LIBERTA' E LIBERAZIONI

Articolo pubblicato su L'Unità di Torino, 20 maggio 1945 

RITORNO ALL’UOMO

di Cesare Pavese

Noi scrittori e artisti adesso sappiamo in che senso ci tocca lavorare. I cenni dispersi che negli anni bui raccoglievamo dalla voce di un amico, da una lettura, da qualche gioia e da molto dolore, si sono ora composti in un chiaro discorso e in una certa promessa.

E il discorso è questo, che noi non andremo verso il popolo. Perché già siamo popolo e tutto il resto è inesistente. Andremo se mai verso l'uomo. Perché questo è l'ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell'uomo - di noi e degli altri.

Da anni tendiamo l'orecchio alle nuove parole. Da anni percepiamo i sussulti e i balbettii delle creature nuove e cogliamo in noi stessi e nelle voci soffocate di questo nostro paese come un tepido fiato di nascite. Ma pochi libri italiani ci riuscì di leggere nelle giornate chiassose dell'èra fascista, in quella assurda vita disoccupata e contratta che ci toccò condurre allora, e più che libri conoscemmo uomini, conoscemmo la carne e il sangue da cui nascono i libri. Nei nostri sforzi per comprendere e per vivere ci sorressero voci straniere: ciascuno di noi frequentò e amò d'amore la letteratura di un popolo, di una società lontana, e ne parlò, ne tradusse, se ne fece una patria ideale. Tutto ciò in linguaggio fascista si chiamava esterofilia. I più miti ci accusavano di vanità esibizionistica e di fatuo esotismo, i più austeri dicevano che noi cercavamo nei gusti e nei modelli d'oltreoceano e d'oltralpe uno sfogo alla nostra indisciplina sessuale e sociale. Naturalmente non potevano ammettere che noi cercassimo in America, in Russia, in Cina e chi sa dove, un calore umano che l'Italia ufficiale non ci dava. Meno ancora, che cercassimo semplicemente noi stessi. Invece fu proprio così.

Laggiù noi cercammo e trovammo noi stessi. Dalle pagine dure e bizzarre di quei romanzi, dalle immagini di quei film venne a noi la prima certezza che il disordine, lo steso violento, l'inquietudine della nostra adolescenza e di tutta la società che ci avvolgeva, potevano risolversi e placarsi in uno stile, in un ordine nuovo, potevano e dovevano trasfigurarsi in una nuova leggenda dell'uomo. Questa leggenda, questa classicità la presentimmo sotto la scorza dura di un costume e di un linguaggio non facile, non sempre accessibili; ma a poco a poco imparammo a cercarla, a supporla, a indovinarla in ogni nostro incontro umano.

Noi adesso sappiamo in che senso ci tocca lavorare. I cenni dispersi che negli anni bui raccoglievamo dalla voce di un amico, da una lettura, da qualche gioia e da molto dolore, si sono ora composti in un chiaro discorso e in una certa promessa. E il discorso è questo, che noi non andremo verso il popolo. Perché già siamo popolo e tutto il resto è inesistente.

Andremo se mai verso l'uomo. Perché questo è l'ostacolo, la crosta da rompere: la solitudine dell'uomo - di noi e degli altri.

La nuova leggenda, il nuovo stile sta tutto qui. E con questo la nostra felicità.
Proporsi di andare verso il popolo è in sostanza confessare una cattiva coscienza. Ora, noi abbiamo molti rimorsi ma non quello di aver mai dimenticato di che carne siamo fatti. Sappiamo che in quello strato sociale che si suole chiamare popolo la risata è più schietta, la sofferenza più viva, la parola più sincera. E di questo teniamo conto. Ma che altro significa ciò sennonché nel popolo la solitudine è già vinta - o sulla strada di esser vinta? Allo stesso modo, nei romanzi, nelle poesie e nei film che ci rivelarono a noi stessi in un vicino passato, l'uomo era più schietto, più vivo e più sincero che in tutto quanto si faceva a casa nostra. Ma non per questo noi ci confessiamo inferiori o diversamente costituiti dagli uomini che fanno quei romanzi e quei film. Come per costoro, per noi il compito è scoprire, celebrare l'uomo di là dalla solitudine, di là da tutte le solitudini dell'orgoglio e del senso.

Questi anni di angoscia e di sangue ci hanno insegnato che l'angoscia e il sangue non sono la fine di tutto. Una cosa si salva sull'orrore, ed è l'apertura dell'uomo verso l'uomo. Di questo siamo ben sicuri perché mai l'uomo è stato meno solo che in questi tempi di solitudine paurosa. Ci furono giorni che bastò lo sguardo, l'ammicco di uno sconosciuto per farci trasalire e trattenerci dal precipizio. Sapevamo e sappiamo che dappertutto, dentro gli occhi più ignari o più torvi, cova una carità, un'innocenza che sta in noi condividere.

Molte barriere, molte stupide muraglie sono cadute in questi giorni. Anche per noi, che già da tempo ubbidivamo all'inconscia supplica di ogni presenza umana, fu uno stupore sentirci investire, sommergere da tanta ricchezza. Davvero l'uomo, in quanto ha di più vivo, si è svelato, e adesso attende che noialtri, cui tocca, sappiamo comprendere e parlare.

Parlare. Le parole sono il nostro mestiere. Lo diciamo senza ombra di timidezza o di ironia. Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l'uomo e non l'uomo per loro. Sentiamo tutti di vivere in un tempo in cui bisogna riportare le parole alla solida e nuda nettezza di quando l'uomo le creava per servirsene. E ci accade che proprio per questo, perché servono all'uomo, le nuove parole ci commuovano e afferrino come nessuna delle voci più pompose del mondo che muore, come una preghiera o un bollettino di guerra.

Il nostro compito è difficile ma vivo. È anche il solo che abbia un senso e una speranza. Sono uomini quelli che attendono le nostre parole, poveri uomini come noialtri quando scordiamo che la vita è comunione. Ci ascolteranno con durezza e con fiducia, pronti a incarnare le parole che diremo. Deluderli sarebbe tradirli, sarebbe tradire anche il nostro passato».

EL REGRESO AL HOMBRE - CESARE PAVESE (1908 -1950)

Artículo publicado en L'Unità de Turín, 20 de mayo1945.

Desde hace años poníamos atención a las palabras nuevas. Desde hace años percibimos los estremecimientos y balbuceos de las nuevas criaturas, y advertimos en nosotros mismos y en las voces sofocadas de este país nuestro, como un tibio aliento de nacimientos. Pero pocos libros italianos logramos leer en las jornadas ruidosas de la era fascista, en aquella absurda vida desempleada y reducida que nos tocó llevar entonces, y más que libros, conocimos hombres, conocimos la carne y la sangre de donde nacen los libros. En nuestros esfuerzos por comprender y por vivir, nos auxiliaron voces extranjeras: cada uno de nosotros frecuentó y amó la literatura de un pueblo, de una sociedad lejana, y habló de ella, la tradujo, e hizo de ella una patria ideal. Todo eso en el lenguaje fascista se llamaba xenofilia. Los más moderados nos acusaban de exhibicionismo y de fatuo exotismo, los más severos decían que buscábamos en los gustos y en los modelos del otro lado del océano y de los Alpes, un desahogo a nuestra indisciplina sexual y social. Naturalmente, no podían admitir que nosotros buscáramos en América, en Rusia, en China, y quién sabe dónde más, un calor humano que la Italia oficial no nos daba. Y menos aún, que íbamos buscando simplemente a nosotros mismos. Sin duda, fue propiamente así. Allá nos buscamos y hallamos. De las páginas duras y extravagantes de esas novelas, de las imágenes de esas películas, nos llegó la primera certeza de que el desorden, el estado de violencia, la inquietud de nuestra adolescencia y de toda la sociedad que nos rodeaba, podían resolverse y satisfacerse en un estilo, en un orden nuevo, podían y debían transfigurarse en una nueva leyenda del hombre. Esta leyenda, esta clasicidad, la presentimos bajo la dura corteza de un hábito y de un lenguaje no fáciles, no siempre accesibles; pero poco a poco aprendimos a buscarla, a suponerla, a adivinarla en cada encuentro humano. Sabemos ahora en qué dirección nos toca trabajar. Las señales dispersas que en los años oscuros recogíamos de la voz de un amigo, de una lectura, de alguna alegría o de mucho dolor, ahora se han ordenado en un discurso claro y en cierta promesa. Y el discurso es que nosotros no iremos hacia el pueblo. Porque ya somos el pueblo, y todo el resto es inexistente. Iremos más bien hacia el hombre. Porque el obstáculo, la corteza para romper es ésta: la soledad del hombre, la nuestra y de los demás. La nueva leyenda, el nuevo estilo, es nada más esto. Y, con esto, nuestra felicidad.; Proponerse ir hacia el pueblo es, fundamentalmente, confesar una mala conciencia. Ahora bien, nosotros tenemos muchos remordimientos, pero no el de haber olvidado de qué carne estamos hechos. Sabemos que en ese estrato social que suele llamarse pueblo, la risa es más franca, el sufrimiento más vivo, la palabra más sincera. Y eso sí lo tenemos en cuenta. ¿Pero qué otra cosa significa esto, sino que en el pueblo la soledad ya está vencida, o rumbo a ser vencida? Como en las novelas, en las poesías y en las películas que nos revelaron a nosotros mismos en un pasado reciente, el hombre era más franco, más vivo y más sincero, más vivo y más sincero que en todo lo que se hacía en nuestra propia casa. Mas no por eso nos confesamos inferiores o distintos de los hombres que hacen esas novelas y películas. Como para ellos, para nosotros la tarea es descubrir, celebrar al hombre más allá de la soledad, más allá de todas las soledades del orgullo y del sentido. Estos años de angustia y de sangre nos han enseñado que la angustia y la sangre no son el final de todo. Una cosa se salva del horror, y es la necesidad del hombre de ir hacia el hombre. De esto estamos bien seguros, puesto que el hombre nunca ha estado tan solo como en estos tiempos de espantosa soledad. 
Hubo días en que fue suficiente la mirada, el guiño de un desconocido, para hacernos estremecer y detenernos en la caída. Sabíamos y sabemos que en todas partes, en los ojos más ingeniosos o más torvos, anida una caridad, una inocencia que compete a nosotros compartir. Muchas barreras, muchas estúpidas murallas han caído en estos días. También para nosotros, que desde hace tiempo obedecíamos a la súplica de cada presencia humana, fue un estupor sentirnos investidos, sumergidos por tanta riqueza. Verdaderamente, el hombre, por lo que tiene de más vivo, se ha revelado, y ahora espera que nosotros tengamos la capacidad de comprender y de hablar. Hablar. Las palabras son nuestro oficio. Lo decimos sin timidez o ironía. Las palabras son tiernas cosas, intratables y vivas, pero hecha por el hombre y no el hombre para ellas. Todos sentimos que vivimos en un tiempo en el cual es necesario reubicar las palabras a la sólida y desnuda claridad de cuando el hombre las creaba para servirse. Y nos sucede que, debido a eso, porque sirven al hombre, las nuevas palabras nos conmueven y aferran como ninguna de las voces más pomposas del mundo que muere, como una plegaria o un boletín de guerra. Nuestra tarea es difícil, pero viva. Nuestra tarea es la sola que tiene un sentido y una esperanza. Son hombres los que esperan nuestras palabras, pobres hombres como nosotros cuando olvidamos que la vida es comunión. Nos escucharán con dureza y con confianza, listos a encarnar las palabras que diremos. Desilusionarlos sería traicionarlos, sería traicionar también nuestro pasado.