BERLINGUER

RICORDARE BERLINGUER... RIPENSARE BERLINGUER

di emmequ

A 35 anni dalla morte, Berlinguer è vivo più che mai. E fa ancora paura ai reazionari e ai rinunciatari della seconda Repubblica. Se ne parla, ma quasi sempre deformando il suo pensiero o riducendolo ad un'agiografia per anime belle. Un grande quotidiano e il suo esimio direttore, maître à penser dell'Italia che si arrendeva, per la penna di una grande giornalista invitarono a "Dimenticare Berlinguer". L'ordine fu eseguito, anche da coloro che dovevano a Berlinguer e a quel PCI tutto ciò che erano: e da quel momento iniziò la resa teorica e poi politica al pensiero unico e al TINA, cioè al nuovo capitalismo. Fino alla odierna debacle. Riprendiamo in ogni forma il "racconto" di Berlinguer: per farne, con Gramsci, la base teorica da cui può muovere il pensiero socialista nuovo che oggi è necessario; e per riprendere il cammino nelle nuove condizioni... 

 Può darsi che al "racconto" di Berlinguer vengano oggi solo alcuni anziani "partigia", ma sono certo che insieme a loro, magari soltanto pochi, ci sarà anche qualche giovane che non accetta di vivere nel mondo così com'è e che vuole per sé e per gli altri un futuro di libertà, di diritti, di progresso sociale ed umano. E si ascolteranno e diffonderanno parole che non si sentono più in nessun luogo di questo asfissiante festival dell'ignoranza della disinformazione e della menzogna. Parole "come pietre", parole che verranno bollate come "antiche" da chi non sa, o mente sapendo di mentire, che il "futuro ha un cuore antico" e "senza memoria non si può fare nulla e non siamo nulla". Saranno piccoli fuochi, ma "poca favilla gran fiamma seconda"... se la lucerna non sarà chiusa nel moggio...

Il pensiero (e l'iniziativa politica) di Berlinguer, ad esempio quello condensato nel famoso discorso "sull'austerità alla cultura italiana " rivolto al Paese e al Movimento Socialista internazionale per il tramite della cultura italiana, viene svolgendosi mentre si delineano le premesse della crisi dell'URSS (fallimento della distensione nel '78− '79, uscita della Cina dall'isolamento, preparazione dell'offensiva USA del cosiddetto "scudo spaziale") e mentre si prepara, a dispetto delle splendide vittorie del '75 − '76 in Italia e in altre parti del mondo (Viet Nam, Portogallo...), la grande svolta della globalizzazione e del nuovo capitalismo. Quel pensiero è in realtà un'acuta visione non solo dello stato delle cose nel mondo (Der Stand der Dinge ) ma di ciò che era per accadere ed accadde di lì a non molto, con la vittoria di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan, con la fine del keynesiano cosiddetto trentennio glorioso, con la sconfitta storica del "socialismo reale" e della socialdemocrazia europea dopo la liquidazione di Brandt e Palme, con la risposta globalistica e finanziaristica del capitalismo mondiale e le drammatiche catastrofiche conseguenze (tutte previste da Berlinguer) che ne sono derivate: la demolizione non dello stato−potere ma dello stato sociale, per dar corso e via libera al sistema mondiale del massimo sfruttamento degli esseri umani e della natura; al sistema delle molteplici forme di vera schiavitù, come dice Bergoglio, mai così estesa e profonda da che esiste il genere umano; alla crescita esponenziale delle disparità ed ingiustizie. A questa immane successione «di disastri di un mondo sottomesso alla legge del monetarismo ad oltranza, i continenti sprofondati in un'irri­mediabile miseria, la devastazione planetaria, xenofobia, razzismo, mafie eurobancarie, pulizie etniche, universale pia­nificazione orwelliana...» (Juan Goytisolo).

La linea indicata da Berlinguer è quella di una politica di austerità e di rigore, che è però tutt'altro da quella degli odierni rigoristi europei ed italiani. E naturalmente tutt'altro anche dalla confusa demagogia dei nostri infausti diadochi, fondata sul semplice sfondamento del debito pubblico e sul contrasto (fittizio e tutto elettorale) all'Europa di Maastricht, senza ed anzi contro una visione realmente popolare e di classe della società e dell'Europa. Ma una politica che "può essere adoperata non come strumento di depressione economica, di repressione politica, di perpetuazione delle ingiustizie sociali, ma come occasione per uno sviluppo economico e solidale nuovo, per un rigoroso risanamento dello Stato, per una profonda trasformazione dell'assetto della società, per la difesa ed espansione della democrazia: in una parola, come mezzo di giustizia e di liberazione dell'uomo e di tutte le sue energie oggi mortificate, disperse, sprecate... per instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova."

Questa linea (che un Papa comprende e fa propria) dovrebbe essere ancora, la possibile, necessaria risposta delle forze democratiche e socialiste, laiche e riconducibili ai principali sistemi religiosi, al dominio globale dell'odierno capitalismo e ai problemi umani, sociali e di democrazia e pace che esso produce. Non un arresto dello sviluppo, ma l'avvio di un nuovo modello: di sviluppo sostenibile o piuttosto di autentico e reale progresso civile, culturale ed umano. Non il socialismo − chiarisce Berlinguer − ma l'avvio di un cambiamento che ponga in Italia e nel mondo le basi per una civiltà superiore.