Cultura & Società

TEATRO, PASSIONE, POLITICA, UTOPIA

di Maria Jatosti

Settanta anni fa, fine Quaranta inizio Cinquanta del secolo scorso, nasceva in Italia il Teatro di Massa. L'idea si rifaceva a una tradizione antica: i promotori conoscevano bene il modello sovietico, dove si erano formati Eisenstein, Meyerhold e aveva lavorato anche Majakovskij. Come diceva il regista Marcello Sartarelli, suo appassionato artefice, appoggiato dall'allora PCI, il fine, fra propaganda politica e pedagogia storica, era "far conoscere il teatro a quelli che in un teatro non ci sarebbero mai entrati; gettare un ponte tra palcoscenico e platea-pubblico-popolo". L'iniziativa prende le mosse da Genova. Ricorda Giuliano Montaldo, "corifeo" diciottenne sulla scena, che quel giorno, "tra mondine vere, veri braccianti, camalli del porto, contadini delle valli", chiamati a rappresentare la Memoria, la Testimonianza, il Racconto di un Paese ancora bruciato dall'esperienza fascista e bellica, "c'era più gente sul palco che in platea." Ma il massimo risultato lo realizza in Emilia Romagna, dove più forte era la presenza del movimento operaio. A Bologna, febbraio '50, lo spettacolo "La via della Libertà" porta sul palco dell'enorme Teatro Comunale oltre 600 tute blu della Ducati e della Weber, i partigiani di Porta Lame, quelli della VII Gap, e le mondine padane che cantavano "La zighela tula tula, il grano va al padron e al contadin la pula", studenti, gente comune. In platea c'era Palmiro Togliatti, mentre Giancarlo Pajetta su «l'Unità» scriveva: "Lo spettacolo è una testimonianza di maturità politica". Si replica per 15 giorni, migliaia di spettatori. Seguirono più modestamente altre regioni, altre città, tra cui Roma (la "Villetta", alla Garbatella, e Piazza Mancini), ma il gruppo bolognese resta il più importante e più longevo. L'ultima rappresentazione, datata settembre 1952, Festa de «l'Unità», chiude la breve entusiasmante stagione di un teatro politico popolare. Solo più tardi, negli anni caldi della contestazione, '68, '69, Dario Fo sembra rifarsi a quell'esperienza fondando il suo collettivo teatrale Nuova Scena che porta in giro il Mistero buffo nelle fabbriche, nelle comuni, nelle case del popolo, ecc.

Era un'altra Italia. Era un lavorare insieme come coscienza collettiva, gesto di militanza, tentativo di saldare un tempo mai rimarginato.

Era il '49, o l'inizio degli anni Cinquanta. C'erano già state le prime elezioni e, non ancora ventenne, con la passione politica nel sangue, ereditata da un padre e dei nonni antifascisti, perseguitati purgati bastonati incarcerati confinati, mi ero appena iscritta al PCI, pur frequentando già da tempo, come "simpatizzante", la sezione del mio quartiere, Garbatella. La vittoria schiacciante della DC sul Fronte Democratico Popolare era stato, per molti che si erano illusi, un boccone amarissimo da inghiottire.

A poco a poco vedemmo mutare il volto della "Villetta". Attoniti, i vecchi disertarono, si intanarono nelle

case. Apparvero facce nuove, accese, di giovani. Per allargare il lavoro di massa, organizzammo la squadra

di pallacanestro femminile, il gruppo teatrale, la scuola di taglio. Al pianterreno, sotto la vecchia biblioteca,

dove nei giorni di festa e di vittorie ballavamo vecchi e giovani, mettemmo biliardini e bar. Di sopra, stretti

nelle spalle, curvi sui problemi, fino a notte tarda /.../ fianco a fianco, a discutere, studiare, a raccogliere i

muscoli per il prossimo balzo, le prossime battaglie: le strade da tracciare, lo sciopero a rovescio per co stringere il Comune a intervenire a cose fatte, i nuovi fascisti da rintuzzare, l'occupazione delle case... Dal basso salivano a punteggiare le pause e i silenzi voci alte, scoppi di risa, il tinnire dei bicchieri della mesci ta, l'urto secco del calcetto, il gracchiare di un mangiadischi...

Il momento era difficile. Occorreva superare il trauma della sconfitta e ritrovare lo slancio, agguerrire la militanza, dare impulso nuovo all'iniziativa, politica e culturale. La cultura, il "culturame", come diceva Scelba, ministro del governo - quello che, secondo una strofetta popolare sgolata per le strade nelle manifestazioni di protesta, "Prima spara sul popolo, poi prega il Padreterno" - era appannaggio incontroverso della sinistra. I comunisti dominavano nell'arte figurativa, nel cinema, nella letteratura, nel teatro... La nuova Italia, stracciona, stremata, uscita con le ossa rotte da vent'anni di regime, di guerre, di miseria, di fame, di paura, sognava e lottava per un mondo più giusto. Tra scioperi, serrate, occupazioni delle terre, battaglie sindacali, scontri sanguinosi, da Nord a Sud, da Portella della Ginestra a Modena, ci si batteva per la democrazia, per il lavoro e per nuove leggi; ma anche per una visione altra della cultura, a partire dall'alfabetizzazione di massa. Nel Partito, dal centro fino all'ultima sezione di quartiere e di borgata, era tutto un fervore di iniziative e di progetti. Il cosiddetto "lavoro culturale", compito degli "agit-prop", includeva la diffusione capillare della stampa, corsi di formazione ideologica, conferenze, dibattiti, lettura e studio dei classici del marxismo-leninismo, apertura di biblioteche, cineclub, competizioni sportive, attività ricreative, feste popolari, balli canti e suoni...

Una sera alla "Villetta", ex Fascio rionale e, da dopo la Liberazione, sede del Pci, arrivò Marcello Sartarelli: un compagno importante, un intellettuale, ci dissero, un regista. Dal mondo del cinema avevamo già avuto Beppe De Santis con Silvana Mangano freschi del successo di "Riso amaro", entrambi in giuria per la premiazione di "Miss Vie Nuove Garbatella". Ma questo giovanotto alto e disinvolto, che parlava così bene non lo conoscevamo. Riuniti nella sala conferenze al pianterreno, ci espose il suo progetto: "portare il teatro al popolo e il popolo al teatro". Non un teatro qualsiasi, tradizionale, spiegò, un teatro nuovo, democratico, aperto a tutti; un teatro militante, politico, di forte impatto emotivo che coinvolgesse uomini e donne comuni: casalinghe, operai, impiegati, studenti, mettendo in scena episodi e esperienze ancora brucianti della nostra vita, della nostra storia: la guerra, la lotta partigiana, la liberazione, le battaglie sociali, le conquiste dei lavoratori... A noi più giovani parve subito una bellissima idea e un'ottima opportunità per ritrovare quello slancio, quella passione appannati dallo scacco del 18 aprile. Così, vincendo un certo scetticismo degli "anziani", ci mettemmo subito al lavoro. Per prima cosa fu deciso chi doveva occuparsi della costruzione del palco, chi delle luci, chi delle scene e dei costumi, e a chi affidare il compito di "trovare" gli "attori" e di studiare, elaborare i testi partendo dal copione originale. "Sulla via della Libertà", si intitolava, e il compagno-regista ci raccontò che al Nord, in Emilia Romagna, era già stato rappresentato con enorme successo grazie allo straordinario coinvolgimento di un centinaio di persone: operai delle fabbriche, autentiche mondine venute dalle risaie e ex partigiani che su un palco gigantesco di fronte a migliaia di spettatori rappresentavano se stessi, le loro storie, le loro esperienze. Sapevamo di non poter competere con quei numeri: Roma non era Bologna, l'Emilia rossa era lontana... Ma tra giovani e meno giovani mettemmo insieme un gruppo di una ventina di volontari. A parte qualche modesta esperienza amatoriale, nessuno di noi aveva dimestichezza con l'arte del teatro, della recitazione, eccetto un ragazzone alto biondo e ben piazzato che muoveva i primi passi nel cinema, genere western. Si chiamava Germano Longo, anche se nel cast figurava con stravaganti nomi esotici. Suo fratello Francesco (Franco), da tipografo-poeta diventerà dapprima aiuto di Luciano Emmer e di Tinto Brass, poi firmerà in proprio un paio di pellicole, tra cui "Un'emozione in più", un bellissimo film interpretato da una toccante e acerba Mara Venier. Quanto a me, qualche nozione ce l'avevo, qualcosa avevo visto e letto, anche se il genere preferito e frequentato in famiglia era la lirica. Dunque mi buttai con entusiasmo nell'impresa insieme ai miei due fratelli: il maggiore, smilzo occhi azzurri biondino, fu condannato al ruolo di nazista carnefice di partigiani, l'altro, Virgilio, grazie al talento pittorico, ebbe l'incombenza delle scene, dei fondali, dei cartelloni pubblicitari. L'"artista" si era già cimentato nella riproduzione in cartapesta formato gigante della colomba della pace di Picasso. "Il piccione", come scherzosamente lo chiamavano i compagni della Villetta, portato a braccia nei cortei "figurati" faceva bella mostra di sé insieme alle tute blu dei metalmeccanici, agli attrezzi dei contadini, alle bustine fatte col giornale dei muratori, ai cappelli di paglia e alle braghette delle mondine, ai grembiuli bianchi delle pastaie, ai fazzoletti rossi dei partigiani, eccetera, con Gillo Pontecorvo che filmava puntualmente.

Tutto questo io lo sto ricostruendo pezzo a pezzo pescando nel pozzo profondo della memoria. Devo confessare che tra i ricordi delle molteplici iniziative di quegli anni, quello del Teatro di Massa alla Garbatella non è il più presente. Anzi, se non fosse arrivato Rudi Assuntino a stanarmi, stimolarmi, sollecitarmi, trascinarmi con la sua energia contagiosa, sarebbe probabilmente rimasto confuso e lontano, se non del tutto cancellato. C'è da dire che a Roma, e in particolare da noi alla Villetta, il fenomeno non ebbe speciale rilevanza: nulla di lontanamente paragonabile all'esperienza di Modena o di Bologna. Ricordo vagamente due o tre uscite in tutto, tra cui una al Cinema Adriano, limitata a un unico quadro, credo quello delle mondine, in occasione di un evento politico, alla presenza di Togliatti, Aldo Natoli e Edoardo D'Onofrio. Per quella volta avevamo messo insieme elementi del nostro gruppo e elementi del gruppo della sezione Esquilino. Ricordo Carla Bianco, i fratelli Ficcadenti e soprattutto la bellissima Luciana Francalancia, la ragazza della sassaiola a piazza Colonna, 14 luglio 48, attentato a Togliatti, emozione e furore della gente per le strade, l'Italia spaccata in due, e lei, irridente, camicetta spalancata, a sfidare i poliziotti di Scelba che tiravano sulla folla: "Sparate qui, bastardi!". Ma forse è solo mitologia.

Torniamo a noi. Trasformata la Villetta in cantiere, il palco fu eretto in pochi giorni nello spazio-giardino che affianca la parte interna dell'edificio. Intanto noi "attori" studiavamo il testo, facevamo le prove. Ricordo le varianti apportate al copione. Oltre a inserire un paio di poesie di Alfonso Gatto - "Il lamento della madre napoletana": Mio era il figlio, non era della guerra, non era della morte, eccetera, e "La chiusa angoscia delle notti, il pianto...", sul 25 aprile - e uno stralcio dal "Canto d'amore a Stalingrado" di Neruda, arricchimmo la parte musicale aggiungendo ai due o tre momenti canori previsti (la "Canzone della cicala", "Tu agrario", "Crumiro, non lavorar") un grande finale corale. Si cantava "Fischia il vento", il francese "Montez de la mine camarades! Sortez de la paille les fusil, la mitraille, les grenades..." eforse, se la memoria non mi inganna, anche l'inno sovietico"Patria potente e libera / gloria per te nei secoli...", tutti pezzi inclusi nel repertorio del nostro Coro, vanto e orgoglio della Villetta, fondato e diretto dal maestro-compagno e caro vecchio amico Massimo Pradella, che in questi giorni compie novant'anni.

Dunque, dopo quelle due o tre esperienze e un'uscita pubblica a piazza Mancini, dove, molto più tardi sorgerà il Teatro Tenda, il Teatro di Massa a Roma si esaurì senza lasciare segni rilevanti. Noi, più che l'aspetto culturale e rivoluzionario dell'operazione, era stato il suo formidabile valore politico-propagandistico a coinvolgerci, e con lo stesso spirito e lo stesso entusiasmo passammo ad altre iniziative. Era così che si lavorava nell'organizzazione di base del nostro Partito: sia che si trattasse della manifestazione a Via Veneto contro la politica imperialista degli USA - vedi l'aggressione alla Corea, Ami go home, torna a casa americano, (Fausto Amodei 1951) - , della diffusione e dello strillonaggio de "L'Unità", dello sciopero dei lavoratori del gas, delle zuffe coi fascisti del quartiere, o della festa per i risultati conseguiti nella gara del tesseramento, l'impegno e il fervore erano sempre gli stessi.

A ben pensarci, in realtà una traccia il Teatro di Massa la lasciò. Fu proprio quell'esperienza, infatti, a farci sperimentare altre strade nell'ambito teatrale. Un paio d'anni dopo, mossi dall'ambizioso intento di contribuire alla rinascita del teatro italiano, con alcuni compagni della Villetta creammo un gruppo d'arte drammatica. La cosa richiamò l'attenzione di Luchino Visconti il quale ci manifestò il suo interesse con incoraggiamenti e consigli, a voce e per iscritto. In una lettera - pubblicata nel luglio del '53 sul n.1 anno I di «Teatro d'oggi», la rivista diretta da Vito Pandolfi alla quale collaboravano Bruno Schacherl, Luciano Lucignani, Gianni Rodari, Ghico De Chiara, Ernesto De Martino, Vittorio Viviani, e tantissimi altri di quella bella sinistra che lottava per un nuova legge e contro la censura grigia, codina e bacchettona dell'era democristiana - Visconti scriveva, tra l'altro: "Ricordatevi che il Teatro, il buon Teatro, è la somma di molto lavoro e moltissima passione. Ma soprattutto lavoro e tenacia." L'autore accentuava con una vigorosa sottolineatura le parole: "buon teatro" e "lavoro". Ma a noi, neofiti incoscienti, giovani intellettuali e operai militanti comunisti della Garbatella, convinti di portare il nostro contributo alla rinascita del teatro italiano, coraggio, passione e tenacia certo non mancavano, né ci spaventava il lavoro! L'interesse e la generosità di Visconti non si limitarono alle parole: il grande regista-compagno diede incarico al suo giovane aiuto Giancarlo Zagni di guidarci e di seguirci nella nostra impresa e venne perfino ad assistere qualche volta alle prove. Infine, ci fece dono di molto suo prezioso materiale di scena in disuso.

Il palco fu montato e allestito nello stesso spazio aperto della Villetta già usato per il Teatro di Massa. Il testo americano di Gow e D'Ousseau, Profonde sono le radici, un forte dramma sul razzismo, fu scelto fra tanti soprattutto per il tema. Il successo che ottenemmo mise ali alla nostra fantasia. Fiorirono idee, progetti arditi, sperimentali. Ispirandoci al modello francese, secondo l'insegnamento di Jean Vilar, pensammo di formare una compagnia che mettesse insieme attori professionisti e amatoriali. Questo ci avrebbe permesso di avvicinare un pubblico sempre più vasto al "buon teatro" e al tempo stesso di dare ad attori e registi la possibilità di esibirsi davanti a una platea diversa, nuova, popolare. Quanto alla sede, il piccolo cortile-giardino della Villetta non poteva più bastarci. Qualcuno, forse Zagni, parlò dell'esperienza di Jacques Copeau e cominciammo a sognare a fantasticare di un palco circolare con attorno delle gradinate, tipo arena, tutto di legno per potenziare l'acustica. Dopo affannose ricerche lo spazio ideale fu individuato nel seminterrato di uno degli Alberghi suburbani della vecchia Garbatella. Ormai non ci fermava più nessuno. Neanche la battaglia contro la legge truffa, nella primavera del '53, ci distrasse dall'avventura. Gli attori veri, i professionisti che il nostro regista aveva coinvolto nel progetto erano Sergio Fantoni, Tonino Pierfederici, Manlio Guardabassi e forse altri che non ricordo; quanto al testo da mettere in scena, la decisione non fu facile. Fra i moltissimi che consultammo, italiani e stranieri, tra cui "Morte di un commesso viaggiatore", "Questi fantasmi", "Giulio Cesare", alla fine, dopo riunioni e discussioni accese e interminabili, la scelta cadde sul dramma shakespeariano.

"Io ho la riunione del gruppo teatrale". /.../ "Verso le otto potresti tagliare la corda." /"Non so

se abbiamo finito. C'è da decidere il prossimo lavoro." /.../ "Be', io sono qui. Quando hai finito

mi trovi. C'è anche il regista?" / "Per forza. Se no che riunione è?" / " Che palle. Mi sta sulle

scatole con quell'aria da figlio di papà." / "Ma che figlio di papà! Invece è proprio in gamba,

voglio dire anche politicamente. E poi è l'aiuto di Visconti. Ti rendi conto?" / "Io preferisco

Sartarelli e il teatro di massa. A me quella storia del Giulio Cesare con Fantoni e quegli altri

due della radio mi sembra una stronzata. Te lo immagini i compagni di Garbatella che recitano

insieme a quella gente? E il lavoro di massa dove va a finire? Ce la vedi Wanda che fa Porzia?"

/ "Porzia semmai la faccio io. Però, ha solo due o tre battute...".

Ora avevamo tutto. Mancavano soltanto i soldi. Ci parve logico e naturale bussare alla porta di "compagni" importanti e facoltosi, che risposero a vari livelli. Ovviamente, toccava a me essere in prima fila in questa impresa: si sa, una bella ragazza ha più chances. Ma poi, nel '54, la "bella ragazza", la "pasionaria della Garbatella", inseguendo un suo sogno, una sua storia, tutta privata e sentimentale, fece le valigie e emigrò al Nord. Addio teatro. Addio Roma, Addio Villetta.

Fu solo dopo dieci anni, nel '63-'64 o giù di lì, che incontrai di nuovo Marcello Sartarelli. Venne a Milano, ma non a cercare me. Aveva in mente un progetto da proporre a Luciano Bianciardi. Non so se la cosa sia rimasta allo stadio di intenzione. Non conosco e non ho prove circa gli sviluppi di quell'incontro. La memoria non mi aiuta, i miei ricordi al riguardo sono confusi, nebulosi. Del resto, l'episodio coincide con un mio momento privato di particolare smarrimento esistenziale, legato all'improvviso successo de La vita agra.

Feste, riunioni, night club, cabaret, viaggi, presentazioni, conferenze... /.../ E così non siamo più soli.

/.../ Diventa sempre più difficile ritrovarci, magari con un vecchio amico, dalle nostre parti. /.../

Nessuno parla e io sono in compagnia dei miei spettri. Di là c'è un muro di platani neri /.../ e sullo

slargo una catasta impervia di sassi di porfido; all'amico romano ricordano le sassaiole contro la Celere

nel luglio del 48 a piazza Colonna. Sono i miei sampietrini, le mie armi, la mia rabbia e il mio furore.

L'amico romano s'è messo a parlare e i ricordi ci travolgono. Mi intenerisco e mi sento un po' orgogliosa

di fronte alla ragazza giovane del mio amico che mi guarda e pare incredula: dieci anni mi separano da lei,

ma in quei dieci anni io ho arso tutto il mio entusiasmo, ho scoperto, capito, creduto, assorbito e consumato

qualcosa che a lei non toccherà mai /.../ .Abbandoniamo le barricate di piazza Colonna /.../ Sono sopraffat ta dalle emozioni, mi intenerisco e i ricordi affiorano alla memoria, lucidi e confusi, una massa mucillagi nosa. /.../ L'amico di Roma sta ricordando i vecchi tempi nostri del teatro di massa inventato insieme e mi piace ascoltarlo, m'incanta e mi riempie di nostalgia. Ma non sono più io quella dei suoi racconti. La ra gazza della barricata, la pasionaria della Garbatella. È un mito, una favola, qualcosa che non esiste più. Però è bello starlo a sentire, fa bene al cuore. /.../ Le strade sono diventate improvvisamente anonime e deserte. /.../ Un saluto impacciato, frettoloso, una promessa di ritrovarci. So bene che non ci vedremo mai più, che questa notte speciale non avrà seguito. È finita da questo momento, al cancello di casa, col rumore della macchina che si allontana.

E addio Marcello Sartarelli. Dovevano passare ancora trent'anni da quella malinconica serata milanese, prima di risentirci ancora. Ero tornata a Roma, militavo nel Sindacato nazionale scrittori, avevo pubblicato un paio di romanzi, qualche raccolta di versi. Mi telefonò per chiedermi un parere, un consiglio per una sua amica poetessa. Non so come andò a finire. La cosa non ebbe seguito.

E ora, ecco che viene questo vulcano di Rudi Assuntino a scoperchiare il grande calderone, e tutto riaggalla, tutto riacquista senso, storia, vita. Grazie Rudi. Sembra il titolo di un musical, del resto Rudi e la musica, la Storia sono tutt'uno. Rudi e i Dischi del Sole, Rudi e il Nuovo canzoniere italiano, Rudi e Ernesto De Martino, Rudi e La rossa provvidenza: e buttiamole a mare 'ste basi americane! E poi Contessa, e Cara moglie, e Dove vola l'avvoltoio e Raffaele si chiamava... Tutto torna, tutto si tiene, tutto ha senso: la storia e la vita, la passione e l'intelligenza. La Celere, le Mantellate, il Partito comunista, l'amore, le lotte, il piombo, l'Italia che cammina, che si sposta, che cresce e diventa grassa. L'Italia che spera. L'Italia che spara. l'Italia che non spera e non spara più. L'Italia che sprofonda. E noi vecchi che siamo qui, a soffiare sulla cenere dei ricordi, a illuderci che la memoria - o la Storia - possa salvarci dal buio.

Bologna, 25 novembre 2014

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I tre brani riportati nel testo sono tratti da: Maria Jatosti, Tutto d'un fiato, Editori Riuniti 1977 - Stampa Alternativa 2012