stava per succedere, si era precipitato a spiegare ma per l'emozione neanche a lui le parole uscivano di bocca e anche lui era stato messo al muro.

Finita la guerra ci fu chi suggerì che al viottolo fosse dato il nome del fabbro, tra i propositori anche il "professore" ma altri preferivano il nome di un santo. Vinse il santo, per l'appoggio del prete.

Successe l'anno che il "professore" morì.

[nov. 08- p. s.]