PER LA CRITICA

Su Cuore di Mamma di Rosa Matteucci

SANGUE DEL TUO SANGUE

di Carlo Cenciarelli

Considero Cuore di Mamma di Rosa Matteucci (Milano, Adelphi, 2006) un gioiellino, uno dei migliori racconti lunghi degli anni 2000. Per una ragione fondamentale: è, finalmente, una descrizione realistica del rapporto madre-figlia, dell'imbozzolamento edipico in cui, nell'universo psicologico borghese, tutte e tutti sono irrimediabilmente invischiati. Intendo come descrizione realistica quella capace di cogliere gli elementi essenziali del reale (che è facoltà specifica della conoscenza umana elaborare sottraendoli alla mera potenzialità in cui sussistono nell'ininterrotto flusso di grezzo materiale empirico che la natura ci offre) per farne il momento astratto della scrittura che si dialettizza nella concretezza d'un linguaggio che è proprio e solamente quello e mai potrebbe essere altro.

Lo spunto narrativo su cui si modula il testo è il seguente: Luce, una quarantatreenne moderatamente attraente, di scarso successo cogli uomini (è stata abbandonata dal marito e, ben lontana dal farsene una ragione, adesso è dominata dall'angoscia di non trovar più nessuno), intrattiene un rapporto morboso colla vecchia madre depressa e ringhiosa, che vive sola in un paesino probabilmente del centro Italia, immersa nello squallore. Luce è decisa a dare una svolta al loro rapporto che la impegna e la esaspera ogni fine settimana: imporrà all'anziana una badante che si occupi di lei sollevandola da molti obblighi. All'ufficio postale dove si era recata insieme alla madre per ritirare la pensione, Luce s'imbatte in tal Gianluca, suo antico compagno delle elementari, che è lì per la stessa ragione accompagnato dal vecchio padre. L'uomo le sorride,comincia a guardarla: sembra proprio interessato a lei. E c'è anche l'occasione per rivedersi: il pranzo natalizio che si terrà al centro anziani a cui il signor Alfonso, il padre di Gianluca, ha invitato Luce e sua madre. La povera, ancora adolescenziale fantasia della donna già galoppa: già vede in Gianluca un uomo profondamente innamorato, che la salverà da quella grigia vita solitaria in cui si trova intrappolata da tanto tempo. Traboccante d'una voglia di vivere nuova, per una volta si fa valere e costringe la vecchia a seguirla al banchetto di Natale dove, per di più, comincia a trattare con alcune domestiche ucraine. Alla fine arriva anche Gianluca. I due si appartano. Lei prende a parlargli d'amore...

Ma nulla andrà come Luce aveva sperato: la madre, lasciata sola, ha avuto un ictus e rimarrà muta, semiparalizzata, e bisognosa d'ogni accudimento per quel tanto di vita che le rimane; Gianluca si rivelerà un poveraccio pieno di debiti che l'ha avvicinata per chiederle un prestito che lei, vicedirettrice di banca, potrebbe fargli avere facilmente.

Insomma, per Luce sembra crollare tutto...

L'ambiente in cui la madre vegeta è descritto con estrema crudezza:

Ada non si era mai curata del governo della casa in senso proprio, perché non le era mai venuto in mente, perché non ci era portata, così che quelle quattro stanze malsane e desolate erano presto diventate sudicie e inospitali. Si erano trasformate nell'apoteosi del disdoro domestico e parlavano al visitatore che si fosse arrischiato a penetrarvi - il medico, il postino, il messo comunale, l'idraulico, il tecnico delle utenze e il prete venuto a impartire la benedizione pasquale - solo il rude linguaggio della misantropia, del disprezzo per l'umanità, della miseria, dell'abbrutimento e della sporcizia. (pp. 13-14)

Senza temere l'esasperazione. Con una tal quale rabbia:

Dappertutto stagnava imperituro un acre puzzetto di cibi riscaldati nel padellino e lasciati bruciare, misto a olezzo di capelli di vecchia e di peto abortito fra le sottane, o nelle braghe della tuta, che assaliva come grinfia di scheletro sbucata da una tomba verminosa anche gli animi e i cuori più impavidi. (p. 36)

Possiamo tranquillamente dire che la sporca tana micragnosa di Ada è l'incubo di ogni donna. Si calcano troppo le tinte? Per nulla. E questo è dovuto a una ragione profonda.

Un naturale bisogno di protezione e affetto,... nonché la perdita di un nucleo familiare autonomo ... l'aveva spinta verso la vecchia, che aveva finito per frequentare più spesso di prima. La pratica settimanale delle

visite a domicilio l'aveva ben presto annichilita. Erano due donne sole, una zitella e una vedova, prigionieredella nassa dei propri errori, delle mancanze, della sfortuna... (pp. 17-18)

Tutto ciò avvince radicalmente Luce e Ada. La figlia si rispecchia nella desolata solitudine della madre. Quindi non si trattiene, infierisce. Perché siamo proprio noi i giudici più spietati di noi stessi.

Nondimeno c'è una differenza essenziale fra Luce e Ada: Luce vuol cambiare, Ada no. Ed è precisamente questo tentativo di mutar le cose a fondare il movimento profondo del testo, a farlo passare da descrizione a narrazione.

Luce ha cominciato a rimuginarci su mentre era ancora in macchina, prima di arrivare:

Stavolta deve affrontare la battaglia decisiva per la sua salvezza e deve farcela. Non può più permettersi alcun errore... Deve essere forte. ... La strategia vincente è stata architettata in maniera perfetta, come ogni singolo passo verso la soluzione. (p. 9)

È Gianluca a darle la spinta decisiva:

Ada... Si mette a tossire e chissà come le viene una voglia irrefrenabile di grattarsi il buco del culo: cosa che, per dispetto del mondo intero fa immediatamente dopo, senza ritegno, di fronte a tutti.

Luce inghiotte sorsate di saliva e di aria, si vergogna, boccheggia, ma trova inaspettatamente un sostegno e un approdo certo in Gianluca, che continua a sorridere e la rincuora definitivamente facendole una carezza sulla spalla, che significa: «Non ti devi scusare». Luce ne è rasserenata e di colpo si sente felice. Così esce dall'ufficio postale camminando mezzo metro da terra, e sopporta con stoica nobiltà la triste immagine della vecchia madre bizzosa e ostile che trotterella al suo fianco grattandosi il popò. Luce è sicura che potrà emendarla, che finalmente potrà guidare gli eventi nella direzione desiderata. Che potrà salvarsi. (pp. 53-54)

Ora si ribella apertamente ai consunti rituali materni:

... questa mattina, anziché slanciarsi verso la caldaia, per condividere la sciagura termofora e soccorrere la genitrice, la figlia nemmeno l'ascolta e soprattutto evita di guardarla. La sua unica risposta alla richiesta d'aiuto della madre è andare a piazzarsi davanti allo specchio del bagno, dove si truccherà. ... Ada solleva lo sguardo e vede la figlia che la fissa con aria di sfida, e non le dice altro se non un semplice e perentorio: «Io vado». Non la implora, non la prega, non si affanna affinché lei si degni di seguirla. Ada si spaventa, capisce l'antifona; e allora ratta ratta trotterella in camera da letto e con un filo di voce indirizza alla figlia un supplichevole: «Aspettami» (pp. 67-68)

Trova la forza di perseguire senza tentennamenti i suoi fini:

Con una determinazione luminosa da giovane generale, Luce si dirige impavida verso il clan delle badanti slave, che, attruppate nell'angolo, confabulano con aria cospiratrice, in un idioma ignoto. ... Senza neanche togliersi il cappotto, senza indugiare, Luce, con tono cortese ma risoluto, chiede a bruciapelo alla grossa Irina se vuole andare a vivere a casa di sua madre. (pp. 70-71)

Infine, a coronamento del tutto, incontra di nuovo Gianluca:

A un tratto, però, tutti gli altri scompaiono, e Luce vede di fronte a sé solo Gianluca. È un'apparizione improvvisa, ormai inaspettata. Lo guarda a bocca aperta avanzare verso di lei ... Uomo e donna - Luce non ha dubbi - sono complici da subito, legati al medesimo ceppo, marchiati a fuoco. Lui ha il viso trasfigurato, gli occhi accesi, cupi e profondi come la brace del carbone; è un dio che, abbassatosi fino a lei, nel suo incedere nobile e altero incarna la realizzazione d'un supremo, salvifico disegno. (p.82)

A questo punto torna la sensazione che Luce esageri. Che le sue elucubrazioni tese a creare un'atmosfera di redenzione totale siano perlomeno smodate. E anche stavolta il motivo è radicale. Per quanto qualcosa di concreto faccia (la rivolta contro le ubbie materne, l'approccio con le badanti slave) le sue azioni sono sopraffatte e alla fine vanificate dal suo fantasticare, incessante e senza freni.

Ancora una volta la sua situazione è analoga a quella della madre: la vecchia - più rozzamente, più linearmente - si è rinchiusa nella sua casettaccia maleodorante lasciandone fuori l'universo mondo; la figlia, più astratta e raffinata, è rimasta intrappolata nel suo tenero e doloroso narcisismo sentimentaloide che produce di continuo vivide fantasie - ora tristi e angosciose, ora liete ed esaltanti - che le impediscono di vedere la realtà così com'è e quindi d'avere un rapporto autentico con essa.

Non è un caso che mentre i vaneggiamenti di Luce occupano pagine e pagine, la vera e - ahimé! - assai prosaica ragione per la quale Gianluca l'ha avvicinata, sia riferita soltanto di scorcio, verso la fine. In realtà del Gianluca in carne e ossa che esiste effettivamente al di là di lei e dei suoi problemi concreti a Luce non importa nulla, lui è stato solo il pretesto per nuove fantasticherie - gioiose e dolorose insieme - che la occupano completamente e non le permettono di uscire da sé medesima.

Gli avvenimenti sono tutti visti cogli occhi di Luce ma narrati in terza persona. Sempre per un motivo espressivo preciso. Noi lettori dobbiamo venir immersi nella sua fantasia adolescenziale ma non esserne per nulla affascinati e conquisi, anzi sentirne profondamente l'inettitudine a far maturare qualsivoglia azione davvero efficace nei confronti della realtà. Per creare questo rapporto dentro-fuori rispetto alla soggettività di Luce è fondamentale il linguaggio usato. Il rifiuto dell'italiano medio per un dettato prosastico ricercato, turgido, bizzoso, un po' barocco, talvolta quasi un po' lambiccato. Un dettato che fa sì la pagina sia spesso e volentieri percorsa da umori sarcastici e grotteschi di lontana ascendenza gaddiana.

Mentre varca il portone d'ingresso, Luce apprende, in virtù d'una scienza che le viene infusa dall'alto, colata nel cervello da un magico alambicco, che un disegno grande e sublime si è compiuto. ... Lei sola fra tutti si salverà. Accede nel nuovo mondo della nuova intelligenza delle cose, dome e avviate al buon governo, e in quel frangente, unico, irripetibile e solenne pensa a se stessa come alla dogaressa Caterina Cornaro nel dipinto di Rubens, che approda a Candia per regnarvi sovrana, con triplice filo di perle grosse come nocchie e manto di damasco giallo bordato di ermellino. Non lascia che il suo regale sguardo si soffermi sui muri scrostati, sul pavimento consunto, nei toni smorti della pasta di graniglia arlecchino, leggermente affossato nel centro della stanza, né sulle sedie rimediate, sul desco apparecchiato con stoviglie di plastica, sull'ingenuo presepe senza bambino nella mangiatoia, sulla tv incombente dall'alto, da un trespolo infisso nel muro. (pp. 69-70)

C'è distacco fra il lettore e Luce. Ed è consistente. Scaturisce dall'essenza stessa del racconto il fatto che il tentativo di Luce non può che fallire. Nondimeno, se in una buona narrazione la fine non può che essere quella, talvolta risulta proficuo tenere aperte delle possibilità.

Lasciata la madre in ospedale, Luce sale in macchina e va in giro senza scopo. A un certo punto, nel cuore della notte, vede la saracinesca d'una bottega abbassata solo a metà: è quella d'un fornaio che sta preparando il pane per l'indomani mattina. Assurdamente, o forse no, Luce gli racconta la sua situazione tristissima. L'uomo gli risponde così:

«In trentacinque anni ho cotto tanto di quel pane da sfamare una metropoli» attacca ... con il suo tono pacato. «Mai un giorno di vacanza. Mio figlio grande è morto a ventisette anni, in Spagna. Dice overdose. Io non lo sapevo che i giovani prendevano l'eroina. Che c'era la droga. La Spagna per me era la corrida, il toro e il torero. Quando è arrivata, la bara non entrava nel loculo. Dopo mezz'ora gli operai, siccome si era fatto tardi ed era ora di pranzo, l'hanno segata. Da allora la Rosetta non è più mia moglie, vive di medicine, non cammina. La figlia femmina è diplomata, ma non trova un lavoro fisso, ogni tanto fa tre mesi poi sta a casa con la madre. Io ho un cancro all'intestino: ho già fatto due cicli di chemioterapia. Dovrò cedere il forno» (pp. 133-134)

È una grande lezione: solo se Luce saprà staccarsi almeno un poco dalla contemplazione trepida e amorosa del proprio male di vivere e, accostandosi a un estraneo, sentire anche in lui quel medesimo male di vivere che tutti ci accomuna e magari provarne compassione, solo allora potrà avere un contatto vero con un'altra persona. Altrimenti rimarrà soggetta al legame immediato, arcaico, selvaggio che naturalmente e irrimediabilmente ti avvince all'unico essere al mondo che è sangue del tuo sangue.

Che Luce ci riesca o no è oggetto di un'altra storia.