SESSANTOTTO. ARTE, CULTURA, RIVOLUZIONE.

Luciano Fabro, "Italia d'oro, Italia fascista", 1968
Luciano Fabro, "Italia d'oro, Italia fascista", 1968

Quanto all'arte il Sessantotto (il '68) fu veramente uno snodo centrale di tendenze ed opere. In parte riprendendo e portando avanti quanto di nuovo e rivoluzionario era venuto crescendo dopo la rottura delle linee postbelliche della tradizione e del realismo, neorealismo, realismo socialista, da parte delle nuove avanguardie − Burri, Fontana, Mastroianni, Vedova, Afro, Perilli, Novelli, Accardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Sanfilippo,Turcato... − in parte cospicua entrando in campo con nuove forme e tendenze dirompenti. La mostra della GNAM dello scorso anno (novembre 17− gennaio 18), con impostazione fin troppo unilaterale, ha voluto dar conto proprio di questa ulteriore rottura.

La mostra infatti, ha scritto Lorenzo Canova sull'Avvenire.it del 17 novembre 2017, ha voluto mettere «in luce il 1968 come anno cruciale per lo sviluppo di tendenze che hanno poi portato al grande successo planetario, museale e di mercato, dell'Arte Povera, nata già nel 1967... che portava sia alle poetiche "tattili" della materia sia alla dimensione immateriale della proiezione.

«Da quel contesto si è sviluppata dunque l'idea di un'opera d'arte non più chiusa, ma trasformata nella dimensione ambientale dell'environment, spazio nuovo di apertura allo spettatore e allo spazio reale dell'esistenza dove l'arte si fa azione e si trasforma in uno strumento politico di protesta e di scontro.

«...Su questa linea... la stessa pittura si espanse, assumendo una nuova e diversa valenza ambientale, come accade con il grande quadro Festa Cinese (1968) di Mario Schifano, dove l'utopia rivoluzionaria e idealizzata di una Cina vista da Occidente deborda nel trionfo delle bandiere rosse che invadono l'intero campo visivo allagandosi a tutto lo spazio che circonda il dipinto.

Mario Schifano, "Festa cinese", 1968 (particolare)
Mario Schifano, "Festa cinese", 1968 (particolare)

«In questo modo − prosegue Canova − l'opera d'arte muta e rivoluziona il suo codice genetico e si fa processo, territorio in divenire di dialogo tra il gesto dell'artista e la società, spazio dialettico dove l'oggetto artistico perde le sue coordinate per lanciarsi in un viaggio ancora in corso. Se era soltanto l'inizio questa mostra può essere allora un'occasione per riflettere su questi cinquant'anni di storia delle arti visive, tra utopia del cambiamento e stabilizzarsi di queste ricerche in un modello di riferimento per gli artisti delle generazioni successive.».

D'altra parte a Milano, un più ampio e duro sviluppo dell'arte visiva del '68, viene raccolto nella grande mostra Arte ribelle curata da Marco Meneguzzo.

Pablo Echaurren, Basta con i padroni con questa brutta razza, 1973
Pablo Echaurren, Basta con i padroni con questa brutta razza, 1973

Essa ci restituisce, ha scritto Alessandro Beltrami, sempre nell'Avvenire.it, «una cupa immagine del Sessantotto − inteso come clima di un decennio − e il cui titolo, linguisticamente corretto, di mostra dedicata all'arte organica alla rivoluzione, suggerisce forse un'aura romantica a un'esperienza che appare 50 anni dopo decisamente cruda. La mostra (e il catalogo, con saggi importanti e numerose interviste) indaga con precisione critica i tentativi di interpretare da parte degli artisti attraverso mezzi linguistici diversi, dalla pittura al concettuale alla performance fino ai prodotti della controcultura, il proprio apporto alla contestazione.

«"Per l'arte essere apartitica significa semplicemente essere del partito dominante» diceva Brecht, come ricorda Spadari a chiare lettere in una sua tela. Il sogno di una collettività condivisa è subito stretto nella morsa dell'ideologia. Qui non si tratta solo di contestare ma di conquistare. Il nodo è allora quello del legame tra arte e potere. Tra 1968 e 1978 si consuma il decennio dell'arte engagé all'inseguimento del popolo in gara con il consumo di massa imposto dal capitalismo. Dalle arti visive all'editoria, dal cinema alla musica, spesso con significative intersezioni, la parola d'ordine è impegno, punto di fusione più elevato tra arte e vita.

Matteo Guarnaccia, Succhiando il cervello senza sputare nulla e senza smettere di parlare, 1969-70
Matteo Guarnaccia, Succhiando il cervello senza sputare nulla e senza smettere di parlare, 1969-70

«Ma come in ogni rivoluzione, l'elemento contestatario ambisce a diventare potere e spesso ci riesce. Così è stato per il '68: non un potere politico vero e proprio ma certamente culturale. E per raggiungerlo si adotta un metodo efficace e antico come la storia: la propaganda. Che non è solo comunicazione di basso livello: c'è propaganda di altissima qualità artistica, e non è solo affare di regimi (la maggior parte dei quali, al di fuori forse del giacobinismo francese, della primissima rivoluzione sovietica e del fascismo italiano, hanno pessimo gusto). Da sempre un potere attraverso la forza persuasiva delle arti (quella capacità di convincere la ragione aggirandola attraverso le emozioni) autoproietta, costruisce e impone la propria immagine e il proprio ruolo nella società.

Ph: Fabrizio Stipari / CreVal
Ph: Fabrizio Stipari / CreVal

«Visto a distanza e con disincanto, il '68 ha messo in campo una formidabile macchina propagandistica, una narrazione di sé quasi in tempo reale che lo ha posto su un piano mitico e leggendario: il racconto di una rivoluzione. Che in quanto tale non può che essere violenta. Violento è il contenuto dei pittori di stampo Pop: se Umberto Mariani vira sul surreale, Franco Angeli impagina bandiere rosse e antimperialismo, Mario Schifano consiglia falce e martello come soluzioni alle contraddizioni della società, Fernando de Filippi intitola una serie Sparatoria e si trasforma in Lenin, Baratella in Se qualcuno vorrà ricordarlo(1972) incolla un'immagine di Calabresi mentre accanto c'è Viva Mao.

Franco Angeli, Corteo, 1968
Franco Angeli, Corteo, 1968

«Nelle performance invece l'ideologia si stempera nell'ironia, come nelle azioni di Gianni Pettena o i gonfiabili di Franco Mazzucchelli dati in gioco agli operai dell'Alfa Romeo. È una sovversione che spezza dall'interno le regole del sistema, ed è quella genialmente esplorata su scala urbana da Ugo La Pietra.

Ma oggi è davvero doloroso leggere nelle poesie visive di Nanni Balestrini «Sì alla violenza operaia contro lo sfruttamento». Una violenza che diventa insopportabile nei fogli della cultura alternativa. Così si scriveva nel marzo '73 sul Re Nudo: «La morale borghese ci insegna che la felicità non esiste. Il comunismo, non scordiamolo, vuol dire anche felicità. E se per arrivarci dovremo essere cattivi, cioè assassinare i nostri nemici, non dimentichiamo che loro da 2000 anni ogni giorno ammazzano la gioia di esistere».

Franco Mazzucchelli 1964-1979
Franco Mazzucchelli 1964-1979

**********************************************

CINEMA DEL SESSANTOTTO

Anche il Cinema trova nel Sessantotto un momento di rilancio rivoluzionario (culturalmente rivoluzionario) portando oltre, o forse inserendo meglio nella lotta per la conquista del mercato, ciò che era venuto dalle precedenti "rivoluzioni" dei due decenni '50−'60: la nouvelle vague di François Truffaut, Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, Claude Chabrol, Éric Rohmer... e il cinema dei film maledetti (Jean Cocteau) divenuti invisibili «per il fatto di disprezzare ogni regola, di essere "uno sgambetto al dogma": i film di grandi cineasti europei allora largamente incompresi, Jean Renoir, Roberto Rossellini, Jacques Becker, Alfred Hitchcock e di registi americani del dopoguerra, Howard Hawks su tutti. Alcuni cineasti come Jacques Demy, Jean-Pierre Melville, Jean Rouch, Roger Vadim, pur non essendosi formati nell'ambiente della critica cinematografica, condivideranno gli stessi valori, così come farà Alain Resnais, che firmerà il suo celebre Hiroshima mon amour solo dopo 10 anni di cortometraggi. A questi vanno sicuramente aggiunti Louis Malle, che non si definirà mai un appartenente al movimento ma piuttosto si riterrà emarginato dai registi aderenti al movimento, e Maurice Pialat, troppo individualista per riconoscersi in un qualche movimento.»

Cannes del 68 fu interrotto. Venezia, sotto la pressione della contestazione, si apre e chiude con una crisi (si legga in questo numero il bell'articolo di Graziella Falcone), con le dimissioni di Monica Vitti e degli altri componenti della giuria, ma riesce a premiare col Leone d'oro Artisti sotto la tenda del circo: perplessi di Alexander Kluge - espressione dell'importante e, anch'esso, rivoluzionario Movimento del Giovane Cinema Tedesco. Poi saranno dieci anni di sonno.

Ci saranno però i film. Ed ecco come Claudio Trionfera, in Panorama del cinquantennio, ne segnala la sua top ten.

«Poi i film, soprattutto quelli. Nell'autonomia delle loro consistenze, dei loro argomenti, della loro ispirazione creativa; e con le realtà del tempo che li attraversano senza forzarne il contenuto ma orientandone, in qualche caso, l'altro polo costitutivo, cioè la forma. Sicché non è difficile individuare i film più belli del 1968 guardandoli oggi a distanza e, insieme, contestualizzandoli nel loro presente: proprio per quelle caratteristiche speciali che li offrono al confronto col pubblico e con la critica in una fase di complessità storica e culturale.

«Qualche capolavoro, qualche film-simbolo. Curioso. Tutti a celebrare il loro cinquantenario. E che autori, poi. Messi insieme, il gruppo che si costituisce è imbarazzante per solennità e imponenza, ricordando quelli che (troppi, oramai) non ci sono più. In fondo, poi, anche quel cinema - nel senso del farlo e del fruirlo - non c'è più o s'è comunque ritratto lasciando il posto a differenti misure di schermi e modalità di consumo. Eccoli, allora, i magnifici dieci scovati nell'insieme di valore: mai troppo facile formulare una top ten ma ci si prova, se pur da personalissima prospettiva. Con l'obbligo, tuttavia, di segnalare, subito, due "fuori-quota" eccezionali come passaggi cruciali e documentali sulla musica planetaria dell'epoca e i suoi riflessi sociali.

«ONE PLUS ONE di Jean-Luc Godard. L'ascesa dei Rolling Stones e i movimenti estremi giovanili. Collateralmente alle sedute di registrazione della band britannica il film-documentario realizza sequenze provocatorie dando la parola ai Black Panters e ad altri gruppi di contestazione. È l'ultimo film di Godard (sottotitolo Sympathy For the Devil) col gruppo Dziga Vertov e il suo impegno nella ricerca collettiva su un nuovo cinema politico.

«MONTEREY POP di Donn Alan Pennebaker. Considerato il capolavoro nel genere dei film-concerto, è il reportage di straordinario valore sociologico sul Festival pop d Monterey del 1967 con il concorso, fra gli altri, di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Otis Redding, Simon & Garfunkel, The Animals, The Who, Ravi Shankar. Rilevante il contributo, alla fotografia, di Albert Maysles, pioniere col fratello David del cinema documentario all'interno della corrente Direct Cinema.


«10) L'ORA DEI FORNI di Octavio Getino e Fernando Solanas

Girato in tre anni e in totale clandestinità, questo film di montaggio e lunga durata rimane l'opera più importante della nuova cinematografia argentina degli anni Sessanta, manifesto di un cinema rivoluzionario che ripercorre la storia del Paese dalla sua liberazione passando per il neocolonialismo, le crisi, le speranze sollevate dal peronismo, l'avvento dei militari golpisti e l'affacciarsi del "Che" nell'America Latina.


«9) C'ERA UNA VOLTA IL WEST di Sergio Leone

Il prototipo di un genere, chiamato western spaghetti, un po' schifato all'inizio dalla critica che finisce in verità per conquistare e affascinare tutti. Tra romanzo picaresco, opera buffa e commedia dell'arte riscrive il western classico con dosi di violenza e di erotismo e la musica lancinante di Ennio Morricone, orientandosi sul ritratto acido di un mondo mutante che assiste al tramonto dell'eroismo pionieristico.


«8) BACI RUBATI di François Truffaut

Da portiere di notte in un albergo a apprendista detective, Antoine Doinel prosegue le sue avventure incominciate con I 400 colpi. Uno dei migliori film di Truffaut girato in piena mobilitazione pro Henri Langlois: con lo charme lunare di Jean-Pierre Léaud, la leggerezza e la commozione, l'originalità dei dialoghi, l'immagine nostalgica di "quella" Parigi, la canzone di Charles Trenet Que reste-t-il de nos amours?

«7) FACES di John Cassavetes

Una crisi matrimoniale risolta ai limiti del paradosso in doppio tradimento e rara concertazione di commedia drammatica: che Cassavetes costruisce in un magistrale happening d'una potenza brutale diviso tra riso e dolore. Corpi e linguaggi s'incrociano sul set trascrivendo ciò che realmente vi accade, con gli attori a raccontarsi e a raccontare "come dal vero" paure e disfacimenti d'un calvario coniugale.

«6) HOLLYWOOD PARTY di Blake Edwards

Cinema nel cinema e gaffe su gaffe dell'attore indiano di second'ordine invitato per sbaglio al party d'un produttore hollywoodiano. Peter Sellers è irresistibile come la comicità emanata da questa perla della commedia americana, nata come pastiche de La Notte di Antonioni - della quale Edwards riprende l'estetica fredda e geometrica - sviluppata con lo spirito di Jacques Tati nella diffusione corale dei gag.

«5) JE T'AIME, JE T'AIME di Alain Resnais

La vita e la morte, la sospensione nel tempo, il passato e il presente del protagonista Claude, la scienza confusa e impotente. Nel puzzle affascinante del maestro francese si compone un'atmosfera angosciosa per un film indimenticabile e misteriosissimo all'interno di un profondo dramma psicologico. Dal quale scaturisce una sorta di poesia grave e smorzata nell'enigma temporale in conflitto fra conscio e inconscio.


«4) ROSEMARY'S BABY di Roman Polanski

La giovane coppia felice che viaggia verso l'incubo satanico incarna una stupefacente allegoria del Male. In un autentico must del cinema fantastico - una delle migliori opere di Polanski - elaborato sul trionfo della suggestione e dell'invisibile, dunque dell'occulto, senza effetti speciali, solo con la distillazione progressiva della tensione e della paura. Destino beffardo e oscuro del cineasta: nel '69 ci sarà la strage di Bel Air.

«3) IL PIANETA DELLE SCIMMIE di Franklin J. Schaffner

Il capostipite della serie, probabilmente inarrivato per capacità di attrazione e allarmati turbamenti. La vicenda degli astronauti, calati nella civiltà spaziale sconosciuta con le tre razze di scimmie, genera un impatto filosofico di rara profondità, esaltato dalla mise en scènedinamica e dei formidabili trucchi. Fantascienza sì, ma anche avventura e favola capace di leggere il nostro presente e il nostro futuro.

«2) LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI di George A. Romero

L'apoteosi della metafora, la parabola antirazzista e pacifista - nell'America angosciata del post-Vietnam - presa a modello narrativo in questo simbolo d'intelligenza e di efficacia cinematografica. 16 millimetri, basso costo, bianco e nero, stile documentario, sci-fi e horror mescolati in cifra sociologica per un "risveglio dei morti" che riscrive i canoni del cinema di genere, diventando anzi genere a parte. Una meraviglia.


«1) 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO di Stanley Kubrick

Ancora oggi, a 50 anni di distanza, questo capolavoro sorprende, rapisce e sconcerta, lasciando aperti gli interrogativi sul monolito nero del quale neppure Kubrick stesso volle spiegare la natura. Che si considera aliena se si segue la traccia indicata da Arthur Clarke, artefice letterario della storia. Fascinazione perenne per un film incapace d'invecchiare nel suo enigmatico messaggio sul ruolo dell'essere umano nell'universo.

*******************************************

MUSICA DEL 68

La rivoluzione era avvenuta già da molto, dagli inizi del secolo breve e poi giù giù fino al secondo dopoguerra − il jazz, e Stravinskij, Schönberg , Bartok, Boulez, Luigi Nono e Berio, Maderna e Stockhausen, Kagel e Xenakis, e poi Cage, Bussotti, Schaeffer, Ferrari, Penderescki... Ma il Sessantotto apre altre vie. Si rifiuta la divisione di genere, e si ritiene contemporanea non solo o non più la colta del XX secolo ma ogni musica che in qualche modo sperimenti, rompendo (salvo poi ricaderci) coi canoni tardo romantici o neo romantici e che riesca a muovere sentimenti emozioni e istanze soprattutto dei giovani.

Dal blues il rock, i grandi concerti mondiali, il boom dei singoli e poi dei 33. La musica cosiddetta leggera, pop rock e tutti i loro derivati riempie la scena, gonfia le radio (le radioline e le autovoks), i festival e le TV.

Ecco come Gianni Poglio, in Panorama, riassume e presceglie.

«Ad inaugurare un anno speciale per la musica fu (il 21 gennaio) la colonna sonora del film Il Laureato (con Dustin Hoffman). Nella tracklist alcuni brani di Simon & Garfunkel (inclusi The sound of silence e Mrs Robinson) e pezzi strumentali firmati da Dave Grusin.

Tra gli album indimenticabili del 1968 ne abbiamo scelti 10, iconici e fondamentali al tempo stesso:

OTIS REDDING - THE DOCK OF THE BAY

Il primo di una lunga serie di album postumi. Il disco contiene (Sittin' On) The dock of the Bay, brano leggendario che Redding incise pochi giorni prima di morire in un incidente aereo nel dicembre del 1967. Uno dei singoli tratti dal 33 giri, The Glory of love, fu composto da Billy Hill e inciso da Benny Goodman nel 1936.


THE MOTHERS OF INVENTION - WE'RE ONLY IN IT FOR THE MONEY

Il terzo album in studio della band di Frank Zappa. Un disco geniale e "politico", infarcito di satira e riferimenti ilari nei confronti della cultura hippie e dei movimenti americani ultraconservatori. In origine, la cover del disco era stata pensata come una parodia della celebre copertina di Sgt. Pepper's dei Beatles. Ma, alla fine, la foto che riproduceva in chiave ironica lo storico scatto del Fab Four venne utilizzata per l'artwork interno del disco. Zappa non gradì la decisione della casa discografica. Tra i brani essenziali, Absolutely Freee Flower Punk.


AT FOLSOM PRISON - JOHNNY CASH

Storica live performance in un carcere californiano. Lo show tra i detenuti andò in scena il 13 gennaio del 1968. Nel corso della sua carriera Cash ha registrato altre tre dischi all'interno di un penitenziario: At San Quentin, Pa Osteraker e A Concert behind prison walls. At Folsom Prison ha venduto ad oggi oltre tre milioni di copie. Tra i classici, una versione live della canzone Folsom Prison Blues che ha avuto molto successo negli Stati Uniti.

A SAUCERFUL OF SECRETS - PINK FLOYD

Il secondo album della band inglese, oltre che il canto del cigno di Syd Barrett. In questo disco compare per la prima volta David Gilmour che poi sostituirà definitivamente Barrett, ormai in condizioni critiche per gli abusi di Lsd. La visionaria Set the controls for the heart of the sun è l'unico brano del gruppo suonato da tutti e cinque i componenti della band (Gilmour, Barrett, Mason, Waters e Wright). Psichedelia, space rock e intuizioni geniali fanno di A saucerful of secrets un album seminale. Tra le perle, Let there be more light, Remember a day, oltre a Jugband blues composta interamente da Barrett.

OS MUTANTES - OS MUTANTES

L'album di debutto di una delle band più geniali ed influenti di sempre. Appartenenti al movimento artistico brasiliano noto come Tropicalia, gli Os Mutantes realizzarono una contaminazione in chiave psichedelica tra la tradizione brasiliana e il pop rock anglosassone. Tra i brani indimenticabili, Bat Macumba, scritta da Gilberto Gil e Caetano Veloso, Panis et Circensis e A Minha Meninacomposta da Jorge Ben. Capolavoro!

MUSIC FROM BIG PINK - THE BAND

Il titolo dell'album viene dal colore delle pareti esterne della leggendaria abitazione di West Saugerties, nello stato di New York, dove vennero composti molti dei brani. In tre canzoni dell'album, tra folk, rock e country, compare come autore Bob Dylan(che realizzò anche il disegno per la copertina del disco): Tears of rage, This wheel's on fire e il capolavoro I shall be released. Il brano più popolare dell'album è The weight, composto da Robbie Roberston e presente in una scena di Easy Rider. Nella classifica delle 500 migliori canzoni di sempre, stilata da Rolling Stone, The weight compare al numero 41.

THE WHITE ALBUM - THE BEATLES

Non solo il capolavoro dei Fab Four, ma uno degli album più importanti e influenti di sempre. Molte delle canzoni del doppio 33 giri sono state composte tra il marzo e l'aprile del 1968 durante un corso di meditazione trascendentale in India. I brani vennero poi registrati agli Abbey Road Studios di Londra tra il 30 maggio e il 14 ottobre di quell'anno. Per la prima volta i Beatles incisero su un registratore a 8 piste. Le recording session furono tumultuose anche a causa della presenza in studio di Yoko Ono, la nuova compagna di John Lennon. Il risultato, in ogni caso, fu un disco straordinario con classici senza tempo come Helter Skelter, Dear Prudence, Blackbird, While my guitar gently weeps, Back in the U.S.S.R. e Happiness is a warm gun.

ASTRAL WEEKS - VAN MORRISON

Il secondo album in studio del vocalist e compositore irlandese. Il disco venne inciso ai Century Sound Studios di New York tra il 25 settembre, e il 15 ottobre del 1968. Perfetto esempio della commistione tra jazz e folk, Astral Weeks venne registrato da musicisti di grande talento come Richard Davis al basso, Jay Berliner alla chitarra, John Payne al flauto e al sax, Warren Smith alle percussioni e al vibrafono e Connie Kay alla batteria. Tra i classici, la title track, Cyprus Avenue, Sweet Thing e The way young lovers do.

BEGGARS BANQUET - THE ROLLING STONES

Pubblicato il 6 dicembre del 1968, Beggars Banquet è uno dei classic album della band. Chiusa la fase pisichedelica con il disco precedente, Their Satanic Majesties Request, gli Stones tornano prepotentemente al rock blues. Il titolo del disco nacque da un'idea dell'artista Christopher Gibbs che stava decorando la casa di Mick Jagger a Chelsea. Gibbs propose di intitolare l'album Beggars Banquet(il banchetto dei mendicanti) ispirandosi forse alla cena dei mendicanti presente nel film Viridiana di Luis Bunuel. Tra gli evergreen, Street fighting Man e Symphaty for the Devil.

CHEAP THRILLS - BIG BROTHER AND THE HOLDING COMPANY

La band di cui Janis Joplin era la lead singer. Pubblicato nell'estate del 1968, vendette un milione di copie in pochi mesi raggiungendo la prima posizione nella classifica di Billboard. Un disco di puro rock and roll a tinte blues, per molti il capolavoro della Joplin. Tra le canzoni indimenticabili, oltre all'hit Piece of My heart, il remake di Summertime (George Gershwin), Turtle blues e Ball and chain registrata live al Fillmore di San Francisco.