1968

SUL SESSANTOTTO E DINTORNI

Sono trascorsi cinquanta anni dal "sessantotto", prendendo a prestito il titolo di un saggio di Rossana Rossanda "l'anno degli studenti". Ma non fu solo loro investì l'intera società. Molto si è scritto. Interpretazioni diverse che si confrontano. Eppure, a mio avviso, resta una difficoltà a storicizzarlo. Evento mondiale che coinvolge tutto il pianeta con caratteristiche proprie in ogni continente, nazione. Occidente e Oriente. Specifico eppure con tratti omogenei. Periodizzante. L' indicazione temporale "Sessantotto" appare impropria, limitativa, sarebbe più giusto dire "gli anni del Sessantotto". L'esplosione del movimento studentesco non è imprevista ne imprevedibile. Una lunga preistoria, databile dall'inizio degli anni sessanta, forse persino dal fatidico '56. Si prolunga in modi diversi e in tempi successivi nell'incrocio con le varie storie nazionali. Paradossalmente si potrebbe affermare che non ha un inizio e una fine. Il "Sessantotto" è un crocevia. Nella sua complessità: evento sociale, politico, culturale. Un laboratorio plurale. Eclettico. Un "puzzle". Ogni generalizzazione è utile ma ne offusca le interne contraddittorietà.

Spesso si compie una riduzione pericolosa: il Sessantotto, quella stagione, viene letta principalmente nel suo significato politico. Una semplificazione che porta alla storia dei gruppi minoritari e persino al dramma degli anni di piombo. A limitare il fenomeno nell'ambito del marxismo. In realtà fu una ibridazione culturale eterogenea. Alle spalle di quella "rivolta" una contestazione alimentata da molti saperi. Un mescolarsi di ribellione culturale e ribellione politica. Creatività, stili di vita, costume, socialità: un tutt'uno. È questo che definisce l'incompreso sessantottino. La non separatezza. Una nuova idea di "politica". Un allusione, un tentativo, un messaggio incompiuto.

I principali protagonisti di quella stagione sono i giovani. La prima generazione del secondo dopoguerra. La loro "rivolta", confusa, pre-politica, è contro il mondo costruito dopo il conflitto mondiale. In questo senso non è azzardato affermare che in quegli anni inizia la messa in discussione del Novecento. Processo lungo, in cui si registrano successi e sconfitte, sogni di rapide "rivoluzioni", fatto di micro tendenze, di avventurose sperimentazioni. Di frettolose rimozioni, di trasmigrazioni, in cui categorie politiche e teorie di sinistra si confondono con quelle di destra. Sono i rischi di una contestazione che non si fa compiuta cultura politica. Percorsi che si misurano con le vicende di ogni paese. Che si spiegano interrogandosi, volta per volta, su come le società, le forze politiche, le istituzioni culturali, i poteri si confrontano, dialogano o reprimono una realtà "inedita".

La preistoria conta. Determina lo spirito del tempo. Dalla seconda metà degli anni cinquanta la cultura italiana si sprovincializza. Basti pensare alle pubblicazioni delle case editrici più note. Al cinema, alla musica, all'insieme di quelle che più o meno propriamente vengono definite le "contro-culture". Non semplici fatti di costume. Anni scanditi da una colonna sonora che conta forse più di ogni lettura. I Beatles, i Rolling stones, Bob Dylan, Joan Baez, dai cantautori alle canzoni di protesta. Nel 1964 per le edizioni Feltrinelli esce curato da Fernando Pivano "Poesia degli ultimi americani" i poeti che animano la libreria City Lights Book di Ferlinghetti. Esce quasi in contemporanea all'esplosione a Berkley del Free Speech moviment, la richiesta degli studenti della libertà di parola contro la segregazione razziale e la guerra del Vietnam. L'elenco potrebbe proseguire: i testi di Marcuse, di Reich sulla rivoluzione sessuale. In Italia, solo un richiamo, l'esperienza del Gruppo '63. Ancora prima le riviste. Un laboratorio. Cultura militante. Alcune delle riviste sono già intervento politico. Pensiamo ai "Quaderni Rossi", e poi "Classe Operaia". Sul versante più culturale "Quaderni piacentini" che già nei suoi primi numeri scrive "Una sinistra da farsi". "Giovane Critica" attenta alla nuova cinematografia e ancora "Nuovo impegno" . Vicine alla Cina e alla sua polemica con l'URSS le Edizioni Oriente, la diffusione ad opera della Feltrinelli delle pubblicazioni legate al castrismo. A questa produzione a sinistra, occorre aggiungere le riviste del dissenso cattolico : "Adesso", "QuestItalia", solo per indicare alcuni titoli. Esaminando ognuna di queste pubblicazioni abbiamo un ampio panorama di "suggestioni" altre rispetto alla linea dei partiti, alla cultura "ufficiale, non solo dibattito teorico ma prime sperimentazioni politiche autonome. Fucina dei primi gruppi operaisti, filocinesi, terzomondisti. La folla degli "ismi". Tuttavia la loro diffusione è ancora marginale. Lo studente sessantottino le conoscerà nei giorni delle manifestazioni contro il Vietnam e delle occupazioni universitarie. Anche se la loro diffusione è marginale sono i presupposti di radicale rinnovamento.

Politica e cultura vanno di pari passo. Nel 67 nasce "Marca Tre", rivista che "suggerisce problemi più che sollevarli". Rubriche critiche di autori che segneranno la storia del dopo sessantotto Gugliemi, Sanguineti per la letteratura, Gelmetti per la musica, Carpitella per l'etnomusica, Portoghesi per l'architettura. Una cultura in movimento come si legge sulle pagine della rivista. Nello stesso anno esce "Carte Segrete". Meno nota "Mondo Beat" ampiamente perseguitata per le sue dissacrazioni. Il teatro diventa luogo di invenzioni. Il Living Theatre va in scena per la prima volta al Teatro Parioli di Roma nel 1961, sarà conosciuto dal pubblico giovane successivamente fino ad essere presente in alcune delle occupazioni. Nel fatidico 1967 Carmelo Bene, Giuseppe Bartolucci, Marco Bellocchio, Leo De Bernardinis, Carlo Quartucci, Luca Ronconi firmano un manifesto contro il teatro ufficiale. Vogliono innovare il rapporto fra attori e pubblico. Un capitolo a se meriterebbero le "cantine". A Roma il Dioniso club che organizza il "Free poetry session" con Elio Pagliarani, Amelia Rosselli, Patrizia Vicinelli. Nello stesso locale il gioco-spettacolo "Fecaloro" sempre di Pagliarani. Le innovazioni nel campo delle arti figurative: la vittoria dell'astratto sul realismo, l'arte povera, le sperimentazioni di Novelli, la partecipazione alla ribellione giovanile di Schifano, dall'America la Pop Art. Un elenco che si dovrebbe accompagnare ai colpi di censura a cui furono sottoposti registi, poeti, scrittori. Tante storie di cultura militante, una cultura che mescola le varie forme creative, le fa interloquire fra loro. In rotta con i circuiti ufficiali. Strehler lascia il Piccolo di Milano per un teatro itinerante. Dario Fo con Nuova Scena porta i suoi lavori nelle Case del popolo, nei quartieri, nelle operative. Dopo nel '70 l'esperienza della Comune. Non esiste, credo, un periodo in cui, l'azione artistica entri in modo così dirompente nella vicenda politica. Si faccia con le sue opere e azioni soggetto di comunicazione e formazione "politica", civile. Registri gli umori di un mondo in mutazione. Il messaggio resterà negli anni seguenti. Da questo insieme le produzioni creative non potranno prescindere. Dopo il Sessantotto si estenderanno e cambieranno il profilo culturale e di costume del nostro paese. Si diffondo le associazioni culturali, i gruppi sperimentali, i circuiti democratico del teatro.

Progressivamente tuttavia la radicalità critica di quella stagione si offuscherà. Si normalizzerà. In altri casi andrà alla deriva. Sulle ragioni la ricerca è aperta. Resta tuttavia un patrimonio che fonda modi di pensare, diffondere, promuovere la cultura nel tessuto democratico e civile. Un battaglia spesso impari con mercato e consumismo, ma anche con i lasciti di un trasformismo delle forze intellettuali mai definitivamente sconfitto.

Se si esaminano i documenti delle occupazioni del 1967 e anche di alcune precedenti si vede che l'attenzione principale è dedicata alla costruzione di una nuova idea di Università, di nuovi rapporti fra studenti e docenti, di una nuova idea delle professioni, del rapporto fra sapere e società. Questo mentre la scolarizzazione di massa ha profondamente mutato le caratteristiche della popolazione universitaria e la famigerata riforma Gui non arriva, ferma nell'aule parlamentari, e non arriverà per tutta la durata della IV legislatura. In questo arco temporale si registra la crisi e l'estinzione delle Rappresentanze universitarie (L'intesa, L'UGI). Troppo simili ai partiti di riferimento, scimmiottano il loro parlamentarismo. La cultura politica di una generazione non è separabile dagli eventi con i quali si confronta e che vive. Nel mondo: le lotte contro la segregazione razziale in Usa, la guerra del Vietnam, la Grecia dei colonnelli, la lotta antifranchista in Spagna, la rivoluzione culturale in Cina, Cuba e le lotte in America Latina, il terzomondismo. La sequenza è affollata... In Italia: prima il miracolo economico, poi la crisi del 1963, la IV Legislatura ben quattro governi. Il "tintinnar di sciabole" del 1964. Un "centro-sinistra" che tradisce le flebili speranze riformiste. La repressione antioperaia. Un certo offuscamento del "togliattismo". Tempi politici che non coincidono con i tempi sociali. Domande nuove che avanzano. Veloci. La nuova generazione ha fretta. Vive di suggestioni. Il mondo si può cambiare e vuole cambiarlo in fretta. La parola chiave non è tanto "rivoluzione" ma "contestazione", quasi ad esprimere una volontà distruttiva, oppositiva, prima ancora che costruttiva. Un limite. Non ho ancora trovato un termine per definire questa condizione. Tendo ad usare l'espressione "sinistrismo" ad indicare un indefinito fatto di miti, di "ismi", semplificazioni, radicalismo ai confini scivolosi di un inedito qualunquismo i cui segni scavano nel profondo. Tracce. Il positivo del movimento, le lotte operaie dell'autunno caldo, il concorso alla conquista di nuovi diritti, si accompagna al crescere della critica alla "partitocrazia", alla sfiducia nel parlamento, nelle istituzioni. All'enfasi sul movimentismo e all'indifferenza al progetto. Temi difficili da affrontare nello spazio di un articolo e ognuno dei quali andrebbe esaminato a se stante. Queste considerazioni, frettolose se si vuole, non possono sottacere le contraddizioni dei partiti nel confrontarsi con l'inedito spontaneo esplodere di un altro movimento rispetto a quelli conosciuti. Purtroppo il continuismo prevalse su ogni discontinuità possibile. Eppure lucide intuizioni vi furono. Luigi Longo, allora segretario del PCI, nel suo notissimo articolo su "Rinascita", riconosce che si è in presenza di un movimento nuovo, autonomo, critico nei confronti del partito comunista. Aldo Moro, nel suo discorso del novembre al Consiglio nazionale della DC, parla dell'affacciarsi di una "nuova umanità". Intuizioni che, nonostante molte contraddittorietà, riuscirono a stabilire un positivo dialogo con alcuni settori del movimento. Un dialogo che si interromperà nel 1977.

Con il "Sessantotto" la politica cambia. È l'acquisizione principale e l'unica che consenta di capirne il senso, al di là dei singoli avvenimenti. La "politica" estende i suoi confini. Fare politica significa cambiare se stessi in ogni azione della propria vita. Nessuna separazione. Fare politica significa agire sui costumi, sugli assetti di potere, sulla vita familiare, nei rapporti con gli altri. Essere persona e al tempo stesso stare nella società. Individuo e collettività si confondono in un insieme. L'incompiuto sessantottino sta in questa "utopia". Desideri, speranze, e perché no, persino giovanili illusioni che le successive delusioni faranno rimuovere e cancellare. Eppure un'eredità su cui ancora oggi, in presenza di un quadro politico e sociale così devastato, meriterebbe riflettere.

La "contestazione" investe tutte le dimensioni dell'agire umano. Significativa la contestazione culturale, mossa, come giustamente scrive Pier Paolo Pasolini nella sua nota poesia "Cari studenti", per altro da "intellettuali" sia pure in formazione. Il processo ad Alberto Moravia perché scrive sul Corriere della sera: non ci si può dichiarare di sinistra e scrivere su un quotidiano dei "padroni". L'occupazione della Triennale: i pittori che scrivono dietro i quadri "triennale fascista". Alla biennale d'Arte a Venezia Gastone Novelli che rovescia i suoi quadri in segno di protesta. La mostra del cinema nuovo a Pesaro. La mostra del cinema di Venezia: una città presidiata dalla polizia. "Mostra poliziotta" commenta "l'Unità". Intellettuali, registi, attori che protestano contro l'istituzione, contro il sistema dei premi che dopo quell'anno sarà sospeso e riprenderà negli anni Ottanta. Ingenuità barricadere, senza dubbio. Ma liberate da ogni folclore da occupazione testimonianza di un richiamo alla coerenza, all'impegno. Nessuna zona grigia è tollerata. Purtroppo nelle vicende che seguiranno non sarà così. L'esaltazione contestatrice andava, senza dubbio contenuta, ma il trasformismo non andava tollerato o peggio ancora giustificato all'insegna della "neutralità" dei saperi.

La pluralità del Sessantotto si spiega nel suo divenire. Le forme che assume non sono estranee alla sua interna cronologia e si svolgono in parallelo alle vicende politiche che segnano quella stagione politica. Non semplice cronologia ma scansione temporale del suo mutarsi. Una fase sociale: le prime occupazioni con al centro il destino dell'Università. La risposta accademica è la repressione. Poi il bisogno di guardare oltre le strutture universitarie. I temi del mondo, l'incontro con la classe operaia Il voto la "scheda rossa" che vince le tentazioni astensioniste dei gruppi filocinesi. La delusione che segue il maggio francese. Dall'espansione che si protrae per tutto l'anno accademico 67-68 al riflusso dell'estate e nell'autunno la scesa in campo degli studenti medi. Il movimento studentesco in quanto tale si esaurisce presto per diventare "gruppismo". Gli studenti, in gran parte, la base del suo reclutamento. L'organizzazione si sostituisce alla spontaneità, i modelli parapartitici alla fluidità vitalistica. L'ideologismo all'apprendimento politico. Anche i partiti tradizionali, i sindacati si avvalgono del loro concorso. Un capitolo a se stante: quale sarà il loro contributo? Rinnovamento, certo, ma anche aporie che si manifesteranno negli anni successivi. L'eclettismo sessantottino lavora in varie direzioni. In un modo o nell'altro diventa la nuova opinione pubblica. Nel suo incompiuto, nella sua difficile ricerca di farsi cultura politica, i suoi limiti. Resta nel labirinto di una possibile nuova idea del cambiamento. Una sfida che vede acquisizioni importanti, le lotte operaie del 69, la conquista di nuovi diritti, concorre a tracciare discontinuità nella vita dei partiti e delle organizzazioni sindacali, ma al tempo stesso resta imprigionato nel suo eclettico radicalismo.

E' luogo comune affermare che la storia non si fa con i se. Vero. Tuttavia è legittimo chiedersi se poteva andare diversamente. Personalmente credo di sì. Ad una "rivolta giovane" non si può chiedere di farsi, da sola, progetto di trasformazione. Resta una "rivolta". Il punto di domanda è il sistema politico, la forze culturali, seppero cambiando se stesse farla diventare "progetto", assumendone le spinte migliori.

Nell'aprile '68, è trascorso un mese dalla "battaglia di Valle Giulia" che cambia le vicende sessantottine, Luigi Longo, nell'articolo già citato, scrive: "Non mi preoccupa affatto che in questo risveglio di tante entusiastiche forze nuove, si manifestino incertezze, confusioni, contraddizioni, con punte critiche nei nostri confronti. Ilo non credo che un profondo rivolgimento nelle coscienze e negli orientamenti soprattutto di larghe masse giovani, possa avvenire in modo "educato" e "ben ordinato". Solo illusi e burocrati possono pensare in questo modo. Proprio perché marxisti, comunisti, rivoluzionari noi sappiamo che profondi rivolgimenti politici e sociali non possono non sconvolgere schemi precostituiti, vecchie credenze, in una parola mettere tutto in discussione".

E poi pensare, ripensare al Sessantotto significa anche guardare al poi... agli anni che seguiranno. Alle conquiste, agli insuccessi. Resta un dato certo: il concorso dato dal "meglio" di quella "ribellione " e al concorso che ha dato all'affermazione di una nuova socialità, di nuovi modi di pensare e far vivere nei vari campi le forme della democrazia e della partecipazione.