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ELEGANTE, SNOB, IRRIVERENTE. ARBASINO CI HA LASCIATO

NELLA SUA VOGHERA

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Insieme con i troppi morti dell'epidemia, se ne vanno anche quelli che con il virus non c'entrano nulla, ma che avrebbero potuto aiutare in questi frangenti, senza somministrarci medicine, previsioni, opinioni, allarmi, complotti, piuttosto suggerendo in virtù del loro acume critico qualche rimedio alle banalità e ai conformismi che neppure le peggiori tragedie ci risparmiano. Alberto Arbasino se n'è andato, aveva novant'anni, e, tanto per stupirci un'altra volta, è morto di suo, dopo lunga malattia, respingendo la complicità del maledetto virus.

Pochi giorni fa ci aveva lasciato Vittorio Gregotti, l'architetto famoso, un altro novantenne, novarese. Un provinciale Gregotti, un provinciale Arbasino, la cui patria era Voghera (dove è morto, dove forse ha scelto di morire), la celeberrima Voghera della "casalinga", di Carolina Invernizio (nata nel 1851), di giovani ambiziosi studentelli che poco alla volta impararono a risalire da quel mondo semirurale ai fascinosi palcoscenici della "capitale morale", Milano, per poi disperdersi in tutta Italia, ritrovandosi infine nella "capitale corrotta", Roma, giusto per citare l'Espresso, settimanale per cui Arbasino scrisse, "capitale corrotta, nazione infetta", titolo ad una inchiesta di Manlio Cancogni, di un lontano ma sempre presente 1955.

Giovanissimo, ha iniziato al "Cittadino di Voghera", con Emiliani

Vittorio Emiliani, grande giornalista, che ragazzo dalla natia Predappio (patria condivisa con Mussolini) si ritrovò a Voghera, seguendo l'impiego del padre, raccontò quei tempi vogheresi in un bel libro che varrebbe sempre la pena di leggere, "Vitelloni e Giacobini" (pubblicato da Donzelli), perfetto ritratto di una provincia tutt'altro che rassegnata, di animose battaglie culturali, di ambiziosi propositi, di progetti, dei quali fu ovviamente protagonista il giovane Arbasino, lo scrittore predestinato, il più sveglio e brillante, il più aperto agli orizzonti internazionali. Molti, con Arbasino, si ritrovarono a collaborare ad un giornale locale, di cui proprio Emiliani fu direttore, il "Cittadino di Voghera" , "un piccolo settimanale che si ispirava al Mondo, creato da un gruppo di studenti", in concorrenza con il "Giornale di Voghera", organo dell'arcipretura...

A questo punto, mi permetto di autocitarmi, cioè di citare da una lunga intervista che a Roma, nel 2002, mi regalò lo stesso Arbasino: "Queste piccole società provinciali erano abbastanza informate...". Siamo in pieno regime, quando Arbasino vedeva sfilare camicie nere e balilla e giovani italiane. "C'erano signore che facevano le bibliotecarie per passione, per cultura e grazie a loro sono riuscito a leggere Thomas Mann, Stephan Zweig e altri autori vietati. I libri proibiti li tenevano in seconda fila, in prima fila le Scie Mondadori. Si leggeva un libro al giorno perché con l'oscuramento non c'era altro da fare, con interesse però tra compagni e compagne del ginnasio, classi miste... Dopo la guerra ho coltivato due illusioni da dopoguerra:la prima era la psicoanalisi, a Pavia ho seguito un po' di medicina; a un certo punto mi sono stufato, è subentrata la seconda illusione: le grandi organizzazioni internazionali, che si pensava molto più importanti di quello che sarebbero diventate, grandi diplomazie, un fior di bei posti, Parigi, New York, Ginevra... Ho completato i miei studi di diritto, per questo ho una mentalità più giuridica che letteraria... Gli hobby erano la letteratura, le mostre la musica...".

Poi all'"Illustrazione italiana", "Paragone", "il Giorno"

Ma no... alla fine gli hobby diventano lavoro e il lavoro diventa scrivere per L'illustrazione italiana, per Paragone e quindi per il Giorno di Italo Pietra, il direttore, il capo partigiano, di Paolo Murialdi, genovese, il caporedattore, di Vittorio Emiliani, di Giorgio Bocca, di Camilla Cederna, di Luciano Bianciardi... Così comincia una lunga strada che si arricchisce di pagine e pagine, mentre peraltro continuano gli studi giuridici (ad Arbasino non manca neppure un corso di specializzazione ad Harward). Pagine e pagine che ritroveremo nei suoi primi libri: Le piccole vacanze (editor Italo Calvino), L'anonimo lombardo, La bella di Lodi (diventerà un film diretto da Mario Missiroli, con Stefania Sandrelli, nella parte di una ricca che si innamora di un operaio all'opera sull'autostrada del Sole), Parigi o cara, quindi il memorabile Fratelli d'Italia, viaggio irrituale all'epoca del boom che smitizza il genere turistico-sociologico-culturale, pubblicato da Feltrinelli, nel 1963.

Nel Gruppo 63, con Eco, Colombo, Sanguineti, Balestrini

Millenovecentosessantatrè, anno fatidico, quando nasce il Gruppo 63, con Eco, Colombo, Sanguineti, Nanni Balestrini, Giuliani, Angelo Guglielmi, Sebastiano Vassalli. E tanti altri, poeti, romanzieri, critici, movimento culturale che cercava di rompere con la tradizione, di innovare stili e contenuti, che voleva liberarsi da schemi e regole, contro i vincoli ideologici. Arbasino partecipa, usando della sua cultura, dei suoi interessi non solo letterari ma anche musicali e artistici, del suo sguardo ben attento a quanto si stava rivelando nella società europea e ben critico dei cambiamenti che vive il nostro paese, un sottofondo piccolo borghese, benpensante e perbenista, che ha rappresentato nei suoi libri precedenti e che continua a raccontare a lungo, un lavoro dietro l'altro, articoli, saggi, in una liberissima commistione di scrittura, qualche volta riassumendo il suo giudizio in sintetiche immagini: dalla "casalinga di Voghera" al "viaggio a Chiasso" dei domenicali visitatori italiani, in cerca di caffè, di cioccolata e di avventure.

Al Corriere, Repubblica, l'Espresso

Dopo il Giorno, Arbasino comincia a collaborare con il Corriere. Continuerà fino all'arrivo di Giovanni Spadolini direttore. Quindi sceglierà Repubblica e l'Espresso. "Scrivere sui giornali - mi cito ancora - lo faccio volentieri perché mi pare sempre di dialogare con il lettore... Attraverso il giornale mi sembra di coltivare la convivialità da caffè di un tempo finito".
La convivialità è quella che incontra a Roma, quando vi si trasferisce alla fine degli anni cinquanta: "Appena arrivato a Roma, in mezzo a mille polemiche, dispetti o pasticci, si incontravano anche tante persone cortesi. Siccome si usava più di adesso, anche per ragioni economiche, costava meno, andare in trattoria due volte al giorno, si vedevano in piazza del Popolo Moravia con Elsa, i due Guttuso, i due Piovene, Bassani, Gadda, persino Max Frisch e Saul Bellow, i più giovani come Pasolini, Garboli. Gadda ogni tanto compariva, mangiava e beveva abbondantemente, poi si ritirava come fosse pentito, ma il giorno dopo chiedeva che cosa fosse successo in sua assenza. Chiedeva: l'altra sera Elsa ha gridato molto? Lei arrivava sempre a tavola sventolando Paese Sera e diceva: qui bisogna fare qualcosa. Anche quel giorno era successo qualche cosa di inaudito, che magari riguardava i gatti del Pantheon...".

Un gran talento anticonformista: "Nessuno è solo una cosa"

Arbasino ha scritto moltissimo. Gli chiesi, quando lo incontrai, quali dei suoi libri amava di più: Anonimo lombardo e Fratelli d'Italia, i due capolavori. Poi citò Super Eliogabalo. "Ne ho tanti altri e diversi uno dall'altro. O si fa come Moravia, che scriveva un romanzo all'anno che assomigliava al precedente, oppure ogni volta si mette a punto un oggetto differente". Mi ero presentato alla sua porta con due volumetti appena apparsi con Feltrinelli, Rap! e Rap2. Poesie in versi sparsi, filastrocche, canzonette: "A ben guardare c'è una tradizione, ci sono le poesie che imparavamo a memoria a scuola, le canzoni dell'Eiar che sentivamo da bambini e un po' quei libretti d'opera con la donna è mobile...".
Qual piuma al vento... Con i romanzi (Il principe costante, Specchio delle mi brame), i saggi: Grazie per le magnifiche rose, La maleducazione teatrale, In questo Stato, Trans-Pacific Express, Mekong, Lettere da Londra, Su Correggio, America amore, Ritratti e immagini, eccetera eccetera...
Arbasino conoscerà anche il parlamento italiano, eletto come indipendente nel Pri nel 1983.
"L'Italia si è arricchita del suo talento", ha scritto il presidente Mattarella. Di talento Alberto Arbasino ne ha usato e mostrato con generosità per decenni. Ne era consapevole, certo. Coltissimo: "I miei maestri? Leopardi e Gramsci".
Elegante, snob, anticonformista, infastidito dalle mediocrità, dei potenti o dei subalterni, sapeva leggere e rappresentare quanto gli accadeva attorno, sopra e sotto il belpaese, con la libertà che gli era propria e che gli consentiva di giudicare così, senza l'obbligo delle appartenenze, dei pregiudizi, delle convenienze, delle fedi, senza le doppiezze di cui accusava gli italiani: "...nessuno è soltanto una cosa. E' una cosa e anche l'altra, anti pro filo contro: controcorrente, irriverente, contromano, contropiede, controsenso, controprova, pro patria, filodiffusione...".

Arbasino ha scritto moltissimo. Gli chiesi, quando lo incontrai, quali dei suoi libri amava di più: Anonimo lombardo e Fratelli d'Italia, i due capolavori. Poi citò Super Eliogabalo. "Ne ho tanti altri e diversi uno dall'altro. O si fa come Moravia, che scriveva un romanzo all'anno che assomigliava al precedente, oppure ogni volta si mette a punto un oggetto differente". Mi ero presentato alla sua porta con due volumetti appena apparsi con Feltrinelli, Rap! e Rap2. Poesie in versi sparsi, filastrocche, canzonette: "A ben guardare c'è una tradizione, ci sono le poesie che imparavamo a memoria a scuola, le canzoni dell'Eiar che sentivamo da bambini e un po' quei libretti d'opera con la donna è mobile...".
Qual piuma al vento... Con i romanzi (Il principe costante, Specchio delle mi brame), i saggi: Grazie per le magnifiche rose, La maleducazione teatrale, In questo Stato, Trans-Pacific Express, Mekong, Lettere da Londra, Su Correggio, America amore, Ritratti e immagini, eccetera eccetera...


Arbasino conoscerà anche il parlamento italiano, eletto come indipendente nel Pri nel 1983.
"L'Italia si è arricchita del suo talento", ha scritto il presidente Mattarella. Di talento Alberto Arbasino ne ha usato e mostrato con generosità per decenni. Ne era consapevole, certo. Coltissimo: "I miei maestri? Leopardi e Gramsci".
Elegante, snob, anticonformista, infastidito dalle mediocrità, dei potenti o dei subalterni, sapeva leggere e rappresentare quanto gli accadeva attorno, sopra e sotto il belpaese, con la libertà che gli era propria e che gli consentiva di giudicare così, senza l'obbligo delle appartenenze, dei pregiudizi, delle convenienze, delle fedi, senza le doppiezze di cui accusava gli italiani: "...nessuno è soltanto una cosa. E' una cosa e anche l'altra, anti pro filo contro: controcorrente, irriverente, contromano, contropiede, controsenso, controprova, pro patria, filodiffusione...".