PER LA CRITICA

SOLDATI E LA PITTURA

di Gualberto Alvino

Caro Quattrucci,

le poche righe che mi concedi - data la statura di Soldati e la complessità della sua opera (ad approcciare la quale, come ben sai, non basterebbero pile di ponderosissimi tomi) - mi consentono appena di suggerire uno spunto di riflessione, una direttrice di ricerca che, ne converrai, merita d'esser battuta.

Nel 1927, a soli ventun anni, Soldati si laurea in Storia dell'arte con Lionello Venturi (tesi sul pittore cinquecentesco Boccaccio Boccaccino, che vedrà la luce postuma nel 2009) e cura il catalogo della Galleria civica d'arte moderna e contemporanea di Torino; poco dopo, tramite il suo maestro, consegue una borsa triennale all'Istituto d'Arte di Roma e inizia un'intensa quanto apprezzata attività di studioso e critico d'arte che presto tradisce per dedicarsi prima alla letteratura, poi al cinema e alla televisione. Tuttavia, la passione per le arti figurative, massime per la pittura, non solo non verrà mai meno, ma si farà carne e sangue del suo personalissimo modo di formare. Di più: è assolutamente impossibile penetrare nell'officina del Soldati narratore e carpirne i segreti di fabbricazione senza tenere nel debito conto la profonda influenza che l'universo pittorico ha ininterrottamente esercitato sulla sua poetica dal principio alla fine.

Apro un romanzo a caso: La sposa americana, del 1977:

Vedevo, a breve distanza davanti a me, gli spessi ricami d'oro e il damasco bianco della pianeta del vecchio sacerdote, il suo volto magro e acceso, lo sfavillio inquieto delle sue piccole pupille nere, e la Madonna Nera nella nicchia d'oro al centro dell'altare, tra le fiamme rossastre dei ceri, alte e ondeggianti.

Come tutte le altre inservienti schierate dietro il bancone, portava il camice bianco, le maniche rimboccate sopra il gomito, e la cuffia inamidata, ma, a differenza da tutte, non i prescritti guanti di filo bianco. Le sue mani nude afferravano i mestoli come armi.

La sua fronte, incorniciata dallo splendore quasi lunare dei fini capelli che sporgevano dalla cuffia, era ampia, pura, delicatamente convessa: un giorno, mi stupii vedendo che alla sommità, proprio all'attaccatura, erano stati rasati col rasoio per una striscia di circa un centimetro e quei pochi che rimanevano oltre il bordo della cuffia sfuggivano da tutte le parti, corti, irti, disordinati.

E io guardavo il profilo di Edith, la delicata convessità della sua alta fronte, dove ormai da tempo i capelli erano cresciuti e come un'impalpabile aureola del più tenue oro brillava al riflesso delle fiamme.

Il verde scuro dei boschi e il verde chiaro dei prati erano due strette strisce irregolari dominate da pareti rocciose, aspre, grigie scure - dai canaloni in cui resistevano le bianche lingue degli ultimi nevai - e dal profilo contorto delle creste, nere contro il cielo azzurro netto.

Soltanto vedere[corsivo nel testo] Edith era per me una gioia. [...] La sua fronte spaziosa e lievemente convessa, il pallore luminoso delle sue guancie smunte, le sue mani forti, il suo collo snello e il suo busto slanciato erano qualcosa che ammiravo senza limiti.

Anna fino allora aveva tenuto i guanti. Cominciò a sfilarseli lentamente. Lunghi fino a metà dell'avambraccio: guanti beige, di una delicata pelle lucida. E apparvero le sue mani, belle come non ne avevo e non ne ho più viste altre. Giuste, affusolate, morbide ma compatte, e appena appena sinuose: nocche invisibili, dita senza la minima prominenza e senza la minima increspatura. Carichi di braccialetti certamente di poco valore ma che sembravano preziosi, anche i suoi polsi erano, come le mani, ben torniti e esili quanto bastava per non contrastare con l'immagine che irresistibilmente evocavano di tutto il suo corpo, così grande e formoso.

Il suo aspetto aveva qualcosa di ripugnante. Lineamenti e corpo di un magro male ingrassato. Media statura, biondastro, fronte nocchiuta e spelacchiata, volto asimmetrico, glabro, quasi col marchio di una pubertà arrestata per sempre a metà del suo sviluppo, e un riso esagerato, sfacciato, offensivo. Il suo stesso abbigliamento, maglietta arancione, cachecou verde, jeans bianchi, aveva qualcosa che urtava.

Vedevo le luci azzurre, sfolgoranti, lungo le travature del Bay Bridge; l'immenso chiarore vaporoso che avvolgeva i grattacieli di San Francisco; i segnali rossi del Golden Gate; dall'altra parte della Baia, di fronte a me, l'alta massa nera del Tamalpaïs che si levava fino a sfiorare le stelle, e ai suoi piedi i lumicini tremolanti delle rive; vedevo al centro, nel grande spazio vuoto, passare i fanali delle imbarcazioni, qualcuno rapido qualcuno lento, e i loro riflessi sull'acqua altrimenti invisibile; vedevo intorno, vicino, le luci sparse di Spruce, tante villette simili alla nostra: delle prossime vedevo tra il fogliame scuro dei sempreverdi le larghe finestre terrene delle living rooms, ciascuna delle quali brillava tranquilla immagine di una vita senza dolori.

Ciò basti a riconoscere che a poche scritture novecentesche spetta in fatto e in diritto la qualifica di visiva o dello sguardo come a quella di Soldati.

Beninteso: il pericolo del calligrafismo (l'insaziata fame d'aggettivi sovente sinonimici, la coazione a frugare anche in assenza di reali necessità e i cumuli enumerativi a tratti ripugnano), nonché della retorica dell'infinitamente piccolo è costantemente in agguato, ma non riesce a compromettere d'un pelo il valore dell'operazione. La penna-pennello dello scrittore capta e tratteggia ogni minimo dettaglio con l'esattezza d'un bisturi. Le diresti quasi descrizioni di quadri, così pregnanti e persuasive da disgradare i magnifici, leggendarî referti del massimo raccontatore non solo novecentesco d'opere pittoriche: quel Roberto Longhi tanto amato dal Nostro.

Ma qui, non senza promessa di studî e approfondimenti, deve far alto a malincuore il tuo