Cultura & Società

SPERANZE, POSSIBILITÀ, PROBLEMI, REALTÀ

di Mario Quattrucci

Dopo la grande manifestazione democratica di Milano e dopo il milione e seicentomila ai gazebo del PD − con l'affermazione di Zingaretti al 65% − molti commentatori democratici e di "sinistra", colgono gli auspici di una "nuova primavera" (per tutti, Romano Prodi) o il respiro di una rinata speranza. Con alcuni memento obbligati dal reale, e con cautele e interrogativi: ma speranza. Possibilità, direi.

Un'opposizione c'è. Una "Resistenza che resiste", avrebbe detto Calamandrei. Un'Italia che non cede alla hýbris di un regime illiberale demagogico sciovinista, che, scrive Ezio Mauro, «mette in gioco i fondamenti di una civiltà democratica, con la xenofobia trasformata in governo, spacciando per sicurezza una ferocia che richiama i fantasmi primordiali della pelle, della razza e del sangue... Una parte ampia della Nazione, che va al di là della sinistra, magari moderata, persino conservatrice, ma contraria a un cambio di civiltà e a un ripudio della tradizione italiana, anche cristiana. Una difesa del Paese, delle sue radici e della sua storia, nel momento in cui il populismo leghista e grillino in nome dell'italianità sta operando una metamorfosi d'odio e di irresponsabilità, portandoci fuori dai valori (e forse dai confini) dell'Occidente e dell'Europa.»

Ci sia, però, consentito ricordare che i primi lampi primaverili di questa Italia Nostra che c'è, ancorata ai valori e ai programmi di progresso sociale civile intellettuale e morale della Costituzione, sono venuti da un'altra Piazza, immensa combattiva unitaria: la Piazza San Giovanni del risveglio Sindacale; e sono venuti, con tutti i limiti che sappiamo, anche dalle elezioni di Abruzzo e Sardegna. Un'Italia, un Paese − un Popolo − che vuole esercitare sul serio la sovranità che la Costituzione del '48 solennemente gli attribuisce, non delegandola di nuovo ad "un giovane padrone e alla sua sferza" (come, sceso da Milano a Reggio Calabria, nel famigerato discorso del '39, si definì il Cav. Benito Mussolini), né ai clic di una piattaforma privata trasformati in responso dell'oracolo maggiore, ma partecipando anima e corpo alla ricerca, alla discussione, all'espressione del dissenso e della proposta, in grandi manifestazioni di massa e nel voto.

Comprenderanno, quegli italiani che intesero uscire dall'inverno del loro scontento, in molti sensi e per molti versi giustificato, affidando le loro speranze (in cospicua misura "di sinistra", progressiste, egualitarie) al mito di una inesistente e impossibile antipolitica e di una iconoclastica ratio destruens, comprenderanno questi delusi che andarono alle stelle quanto sia qualitativamente diverso cliccare in 52.000 e andare a votare in un milione e seicentomila? Comprenderanno che il cambiamento dello stato di cose presente − quando ne sentano la reale necessità − non è possibile riducendo l'analisi e la critica del reale a semplificazione ed esemplificazione per "un popolo bue" (sempre colui: il Buce degli italiani [sic Gaddus], il pagliaccio in feluca o bombetta),alla «povertà concettuale e ideale di una "cultura" gialloverde che vive sui social e nei selfie, si certifica e si confisca nell'imbuto proprietario, privato e fuori da ogni controllo democratico di Rousseau, parla per slogan autocelebrativi e autorassicuranti e non si accorge di esprimere un mondo virtuale, a colpi di "bacioni a chi ci vuol male", "se lo diciamo lo facciamo", "il vento del cambiamento ha valicato le Alpi", "più rimpatri che arrivi", tra foto di birre, focacce, nutella, lenzuola, e in testa caschi da inaugurazione democristiana» (ancora Ezio Mauro)?

Noi, vetusti ruderi di una sinistra che fu, e non sarà, non riteniamo le primarie e i gazebo il massimo di democrazia e lo strumento più democratico ed avanzato per la formazione dei gruppi dirigenti e della linea politica di un partito: specialmente, come fu la scorsa tornata, quando a votare sono ammessi (lo constatammo de visu) frotte di estranei e di elettori di destra e di destra estrema... Ma che più di 1 milione e mezzo di cittadine e cittadini, moltissimi giovani, abbiano espresso la loro preferenza dopo migliaia di incontri, confronti, presentazioni di linea e programmi, non può non certificare la superiorità di questo esercizio democratico − che certi editors di grido e di potere mediatico, e certe miserabili facciate di libro definirono rito (ben presto, vedrete, giungerà il dileggio abolizionista dei ludi cartacei) rispetto a quei 52.000 clic che definirono, ad esempio, vergogna per vergogna, il salvataggio del salvifico Salvini dal tribunale dei ministri.

E comprenderanno, sempre quei delusi, che i mali d'Italia non sono riconducibili (al di là dei reali problemi, che la sinistra e il nuovo PD faranno bene a scandagliare ai fini di una audace correzione di linea) all'immigrazione e alle politiche dell'immigrazione, bensì al rovesciamento pratico della Costituzione nelle sue parti vitali? Al roll−back anticostituzionale (tatcherismo, reaganismo, berlusconismo) riguardante l'economia e il modello di sviluppo; i diritti sociali politici e umani; le relazioni sociali di produzione e di scambio; la formazione e la distribuzione della ricchezza; la decadenza culturale e morale delle istituzioni; il sovvertimento dell'equilibrio fra i poteri, con l'asservimento del Parlamento all'Esecutivo..., dunque al dominio del capitale finanziario e della sua filosofia, all'inquinamento mafioso dell'economia e delle istituzioni ( "il DNA delle mafie è presente in tutti i settori nevralgici della politica, dell'amministrazione pubblica e dell'economia" e "le Mafie sono ormai autorià in grado di indirizzare gli investimenti pubblici": così la DIA e la Presidenza della Commissione Antimafia), alla non attenuazione ma crescita esponenziale della "questione morale" italiana? Comprenderanno? Ne va della democrazia e del progresso del Paese, e dunque la prima speranza è questa: che comprendano, e che costituiscano insieme al popolo di questo marzo italiano l'argine politico e sociale necessario contro la degenerazione in atto e il rafforzamento di una destra radicale, xenofoba e illiberale. Ma nessuna speranza è avulsa dall'opera: e la prima opera di un PD rinnovato non può che essere questa: riconquistare questi delusi, questa parte della società e del Popolo che sta ragionando. Ovviamente con atti politici e non con slogan, e in sostanza imprimendo alla sua politica una forte discontinuità, ricollegandosi non a chiacchiere e slogan ma con lotte e proposte e programmi alternativi. Alternativi alla disastrosa politica del governo giallo− verde, ma alternativi altresì alle "politiche" ffalsamente gabellate per politiche di centrosinistra in realtà mefitici derivati del ventennio berlusconiano.

Una speranza dunque. Una possibilità. Di consistente opposizione, di rinascita di quell'idem sentire de republica che, mai generale, fu però per decenni, dopo il fascismo la Resistenza e la Costituzione, largamente maggioritario: tenendo insieme forze politiche e gruppi sociali, tendenze culturali e ideologiche, organizzazioni di massa e individui socialmente e ideologicamente diversi. E salvando così la Repubblica dai numerosi reiterati tentativi interni/esterni di rovesciarla.

Non ancora un'alternativa, siamo d'accordo, ma qualcosa che «riportando la politica nelle città impaurite rivela l'esistenza di un giacimento di energia democratica, un serbatoio di cittadinanza attiva, una riserva di valori custoditi nonostante la dissipazione del passato, e le delusioni conseguenti

Ove, naturalmente, questa speranza e possibilità non venga dissipata dalla colpevole incomprensione di quanto lunga sarà la notte, di quanto difficile sarà riconquistare i perduti e di riportare al voto e al'esercizio della democrazia la metà del popolo che ancora non vota. E dalla incomprensione della realtà popolare e politica rappresentata da questa bicefala destra al potere: e dall'antico vizio della divisione, della reciproca delegittimazione e interdizione permanente con cui si è storicamente, e rovinosamente, sollazzata la sinistra italiana ed europea.