SANI E ROBUSTI DI COSTITUZIONE (REPETITA IUVANT)

di Francesco Muzzioli

La rivendicazione della nostra Costituzione non è nuova, per me: difendere la Costituzione, appellarsi ad essa per evitare scivolamenti della vita democratica, e più ancora vederla come impianto regolativo ancora da applicare appieno; sono sempre stati punti che ho avanzato con forza. Perciò, in occasione di questo numero del 2 giugno, ho pensato di ripubblicare un articolo uscito sul numero 41 di "Bollettario" nel 2003, numero speciale Per la Costituzione Italiana, promosso da Nadia Cavalera e aperto da un intervento di Edoardo Sanguineti che, in occasione del Premio Campiello aveva rivolto un appello alla vigilanza sui valori che fondano il dettato costituzionale. Sanguineti scriveva: «Io sono convinto che la letteratura sia uno strumento molto potente di persuasione e di responsabilità ideologica»; e ancora: Occorre che gli intellettuali riprendano la responsabilità e possano trovare aiuto in coloro che sono pronti a difendere in maniera esplicita la costituzione antifascista e repubblicana nata dalla Resistenza». Certo, è passato un po' di tempo, certi riferimenti non sono più attuali (la polemica allora era contro il governo di destra targato Berlusca), tuttavia continuo a ritenere che il progetto di erosione della Costituzione, fatto con tentativi subdoli oppure avventuristi, non sia stato affatto deposto, si è presentato ancora come razionalizzazione e alleggerimento della struttura, magari ‒ come nel prossimo referendum sulla diminuzione del numero dei parlamentari ‒ come strumento contro la corruzione... E allora repetita iuvant.

L'intervento pubblico di Edoardo Sanguineti nella circostanza del premio Campiello, sottolineando con forza i rischi che si corrono per la sicurezza democratica e la vita civile del nostro paese, è tale da costringere tutti a prendere posizione. Io lo faccio molto volentieri e dico subito che, per quanto mi riguarda, il silenzio non costituiva affatto "assenso" e nemmeno cautela da mene carrieristiche o prebende, quanto semplicemente era dovuto alla terribile restrizione degli spazi di intervento pubblico, sempre meno aperti e ospitali, anche dalle parti di quelli che dovrebbero essere i nostri "simili".
E allora va gridato, qui, e prima di tutto: la costituzione non si tocca!
Volerla accantonare o stravolgere, come sta facendo in modo sempre più pesante il governo delle destre, significa colpevolmente scardinare la base del nostro "patto pubblico". Togliere le regole comuni; senza di cui, non resta che essere i più veloci a colpire come succedeva nel "meridiano di sangue" del West (quell'immenso Far West che è oggi il mercato globale).

Ma già subito, mentre pronuncio la formula stentorea di quello slogan, comincio a preoccuparmi: sarebbe, dunque, il compito a cui siamo chiamati, la difesa della costituzione? Si tratterebbe, in buona sostanza di una resistenza (qualcuno, a me non discaro e per giunta mio omonimo, lo ha ripetuto in ritmo trimembre: "resistere, resistere, resistere"...)? Avremmo inevitabilmente una funzione conservatrice?
Conservatori di sinistra. Mi sento un po' stretto in questi panni. E provo allora a portare avanti il discorso e a rovesciarlo. Non o non solo difendere la costituzione, ma estenderla. Perché intanto c'è da chiedersi fino a che punto sia stata applicata. Quella lista di formidabili "principi fondamentali", che avrebbe dovuto essere il motore della attività legislativa ed esecutiva, se li guardiamo bene, sono in gran parte lettera morta. Si sa, insomma: un conto sono gli ideali e un conto la pratica (un tempo di parlava di ideologia, come menzogna e copertura). I poteri che hanno contato hanno poi fatto il loro comodo. Ma, se questo è vero, perché adesso vorrebbero liberarsi del paravento ideale; come mai è divenuto inutile e quasi una palla al piede? Provando a ragionare in termini di lotta di classe, qualcosa di strano starebbe accadendo, quasi che fosse in atto uno scontro tra il capitalismo e la borghesia. Come una macchina che voglia sbarazzarsi del guidatore, il capitalismo liquida l'alta cultura borghese, e con essa ogni dignità di livello culturale e morale ‒ ha bisogno solo di uno strato medio basso che perda addirittura ogni connotato di "classe". Di qui l'abbandono del patrimonio culturale, della scuola, dei classici, del libro (e su queste perdite si sprecano anche troppi "piagnistei"); e così della legalità (il governo in carica non ha forse una divisa che incoraggia tutto l'illegalismo diffuso dell'"arte di arrangiarsi"?) e, infine, della costituzione come garanzia per tutti. Come è possibile? Siamo di fronte a un fenomeno su vasta scala, in cui sembra che l'avanzamento della lotta di classe ormai su scala planetaria e nella dimensione mentale (la "sussunzione reale" della vita intera nel capitale), costringa a non guardare più per il sottile e lasciar perdere quei vincoli che, nella fase precedente, erano stabiliti per essere poi fatti giocare a favore del più forte. Forse i forti sono ormai diventati fortissimi: ma possiamo, di fronte a questo, rimanere deboli?

(I forti, i deboli. Mi ha sempre lasciato dubbioso il ragionamento di Nietzsche contro il cristianesimo e il socialismo perché sarebbero di impaccio ai forti, la cui natura è di sopraffare i deboli: ho sempre pensato che se i deboli si aggregano non sono più tanto deboli...).
Estendere la costituzione. Se riprendiamo in mano quei principi fondamentali c'è da restare stupefatti. Ci sono straordinari "semi di utopia". Accanto ai "diritti dell'uomo" i "doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale" (Art. 2); la pari dignità e l'uguaglianza di fronte alla legge (Art. 3; e senti, poi: "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese"); il "diritto al lavoro" che ha da essere "effettivo" (Art. 4); e, questo ci riguarda, l'Art. 9: "la repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica"; e poi, naturalmente il "diritto d'asilo" (Art. 10) e il rifiuto della "guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali" (Art. 11). Più me li rileggo e più mi pare che ‒ visto che si parla tanto del "programma" dell'opposizione - non c'è poi bisogno di guardare molto più lontano.
In fondo, lo stesso discorso vale per la democrazia. Il problema non è soltanto la sua messa in mora, ma è anche posta a rischio a causa della sua limitata estensione. Vi sono interi settori della nostra vita (il posto di lavoro, molto spesso anche la famiglia) in cui la prassi democratica non vige. Bisogna dunque lottare per l'estensione della democrazia. Mentre accade il contrario: si estende al pubblico il modello privato dell'azienda, che non è affatto democratico, ma personalistico, arrogante, al massimo paternalistico. In nome della malintesa efficienza del decisionismo (ma la decisione, poi, è malata per il conflitto d'interessi che è, per l'appunto sopruso dell'interesse privato su quello pubblico), il controllo democratico arretra invece di essere allargato su tutte le zone del vivere.
Che armi abbiamo? Molto pochi spazi, ormai. E non so quanto appoggio nella politica ufficiale, anche di sinistra (ho il sospetto che la politica "professionale" sia terribilmente faticosa: per cui una persona mediamente "umana" non può farla: restano i tipi affetti da fortissimo narcisismo; quindi...). Ma mi sembra importante, innanzitutto, liberarci dalla patina del passato. Costituzione fa pensare a "costituito": il potere costituito. Per questo ho provato, intanto, a scriverla in modeste minuscole. E ho giocato, nel titolo, con la costituzione "fisica". È inutile lanciare appelli all'ideale. Ricordiamo, materialisticamente, che parliamo da e siamo noi stessi "animali aspiranti umani". Battiamo dunque l'accento sul vantaggio corporale della costituzione.