PER LA CRITICA

SOTIRIOS PASTAKAS UN POETA

IN MEZZO A NOI

Premessa e traduzione di Crescenzio Sangiglio

Non c'è che dire: Sotirios Pastakas è il classico "poeta in mezzo a noi", il poeta che ci parla e ci ascolta, il fratello d'arte che "dice" le nostre cose, quelle che tutta una vita rimangono chiuse dentro di noi perchè noi non possiamo (e talvolta non osiamo) dire a noi stessi e agli altri non sapendo come dirle o non volendo neanche dirle.

In poche parole, è il poeta della porta accanto, quello che ci cammina a fianco, insieme a noi viaggia, si arrabbia, si allieta, ride e piange, ci capisce e lo capiamo, discreto sodale e premuroso di amichevoli attenzioni che in fondo riflettono noi stessi.

Ed è finalmente il poeta che nelle sue poesie discorre con il lettore e discorre con tutti, astanti e lontani, lungo un cammino di familiarità, comprensione, immedesimazione - insomma, di comunione.Il percorso poetico di Sotirios Pastakas può bensì essere iniziato con un leggero ritardo anagrafico (nato nel 1954, ha pubblicato la sua prima raccolta solo nel 1986, all'età di 36 anni), ha nondimeno proseguito successivamente a ritmi intensamente sostenuti, sia nel campo della produzione poetica sia con una serie di notevoli edizioni (13 libri di versi ed uno di prose fino al 2015), sia infine nella incisiva progressione di interventi di "animazione letteraria" in Grecia, ma sopra tutto in Italia, anche attraverso felici scambi italo-ellenici negli ampi spazi forniti dai corrispondenti siti internetici estesamente frequentati.

Così, esperienze multiple e diverse, personali e socio-culturali, della vita e del pensiero, vissute nel pieno di una enunciazione senza limiti e limitazioni, hanno intimamente inciso nella acquisizione della più travagliata, financo scompigliante consapevolezza delle cose e degli uomini, una totalità di assoluta incombenza etica e civile con immediate diramazioni nel prosaico ma non meno ontologico universo della quotidianità.

Contenuti ed espressioni si compenetrano a vicenda in realistiche configurazioni nella poesia di Pastakas, trovano il più adeguato reciproco contatto: è quindi la perfetta simbiosi tra il brulicante mondo dei giorni correnti e il modo semplice e immediato di farvi parte e manifestarlo. I toni pacati interpretano nella migliore delle possibilità il reale circostante, "la natura degli enigmi dell'esistenza giornaliera" (J. Veis, L'effimero quale testo a multiple dilatazioni) assegnando nel corso del tempo un climaterico senso di durata, si direbbe un sigillo eterno alla transeunte mutevolezza degli eventi e dei sentimenti, della storia e della mitologia dell'essere.

Icastica la definizione che a se stesso riconosce il poeta:

il medagliato della quotidianità

(da L'apprendimento del respiro, Via dell'Accademia)

un processo talora di anamorfica cinematografia, comunque di continua, polivalente fissazione del fatto descritto nella mai obliterata però ricerca della verità dell'anima possibilmente al di là dell' inevitabile marea di convenzionalità che altera e confonde la presenza degli altri, ma anche dell'altro sè, nelle aporie tra ciò che è vero e ciò che appare vero.

La preponderanza dell'odierno immanente nella filosofia poetica di Pastakas pone non di rado a margine la memoria, o meglio la retorica del ricordo. Parimenti le oracolari certezze-visioni di ogni genere d'avvenire. Gli è che l'innato connotato scettico del poeta trova il proprio alimento più consono nell'avventuroso groviglio del quotidiano presente, taccuino odeporico nel quale le distanze focali spariscono, piuttosto che non in un ieri sempre più fumoso e contradditorio e sopra tutto in un domani senza plausibili orizzonti.

Figlie dello scetticismo sono pertanto l'ironia e il sarcasmo che ben volentieri serpeggiano nei versi di Pastakas, fors'anche, chissà?, un apotropaico atteggiamento di sfida alla solitudine in agguato, ad una socializzazione di difficile interpretazione, ad un filo di malinconia malgrado tutto dolcemente insistente nella poetologica familiarità degli elementi testuali.

In ultima analisi, un Sotirios Pastakas poeta ma non meno psichiatra non può non "mettere le mani nella pasta dell'anima" che è il primo destinatario, volente/nolente, degli irradianti esiti dell'umana attività e dell'imprescindibile peso delle cose, plurime, produttive e ad alta definizione.

ANTOLOGIA

senza testimoni

Il volto morto del cielo non sente

il brivido del cielo che sale

il crepitar del fuoco a fiamma bassa

i perduti belati, le scampanellate

ci resrituisce ogni cosa, diletta.

Siamo l'eco di coloro che si fermarono

qui a raccogliere senape nera

un pomeriggio, e il suono della campana

li colse ad una distanza di cinquecento

metri dalla casa, migliaia di chilometri

lontano dal loro paesaggio interiore.

fotios debitore

"In un giorno come questo", dice, "perfino io

avrei scritto delle poesie. Ricco di chiaroscuri

e nella ideale temperatura dei tredici gradi,

a evolversi in tutta la magnificenza dei films

in bianco e nero: una colorazione che si addice

perfettamente alle passioni umane".E allora una

poesia sobria e conclusiva come una radiografia

per le promesse e i giuramenti

che abbiamo disatteso, per coloro che da noi si sono

allontanati, per coloro che impedimmo di avvicinarci,

per la comprensione, la compassione, i doni,

che nessuno ha offerto e nessuno ha ricevuto.

Una poesia per tutti noi, indistintamente,

che orfani e orgogliosi andiamo avanti,

ciascuno avvolto nel proprio mito trasparente,

in un giorno come questo, e ogni cosa ci perdoni

il mese di novembre.

l'uomo che rideva

La prima impressione. Una stampa perfetta:

carta Kodak originale, colori vivaci,

esatti l'angolo visuale e la luminosità.

Non c'è dubbio, riconosco me stesso

nella persona raffigurata. Nondimeno

la tenebra che stabilmente alberga negli occhi

è venuta color marrone, il turbine della bocca

è rimasto circoscritto in due labbra rosse, quei

capelli ben pettinati in nessun modo

riflettono il disordine nella mia testa

e questo volto in permanenza sorridente

- come posso dire? - mentisce spudoratamente,

cari amici miei.

via dell'Accademia

Scendendo lungo la via dell'Accademia non s'accorse

di quella fogliolina gialla d'acacia posàtasi

sopra i suoi capelli. A sua insaputa

le gente si scostava per farlo passare,

per non ostacolare il suo cammino, verde

anche il successivo semaforo. Non si rendeva conto

di quei sguardi amorosi che lo aspergevano,

i sorrisi non contraccambiati, le facce

che gli suggerivano un genuino ottimismo

e fiducia e cortesia. Rimasto solo nell'ascensore,

tutto rosso per la vergogna osservò

nello specchio la fogliolina gialla sospesa

quasi all'altezza della cravatta e sorrise,

proprio lui, ospite d'onore del martedi,

il medagliato della quotidianità.

estremo addio

la morte abolisce le feste

e il sonno le malattie.

Quando un attimo si riposa

dimentico del dolore e della sorte,

l'ammalato nel suo letto

annulla, nella sua innocenza,

la collera del corpo,

sull'altra sponda abbandona

tribolazioni, erbe,

le cure umane

nella loro frenesia.

Ha il coraggio di lasciar dentro di sè

scorrere la soluzione fisiologca,

gli antidoti che espugnano

parenchimi, abbassa il capo

e rivolge un sorriso da congiurato

ai tessuti e alle cellule.

campari ode

un limone rosso non nè ancora

un'arancia. Uno spicchio di limone è sempre

una mezzaluna dentro un bicchiere di Campari.

Luna che goccia a goccia stilla

la sua passione direttamente sulla mia lingua.

Rimarrà uno spicchio rosso di limone

quando avremo bevuto dallo stesso bicchiere

la mezzaluna che ci spetta

come vecchi amanti, come angeli decaduti

e tu antica amorosa non più nascondi

il volto in mezzo alle nuvole.

Nuove monete t' hanno ormai scalzato

non ha più alcun riscontro la tua valuta.

Non più brinderemo coi nostri bicchieri

uno di fronte all'altro: può ancora diventar

una piena luna la metà del Campari rimasta.

Luna rossa, come nel buio rosse sono

diventate le mie lenzuola bianche quando

con te in tua assenza mi sono congiunto.

Uno spicchio di limone giallo

divenuto vermiglio come d'arancia

poichè sangue il mio sperma ha versato:

e allora non è per caso che mi donasti

una figlia piccina amarognola

tutta uguale a cetrangolo.

Dialogo antico

a.

Ad Àptera è spuntata la luna piena.

Sopra il monumento agli eroi, le terme romane,

la casa con il cortile porticato, il teatro

antico con la piccola gradinata in pietra. La luna

è penetrata nella cisterna a tre vasche,

al porto di Antrona sommerso

nel mare, le tombe circolari

d'epoca medievale greca in mezzo agli uliveti,

le rovine incustodite di Arkessìni,

il Tumulo Miceneo ad Aliveri,

come in noi penetra e diviene familiare

l'antichità in noi che ormai

il nostro tempo misuriamo nell'antichità.

b.

In altre parole, è consolante

invecchiare circondati da belle rovine.

Strade deserte

Strade deserte, negozi

senza clienti.

Anche l'illuminazione pubblica

scarsissima. Un cane

abbaia dietro al recinto

di una villa. Un sassofonista

suona la sua musica all'angolo di Via Lèvido.

Molte più delle monetine

nel suo cappello gli danzano

intorno le foglie gialle.

Più o meno così

Più o meno così...

il tuo corpo in opistotono:

mi son trovato a stringere un arcobaleno

nella mia mano destra

solo la mia borsa stavo portando,

per molti anni,

e avevo disimparato come fosse

tener nelle tue mani un corpo amato.

L'estremo spasimo offrir e ricevere.

Sarajevo

a Raffaella Marzano

Una pausa a microfoni aperti

dopo il "grazie" con voce soffocata

con gli occhi pieni di lacrime,

perchè anche la voce s'incrina

come un ponte crolla.

E la voce è un ponte

che unisce le due sponde

del Miliatska

vi cammina la gente

vi s'incontra

vi si abbraccia. Un ponte

per far andar le poesie.

Nella voce di Josip Osti

si sente la guerra,

le granate che scoppiano,

le sventagliate dei kalasnikov.

L'amore, la pace

nella voce di Jack Hirschman,

il perdono ai suoi carnefici

nella voce di Carmen Yanez,

L'umorismo mortale

dei Serbi nelle barzellette

di Sinan Gudzevič,

la vigoria nella voce

di Tony Harisson

mentre racconta

le sue rappresentazioni

al Teatro Antico di Epidauro,

davanti al monumento

dell'Eterna Fiamma

e le sue esperienze

come inviato di guerra

durante l'assedio di Sarajevo.

Perchè la voce

di cui sarà degna la poesia

deve essere stata messa alla prova

in tutte le condizioni,

deve aver camminato

sui ponti fatti saltar in aria

per riuscir a diventare

voce essa stessa. Deve

aver cantato

non solo Bella Ciao

ma anche tutte le canzoni popolari.

La voce che un giorno

declamerà

la Poesia

deve aver detto molte barzellette

molti scioglilingua

non sense e calembours.

Prima di declamare

Jack Hirschman ci ha narrato

l'Edipo a Nuova York,

nell'unico ristorante

di Basartsia che serviva

čevapčiči con un bicchiere

di vino rosso

e dopo aver declamato

ci ha fatto cantare la balalaika

e il "fiume in me profondo",

i tassisti che l'avevano

definito motherfucker

gli amici del cuore

le occasionali amanti

e quelle ufficiali

la sua stessa madre.

Perchè la poesia

è una partita a scacchi

con enormi pedoni

in mezzo alla gente,

vi sono parole soldati

e parole ufficiali

torri d'un sol tronco

e cavalli sbrigliati,

poesie maschili del re

e famminili della regina.

Perchè la poesia

ha sempre uno dei due

colori: è sempre il nero

o sempre il bianco.

Solo quelle andate a male

sono come lo sviluppo di

una partita a scacchi:

i bianchi e i neri insieme

gl'incompleti

gli sbalestrati

i masculofemminei.

Quelli che non hanno mai

camminato agli antipodi,

non sono rimasti in piedi

perchè la traduzione

è il marsupio del canguro

e ciò che scriviamo deve

esser valido in tutte

le lingue del mondo,

deve camminare

su tutte le strade

senza temere

le luci dei viali

nè i vicoli dei tossici,

diventare una strada

semplice e serena

come quella alla quale

Izet Sarailič voleva

fosse dato il proprio nome,

una piccola strada

nel labirinto della città.

La traduzione della poesia

è questo marsupiale

tramezzino imbottito di carne arrosto

con la cipolla nelle viscere,

un bicchiere di latte cagliato,

questo sole

che gioca a nascondino

con le nuvole,

è Raffaella, è Pierpaolo

è Giancarlo Cavallo

che ci salutano

dal tavolo di fronte,

è il sorriso

di Eloy Santos,

il rap di Deborah Mayor,

la verticale calvizie

del poeta di Dubrovnik,

la modestia della poeta

turca, i talismani

e i tascapane di Aggie Falk,

l'occhio dell'obbiettivo

di Mario Bova, lo sguardo

insonne di Francesco Napoli

e l'innata gentilezza

di Sergio Iagulli, la semispenta

passione nella voce di Maram al Masri

sono tutte queste pietre

una accanto all'altra

che compongono il selciato

del ponte con le poesie

sopra il Miliatska

questi ultimi dieci anni,

perchè la poesia è sempre

la scommessa di uno solo

che riesce a carpire

all'assurdo

la ragione della propria esistenza,

a disarmarlo,

a rendercelo innocuo.

La poesia è sempre

il finale knock out

al martirio, al lutto

all' acedia della sorte,

ha il naso spezzato

di Paul Polansky.

Tutti i poeti sono pugili

anche quando sono mollicci

nella vita quotidiana

anche se non sanno guidare

avvitare una lampadina

o inchiodare un quadro

sul muro, anche se tremano

come foglie di betulla

alle raffiche dei kalasnikov,

perchè i poeti

si lasciano leccare

da tutte le lingue del mondo

al punto

che più nessun potere

ha la morte su di loro,

perchè la morte

non ha ponti di parole,

e sopra i suoi ponti

non camminano le poesie.

La morte è un fiume

attraversato da

ponti diroccati,

voci increate,

non ha fonemi,

gerundi, verbi.

La morte non ha voce

case strade piazze,

biblioteche la morte

questa città che ci è stata data,

la morte contempla,

pronta a riempirla di erbe

rampicanti, edere

vermi che camminano

salgono

con la segreta speranza

di metter ali.

Una collina di ossa,

la morte verdeggiante

il marchio dell'utopia,

non verdeggiano le parole

di Iset che ogni giorno

dalla sua tomba qua sopra

sparpaglia nel cielo

di Sarajevo.

Non ho sbagliato

Non ho sbagliato abbastanza. Dovevo insistere

un po' di più, mostrare una maggiore

diligenza, operosità. Eleborare

la mia insita attitudine all'illegalità,

ai colpi sotto la cintura. Sfrut-

tare il mio volto sorridente

per sterminarli tutti e non per ri-

cevere poi questa comunione del perdono.

No, non ho peccato abbastanza, lo ammetto.