RICORDANDO GIANNI RODARI: DAL "COLORE DEI MESTIERI"

A "PINOCCHIO NEL PAESE DEI DIRITTI"

di Benedetto Tudino

"Toh, Qualcuno s'è perso un romanzo!".

Vorrei, a cento anni dalla nascita, ricordare Gianni Rodari come lo scrittore che, con le sue storie ha messo in subbuglio la letteratura per ragazzi, dando voce a luoghi e personaggi che neanche si pensava l'avessero. Un ricordo che non si propone di celebrarlo, non gli sarebbe piaciuto, ma di raccontarvi del nostro incontro e rapporto, decisivo per la mia vita, da quando quella volta, ascoltata la mia prima filastrocca: "La nonna di Pippo"[1], mi incoraggiò dicendo: "Tu, cose così, le tieni in un cassetto?"

Certo, qualche nota storica è importante per capire quanto fosse rilevante e pregna di significati la sua vita e quanto fossero presenti, nei suoi scritti,i luoghi e i personaggi della sua esistenza.

Proprio da questa considerazione prende spunto il titolo di questo intervento. È capitato più volte che, trovando una penna persa, dopo averla raccolta ed aver constatato se scrivesse ancora, affermava "Toh, qualcuno s'è perso un romanzo!". Era il suo modo di guardare dentro le cose per scoprirne le possibilità che, ad una osservazione superficiale, sarebbero sfuggite.

Giovanni Rodari nasce il 20 ottobre 1920 a Omegna, sul lago d'Orta. Resta in Piemonte fino alla morte del padre, nel 1929, quando si trasferisce a Ranco, un paesino in provincia di Varese, sulle sponde del Lago Maggiore.

Dove,a soli 17 anni e qualche mese si diploma come maestro e inizia a insegnare nella scuola elementare del paese. Resta a Ranco fino al 1943.

Nonostante abbia iniziato a pubblicare molto più tardi, gli anni di Omegna si manifesteranno più volte nel corso del suo raccontare, basti pensare alla filastrocca "Il colore dei Mestieri"[2]:"Io so i colori dei mestieri: sono bianchi i panettieri, s'alzan prima degli uccelli e han la farina nei capelli", dedicata al papà fornaio con il negozio in via Mazzini, in centro città.

Così come non furono trascurati gli anni trascorsi nel Varesotto, che ritroviamo all'inizio delle "Favole al telefono"[3], "C'era una volta il ragionier Bianchi di Varese..." (il ragioniere, rappresentante di commercio degli anni Sessanta, al telefono ogni sera raccontava alla sua bambina favole dagli esiti imprevedibili).

La provincia di Varese è descritta anche nei racconti della signorina Bibiana[4], che a forza di contemplare la sua immagine, cade dentro lo specchio grande dell'armadio e nel tentativo di passare dall'altra parte, si ritrova prigioniera dello specchietto della borsa.

Un'altra citazione c'è nella leggenda del lago di Varese[5]:"Quanto al nostro lago, questo nostro magnifico lago di Varese, bianco sul nero se lo vedete nelle notti di luna, che si lascia comprendere d'un sol colpo d'occhio, non ha, ch'io mi sappia, una leggenda..."

Un quarto rimando a quel territorio è nella filastrocca "Il terzo indovinello"[6]:"Un dottore di Cesena andò a letto senza cena. La domanda impertinente è la seguente: aveva fame perché era un dottore o perché a Cesena non c'è il Lago Maggiore?".

La sua opera è piene dei suoi luoghi e dei personaggi chi li abitano.Nel 1944 comincia ad avvicinarsi al mestiere che lo accompagnerà per tutta la vita: il giornalista.

Queste sono cose che sanno un po' tutti e io non voglio scrivere una biografia, non ne sarei capace e non ne ho i titoli, ma potrei raccontarvi la storia degli otto anni in cui mi è stato concesso di vivere un'esperienza fondamentale per ciò che avrei vissuto in seguito.

L'incontro con Gianni Rodari, grande maestro di vita,è un incontro che tutti quelli che hanno voglia di lavorare con i bambini avrebbero dovuto fare, e io vorrei raccontarvelo, visto lo spazio che ho a disposizione, seguendo l'itinerario di un lavoro, quello che, a mio parere, ha segnato con più vigore la nostra collaborazione: il progetto "Pinocchio nel paese dei diritti"[7],cominciato a Roma nel 1972.

"Il burattino che, per tanto tempo, ha dato la possibilità di raccontare a varie generazioni di ragazzi che le differenza di cultura, di colore della pelle, di lingua, di abilità non sono un limite per la società, ma una grande ricchezza!"

Come accennavo prima, non vorrei fare una cronografia, vorrei raccontare il progetto con la tecnica della filastoria, intervallando prosa e poesia. La prosa racconta e la poesia, in questo caso filastrocche, contrappunta.

Sono convinto che a lui, questo modo di raccontare, sarebbe andato a genio:

"Buonasera, signori

e splendide signore,

vorrei parlarvi chiaro,

dicendovi di cuore,

tutto quel che penso,

tutto quel che sento,

perciò ora m'inchino,

e a voi mi presento.

Tranquilli. Non vi vado a raccontare la storia di Pinocchio, sappiamo che la conoscete... magari per sommi capi, ma sicuramente tutti la conoscete. Non a caso quello di Collodi è tra i libri più tradotto nel mondo!

Vorrei invece raccontare, usando la storia del burattino, di me che, grazie a Rodari, ho potuto instaurare un rapporto viscerale con la storia di Pinocchio che ha condizionato la mia vita.

Allora cominciamo da qui: dal lontano 1972, quando a bordo di una 600 Multipla partita in missione, un gruppo di "racconta storie", i tre insegnanti, Francesco Gisondi, Enrica Del Duca ed Alberto Manzi, il maestro di 'Non è mai troppo tardi', il giornalista scrittore Gianni Rodari, e i tre giovani apprendisti della grammatica della fantasia, Peppe Cirotti, Massimo Catalano ed io, partimmo dalle sede del "Gruppo del Sole" a Trastevere, in Roma, alla volta della collina Fleming.

Ora lo so che voi

avreste da ridire:

"Ecco un altro furbo

che pensa di capire,

che pensa di sapere.

E ciò ch'è più grave,

è un legno piccolino

e crede di esser trave".

La missione aveva un compito molto delicato: nella scuola "Ferrante Aporti" frequentata dalla "Roma bene", erano arrivati a far compagnia a figli di ministri, di funzionari dello stato,di ambasciatori, di costruttori e di ricchi imprenditori i bambini Rom del campo nomadi di Ponte Milvio. "I bambini Rom?"

Le autorità scolastiche, ma anche i genitori e gli insegnanti erano sconcertati da questa promiscuità e chiesero aiuto, e lo chiesero proprio a Gianni Rodari e al suo gruppo.

Così partimmo, ma prima di giungere a destinazione, stretti in macchina, infatti eravamo in otto con l'autista,mentre saremmo potuti essere al massimo in sei, ci guardammo perplessi e Rodari chiese a Manzi: "Da dove cominciamo? Cosa facciamo?" "Semplice! -rispose sicuro di sé Manzi - Leggiamo Pinocchio!".

Il libro di Pinocchio, il maestro Alberto e Gianni lo avevano in borsa per caso, ne avevano letto qualche pagina ai bambini della "Fratelli Bandiera", scuola in cui il maestro Manzi insegnava, per metterlo in relazione al Pinocchio in filastrocca[8] che Rodari, aiutato dalle illustrazioni di Raul Verdini, aveva scritto negli anni Cinquanta per il giornale "Il pioniere", di cui era direttore.

Voi siete abituati,

signori miei pregiati,

a forme stabilite,

a modi raffinati,

a ringraziare mille,

a dir tutto va bene,

anche se dal cuore

traboccano le pene.

"C'era una volta...Un re!", diranno subito i miei piccoli lettori.

-No, ragazzi. Avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno. Non era un legno di lusso, ma un semplice pezzo da catasta, di quelli che d'inverno si mettono nelle stufe e nei caminetti per accendere il fuoco e per riscaldare le stanze.

Non so come andasse, ma il fatto gli è che un bel giorno questo pezzo di legno capitò nella bottega di un vecchio falegname, il quale aveva nome Mastr'Antonio..."

La storia di Collodi era solo un pretesto perché tutte le persone all'interno di quella 600 sapevano benissimo che il resto, il lavoro più importante, l'avrebbero fatto i bambini!

Ma io, cari signori,

si vede dal mio naso,

non sono credulone,

né sono qui per caso,

io vivo nelle pagine

ch'annotano la gloria:

diari scritti in fretta

della più vera storia.

Il primo giorno i bambini della "Ferrante Aporti" ascoltarono con blando interesse la favola che ben conoscevano raccontata da quegli strani adulti. Ma all'indomani avvenne il miracolo. Un bambino rom, Giurgiev, portò una pagina della storia di Pinocchio nella sua lingua, il romanì, e volle leggerla.

Gianni Rodari ebbe una grande intuizione: strappò dal proprio Pinocchio la pagina corrispondente, la porse ad un bambino italiano e lo invitò a leggere in contemporanea con il ragazzino rom.

La curiosità esplose, l'aula risuonò di "Allora questa parola.... si dice così... e quest'altra...." "Ma allora Kalderàs vuol dire storia?" "E bambino? Come si dice bambino?" Magicamente Pinocchio li stava aiutando a comunicare.

"C'era una volta...Un re!", diranno subito i miei piccoli lettori.

"A fostodată un rege!", Mici Cititorii mei vorspuneimediat.

"No, ragazzi, avete sbagliato".

"Nu, copii, te înșeli".

"C'era una volta un pezzo di legno.

"Nu a fost o dată o bucată de lemn.

Non era un legno di lusso, ma un semplice legno da catasta...".

Nu a fost un lux, ci un simplumorman de lemndingrămadă...".

Son stato concepito

sul povero banchetto

d'un falegname antico,

un certo tal Geppetto.

Lui mi ha pensato,

lui mi tiene d'occhio,

è sua l'invenzione

del celebre Pinocchio.

Lui m'ha dato la testa

per ridere e pensare.

Lui mi ha dato gambe

per correre e giocare.

Cammino per le strade

come se fossi in cielo,

per chi non lo capisce,

stendo un pietoso velo.

"Alla scuola servono nuovi maestri!"Pensavano Ministri e Direttore.

Forse no, alla scuola serviva solo qualche buono spunto, un'idea comune a bambini solo in apparenza stranieri.

- Pinocchio? Oh, eccome, la conosciamo anche noila sua storia. Solo che nella nostra lingua suona un po' diversa, fa così:

" A fost odată un rege!", Mici Cititorii mei vor spune imediat".

Beh, che dire? Il suono è differente, senza dubbio. Grazie ai bambini, i grandi capirono che il loro intervento non era poi così indispensabile, perché, anche se le parole non sono le stesse, la storia sì... la storia è proprio uguale.

È questo che determina un fatto di cultura,che non è mai solo un oggetto da ammirare o contemplare. Non è mai uno strumento di potere, non deve mai servire a sottomettere, intimorire,non deve mai servire ad accrescere i propri privilegi.

"La cultura - avrebbe detto Gianni citando Gramsci - non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma è la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione con tutti gli altri esseri"[9].

Lo so, è assai difficile,

però si può provare

a far andar le idee

lasciandole volare....

su valli e su pianura,

sul vortice del monte,

fino a che svaniscono

ben oltre l'orizzonte.

E aspettar la sera

l'alone della luna:

l'idea vi si posa...

che splendida fortuna!

Ecco, vedete bene,

quel piccolo pensiero

è parte del racconto

all'Universo intero...

Nei giorni seguenti il nostro gruppo decise di lavorare un po' più a fondo sulla storia di Pinocchio e si iniziò cercando di stabilire da dove fosse nato il legno parlante.

Ma Giovanni, seconda elementare, affermò sicuro:

"Pinocchio non è mai nato! Quel pezzo di legno non ha una mamma.

Mio papà che è ginecologo dice che, senza mamma, non si nasce!".

"La mamma di Pinocchio - ribatté Luca, suo compagno -è nella pineta di Castelfusano, dietro casa mia, al mare".

Per Gianni Rodari ogni idea dei bambini era uno stimolo ad una nuova storia.

E solo qualche giorno dopo, tutti in autobus si partì per Castelfusano.

"È da lì - Luca indicò un pino con un ramo spezzato- che è nato Pinocchio! Eccola la mamma del pezzo di legno che parla!".

Tutti salutarono convinti:

"Ciao, mamma di Pinocchio!"

Giovanni dovette arrendersi all'evidenza.

I sogni d'ogni giorno,

alzandovi al mattino,

dateli tutti a me,

che sono un burattino;

un pezzo di legnaccio

scialbo, senza glorie,

capace solamente

di raccontarvi storie.

La convinzione di essere giunti ad una soluzione del problema di come fosse nato il pezzo di legno parlante, durò molto poco perché, dopo un attimo appena di smarrimento, la voce di Giovanni risuonò, perentoria, nella pineta:

"E la sala parto? Dov'è la sala parto? Senza una sala parto non si può nascere".

Si sa, la testardaggine dei bambini a volte non ha limite, e il figlio di un ginecologo, come era Giovanni, conosce troppi particolari per afferrare l'evidenza di un racconto fantastico.

"La sala parto, - spiegò Rodari - la sala parto di un burattino è una falegnameria. Del resto, Geppetto faceva il falegname. Forse si potrebbe visitarne una".

Affibbiatemi tutto

quello che voi volete,

e questo sol perché

di me voi conoscete

la storia e le ragioni

stampate sul mio viso,

i dubbi e le opinioni,

perfino un mio sorriso.

La settimana successiva, l'intera classe era in viaggio alla scoperta della sala parto dove vengono fatti nascere i burattini.

Due passi a piedi fino alla fermata dell'autobus di ponte Milvio, unbreve viaggio in un chiassoso mezzo pubblico e i bambini,i maestri e gli operatori entraronotutti nella falegnameria fine ottocentoricostruita nel Museo di Roma a Trastevere.

Avevano appena varcato la porta di quella sala che:

"Ma - obiettò Giordana - è troppo grande! Questa sala parto è troppo grande! Pinocchio non può essere nato qui! Pinocchio deve essere nato in una bottega molto più piccola di questa! Qui nascono soltanto cose per i grandi!".

Ogni osservazionedi un bambino è storia nuova, si sa. Ormai era chiaro che non avremmo potuto, né voluto, sottrarci a quella convinzione di Gianni Rodari.

Finita la visita e tornati in sede, ci si mise al lavoro per realizzare una copia, in scala ridotta, della bottega originale.

Tutto noi del gruppo, Gianni compreso, eravamo soddisfatti della piccola falegnameria ricostruita, pezzetto dopo pezzetto, con una cura maniacale, e la settimana successiva, arrivammo a scuola molto in anticipo per disporre, nel modo migliore, la nostra piccola bottega. Alla prima ora di lezione, fu proposta, con fierezza, alla classe.

Sapete, ogni momento

e ogni mia emozione,

ogni mio turbamento,

ogni mia condizione,

ogni mia nuova idea

balzata fuor di mente

di solito, in gran fretta,

ritorna tra la gente.

"Ma no!- ribattè Giordana - È ancora troppo, troppo grande!".

"Tu, allora, - sostenne Rodari -sai dove è nato Pinocchio?".

"Certo che so dove è nato Pinocchio!" fu la risposta sicura di Giordana.

Due passi a piedi, un autobus ed eccoci a Piazza S. Lorenzo in Lucina.

"Qui è nato Pinocchio". Giordana indicò due grandi botteghe chiuse.

"Sembrano grandi,- aggiunse la bimba - ma, quando gli avvolgibili si sollevano, tutto d'intorno diventa piccolo".

A conferma, lesse una lapide sovrastante uno dei portoni:

"In questa casa è nato Pinocchio."

In realtà c'era scritto:

"In questa casa soggiornò Aurelio Saffi, triumviro della Repubblica Romana".

Ma quando sono gli occhi dell'immaginazione a leggere, nulla può la realtà.

In soccorso di Giordana e della sua fantasia arrivò l'odore di brace e castagne: il caldarrostaio del Pantheon aveva ripreso il suo lavoro.

La bimba, per nulla confusa dallo stupore generale, assaporando col naso l'odore di caldarrostenell'aria, gridò:

"Sentite, sentite? Si stanno bruciando i piedi del povero Pinocchio e voi grandi non fate nulla per aiutarlo".

Va di casa in casa,

su fogli rilegati,

parole messe in fila,

pensieri disegnati,

ricordando a tutti

rispetto e dignità,

uniche chiavi vere

di ogni libertà.

Giordana aveva da poco perso la mamma. Spesso si fermava a pensare con gli occhi persi; lo fece anche su una pagina dove era illustrato Pinocchio che dormiva nell'Orto dei Miracoli.

"Pinocchio- chiese la bambina a Gianni sottovoce - sogna davvero?"

"Certo! - rispose Rodari. - Perché me lo chiedi?".

"Se Pinocchio sta sognando e la storia la costruiamo noi, allora sull'albero possono crescere davvero dei soldi!".

"Domani - replicò Gianni - cercheremo gli zecchini del sogno di Pinocchio! Saranno soldini molto speciali, che non si possono spendere, sono il prodotto di un sogno e sono troppo importanti non possiamo darli via per una bustina di figurine!".

Il denaro è inanimato, ma le monete del Campo dei Miracoli sono frutto di una pianta dell'immaginazione, sono vive nella mente di ogni bambino che non vuole spenderle, ma vuole sfiorarle, per essere certo che nei suoi sogni possa diventare vero anche ciò che pare impossibile.

I soldi sono reali, gli zecchini di Pinocchio sono di più, sono frutto di un sogno e quindi non vanno spesi. E,quando essi diventano un quadretto, una piccola illustrazione per ragazzi, sono ancor più sottili, sono arte. Soltanto a delle persone grandi verrebbe in mente che un giorno quelle monete potrebbero essere raccolte per comprare qualcosa. Ad un bambino no. Per un bambino quei soldi sono importanti perché sono il segno dello straordinario.

Invece d'ogni cosa

qui si fa un pastrocchio

per poi dare la colpa

al povero Pinocchio;

così per ogni fatto

si trova una scusante:

è tutto molto triste,

sgradevole, seccante.

Pinocchio continuò a incontrare altri bambini, fedele compagno di viaggio del nostro gruppo. Un giorno, in una scuola del quartiere San Basilio avevamo appena finito di costruire la prigione per Pinocchio citrullo: due pareti grigie, letto di legno, candela, ciotola con pane e acqua, così come vuole la descrizione del libro.

"Questa non è una cella, - osservò Marco - una vera prigione deve avere le sbarre, altrimenti tutti possono entrare. Il mio papà, quando vado a fargli visita, è dietro un vetro, o dietro le sbarre.

E fu così che Pinocchio finì dietro un'inferriata.

Marco raccontò tutto al suo papà che, sorridendo, rispose:

"Meno male che c'eri tu, altrimenti questi tuoi amici non avrebbero potuto costruire il carcere per Pinocchio".

A Marco fu regalato un libro di Pinocchio con la dedica di Rodari in persona:

"Ti siamo tutti rati della consulenza, Gianni!"

"Tieni, - disse - portalo al tuo papà, così potrete leggerlo insieme quando vai a trovarlo".

Pensiamo che libertà sia aprire una porta e uscire. Per punire qualcuno, lo rinchiudiamo. È un meccanismo antico, una difesa dal peggio.

Il corpo è la nostra trappola e il nostro destino, ma la mente conosce uno spazio senza limiti: il pensiero, la fantasia, l'immaginazione. Uno spazio percorso dai filosofi, i poeti, gli scrittori. Le strade sono battute dai libri. Se ne può prendere uno e incamminarsi insieme.

"Il tempo è vita e la vita risiede nel cuore"[10], scrive Ende.

Non servono i tabù

dei falsi pregiudizi,

i vizi preconcetti

di ordini e comizi.

Un mucchio ti bugie

tradotte in verità,

come dice lo spot

d'ogni pubblicità.

Tommaso, un bambino di 9 anni, decise che la storia di Pinocchio dovesse concludersi all'interno della pancia del pescecane.

- Perché dobbiamo farlo uscire? - chiese - C'ha tutto quello che gli serve: sta "core a core" col papà, c'ha pesce fresco, con la barca rotta se possono fa i mobili... Quello è pure falegname! Perché lo famo uscì, pe fallo trattà male?

Tutti i compagni furono d'accordo. E il ventre del pescecane divenne il finale della nostra storia.

"Ma Pinocchio - chiese Adelaide - diventa bambino?".

"Io non voglio. -affermarono in tanti - Io non voglio!".

Forse sì, lo diventerà, ma, a quel punto non sarà più lui. Il burattino, per continuare ad essere se stesso, ad essere Pinocchio, non deve lasciare il suo mondo magico, un mondo dove può stare bene, dove nulla gli manca e dove, meno che mai, gli mancheranno i suoi sogni. Quel mondo dove la nostra fantasia potrà andare a trovarlo ogni volta che vorremo stare con lui.

Vedete, questa vita

non è un bel vedere,

se ogni cosa fonda

solo su quanto avere.

Sul rendere l'esistere

un set in cui sembrare,

un palco in cui il potere

si va a rappresentare.

Durante uno dei tanti laboratori che hanno fatto conoscere il nostro Pinocchio ai bambini, raccontammo delle bugie con cui Collodi aveva farcito il racconto.

A cominciare dal sottotitolo del libro: "Storia di un burattino", maPinocchio ha i piedi, quindi è una marionetta.

Come dice la fata:

"Di bugie, ragazzo mio, ve ne sono di due specie: quelle che hanno le gambe corte, e quelle che hanno il naso lungo".

Chissà quali erano le bugie di Collodi? E riflettendo su questo tema:

"Per chi, come me, - avrebbe detto Pinocchio-ha una lunga storia alle spalle, l'infanzia non è il tempo dei giochi e della spensieratezza, bensì quello dei ricordi. Se essere stato per cento anni un burattino e, solamente dopo, un bambino, mi dà diritto ad un pensiero, direi che non ho capito certi sortilegi dei grandi. Bastava dicessero: "propedeutica" oppure"eufemistico" e, magicamente, non avevano più da temere per aver mentito. Le mie, invece, restavano sempre bugie, ed il mio naso cresceva, cresceva...".

La gente d'ogni luogo

deve alla sua terra

semi e ricchi frutti,

non miseria e guerra.

La terra d'ogni dove

dev'esser per la gente

il luogo più sicuro

da tenere in mente".

"La fantasia è una cosa seria"

Il 14 aprile del 1980 Gianni ci lasciava, aveva 59 anni.

I grandi hanno, di certo, fantasia; come potrebbero altrimenti scrivere di Gulliver, di Moby Dick, o di Pinocchio? Ma Gianni aveva qualcosa in più: sapeva ascoltare e prendere seriamente qualsiasi suggerimento arrivasse dai piccoli, convinto che per i bimbi la fantasia è una cosa seria. La "sala parto di Pinocchio" non può avere misure prestabilite; quella bottega non è grande o piccola, ma è quella in cui è nato Pinocchio, quindi ha bisogno della voglia di immaginare di chiunque legga o ascolti la storia. È solo una questione di democrazia.

Ogni pensiero nato dall'immaginazione è un sasso gettato in uno stagno, suscita onde concentriche che si allargano sulla superficie, coinvolgendo nel loro moto, la ninfea, la canna, la barchetta di carta e il galleggiante del pescatore...

Non diversamente, una parola, gettata nella mente a caso, produce onde, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo, nella sua caduta, suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni..."

Molte delle parole che avete appena finito di leggere sono di, a, da, in, con, su, per, tra, fra, Gianni Rodari e me, e sono ispirate dall'affetto e dalla riconoscenza:

"Parole messe in fila,

ognuna è una notizia,

forse malinconia

o tracce di letizia.

Parole che discutono

di arte e di magia,

parole dritte e logiche

fino alla fantasia.

Parole che rimarcano,

parole che decidono,

parole che uniscono,

parole che dividono.

Parole che "ho capito",

o meglio che "non so".

Parole che "adesso",

oppure che "tra un po'".

Parole dette al vento,

o sussurrate al sole,

concetti contenuti

nel cuor delle parole,

parole raccontate

spalancando gli occhi,

fino ad arrivare

nel mondo dei balocchi,

un mondo fantasioso

dove, se stai a sentire,

ti capita talvolta

perfino di capire".


[1]B. Tudino, La nonna di Pippo, in Filastorie e cose così Omicron Roma 1995, p.31.

[2] G. Rodari, Il colore dei mestieri, in G. Rodari, Filastrocche in cielo e in terra, Einaudi, Torino, 1960.

[3] G. Rodari, Favole al telefono, Einaudi, Torino, 1962.

[4]C. Zangarini, P. Macchione, A. Vaghi, Gianni Rodari e «La signorina Bibiana». I racconti e gli scritti giovanili 1936-1947, Macchione Editore, Varese 2010.

[5] G. Rodari, La leggenda del lago di Varese, in "Luce. Organo bisettimanale dell'Azione Cattolica nelle plaghe di Varese, Busto Arsizio, Legnano", Varese, 21 agosto 1936.

[6] G. Rodari, Il terzo indovinello, da. Le filastrocche del cavallo parlante EMME edizioni 1978

[7]B. Tudino, Pinocchio nel paese dei diritti, UNICEF Italia, Roma, 2004.

[8] G. Rodari, La filastrocca di Pinocchio, in "Il pioniere. Settimanale di tutti i ragazzi d'Italia", 1954-1955.

[9] Citazione di G. Rodari dai Quaderni del carcere, di A. Gramsci, in Benelux, rubrica-corsivo quotidiana di Paese Sera.

[10] M. Ende, Momo, SEI, Torino,1981, p. 71