PER LA CRITICA

SECESSIONE LETTERARIA

di Giorgio Moio

Stefania Fienili - Silenzi

Che il nord abbia sempre alimentato, nei confronti del sud, un accanito ostracismo sin dai primi anni dell'unità d'Italia, è cosa nota. Mai, però, avremmo pensato di dover far fronte alle discriminazioni anche in materia letteraria, esacerbate nei confronti del centro-sud. Una ventina d'anni fa scrissi una recensione all'antologia Poeti italiani del secondo Novecento 1945-1995, curata dal poeta milanese Maurizio Cucchi, con la complicità del critico del quotidiano «La Repubblica» Stefano Giovanardi. Perché riparlare di un'antologia "secessionista"?

Non ne varrebbe la pena, ma mi è successo un fatto in quest'ultimo periodo, all'indomani dell'invio alla rivista italo-americana «Gradiva» di un saggio di Stefano Taccone al mio volume Da Documento - Sud a Oltranza. Tendenze di alcune riviste e poeti a Napoli 1958-1995 (Oèdipus, 2019). Dopo alcuni dinieghi da parte del direttore (la troppa lunghezza, un riferimento tra Wagner e l'avanguadia ritenuto fuori luogo, l'accusa a Majorino a proposito della rivista «Incognita» ‒ una delle riviste prese in esame dal volume ‒ come "leghista" ‒ tra virgolette ‒ etc.) termina la sua mail trovando «assurdo accusare Giancarlo Majorino di "leghismo" per una rivista uscita nel 1982 (la Liga Veneta viene fondata nel 1983, la Lega Nord nel 1989). Conosco benissimo Majorino, lo frequentavo spesso proprio all'epoca dell'uscita di «Incognita» e dire di lui che nel 1982 non era nuovo "a una letteratura corporativa di tipo leghista" è veramente un insulto gratuito che io mi rifiuterei di pubblicare (la linea lombarda ha i suoi limiti, ma accostarla al leghismo è insensato)».

Mi sarebbe piaciuto chiedere al direttore di «Gradiva» un suo pensiero, sfogliando i numeri di «Incognita», quando Majorino ne assunse la direzione gentilmente ceduta da Rina Li Vigni Galli, portando la sede da Napoli a Milano, oltre agli inevitabili poeti del nord, quanti ne conterebbe del centro e specialmente del sud? In questo è "leghista" letterario Majorino, dimostrando in più di un'occasione ‒ ma forse reiteratamente ‒ che la poesia nasce e si ferma al nord.

Comunque l'emerito direttore di cui sopra, forse ignora pure che il suo caro amico curò nel 1977 per Savelli un'antologia di poeti, Poesie e realtà '45-'75. dove del sud inserì il solo Scotellaro, ma ormai fuori dai giochi. Stessa situazione "leghista" con la ripubblicazione della citata antologia per Tropea nel 2005 che arriva fino al 2000.

Per dirla tutta anche il centro ebbe la sua fetta di "invisibilità". Oltre a Dario Bellezza, Luigi Di Ruscio e Sergio Solmi, come si può ignorare un Alfredo Giuliani, un Mario Lunetta, un Vito Riviello, un Gianni Toti, un'Amelia Rosselli, una Maria Luisa Spaziani, etc? E a proposito di presenze femminili, nell'antologia di Majorino se ne conta solo una: Elsa Morante, la quale pubblicò in vita due soli stentati volumi.

Questi siffatti critici, pur di avvalorare con un fare quasi maniacale quella tendenza che dobbiamo a Luciano Anceschi (ma in più di un'occasione resa infedele all'originale che qualcosa di buono proponeva) che va sotto il nome di linea lombarda, non si preoccupano affatto se alla fine siffatte antologie si presentano come un calderone di simulacri, di false certezze, di linguaggi sacrali che tendono alla fine di accaparrarsi il consenso a qualsiasi costo.

Ora, oltre al direttore di «Gradiva», qualcuno può accusarmi di ritrosia verso la linea lombarda (il che è vero, soprattutto politicamente), e allora uso le parole di Franco Brevini, a proposito dell'antologia presa in esame, in particolare la seconda versione aggiornata: «Majorino rinuncia a servirsi di categorie critiche e legge mezzo secolo di poesia nella prospettiva, si direbbe, del realista-rivoluzionario-lombardo che egli è in quanto autore. Majorino protesta contro gli schemi critici e le letture formali, ma finisce per sostituirvi un irrazionalismo forse ancora più arbitrario perché fondato sull'Io» (Franco Brevini, in «Panorama», 11 gennaio 2001).

Ovviamente Majorino non è il solo "critico distratto": è in buona compagnia. Una ventina d'anni dopo la prima uscita di Poesie e Realtà, due compari, Maurizio Cucchi e Stefano Giovanardi, curando per Mondadori (1996) l'antologia Poeti italiani del Secondo Novecento 1945-1995, si sono preoccupati, altresì, (ma è una vera congiura!), di ignorare i poeti napoletani (non vi è antologizzato nemmeno uno!), limitandosi, per il sud, a pochi nomi: Cattafi, Calogero, Piccoli e Scotellaro). Sistematicamente ignorati i padri e gli artefici delle ultime avanguardie (Emilio Villa, Edoardo Cacciatore, Mario Diacono, Corrado Costa, Adriano Spatola, etc.) e l'esperienza del Gruppo 63 ‒ ma questo bisognava aspettarselo da un poeta tradizionale ‒, troppo "fuori posto" per una proposta di poesia pacata, intimistica, neoromantica, di facile fruizione, che scorre dalla prima all'ultima pagina. Unica eccezione è fatta per i Novissimi e per i poeti di «Officina» (Pasolini, Roversi, etc.), troppo legati all'industria culturale per essere ignorati.

Non si poteva attendere altro specialmente da Cucchi che non è nuovo a questi ostracismi paranoici, a queste secessioni letterarie. Una cosa simile fece nel 1983, allorquando, con lo stesso Mondadori, pubblicò Dizionario della poesia italiana, limitandosi, per il primo Novecento, a "salvare", della poesia napoletana, Gatto (tra l'altro salernitano), Cangiullo e il dialettale Di Giacomo, poeti della prima generazione, immergendo nel più profondo oscurantismo il secondo Novecento. La cosa che ci fa più dispetto è che i due "compari" hanno cercato persino di salvare la faccia, giustificando, in una nota, i motivi delle esclusioni, eccellenti e no: per far parte di questa specie di combine, con epicentro Milano, bisognava aver pubblicato con Mondadori tra il '45 e il '95 o con un editore a distribuzione nazionale. È mai possibile che non si conosca, al di sopra della linea gotica, l'importanza di case editrici quali Guida, Laterza, Sellerio, Pironti, che pure hanno una distribuzione nazionale, o l'interessante lavoro svolto dai vari Luciano Caruso, Stelio M. Martini, Alberto M. Moriconi, Felice Piemontese, Antonio Spagnuolo, e da tanti altri? Ignorare il loro operato è un attentato in piena regola alla poesia italiana, una malafede investita di mediocrità e incompetenza. Che dire, poi, dell'esclusione dei miei conterranei? Del "cumano" Franco Cavallo, ad esempio, che alla fine degli anni '60 pubblicò due volumi con Guanda, e del bacolese Michele Sovente, titolare di un background culturale di buon livello, con la riscoperta delle lingue morte, precisamente del latino, sperimentato in chiave moderna, spesso abbinato al dialetto bacolese (un particolare dialetto dei Campi Flegrei) e all'italiano, del tutto autonomi fra loro, si è visto pubblicare, qualche anno fa, un suo volume dalla Garzanti, un traguardo importante che ripaga la sua serietà e professionalità? Evidentemente nemmeno Guanda e Garzanti sono considerate degne dal duo Cucchi-Giovanardi! Se questa non è malafede, allora è ignoranza, che è peggio, da parte di due che credono di sapere tutto sulla poesia italiana.

Non si può certo ritenere esaustiva questa antologia se, a priori, si è voluto escludere dalla "corporazione" quei poeti sperimentali legati a medi e piccoli editori che, sia pure privi di un'adeguata rete di distribuzione, spesso risultano i veri autentici depositari della poesia in Italia. Il panorama che viene tracciato dai due "ferratissimi esegeti" è frantumato in segmenti minimi, a sostegno di un intimo dettato del quotidiano, di tendenze ipnotiche ed apodittiche, tracciate da una spaventosa inedia compiaciuta. Ma sulle antologie - su certe antologie - occorrerebbe fare un lungo e profondo discorso, che rimandiamo in altre circostanze. Povera poesia! Pensavamo, alle soglie del nuovo millennio, che le lottizzazioni in letteratura appartenessero al passato. Evidentemente, certe debolezze della razza umana non mutano col passare del tempo.