RIPENSARE IL FUTURO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

di Michele Petrocelli

Tosto F. - "Maredopo"

Si potrebbe riprendere il titolo di uno scritto del filosofo, sociologo e psicologo austriaco, Paul Watzlawick, per descrivere tutto quanto stiamo vivendo in questi ultimi due mesi e quanto il futuro ci sta prospettando: Istruzioni per rendersi infelici.

Una immensa scorpacciata di ipotesi, tesi e antitesi allo stesso tempo, che si riduce in vomito continuo e isterico di informazioni e contro informazioni persistenti e ripetute quasi come un mantra. All'epoca dell'informazione digitale altro non poteva essere, se non aumentare, in maniera extra large la messe di esperti in questa o in quell'altra materia ad argomento fisso, l'epidemia di Coronavirus e soluzioni per sconfiggerla. Per non parlare, poi della vecchia, cara televisione o almeno di una certa parte di essa che, invece di cercare un tentativo di riqualificazione, nel momento dell'emergenza, alimenta fiamme e blasfemia, culturale s'intende, a più non posso con improbabili sostituzioni in grande stile: ci si sostituisce a medici esperti riconosciuti sul tema, ci si sostituisce a economisti di fama internazionale e addirittura si soppianta Sua Santità nell'opera di preghiera e redenzione delle anime. Ma tant'è, viviamo i nostri tempi, che hanno visto gradualmente lo smantellamento sociale di un sistema semplice basato sulla semplice espressione: cittadino/persona/famiglia-gruppo/società-Istituzione/Stato.

Economia e lavoro

Problema rilevante e di assoluta preminenza è quello relativo alle questioni economo-finanziarie e del lavoro che con lo stato d'emergenza vigente sembrerebbero prospettare torbide e tempestose immagini. Il condizionale lo teniamo perché forse non ne siamo del tutto certi. Almeno se cerchiamo di distinguere tra economia e ripresa della stessa e interessi legati ai grandi gruppi finanziari che governano il pianeta. Delle due l'una, oppure si potrebbe cercare una pacifica convivenza tra entrambe; ma andiamo con ordine. Nel merito del nostro Paese, l'Italia, vista all'interno del contesto europeo, non sembra che le cose stiano procedendo, come ingenuamente si era pensato che fosse fino a circa due mesi fa. Diciamo che qualche incrinatura, anche grave, c'è stata ma a mio avviso del tutto sanabile. A oltre sessant'anni dai Trattati di Roma ritengo che nessuno abbia interesse alla distruzione di un lungo e faticoso cammino che ci portati fino a qui. Forse l'errore è stato quello di fondare e sviluppare l'Europa sul piano economico e non social-culturale come, penso dovesse essere, prima di tutto. Economia, finanza e politica si sarebbero accodate naturalmente senza prevalere e giocando ognuna al proprio posto. Se così fosse accaduto, probabilmente la soluzione dei problemi avrebbe imboccato strade diverse da quelle contemporanee, praticando percorsi di collaborazione, cooperazione e inclusione, nelle decisioni, di sicuro più strutturati. Da più parti, oggi, la parola cooperazione è usata e abusata perché nel secondo caso non in linea con quella che è la stessa esegesi del termine e, dunque, in contrasto con la pragmatica quotidiana del pensiero comune economico europeo. Si faccia attenzione, la mia non vuole essere una critica all'Unione Europea. Sono un convinto assertore dell'Europa unita, che pur con le sue tante lacune e diversità (economiche, politiche e sociali) è necessaria per lo sviluppo delle Nazioni che ne fanno parte. E non penso di sbagliare se dico che le critiche son ben accette se portano a riflessione e pensiero e, soprattutto a proposta. Alla fine l'Europa ci penserà a noi italiani come ai francesi, agli spagnoli e anche ai tedeschi. La storia non si fa con i "se" , ma i "se" servono a comprenderla. E oggi quei "se" sono venuti a galla e il tempo per provare a dare una svolta d'indirizzo nella ricostruzione di un'entità comune europea è giunto. Non facciamoci sfuggire questa importante occasione, perché così non va, in quanto l'Unione Europea, oggi, è prima di tutto la forma politica di un rapporto sociale e, precisamente, di un rapporto sociale imperniato sul dominio del capitale finanziario. L'architettura monetaria che esso ha posto al suo fondamento (l'euro che dovrà diventare lo strumento realmente funzionale di tutti i cittadini europei, ma che oggi è apparato strumentale funzionale del capitale) serve a stabilizzare il potere dell'oligarchia liberista che governa l'Europa. L'epidemia di Covid-19 ha scoperchiato le carte svelando il pretenzioso progetto, "Di estirpare alla radice il welfare novecentesco attraverso la riduzione dei salari a livelli di sussistenza, consegnare alla marginalità le forme di aggregazione sociale e politica di impronta classista, con l'obiettivo di rendere strutturale l'estrazione di plusvalore assoluto dal lavoro vivo", come ricordano Ciofi e Lopez nel volume: Berlinguer e l'Europa, i fondamenti di un nuovo socialismo.

Oggi è necessario un ripensamento complessivo del concetto di Europa e il processo catartico ci viene offerto proprio da un virus, particella infestante e distruttiva. E come un'araba fenice, post fata resurgo, l'Europa deve necessariamente diventare una comunità riconosciuta di democrazia condivisa, senza personalismi e gelosie, nel pieno spirito di ciò che voleva essere l'ambizione politica del Manifesto di Ventotene: promuovere su basi inedite lo sviluppo della democrazia.

Oggi diremmo condivisione, cooperazione e solidarietà in ogni direzione.

E in tal senso, dunque, la problematica economica, va di pari passo con quella del lavoro, allo stato, direi, presa un po' sottogamba dai governanti nazionali e meta nazionali. Il rilancio di politiche del lavoro ad ampio respiro e con potenziale grado di accesso a una larga platea di cittadini dovrà contemplare elementi quali parificazioni salariali reali in funzione del costo della vita, revisione degli orari di lavoro, utilizzo delle nuove tecnologie per l'implementazione del lavoro a distanza, una decisa attenzione alle questioni della sicurezza e della previdenza. Solo così potremmo inaugurare una nuova era che porti a una graduale, anche se non facile, riduzione e perché no, eliminazione, delle disuguaglianze.

La politica

La politica in questo frangente, se da un lato sta affrontando (per quanto possibile con un discreto ordine) il momento, dall'altro si lascia andare, ma è costume corrente ormai da anni, a veri e propri scivoloni poco degni del ruolo che le compete. Il tutto in pasta social web o televisivo al fine di coinvolgere un parterre più ampio possibile con l'obiettivo di serbare voti per il futuro. Inoltre tutto questo arriva da degni (solo perché da qualcuno votati con leggi elettorali alquanto dubbie) rappresentanti del popolo che in termini di investitura di un mandato, nel senso di rappresentanza della nazione, nulla ha a che fare con il precipuo carattere pubblico rappresentativo. Il dispiegarsi del carattere pubblico rappresentativo, oggi, sembra essere legato, come in tempi passati a insegne, habitus, gestus e a forme di retorica più o meno brillante. Trasferiamo tutto questo in uno schermo piatto o sui media internet, moltiplichiamo per milioni e il gioco è fatto. Ecco allora gli stemmi e le bandiere, le giacche, i giubbotti e le felpe, i crocifissi e le preghiere ostentate e i discorsi sempre più banali ma che colpiscono nel segno di una popolazione stanca, svogliata e svuotata di ogni interesse se non quello della polemica dell'accusa e della rissa spicciola che dà visibilità e notorietà per pochi ma intensi minuti. Ed ecco che il concetto di opinione pubblica, per dirla alla Habermas assume la veste di Finzione del diritto pubblico. E ancora, Il termine 'opinione pubblica' assume un diverso significato a seconda che sia impiegata come istanza critica in rapporto alla pubblicità normativamente richiesta dell'esercizio del potere politico e sociale o assunta come istanza ricettiva in rapporto alla pubblicità diffusa in modo dimostrativo o manipolativo a favore di persone o istituzioni, beni di consumo e programmi (Habermas). Non è forse ciò al quale stiamo assistendo ancor più in queste ultime settimane? E l'opinione pubblica soggetto della volontà popolare, nelle democrazie contemporanee è così, ondeggia ora a un lato ora all'altro, cogliendo i segnali alquanto espliciti di rappresentanti eletti dello Stato che fanno a gara a contendersi l'ultima parola.

In un Stato democratico di diritto e dove la gestione della comunicazione non si traduce in controllo coatto seppur velato ma in condivisione degli strumenti utilizzati in modo etico e partecipativo, tutto ciò non dovrebbe avvenire. Ma la subordinazione dei media al potere politico è cristallina, il controllo più o meno diretto è utilizzato per mantenere il potere e influenzare i cittadini, cosicché i media diventano semplici canali per diffondere il messaggio politico. Ora, in condizioni di normale agone potremmo pure accettarlo ma in situazione d'emergenza come quella che stiamo vivendo, no. Anche perché a lungo andare, il tutto sta diventando stucchevole e indigeribile alimentando ancor più il rigetto verso la politica (in senso nobile) da parte dei cittadini. Inoltre con l'evidente rischio di confondere e non risolvere le domande che in tempi di Covid-19 il popolo si pone e alle quali cerca risposte. Compito della politica, dunque, è quello di farsi carico del problema, analizzarlo e per quanto possibile, dare delle soluzioni, e questo vale per tutti; per chi governa e per chi fa l'opposizione.

Per fortuna, almeno, nel nostro Paese c'è un testo riconosciuto in ambito internazionale tra i pochi completi ed esaustivi in termini di diritti, la Costituzione, dal quale non ci si può discostare e il suo garante è un signore con i capelli bianchi ora un po' lunghi e spettinati, che a volte decide di parlare cercando di rimettere sui giusti binari tutto il tracciato.

La socio-cultura

Alla fine chi si salverà? Chi ci salverà? Chi esporrà tesi e antitesi e farà la sintesi?

In primo luogo il soggetto: l'uomo in quanto essere umano che dovrà riscoprire il senso stesso di essere umano. Questa catastrofe ci ha fatto dimenticare quasi tutto quanto avevamo discusso fino a due mesi fa. Le guerre e i conflitti, la povertà in determinate zone del mondo, i processi migratori, l'inclusione e la condivisione delle culture. Non mi ha mai stimolato simpatia la giovane Greta ma le sue questioni sull'ambiente sono un punto di ripartenza fondamentale per tentare, se non altro, di ricostruire un altro mondo, un altro tipo di società. In termini ecologici non solo ambientale ma, per dirla alla Bateson, sarà necessaria un riforma ecologica della mente.

Ci siamo accorti che navigavamo in solitudine pur essendo in mezzo a moltitudini di persone accalcate per ogni cosa. Ci siamo ritrovati, a un tratto, distanziati socialmente, in un impeto di solidarietà e cooperazione pressoché sconosciuta ai più. Le musiche e i balli sui balconi e le terrazze, forse anche per quel senso di webbistica visibilità che ormai fa parte di noi, ci hanno fatto riscoprire, per un attimo, quel senso di comunità che va ben oltre il concetto di presunta e autoritaria (ma non autorevole) autarchia, spiattellata nei mesi addietro da politicanti da quattro soldi.

Il virus ci sta dando un'altra opportunità. Quella di ricostituire/ri-costruire la nostra società. Partendo magari da alcune parole come cooperazione e intercultura che rappresentano il trait d'union per la ricerca di un accordo, di un nuovo patto sociale. Un patto basato sull'utilizzo e la comprensione, nella diversità, di uno stesso linguaggio. Questo, sia chiaro, non vuole significare un nuovo appiattimento ideologico/culturale verso un altro pensiero unico ma dovrà puntare alla possibilità di espressione da parte di tutti di esporre la propria idea e condividerla il più possibile. È evidente che questo non sarà possibile farlo in un tempo breve ma di sicuro ci vorrà il contributo di tutti. La cultura nelle sue forme più diverse potrebbe diventarne il traino e la scuola lo strumento primario, il braccio armato, per così dire. L'istituzione scolastica italiana ha visto rappresentare in sé, tra le ultime in Europa, la multiculturalità. Un'esperienza non sempre vissuta in maniera corretta e non certo per responsabilità degli insegnanti (da più parti additati come i principali artefici della decadenza del sistema). Anche in questo caso è facile riscontrare nella classe politica la responsabile di errori reiterati per decenni, che non ha saputo comprendere (era da prevedere) i cambiamenti che la naturale evoluzione sociale prospettava. La nostra scuola, in tutti i suoi ordini e gradi, è abitata da studenti italiani e da altri provenienti da tutte le parti del mondo, che seguono genitori e adulti in lunghe e sofferte migrazioni tra città e Paesi. Il rapporto educativo che si sviluppa nelle classi, dunque diventa sempre più complesso con forti implicazioni di tipo cognitivo e affettivo, sociale e relazionale. Dunque l'approccio a un'educazione interculturale potrebbe diventare lo strumento per affrontare la complessità della realtà contemporanea al fine di consentire a più culture di convivere ed entrare in relazione tra loro. Pertanto cittadini/studenti/insegnanti-gruppo classe/famiglia-istituzioni locali/Stato.

L'oggetto, è lo stesso: l'uomo, in quanto Stato e rappresentante della sfera pubblica che dovrà diventare condivisa. Ciò non significa la perdita di determinate libertà ma di un accrescimento del potere di protagonismo sociale e culturale. Riprendo Hegel: La realtà è perfettamente conoscibile; nella realtà non c'è nulla di misterioso; l'interno della realtà è la nostra stessa ragione. Ciò significa che nella realtà c'è la nostra ragione: spetta a noi cercarla, utilizzarla in modo corretto e renderla disponibile a tutti, condividerla. Si tratta di intraprendere una nuova strada, forse: lasciarci alle spalle la classificazione delle categorie ancien regime, oltrepassare il fiume, anche a nuoto se necessario, e costruirne di nuove, magari meno rigide ed eticamente non escludenti.