RINASCITA? CAMBIAMENTO

Non si esce dalla guerra di oggi senza un nuovo paradigma culturale e politico

di Giorgio Mele

Guernica – Pablo Picasso
Guernica – Pablo Picasso

Settantacinque anni fa di questi tempi stava arrivando alla sua conclusione la guerra più devastante della storia umana con i suoi quasi cento milioni di morti. Per sei anni il mondo era stato devastato, distrutto con una ferocia inedita. Il nazismo e il fascismo avevano tentato di impadronirsi del mondo e di imporre a tutti la loro terribile ideologia di sopraffazione, distruzione e di morte. Quando la guerra finì c'era da ricostruire tutto specialmente in Europa, che non si era ancora ripresa dalla mattanza della Prima guerra mondiale e dalle conseguenze della crisi del 29.

Bisognava rimettere in piedi dovunque la convivenza sociale che era stata minata nel profondo. Le ricette politiche, economiche, sociali liberali avevano fallito. Solo l'America centro della crisi finanziaria aveva adottato un nuovo modello con il New Deal roosveltiano. L'ordine mondiale era stato sconvolto.

Occorreva ricostruire con il consenso di milioni di uomini che avevano sofferto morte, povertà e violenza.E per questo serviva uno sforzo nuovo che restituisse credibilità agli stati e costruisse un nuovo equilibrio internazionale.

Nel 1942 Lord William Beveridge (1879 - 1963, Regno Unito) presentò al parlamento britannico un Rapporto in cui si delineavano i caratteri essenziali di un moderno stato sociale che doveva essere gestito da un'unica entità e, quindi, centralizzato per una maggiore efficienza ed economicità ; essere universale ( accessibile a tutte le classi sociali senza alcun limite di reddito e coprire tutte le evenienze ) e finalizzato alla sconfitta di cinque flagelli : l'insicurezza del reddito, la malattia, l'ignoranza, la miseria, l'ozio determinato dalla disoccupazione. Conseguentemente venivano indicate politiche e provvedimenti di grande importanza come un reddito minimo sufficiente, nel momento in cui la capacità di guadagnare del singolo si interrompe per svariati motivi; assegni familiari per i figli sino a 15 anni, servizi per la salute, per l'educazione e, naturalmente, politiche per la piena occupazione perché nessun piano sarebbe finanziariamente sostenibile in presenza di una disoccupazione di massa.

La proposta di Beveridge ebbe una grande eco e contribuì in maniera determinante all'accettazione e alla diffusione, subito dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale dell'idea di uno Stato capace di farsi carico di tutti i problemi sociali dei suoi cittadini in ogni momento della loro esistenza. Questa proposta politica troverà una legittimazione importante nella formulazione delle grandi costituzioni democratiche postbelliche e nella carta dei diritti dell'ONU. A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale si avvia, certo con differenze e contraddizioni, in tutto l'occidente sia capitalistico che socialista, la stagione più avanzata dal punto di vista sociale di tutta la storia umana.

La nostra costituzione, che entra in vigore il 1gennaio del 48 è figlia di questa fase del tutto particolare. Rispetto ad altre carte costituzionali quella italiana, grazie alla forza dei partiti di sinistra è caratterizzata da un maggiore attenzione alla solidarietà sociale, ai diritti, al valore del lavoro. E pur con grande difficoltà è stata punto di riferimento per orientare tra mille contrasti la storia sociale e politica del nostro paese.

Come sappiamo negli ultimi 40 anni sotto la spinta neoliberista sono stati attaccati con sistematicitài fondamenti dello stato sociale. Ciò ha trasformato profondamente la struttura sociale e culturale delle nostre comunità. Si è verificata una sorta di secessione dei ricchi dal resto della civitas, che si presenta nelle forme di un moderno assolutismo, con la formazione di una moderna e ristretta aristocrazia, che guarda con sufficienza e disprezzo il resto del mondo, quelli che non ce la fanno. E domina con protervia secondo le proprie convenienze e interessi.

La crescita delle diseguaglianze ha prodotto una regressione drammatica della cittadinanza politica e sociale. A partire dalla privatizzazione del diritto della salute e dell'istruzione e con la precarizzazione del lavoro.

Questa situazione si è fatta ancora più complessa con l'esplodere della crisi del 2008 che ha sconvolto la vita di milioni di uomini e ha aperto un conflitto politico strategico che non si è ancora concluso.

In questo contesto difficile a 75 anni dal 1945 è cominciata un'atra guerra, quella della pandemia del cosiddetto Covid.19.

Una guerra globale, che non ha confini. Certo non si scontrano eserciti, non si sente il crepitare delle armi, delle bombe ma si sente ovunque l'odore acre della morte che quotidianamente ci viene proposto con la freddezza razionale dei numeri ma che indica ugualmente la dimensione della tragedia di cui non si vede la fine e se ci sarà una fine.

A fronte della potenza inedita del virus si sono rivelati pesantemente inadeguati tutti i sistemi sanitari. Quello della Cina cosiddetta comunista/capitalista che pur arginando parzialmente l'infezione ha nascosto il reale numero dei morti e ora deve fronteggiare i nuovi focolai in altre zone del paese. E quelli dell'occidente che in forme diverse in questi anni hanno intaccato pesantemente il principio universalistico del sistema sanitario pubblico e ora siamo al disastro con migliaia di morti ovunque. E questa crisi sanitaria a cui non si riesce ancora a far fronte ha prodotto la più grande crisi economica che come afferma il Guardian eclisserà quella del 2008.

Come dice Zizek questa crisi, con le sue dimensioni immense, è frutto del "capitalismo dei disastri" di questi ultimi 40 anni, della società della concorrenza spietata, di chi ce la fa. Non è un caso forse che l'epidemia sia scoppiata nei punti alti dello sviluppo a Wuahn, in Lombardia, in Spagna, in Baviera, a New York.

E se questo è vero non si esce da questa vicenda riproponendo ciò che c'era prima, ciò che sta alla base dei disastri. Come dopo la Seconda guerra mondiale occorre cambiare registro e cercare di imporre un nuovo paradigma culturale e politico. Che riponga al centro l'interesse collettivo contro il meschino interesse individuale, ridia allo stato la sovranità sulle grandi istituzioni di interesse pubblico, sulla sanità, sulla scuola, sull'ambiente, sul lavoro.

Non è una impresa facile, tutt'altro, perché diversamente che nel dopoguerra il vento che tira non è favore delle idee di sinistra. La destra cerca di utilizzare la crisi sanitaria per cambiare gli assetti di potere, per imporre una svolta autoritaria come ha fatto Orban in Ungheria, seguito da altri suoi emuli invarie parti del mondo.

Da questa guerra non si esce per forza come fu di fatto nel 45 verso un equilibrio sociale e politico più avanzato. Ci potremmo trovare di fronte a sgradevoli sorprese.

Per questo penso che si debba perseguire, specialmente in Italia l'obiettivo di lavorare ad una svolta con fermezza ma anche mantenendo saldi i legami di una più ampia alleanza democratica contro i pericoli di una destra sempre più pericolosa.