SPECIALE FASCISMO ANTIFASCISMO GRAMSCI

STORIA DEL FASCISMO

DAI FASCI ITALIANI DI COMBATTIMENTO

AL REGIME FASCISTA

La Prima Guerra Mondiale ha prodotto effetti destabilizzanti non solo sul piano geopolitico, con ad esempio la fine dell'Impero Asburgico, la Rivoluzione Russa e la pace punitiva imposta alla Germania, ma profondi cambiamenti sociali.

Nell'Italia del dopoguerra, economicamente provata, si assiste a un inasprimento delle tensioni sociali, come dimostrano lo sviluppo dei sindacati e la nascita di importanti partiti di massa come il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo (1919), e il Partito Comunista d'Italia fondato da Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga (1921).

Nel 1919 è nato un altro movimento, destinato a segnare indelebilmente la storia italiana, il fascismo, guidato dall'ex socialista Benito Mussolini. Inizialmente tale movimento prende il nome di Fasci Italiani di combattimento e ha carattere elitario, non di massa. Alla sua fondazione, il 23 marzo 1919, a Milano in Piazza San Sepolcro, sono presenti principalmente nazionalisti, reduci della Grande Guerra, ex sindacalisti rivoluzionari, repubblicani, dannunziani e alcuni futuristi marinettiani.

Nel 1920 ha inizio in Italia il Biennio Rosso, periodo caldo delle lotte operaie caratterizzato dall'occupazione delle fabbriche - che arriva dopo mesi di scioperi dovuti al carovita e alle difficili condizioni lavorative, effetto della riconversione della produzione bellica a produzione di pace - affiancata dalle istanze dei contadini che reclamano la terra.

È in Val Padana e in Puglia che la lotta contadina è più accesa. Contro di essa proprietari terrieri ed esponenti dei Fasci di combattimento si alleano, ricorrendo sistematicamente alla violenza dello squadrismo, ovvero alle azioni punitive di gruppi di fascisti contro Camere del Lavoro, Case del popolo, sedi di partiti e di cooperative, singole persone. Tali azioni sono spesso ignorate in maniera complice dalle forze dell'ordine.

Nel 1921 il capo del governo Giovanni Giolitti (1842-1928), non ritenendo il fascismo un fenomeno eversivo e pericoloso per la stabilità dello Stato, accetta che alcuni suoi candidati partecipino alle elezioni nei blocchi d'ordine costituiti dai liberali, vedendo i fascisti come alleati nella lotta politica per il contenimento di socialisti e popolari. Cresce così l'influenza fascista e gli squadristi cominciano ad agire impuniti anche nei centri industriali; borghesia e ceto politico in generale considerano il movimento facilmente arginabile nel momento in cui cesserà la sua utilità sociale.

Nel 1922, Mussolini abbandona due premesse dei Fasci di combattimento: il repubblicanesimo e l'anticlericalismo, e presenta il fascismo come l'unica alternativa valida, sia sul piano politico sia su quello ideologico, al comunismo, denunciando il Partito Popolare per la sua apertura ai socialisti. Accanto all'azione propagandistica e politica di Mussolini continuano le azioni squadriste tese a colpire i punti di riferimento e di aggregazione delle lotte popolari.

Il 24 ottobre 1922 Mussolini raduna a Napoli migliaia di camicie nere (simbolo del movimento) e ha luogo la marcia su Roma. Il Presidente del Consiglio Luigi Facta presenta al re Vittorio Emanuele III il decreto per la proclamazione dello stato d'assedio, ma il re si rifiuta di firmarlo. Lascia così via libera ai fascisti, che entrano a Roma il 28 ottobre.

Mussolini, temendo una reazione da parte del monarca, non ha partecipato alla marcia, attendendo a Milano l'evolversi della situazione. Quando il re non firma, si unisce ai suoi.

Il re gli affida l'incarico di formare il nuovo governo, che si compone di fascisti, liberali, popolari e indipendenti. Mussolini presenta un programma che soddisfa i conservatori, abbandonando la linea giolittiana che colpiva i profitti di guerra; scioglie le amministrazioni comunali e provinciali guidate da socialisti e/o popolari; liquida le cooperative, limita le libertà sindacali. Il problema però rimane la normalizzazione dello squadrismo, dato che i conservatori si aspettano che, raggiunto il potere, il fascismo rientri nei canoni della legalità. Mussolini sa che è solo grazie all'appoggio della monarchia e delle classi conservatrici che è arrivato al governo e si impegna in tal senso ma, internamente al partito, la corrente facente capo a Roberto Farinacci (1892-1945) si oppone al tentativo di moderazione. Per mantenere la leadership, Mussolini usa uno stratagemma: trasforma le squadre in Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale. Successivamente istituisce il Gran Consiglio del Fascismo, che raduna i suoi maggiori esponenti e che diviene di fatto decisivo nella vita politica italiana, trasformandosi in breve tempo in organo costituzionale dello Stato. La legge elettorale viene modificata perché garantisca la maggioranza alla lista fascista; i popolari vengono estromessi dal governo per le loro posizioni pubblicamente antifasciste.

Il 6 aprile 1924 si svolgono nuove elezioni politiche, caratterizzate da un clima di pesanti intimidazioni. Grazie alla legge elettorale maggioritaria vince il "listone", che vede esponenti fascisti accanto a nomi della tradizione liberale. Nonostante le violenze, i partiti democratici ottengono risultati importanti e l'attesa normalizzazione dello squadrismo, ora ammantato di legalità, non avviene.

L'esponente socialista Giacomo Matteotti (1885-1924) denuncia alla Camera i brogli elettorali e il clima di violenza nel quale si sono svolte la campagna politica e le stesse elezioni. Il deputato antifascista, nel suo discorso, fa anche il nome di un candidato emiliano (Antonio Piccinini, 1884-1924) assassinato dagli squadristi prima delle elezioni. Lo scopo di Matteotti è che la Camera accetti di indagare sui metodi usati nelle elezioni e che, una volta scoperti, queste vengano invalidite.

A lungo si è ritenuto che l'unico movente dell'assassinio di Matteotti sia stato questo discorso, ma una recente storiografia (M. Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino, Bologna, 1997, n.e. 2015) ha potuto fornire documenti che sottolineano la presenza di una motivazione affaristica. Sembra, infatti, che il deputato stesse preparando, per la seduta del 10 giugno - giorno in cui sarebbe stato rapito - un dossier sulla cosiddetta "convenzione Sinclair", stipulata nel marzo precedente. La convenzione concedeva alla società americana Sinclair Oil il monopolio della ricerca petrolifera in Italia, a condizioni svantaggiose per il pubblico interesse. In cambio, la società aveva versato notevoli finanziamenti al partito fascista. Sarebbe dunque stato l'annuncio delle rivelazioni che Matteotti si apprestava a fare a scatenare l'intervento della squadra fascista.

Il 10 giugno del 1924 Matteotti si sta avviando a piedi alla seduta quando viene rapito. La scomparsa del deputato viene denunciata e vengono avviate immediatamente le ricerche. Le prime prove sono trovate in agosto e successive indagini portano poi alla scoperta del cadavere. È il 16 agosto.

Inizialmente Mussolini attribuisce l'assassinio ai suoi avversari politici, accusandoli di tramare contro di lui, indignato come tutta l'opinione pubblica dall'evento. Lo scandalo fa tuttavia scricchiolare il governo.

Nel frattempo i gruppi dell'opposizione, dopo che il re ha dichiarato di rimettersi alla maggioranza parlamentare (fascista), abbandonano il Parlamento chiedendo l'abolizione della milizia e il ripristino della legalità. Questo evento è conosciuto come "secessione dell'Aventino" e, pur avendo suscitato una eco enorme, va lentamente alla deriva per la mancanza di un programma e di direttive unitarie. Avvantaggiato dalla crisi dell'opposizione, Mussolini riprende in mano la situazione, forte anche dell'appoggio dei conservatori, dei clerico-moderati, della milizia, degli ambienti militari e di quelli monarchici, che temono un ritorno alla situazione del primo dopoguerra, con i partiti di massa protagonisti. Il governo riprende così coraggio, riapre il Parlamento e, col famoso discorso del 3 gennaio 1925 - in cui si assume la responsabilità morale del delitto Matteotti - Mussolini attua il colpo di Stato. Quello stesso giorno il duce parla alla Camera sfidando i partiti aventiniani, che accusa di sedizione, così da precludere loro il ritorno in aula.

Sono in tal modo gettate le premesse del regime autoritario.

L'IMPERO

L'assassinio di Matteotti e l'assunzione di responsabilità ("morale"), per tale delitto, da parte di Mussolini, cambiano la natura del fascismo e le sorti del paese. Progressivamente, dal 1925 in poi e soprattutto attraverso le cosiddette "leggi fascistissime", vengono aumentati i poteri della polizia; sono epurate le amministrazioni statali; viene eliminata, attraverso un inasprimento della censura, la libertà di stampa e di opinione, con la sospensione delle pubblicazioni non allineate. Il presidente del Consiglio diviene capo del Governo, e non si tratta di un semplice mutamento terminologico: egli esercita il proprio potere dovendo rispondere solo al re, dal quale è nominato, e non più anche al Parlamento. Le elezioni amministrative sono abolite, e il sindaco, di nomina regia, assume il nome di podestà. La monarchia parlamentare si trasforma in dittatura, e la stessa legge suprema dello Stato, lo Statuto Albertino, carta costituzionale flessibile (a differenza della Costituzione della Repubblica Italiana, che è "rigida"), viene piegata alle esigenze del regime.

Tra 1925 e 1926, alcuni falliti attentati alla vita di Mussolini (Tito Zaniboni, Roma, 4 novembre 1925; Violet Albina Gibson, Roma, 7 aprile 1926; Gino Lucetti, Roma, 11 settembre 1926; Anteo Zamboni, Bologna, 31 ottobre 1926) sono il pretesto per una violenta ondata repressiva che porta allo scioglimento di tutti i partiti, associazioni ed organizzazioni democratiche, nonché all' istituzione del Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, che processerà antifascisti e intellettuali del calibro di Antonio Gramsci e Alcide De Gasperi, ma anche migliaia di cittadini responsabili solo di aver espresso, anche con una sola semplice battuta, una qualsiasi forma di dissenso o critica nei confronti degli organi dello Stato. Con il sostegno dell'OVRA, l'onnipresente polizia politica del regime, il Tribunale Speciale comminerà, negli anni della sua attività (1926-1943), migliaia di condanne al confino e al domicilio coatto, mentre numerosi personaggi della vita politica e culturale italiana sono costretti ad abbandonare il paese e a rifugiarsi in paesi come la Francia, dove non sempre saranno al sicuro.

Il fascismo invade ogni ambito della vita dei cittadini italiani, dalla politica - della quale è sconsigliabile parlare in pubblico -all' economia, dalla cultura all'educazione e al tempo libero. Il regime mira a formare i sudditi, fin dalla tenera età, in senso fascista e militarista, intervenendo in ogni ambito della loro vita quotidiana. Essenziale è l'alleanza con la Chiesa: i Patti Lateranensi, firmati nel 1929, chiudono l'annosa "questione romana" (nata nel 1861 con la proclamazione del Regno d'Italia, al quale tuttavia mancava la capitale naturale, Roma, nonché i territori dell'allora Stato Pontificio, e riguardante, anche, la permanente opposizione cattolica al processo risorgimentale. La "questione romana" fu notevolmente aggravata nel 1870, con la presa di Roma da parte dell'esercito italiano e, nel 1871, la proclamazione della città eterna quale capitale del Regno d'Italia) e riconoscono il Vaticano come stato indipendente e sovrano, sancendo, tra le altre cose, la reintroduzione dell'insegnamento della religione cattolica a scuola.

I Patti Laternanesi sono un successo importante per il fascismo e garantiscono a Mussolini e al suo regime anni di consenso e stima anche al di fuori dei confini nazionali, almeno fino al 1935-1936.

Sul piano interno, prende avvio, già nel 1923, il programma relativo alla politica agraria, che comprende i provvedimenti di bonifica integrale, volti ad aumentare la produzione. Nel 1933 nasce l'Istituto per la ricostruzione industriale (IRI), che ha lo scopo di salvare dal tracollo le imprese italiane colpite dalla crisi economica del 1929, aumentando di fatto l'intervento e l'ingerenza dello Stato nelle politiche industriali. Un accorto e lungimirante uso della propaganda, che diffonde un'idea paternalistica del fascismo, promuove un'immagine benevola di quello che è ormai il Duce, il condottiero del popolo e della Nazione.

I riconoscimenti del mondo politico europeo, e specialmente di Gran Bretagna e Francia, affascinate dal metodo decisionista di Mussolini e dalla capacità dimostrata di irreggimentare, a scapito, ovviamente, delle garanzie e delle libertà democratiche, conferiscono al duce italiano il ruolo di mediatore tra questi stati e la Germania di Hitler nei primi anni Trenta.

Adolf Hitler (1889-1945) diviene cancelliere tedesco nel 1933; il suo piano politico prevede innanzitutto il riscatto della Germania dalle condizioni umilianti imposte dal trattato di pace di Versailles, arrivato alla fine della prima guerra mondiale.

L'aggressione italiana all'Etiopia nel 1935 avvicina Mussolini e Hitler. Condannata dalla Società delle Nazioni e sottoposta a dure sanzioni economiche, l'Italia fascista riceve l'appoggio della Germania e reagisce fomentando l'opinione pubblica interna contro Francia e Inghilterra. Autarchia in campo economico e culturale ed esasperazione del nazionalismo sono due delle immediate ma perduranti risposte fasciste all'isolamento del paese. Il regime, sul fronte interno, gode, in quel periodo, di uno dei più significativi momenti di consenso.

L'impresa etiope, portata avanti attraverso metodi e sistemi bellici spesso criminali, si conclude vittoriosamente nel 1936. Nasce così l'Impero, e contestualmente inizia la crisi della Società delle Nazioni. Per l'Italia fascista, quella in Etiopia è solo la prima di numerose e drammatiche avventure belliche.

IL REGIME

Dopo la crisi dovuta al delitto Matteotti, risolta con la svolta autoritaria del gennaio 1925, il fascismo accelera il processo di trasformazione dello Stato in senso dittatoriale. Uno dei passaggi fondamentali di tale trasformazione è la costituzionalizzazione, il 9 dicembre 1928, del Gran Consiglio del Fascismo che, da organo supremo del partito fascista, diviene anche organo costituzionale del Regno.

La legge suprema del Regno d'Italia, lo Statuto Albertino, data la sua natura flessibile, viene adattata alle esigenze del regime.

I poteri della polizia sono estesi; le amministrazioni dello Stato vengono epurate dai funzionari sospettati di non essere in linea col governo; risulta ridotta la libertà di stampa tramite censure, sequestri e/o sospensioni di pubblicazioni e sostituzioni di direttori; viene rafforzato il potere dei prefetti con conseguente maggior ingerenza del partito nella gestione quotidiana dello Stato; sono abolite le elezioni amministrative e il sindaco, ora chiamato podestà, diviene di nomina governativa.

Con l'attentato a Mussolini del 1926, per mano del giovane Anteo Zamboni, nuove ondate repressive portano allo scioglimento di tutti i partiti, le associazioni e le organizzazioni democratiche. Viene istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, atto a giudicare i cosiddetti nemici interni.

La sempre più stretta vicinanza alla Germania hitleriana accentua il carattere totalitario e repressivo dello stato fascista. Nel 1938, l'introduzione della legislazione razziale - rivolta prevalentemente contro gli ebrei, ma anche contro qualsiasi razza non "puramente ariana", come in Germania - vincola sempre più, da un punto di vista culturale, oltre che economico, i due paesi. Evidente, inoltre, in Italia come in Germania, è lo sforzo nel campo degli armamenti, e il sostegno alla politica di tipo fascista in Europa, come dimostra l'appoggio italo-tedesco al generale Franco nella guerra civile di Spagna.

L'ALLEANZA CON HITLER E LA GUERRA MONDIALE

Hitler approfitta della situazione creatasi a livello europeo con l'occupazione italiana dell'Etiopia, nel 1936, rimilitarizzando la Renania, regione tedesca al confine con Francia, Belgio e Lussemburgo, "disarmata" sulla base del Trattato di Versailles (1919) e del Patto di Locarno (1925).

Nello stesso anno si costituisce il cosiddetto Asse Roma-Berlino, patto d'amicizia tra governi che si ritengono delusi dalla politica di Versailles e, in generale, dalla Società delle Nazioni. L'alleanza, di tipo ideologico, politico e militare, si concretizza subito nella partecipazione italo-tedesca alla guerra civile spagnola, al fianco delle forze franchiste e, nel 1938, nel via libera dell'Italia all'annessione tedesca dell'Austria (Anschluss).

Il clima politico europeo è oramai rovente ed è in questo contesto che si tiene la Conferenza di Monaco (settembre 1938), alla quale partecipano Italia, Germania, Francia e Inghilterra. Scopo dell'incontro è discutere del destino della Cecoslovacchia (non invitata e quindi assente), della quale il Terzo Reich rivendica i territori dei Sudeti. Si concede a Hitler ciò che chiede, sperando così di soddisfarlo e di scongiurare una guerra più ampia, ma già nel marzo del 1939 le truppe tedesche occupano Praga. Nel frattempo, Mussolini decide di approfittare dell'immobilismo delle altre potenze europee occupando l'Albania.

In maggio Italia e Germania stipulano il Patto d'Acciaio, vera e propria alleanza militare per la quale Mussolini si impegna senza avere una reale conoscenza dei piani bellici di Hitler. Il duce è interessato solo ad avere un alleato forte per far valere quanto prima le proprie rivendicazioni sulla Francia (Tunisia, Gibuti, Corsica, Nizza e Savoia). Il patto obbliga le due potenze al sostegno reciproco sia da un punto di difensivo, sia da un punto di vista offensivo; Germania e Italia sono inoltre vincolate alla consultazione reciproca e al divieto di firmare, in caso di guerra, paci separate.

Il 1° settembre 1939 le truppe tedesche invadono la Polonia. Il 3 settembre, Gran Bretagna e Francia dichiarano guerra alla Germania. È l'inizio della seconda guerra mondiale.

In poco tempo le truppe di Hitler occupano Polonia, Danimarca, Norvegia, Belgio, Olanda e Francia. L'Italia, che ha scelto la non belligeranza in ragione dell'impreparazione al conflitto da parte delle forze armate, rischia di perdere l'occasione di partecipare alla (presunta) imminente vittoria degli alleati tedeschi. Così, il 10 giugno 1940, anche l'Italia dichiara guerra alla Francia, ormai vinta, ed entra nel secondo conflitto mondiale.

È una guerra che l'Italia non è in grado di combattere, come dimostrano, da lì a poche settimane, le difficoltà sul fronte occidentale e su quello balcanico. Nell'ottobre 1940, infatti, Mussolini ha deciso di attaccare la Grecia, che viene piegata solo grazie all'intervento tedesco. Anche in Africa, solo il soccorso degli alleati dell'Asse permette di far retrocedere le inglesi. La Germania è dunque impegnata su più fronti contemporaneamente: il 22 giugno 1941 si avvia anche l'Operazione Barbarossa, l'invasione dell'Unione Sovietica, da tempo preparata dal Fuhrer. Questo attacco, insieme all'ingresso in guerra degli Stati Uniti, segna una svolta nel conflitto, e frena l'avanzata vittoriosa di Hitler.

Il popolo americano è da tempo e in maggioranza schierato sentimentalmente con Francia e Gran Bretagna, ma poco disposto a partecipare al conflitto. È l'attacco aereo dei giapponesi, alleati di Italia e Germania, alla flotta americana a Pearl Harbor (7 dicembre 1941) a rendere inevitabile la dichiarazione di guerra.

Nel novembre 1942, con la battaglia di Stalingrado, i tedeschi e gli italiani vengono costretti alla ritirata. L'Armata italiana in Russia (Armir) viene quasi completamente distrutta, e il rimpatrio dei pochi che non muoiono in combattimento o non finiscono in prigionia avviene tra immense difficoltà e atroci sofferenze causate da freddo e dalla mancanza di organizzazione.

I sovietici riprendono così la controffensiva, riconquistando il Mar Nero e arrivando, nel 1944, alle porte di Varsavia. Nello stesso anno, vengono liberate e occupate Romania, Bulgaria, Slovacchia orientale. Le truppe di Mosca cominciano inoltre a penetrare in Jugoslavia dove, da tempo, operano i partigiani guidati dal maresciallo Tito (1892-1980).

Nel contempo, le truppe tedesche sono duramente impegnate ad affrontare gli Alleati sui fronti africani (fino al maggio 1943) e, dopo lo sbarco in Normandia (6 giugno 1944), nella stessa Europa.

ITALIA: DALLA GUERRA DI AGGRESSIONE ALLA GUERRA DI LIBERAZIONE

L'Italia, legata alla Germania dal Patto d'Acciaio (22.5.1939) e alla Germania e al Giappone dal Patto Tripartito (27.9.1940), non entra in guerra al momento dell'invasione tedesca della Polonia (settembre 1939), ma solo un anno dopo, nel giugno 1940. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale, il fascismo, consapevole dell'impreparazione economica e militare del paese e delle sue forze armate, sceglie la formula della "non belligeranza", un apparente disimpegno che permetterebbe, nelle intenzioni del regime, di rafforzare le strutture offensive e difensive dello Stato in vista di un impegno diretto.

In realtà, quando Mussolini decide l'ingresso del paese in guerra, non compie tale scelta in ragione di un raggiunto approntamento dei reparti e delle risorse, tutti messi a dura prova dalle numerose guerre del regime. La decisione è presa, piuttosto, per timore di arrivare tardi alla spartizione del bottino guadagnato dal potente alleato tedesco, che sta in quel momento dominando su tutti i fronti. La dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, seguita, il 28 ottobre 1940, da quella alla Grecia, comporta l'impegno italiano su più fronti: il primo è quello delle Alpi occidentali fino all'armistizio con la Francia (24 giugno 1940), in una battaglia che si sostanzia nell'attacco a un paese già praticamente sconfitto dalle truppe tedesche, e nonostante questo notevoli problemi per le truppe italiane; su quello dell'Africa orientale, dove si combatte contro i britannici una campagna che, fatta eccezione per la guarnigione stanziata a Gondar, gli italiani perdono già nel maggio 1941 (Gondar cade in novembre): è una sconfitta che comporta la perdita delle colonie e la fine della cosiddetta Africa Orientale Italiana. Ancora, gli italiani combattono, dal 10 giugno 1940, anche in Africa Settentrionale, sostenuti, dal marzo 1941, dall'Afrikakorps del generale tedesco Erwin Rommel. È il fronte di combattimento (cioè, non di occupazione) sul quale l'alleanza italo-tedesca regge più a lungo: le forze dell'Asse, infatti, saranno sconfitte solo nel maggio 1943, dopo le fondamentali battaglie combattute a El Alamein (Egitto, luglio e ottobre-novembre 1942). In Africa Settentrionale gli italiani affrontano anche le truppe americane, sbarcate in Marocco e Algeria dal novembre 1942 (Operazione Torch). Altro fronte di combattimento italiano è quello balcanico: italiani e tedeschi occupano entro l'aprile del 1941 Jugoslavia e Grecia, sebbene la guerra italo-greca abbia fin dall'inizio rappresentato un serio problema per i reparti fascisti, minacciati dai greci addirittura all'interno dei confini albanesi (l'Albania è un protettorato italiano dal 1939, Vittorio Emanuele III ne è re). Solo l'intervento tedesco nell'aprile 1941 risolve la situazione, modificando tuttavia, in senso estremamente concreto, il rapporto tra i due alleati dell'Asse: la guerra dell'Italia, che nelle intenzioni di Mussolini doveva essere "parallela" a quella della Germania, si rivela una vera e propria guerra "subalterna" al camerata più forte. Infine, oltre alla guerra sul Mediterraneo tra Regia Marina (sostenuta dalla Kriegsmarine tedesca) e Royal Navy britannica, risolta nella netta vittoria di quest'ultima, gli italiani si impegnano, dal luglio del 1941 al gennaio del 1943, nell'Operazione Barbarossa, la campagna di Russia, che si concluderà con la distruzione completa dell'ARMIR (Armata Italiana in Russia).

La seconda guerra mondiale degli italiani è un conflitto combattuto in netta condizione di inferiorità, sia nei confronti dei nemici anglo-americani e sovietici, sia nei confronti degli alleati tedeschi. Equipaggiamento scarso o inadeguato, impreparazione dei vertici militari e politici, incapacità delle truppe non preparate per un conflitto di tali dimensioni, si concretizzano in una guerra combattuta male al fronte e in un'occupazione difficile, spesso gestita con metodi brutali, nei territori invasi (Jugoslavia, Grecia, Unione Sovietica). Questo per quanto riguarda gli italiani alle armi; tuttavia, la seconda guerra mondiale è anche per il fronte interno una guerra totale, che comporta il pieno coinvolgimento dei civili, costretti a vivere per anni in città quotidianamente bombardate, con i viveri razionati fino alla malnutrizione e alla fame, privi dei più elementari servizi atti alla sopravvivenza collettiva e individuale. Difatti, il primo fronte a crollare sarà proprio quello interno, sbalordito dalle sconfitte al fronte e dalla morte in casa procurate, innanzitutto, dall'incapacità del regime di difendere la propria nazione, al di là della retorica surreale della propaganda.

Il 9 10 luglio 1943 gli Alleati sbarcano in Sicilia e cominciano la conquista-liberazione della penisola. Internamente il fascismo ha già dovuto fronteggiare le prime palesi ribellioni, dovute ai bombardamenti, al razionamento del cibo alle ristrettezze economiche e agli scarsi esiti deludenti delle campagne belliche. Nel marzo 1943 il nord è caratterizzato da un'ondata di scioperi, i primi da quando il fascismo ha reso reato l'astensione volontaria dal lavoro. Le richieste di pane e pace degli scioperanti hanno un chiaro significato politico.

Il Nella notte tra il 24 e il 25 luglio del 1943, il Gran Consiglio del fascismo decreta l'estromissione di Mussolini dal governo. Poche ore dopo, l'ex duce è tratto in arresto per volere del re, che il maresciallo Pietro Badoglio (1871-1956) capo del governo.

In tutta Italia si hanno manifestazioni di gioia spontanea da parte della popolazione, che interpreta la caduta del fascismo come la fine della guerra. Badoglio si affretta però a dichiarare che la guerra continua al fianco degli alleati tedeschi, che nel frattempo stanno penetrando in forze nel paese, ufficialmente per sostenere i reparti italiani che stanno affrontando gli Alleati in Sicilia. I quarantacinque giorni che separano la caduta del fascismo dalla proclamazione dell'armistizio sono contraddistinti dalla feroce repressione delle manifestazioni popolari per la pace, ma anche da una prima riorganizzazione dell'antifascismo politico e, da parte del governo, da trattative segrete con gli Alleati. Il 3 settembre 1943 viene stipulato l'armistizio tra Italia e anglo-americani: si tratta, in realtà, della resa incondizionata di un paese effettivamente incapace di proseguire una guerra che ha perso fin dall'inizio. La stipulazione dell'armistizio è resa nota solo l'8 settembre, senza che sia per questo stato predisposto, da parte italiana, un piano per fronteggiare le truppe tedesche presenti sul territorio nazionale ed estero. Abbandonati a se stessi, i militari italiani tentano, in alcuni luoghi d'Italia e dei territori d'occupazione, di resistere alle richieste di disarmo che provengono dagli ex camerati, ma questi primi atti di Resistenza si concludono, il più delle volte, con la reazione feroce dei tedeschi, che uccidono migliaia e migliaia di soldati italiani disarmati. Centinaia di migliaia di altri militari, invece, sono catturati e inviati nei campi di concentramento, dove divengono manodopera coatta del Reich.

Il re, la sua famiglia e il governo, intanto, abbandonano Roma e fuggono a Brindisi. Mussolini, prigioniero sul Gran Sasso, viene liberato da paracadutisti tedeschi. Dopo un incontro con Hitler, il duce dà vita alla Repubblica Sociale Italiana, con sede a Salò, sul Lago di Garda. La RSI sarà uno stato autonomo - con un proprio governo, un proprio territorio, un proprio esercito - sottoposto però a una stretta "sorveglianza" da parte degli alleati tedeschi, che ne regoleranno la politica estera e ne controlleranno quella interna.

Ha inizio così il periodo più difficile della storia dell'Italia unita, che in realtà unita non è più, trovandosi frammentata in due entità statali, una delle quali - il Regno del Sud - legittima e legittimata anche dalla continuità istituzionale, e l'altra - la Repubblica Sociale Italiana - illegittima e sottoposta al dominio straniero dei tedeschi che, tra l'altro, si sono direttamente appropriati di parte del territorio nazionale (le province di Bolzano, Trento, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana). È il periodo, però, anche più importante della storia dell'Italia unita, e questo grazie allo sviluppo della lotta di Resistenza che, nelle sue svariate forme, contribuisce sensibilmente alla liberazione d'Italia e alla sconfitta del nazismo e del fascismo.

Con lo sbarco alleato in Normandia, nel giugno 1944, comincia la liberazione della Francia e dell'Europa continentale. Ci vorrà però ancora quasi un anno di guerra perché la Germania, invasa a ovest dagli anglo-americani e a est dai sovietici, che arriveranno a Berlino, si arrenda.

Il 28 aprile 1945, nei giorni della liberazione delle grandi città del settentrione d'Italia, Mussolini, catturato dai partigiani mentre tenta di scappare in Svizzera, è fucilato su ordine del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI). Due giorni dopo, Adolf Hitler si suicida nel suo bunker berlinese. Tra l'8 e il 9 maggio, con la resa della Germania, la guerra in Europa è ufficialmente finita.

La guerra nel Pacifico prosegue tuttavia per alcuni mesi, per terminare solo dopo l'attacco atomico americano su Hiroshima (6.8.1945) e Nagasaki (9.8.1945). Il 14 agosto il Giappone si arrende.

RSI- REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

Il 12 settembre 1943 un commando tedesco libera Mussolini dalla prigionia in un albergo sul Gran Sasso e lo porta a Berlino da Hitler.

Il 15 settembre la radio comunica che "Benito Mussolini ha ripreso oggi la suprema direzione del fascismo in Italia", mentre viene dato ordine a tutte le organizzazioni del partito di appoggiare attivamente l'esercito germanico. Tre giorni dopo, in un discorso radiofonico da Monaco, Mussolini annuncia la propria volontà di dar vita, nella parte d'Italia occupata dai tedeschi, a uno stato fascista repubblicano.

La Repubblica Sociale Italiana, con capitale a Salò, sul lago di Garda, nasce ufficialmente il 23 settembre 1943. A quella data, ha "giurisdizione" - è in realtà un governo illegittimo, non riconosciuto da nessuna delle potenze estranee all'Asse e neanche da Finlandia e Francia di Vichy - su tutta l'Italia ancora occupata dai tedeschi, fatta eccezione per le province di Bolzano, Trento e Belluno, che formano la Zona di operazioni delle Prealpi, e quelle di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e Lubiana, che vengono a costituire la Zona di operazioni del litorale adriatico. Entrambe le zone sono direttamente amministrate dai tedeschi, e in pratica inglobate nel Reich. Alla sua nascita, quindi, la RSI controlla nominalmente - la realtà è invece quella dell'occupazione tedesca - tutta la penisola fino all'area di Salerno, Potenza e Bari (la Sardegna è stata evacuata dai tedeschi subito dopo l'armistizio).

L'11 settembre, da Roma, il feldmaresciallo Albert Kesselring (1885-1960), comandante in capo delle forze armate tedesche in Italia, dirama un'ordinanza in cui dichiara "il territorio dell'Italia a me sottoposto territorio di guerra" e subordina alle sue direttive "le autorità e le organizzazioni civili italiane". Il progetto tedesco di "satellizzazione" economica e politica dell'Italia si manifesta fin dai giorni che seguono l'armistizio dell'8 settembre, con un paese ridisegnato in diverse realtà politico-amministrative e con un solo denominatore comune: l'asservimento alle esigenze belliche dell'occupante. Di questo progetto la Repubblica di Salò costituisce il necessario paravento diplomatico e propagandistico, con una forza militare del tutto subalterna ai tedeschi.

La RSI è amministrata attraverso il Partito Fascista Repubblicano, le forze armate riorganizzate dal maresciallo Rodolfo Graziani, e la Guardia Nazionale Repubblicana, una polizia militare che, guidata da Renato Ricci, ingloba la milizia e i carabinieri. Sia le forze armate sia la GNR (incorporata nell'Esercito Nazionale Repubblicano nell'agosto 1944), destinate nelle intenzioni del regime repubblicano - definito spregiativamente "repubblichino" dall'antifascismo - alla lotta contro il nemico esterno (gli Alleati), sono perlopiù impiegate nella guerra anti-partigiana, rendendosi responsabili, al fianco dei nazisti ma anche in maniera autonoma, di atrocità contro i combattenti della lotta di Liberazione, stragi ed eccidi di civili, persecuzione della comunità ebraica. Alla RSI e alla sua pessima gestione del conflitto interno si deve lo scatenamento della guerra civile.

L'apparato militare repubblicano si alimenta dei bandi di reclutamento di Graziani, che comminano la pena di morte a chi, in età di leva, non si presenti alle armi, coinvolgendo nelle strategie punitive le famiglie stesse dei renitenti e dei disertori. Ciò finisce con l'alimentare le file della Resistenza.

Oltre all'esercito, all'aeronautica e alla marina nazionali repubblicane e alla GNR, la RSI può contare sulle Brigate Nere di Alessandro Pavolini, sul Servizio Ausiliario Femminile, su reparti non inquadrati (gruppi, battaglioni e reggimenti volontari), su alcuni servizi speciali indipendenti (come la X flottiglia Mas di Junio Valerio Borghese o la legione Ettore Muti) e su alcune "polizie" del tutto autonome, come le bande Koch e Carità, addette alla repressione, brutale, dell'opposizione antifascista.

Vi sono, poi, alcune formazioni italiane direttamente sottoposte al comando tedesco, come le famigerate SS italiane.

Anche la direzione della lotta contro le forze partigiane è completamente accentrata nelle mani dei comandi tedeschi. La copertura politica della Repubblica Sociale non basta a nascondere la fragilità di un apparato statale creato e sostenuto dalle truppe del Reich.

Uno degli obiettivi del nuovo Stato - ritenuto da parte della storiografia un semplice "stato fantoccio" della Germania nazista, considerazione che rischia tuttavia di discolpare il fascismo repubblicano dalle proprie responsabilità - è la punizione dei "traditori" del 25 luglio e in generale dei monarchici e dei badogliani. Contro i primi il regime celebra, nel gennaio 1944, il processo di Verona, che porta alla fucilazione, tra gli altri, del genero del duce, il conte Galeazzo Ciano. Contro i secondi e i terzi, la lotta si esplicita non solo nella guerra anti-partigiana - tra i resistenti, molti sono i monarchici e i badogliani, tuttavia quest'ultima denominazione finisce con il riassumere qualsiasi opposizione al fascismo repubblicano - ma anche nell'abbandono degli internati militari nelle mani del Reich. Gli IMI sono ritenuti "colpevoli" in quanto fedeli al re e al governo legittimo del Sud.

Per guadagnare consenso, la RSI fa riferimento all'ideologia pseudorivoluzionaria, sovversiva, antiborghese e populista del primo fascismo, tentando di avviare un programma di socializzazione delle imprese. Questo progetto, come altri appartenenti alla demagogia saloina, non diventerà mai realtà: lo stato, le sue strutture e le sue risorse economiche, sociali e umane, sono nelle mani dei tedeschi, che sfruttano il territorio come veri e propri occupanti. A ciò si aggiunge l'inferno di una guerra che, nonostante le sofferenze degli anni precedenti, vive solo ora il suo periodo peggiore.