LE PAROLE FRA NOI

Ricordi: Luigi Rigoni ovvero la parabola di un attore eccellente ed incompiuto

di Marco Palladini

"Così vivo, così adolescente": era questo il titolo della serata che si è svolta lo scorso 3 maggio al Teatro Tordinona di Roma per ricordare Luigi Rigoni, un talentoso e sfortunato attore morto troppo presto, a meno di 52 anni nella calura d'agosto del 2017. È stata una bella, emozionante serata voluta e coordinata da Imma Giovannini, con la esperta regia teatrale di Marco Solari, che ha coinvolto un folto gruppo di attori e poeti amici di Rigoni, tutti impegnati a leggere i suoi versi ora mercuriali (in particolare Il poema di AS), ora sofferti ed ironici o esistenzialmente desolati. Le letture sceniche assai variegate e diversamente empatiche si sono intrecciate a momenti coreutici (con la danzatrice Vittoria Maniglio), a frammenti video di alcuni spettacoli interpretati da Rigoni, a intervallate clip audio dove si ascoltavano i suoi esilaranti scherzi telefonici ai danni dei botteghini di molti teatri e teatrini romani, sino alla terminale performance artistica del pittore Giancarlino Benedetti Corcos.
Giusto rammentare i nomi dei partecipanti, ciascuno con il proprio stile espressivo: Patrizia Bettini, Maria Grazia Calandrone, Laura Cingolani, Daniela Coelli, Mariaelena Masetti Zannini, Priscilla Micol Marino, Rossella Or, Guidarello Pontani, Davide Quercia, Lidia Riviello, Alessandra Vanzi, Sara Ventroni e Paolo Zambiasi.
C'era anche il sottoscritto, che ha recato pure una sua ulteriore testimonianza unitamente a Pippo Di Marca, Salvatore Sansone e Alberto Di Stasio. Il momento testimoniale più forte e intenso è stato, comunque, quello con Sandro Berdini, il regista che più a lungo ha lavorato con Rigoni, vivendo quasi in simbiosi artistico-esistenziale con lui per almeno una quindicina di anni e finendo per scrivere a quattro mani anche un paio di libri narrativi derapanti e godibilmente sconclusionati. Conosco da una vita Sandro, conosco il suo fare smagato, disincantato, spesso cinico, da artista-politico quale è, vederlo commosso e in reale difficoltà a saper trovare le giuste, misurate parole per dare conto del legame profondo che c'era stato con Luigi, devo ammettere che ha sorpreso pure me.
Da rilevare che in sala a fare delle riprese con un suo operatore era presente, in sportiva felpa blu, pure il regista Matteo Garrone, che aveva diretto Luigi nel film Estate romana (2004).

L'intera serata può essere, in ogni caso, rivista sul sito e-Performance:
https://www.e-performance.tv/2018/05/cosi-vivo.html

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Per quanto concerne i miei personali ricordi, Rigoni lo avevo incrociato circa una trentina di anni fa, poco dopo la sua venuta nella capitale da Modena dove era nato nel 1965. Era calato a Roma con il mito di Carmelo Bene in testa, un mito distruttivo per un attore, se non si sa prendere una sana distanza critica da un genio inimitabile come C.B. . Cercai di farglielo comprendere. A vent'anni o poco più, quando ci si sente invincibili e in grado di spaccare il mondo, non è facile. Ma Luigi era intelligente e sensibile, a dispetto di un fisico massiccio e di un fare guascone. Cercava di muoversi nell'area della sperimentazione teatrale capitolina, cercando una sua cifra artistica via via non epigonale. Era in primis interessato alla poesia in scena: fece La vita assente - storia di A. Rimbaud (1991), Trio per i sonetti di Petrarca (1993), Omaggio a Gino Scartaghiande (1994), Majakovskij di Valentino Zeichen (1995); poi diretto da un complice Simone Carella recitò La Gerusalemme liberata (1995) e Visita guidata di Velimir Chlebnikov (2000).
La sua natura sversata e beffarda lo portava quasi sempre a fare scelte teatrali per nulla ovvie, anticonvenzionali, quasi eccentriche, per esempio interpretando Sade '92 ovvero l'intelletto ovvero il riverbero dei sensi (1992), Andy Warhol con Guidarello Pontani (1995), Duetto neroniano (1997) e Io Io Io... Buck Mulligan e l'Omphlos (1997), ispirato all'Ulisse di Joyce. Colpiva certamente di Rigoni in scena l'impatto fisico tra il boxeur e il ballerino, la sua voce baritonale, ben impostata e scandita, ma sempre con un sottofondo di sottile presa in giro, e il suo sorriso ora marpionesco e ora disarmato e fragile come di un ragazzo stupefatto dalle infinite metamorfosi del reale.
Del suo lungo sodalizio con Berdini, io rammento tra gli spettacoli migliori Nero di luna da Tommaso Landolfi (1992), Empedocle Tiranno (1994) e Shylock e Faust (1996) entrambi scritti da Maurizio Grande (critico-teorico, guarda caso, di Carmelo Bene), Arancio di Franco Cordelli (1997), Per tre sorelle da Cechov (1999). Un altro lavoro, che però non vidi, con Berdini si chiamava Non sono mai stato così vivo, mai così adolescente (2000), ispirato a Cesare Pavese, che ha poi suggerito il titolo della serata-omaggio. Nel corso della quale si è visto anche un frammento del documentario di Francesco Cordio Lo Stato della follia sulla situazione (aberrante) degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Un estratto in cui compariva Rigoni in camicia e pantaloni blu, ma non in veste di attore, bensì di testimone ex detenuto nell'OPG di Aversa, che raccontava la vicenda allucinante del suo internamento.
Eh sì, perché Luigi dedito al bere e quindi incapace di controllarsi si era infilato in questo inizio di secolo XXI in un tunnel di negatività, anche affettiva e familiare, ed era finito prima in galera e poi in manicomio. È stato un periodo buio in cui personalmente non l'ho più visto, posso soltanto immaginare che la sua infelicità e il suo disagio potessero riguardare non tanto la 'carriera' o il trivial 'successo' che credo lui non abbia mai inseguito, ma piuttosto il progressivo dissolversi della sua area teatrale di riferimento, come un prosciugarsi di una couche amniotica che ti lascia disorientato e solo.
La bellezza, allora, della serata del 3 maggio è dipesa, forse, anche dal fatto che almeno una significativa porzione del fu teatro di ricerca romano, si è ritrovata e, forse, ha capito che, al di là del momento commemorativo, avrebbe ancora qualcosa di significativo e importante da dire in quest'epoca di imbarbarimento e di nichilismo diffuso. Col suo sorriso spavaldo e spaventato, perplesso e giocoso, penso che Rigoni annuirebbe convinto. Non ho neppure capito come e di che è morto Luigi, forse mi dicono per una infezione ai polmoni non diagnosticata in tempo o trascurata, chissà. Mi resta nella memoria la grana impunita della sua calda voce, e la sua immagine di attore di eccellenti mezzi e di spiccate attitudini intellettuali e culturali, la cui traiettoria è però rimasta incompiuta, si è interrotta al di sotto delle potenzialità grandi che aveva mostrato di avere. Peccato davvero.

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Da ultimo ecco il testo poetico che gli ho dedicato e che ho recitato il 3 maggio al Tordinona:

Missiva postuma a Luigi
(a Luigi Rigoni, 1965-2017)

Che Carmelo, il Bene del nuovo teatro
potesse diventare il tuo male
te lo dissi molti anni or sono,
la prima volta che ti vidi in scena.
"Sii te stesso, Luigi Rigoni e basta"
dichiarai secco e tu guardavi in tralìce,
sembravi un poco o tanto infastidito.
Poi la tua devota maniera 'filocarmelitana'
crescendo e maturando si dissolse
e l'attore Rigoni apparve in tutta
la sua potente misura che era una dismisura
per impeto ed ironica iattanza
per sicurezza e massiccia presenza
per vis recitativa e voce espansa.
Dopo un po' però ti persi di vista,
nella declinante sperimentazione capitolina
erratico e lampeggiante il tuo percorso
mi pareva una epifania scaturita
da un voler restare nascosto ed imprendibile,
mentre forse era soltanto la dannazione
di un mal di vivere che non trovava requie
se non in un tormentoso stato alcolico.
Il battello ebbro del tuo teatro
fece ad un certo punto naufragio e seppi di te
per brutte vicende e tristi epiloghi in prigione
e ad Aversa in manicomio giudiziario.
Di fatto calò per me il sipario su di te,
persino la tua precoce morte a soli 51 anni
mi sono perso e forse è stato meglio così,
la luttuosa notizia mi avrebbe amareggiato
e fatto pensare al tuo fulgido talento di attore
sprecato, gettato in più di un senso alle ortiche.
Ma, capisco, ciascuno ha il suo karma
e tu di certo non eri un ragioniere o un lecchino,
bensì un artista per passione e dissipazione
al pari di Vittorio Vitolo alias Victor Cavallo
che ammiravi credo pure per il suo impavido
affacciarsi sull'abisso, avendo l'abisso dentro di sé.
Parce sepulto e io rivedo la tua aperta faccia sgherra
che attraversa con noncuranza un tempo memoriale
in questa mia piccola missiva postuma e irrituale.