SCUOLA E PRODUZIONE

DEL PUBBLICO

di Francesco Muzzioli

L'articolo del Professor Augenti tocca un argomento che mi sta molto a cuore, quello della scuola. Un problema che non si può ridurre alla questione di quando riapre e come riapre, perché i bambini non ce li possiamo tenere a casa.

Indubbiamente l'epidemia o pandemia che sia non ha lasciato indenne nessun campo, li ha messi tutti in ginocchio. Ma quando sento la frase ricorrente "niente sarà più come prima", mi preoccupo. Non sarebbe male un cambiamento, a patto che fosse cambiamento vero; mentre quando si parla delle tanto ventilate "riforme" i cambiamenti vogliono dire peggior lavoro, peggior democrazia e, tra le altre cose, peggiore scuola. Se l'epidemia o pandemia che sia ci ha insegnato qualcosa è qualcosa che avremmo dovuto già sapere, cioè che vivevamo accontentandoci di stare appena di un mezzo gradino sopra il livello di guardia. Bastava una spintarella per andare sotto...

Prendiamo la scuola, appunto. Adesso si discute come fare per riprendere le lezioni con le distanze di sicurezza sanitaria, per cui si dovrebbe riaprire metà in praesentia e metà in abesentia (uso i termini delle metafore, ma tanto ci capiamo). Ma non era già chiara la mancanza degli spazi? Nella mia piccola, personale, esperienza della Facoltà di Lettere, i primi giorni di corso vedevano aule affollatissime che poi si diradavano nel tempo: segno che gli studenti avevano deciso di frequentare altri docenti, si diceva, oppure non invece segnale di rinuncia a ogni frequenza per la scomodità della situazione? È evidente che, essendo già al limite ‒ tanto da desiderare che una parte degli studenti desistesse, ‒ adesso risulta impossibile ospitare la stessa platea con i debiti metri anticontagio. Occorrono nuovi spazi e nuovi docenti: questi ultimi sono già a disposizione; esiste un enorme esercito di riserva di laureati ben preparati, purtroppo disoccupati o sottocupati. Non c'è che da pescare a piene mani.

Capisco che le emergenze sono tante e già vediamo, con le riprese di fase, quanto sia difficile scegliere tra la salute e gli affari; o meglio, tra la salute del corpo e la salute degli affari. Ma è giusto associarsi ad Augenti per rimarcare l'importanza della scuola. E dico, sottolineandolo, della scuola pubblica. Perché è la scuola pubblica l'unica e vera garanzia di pluralismo e quindi di educazione democratica (che il privato vada a vantaggio del pluralismo è una bella balla, in realtà il privato è evidentemente da una sola parte).

La scuola "bene comune". L'ho sempre sostenuto e lo ribadisco ora, proprio dal punto di vista della critica letteraria. Da più parti si è lamentato in questi anni lo scendere di livello della letteratura, tanto che ormai, mi sembra, quel nome non le si addice più, chiamiamola soltanto fiction, per l'esattezza popular fiction. Ma questo abbassamento procede da una logica incontrovertibile. Infatti, come dar torto all'editore che pubblica i testi che i lettori vogliono leggere e rifiuta quelli che nessuno legge o pochi? Il problema è che, per andare sul sicuro, l'editore (ammesso che abbia ancora diritto a quel nome) orienta le sue scelte sempre un pochino più in basso del previsto, sicché, di infornata in infornata, il livello scende sempre di più. Come diceva Woody Allen: abbiamo toccato il fondo, ma si può sempre scavare...

Ora, questa tendenza al ribasso come si risolve, come si inverte? L'unica possibilità di aiuto è riposta nella scuola, se fossa dotata dei mezzi opportuni. Con una adeguata "istruzione per l'uso", forse i testi che oggi vengono ritenuti "difficili" o "elitari" o "di nicchia" non lo sarebbero più; forse, la conoscenza del miglior romanzo europeo non farebbe più impazzire per la paccottiglia sentimental-noir-fantasy che oggi riempie le librerie. Si innescherebbe un circolo virtuoso al posto dell'attuale viziosissimo.

A un certo punto dell'emergenza, è sembrato che la TV potesse essere strumento per supplire la scuola, collaborando alla didattica a distanza. Certo, la Tv pubblica (ancora è necessario l'aggettivo) potrebbe fungere benissimo di conserva con la scuola, e pure senza troppi aggravi, anzi con risparmio del budget. Potrebbe, se non altro, aiutare a ripercorrere la storia degli stessi generi popolari, tanto per dire, del cinema: quanti dopati di fiction non hanno la più lontana idea degli antenati e dei precedenti, muoiono dietro a Bella e Edward e non sanno niente di Vampyr?

Insomma, uno strumento pubblico per la produzione del pubblico. Che questa produzione non rientri nel pil è una delle cose che andrebbero cambiate per prime.