PER LA CRITICA

SONO UN ARISTOCRITICO

di Francesco Muzzioli

Fabio Tosto - Élite - 2018

Mi sono sentito tirato in causa dal recente dibattito sulle élites. E non solo perché sono presenti nella classificazione indicata da Baricco almeno due categorie che mi si addicono, l'insegnante universitario e "quelli che hanno in casa più di 500 libri". Lasciamo stare le classificazioni, con esse si rischia di finire in un coacervo assurdo sul tipo della antologia cinese immaginata umoristicamente da Borges (L'idioma analitico di John Wilkins, in Altre inquisizioni) che divide gli animali in gruppi stravaganti, ad esempio: «disegnati con un pennello finissimo di pelo di cammello, che hanno rotto il vaso, che da lontano sembrano mosche». È troppo facile smontarle, le classificazioni: per esempio, in questo caso, dimostrare che un docente che non ha fatto carriera non è assolutamente paragonabile a un imprenditore o a "quelli che stanno nei consigli di amministrazione". Ma mi sento chiamato in causa, prima di tutto, su un altro livello che Baricco non mi pare abbia toccato: ammetto di essere élitario nelle scelte letterarie. Insomma, come altro si può definire uno che si è sempre battuto per l'alternativa e quindi per l'avanguardia e per lo sperimentalismo, scrittori e testi che - almeno per quanto riguarda le rese editoriali - non possono vantare un grande numero di lettori, si possono al massimo dire "di nicchia", ma sicuramente non godono della popolarità?

Sì, sono pervicacemente élitario. Ma il mio cocciuto élitarismo dimostra precisamente che ce n'è di due tipi: il mio infatti, è palesemente un élitarismo non vantaggioso, che non porta a nessun posto di rilievo e che al contrario riduce in spazi editoriali decisamente ristretti, in una circolazione asfittica ai margini del marcato. C'è una bella differenza - abissale direi - tra questo élitarismo (definitelo pure "residuale", "perdente", "superato", volendo "aristocratico") e invece quello decisionale e mondano dei dirigenti di azienda o dei broker... In altre parole rivendico la possibilità di essere radical senza essere chic... ovvero di essere un aristocritico.

Dopodiché aprirei due punti di riflessione: il primo punto è che nella questione delle élites deve entrare la considerazione del mercato. Il mercato condiziona la cultura sia delle élites che del popolo, potremmo dire, usando una metafora, che la macchina vincola sia il guidatore che l'utente. Per restare nell'argomento letterario, il mercato determina sia gli scrittori che i lettori: una volta stabilita la necessità di un prodotto dalla massima diffusione (quindi popolare in questo senso), la legge del profitto induce all'acquiescenza verso i modelli di scrittura ritenuti più vendibili e di successo, onde trae empito la mostruosa ondata di narrativa scorrevole-empatica-immersiva ecc., il dogma del piacere della lettura, l'indizione all'intrattenimento superficiale e momentaneo (l'approccio odierno che io chiamo postletterario), in cui è ben dentro lo stesso Baricco con la sua scuola di scrittura nonché il Baricco autore di romanzi. Allora non si può rimproverare alla gran parte degli scrittori e dei manager editoriali di non essere "andati verso il popolo", semmai è proprio il contrario, ci sono andati fin troppo, e l'attuale deriva populista è responsabilità anche del basso livello di fiction con cui è stato adulterato il gusto della massa dei lettori e di conseguenza la loro capacità intellettuale.

Secondo punto: deve essere cambiato qualcosa dai tempi in cui la cultura era vista come un'arma da strappare all'avversario. C'era una richiesta di accesso alla cultura dal basso, di egualitarismo nell'educazione e uno stretto legame tra sapere e emancipazione. Circolava l'idea che agli svantaggiati fosse utile acquisire cultura e imparare la critica. Ma forse oggi non esistono più gli svantaggiati, ho sentito dire che "la povertà è stata abolita"... Impossibile, si dice, ragionare in termini di classe, macché, è roba d'altri tempi, ma nemmeno di masse si sente più parlare, piuttosto è di "popolo" che le bocche si riempiono. Baricco, ancora peggio, dice "la gente". Vogliamo la parola giusta? Il mio amico Del Bello dice: la plebe. Mi pare che abbia ragione: senza nessuna competenza, anzi in spregio alle competenze (che sono élitarie, è ovvio!), senza nessun lavoro, per carità, ma col reddito garantito, cioè con i donativi che vengono concessi dall'alto in cambio di ovazioni plebiscitarie, ecco la sorte che attende la società dei consumatori non-produttori...

L'esercizio della critica richiede preparazione, applicazione, rigore. Forse è meglio attendere le piogge di regalie restandosene dopati di fiction? Meglio non capire? Pazienza se poi la macchina non funziona, si guasta, cade a pezzi e nessuno sa più farla funzionare. Pazienza se poi a vantaggio di qualcuno pur sempre va.

Certo quella di entrare nel popolare e distorcerlo in senso critico sarebbe scommessa da tentare. Ma a patto che l'operazione contenga una dose sostanziale di straniamento, cosa che non è dato vedere ultimamente se non in casi rari e non nei successi seguiti dai bataclan della stampa. È vero che il popolare ha avuto la sua funzione alternativa all'epoca in cui Gramsci parlava di nazionale-popolare e lo diceva in chiave di rovesciamento dell'egemonia nel senso comune. Dal canto suo, anche Brecht puntava decisamente sul popolare, però a precise condizioni, cioè che non venisse deciso aprioristicamente come una sorta di canone da osservare, ma come un punto d'arrivo («Non esiste soltanto l'essere popolari, ma esiste anche il divenire popolari»); a patto che non venisse fatto «cadere dall'alto». E aggiungeva:

Si ha l'impressione che essa [la parola "popolare"] contenga un invito alla massima semplificazione. Bisogna fare qual­cosa per il popolo, quindi basta col caviale! Qualcosa che possa venir capito dal popolo, che certo è un po' duro di comprendonio. Il popolo, quanto dire della gente sottosviluppata. Bisogna presentargli le cose nella maniera cui è abituato. (....) Con questo concetto di popolare lasciato cadere dall'alto noi non abbiamo nulla a che spartire.

Ma oggi il senso comune egemone (compreso il senso comune letterario) ha rovesciato diametralmente la funzione del popolare portandolo al servizio del consenso e quindi delle vere élites del potere. Quanto a Gramsci, per lui il senso critico era essenziale al pensiero e non sarebbe male, prima di discutere su élites e popolo, andarsi un po' a scartabellare i suoi Quaderni. Per esempio, là dove pone la questione con un semplicissimo interrogativo: «è preferibi­le "pensare" senza averne consapevolezza critica, in modo disgregato e occasionale, cioè "partecipare" a una conce­zione del mondo "imposta" meccanicamente dall'ambiente esterno, (...) o è preferibile elaborare la propria concezione del mondo consapevolmente e criticamente e quindi, in connessione con tale lavorio del proprio cervello, scegliere la propria sfe­ra di attività, partecipare attivamente alla produzione della storia del mondo, essere guida di se stessi e non già accet­tare passivamente e supinamente dall'esterno l'impronta alla propria personalità?». C'è un bivio decisivo, ma la domanda è indubbiamente per lo scrivente una domanda retorica. Che Gramsci, rinchiuso in carcere dal fascismo, fosse diventato anche lui un aristocritico?