UNO SGUARDO DAL PONTE

RECENSIONI

Di Valerio Calzolaio

LE SIGARETTE DEL MANAGER. Bacci Pagano indaga in val Polcevera

Bruno Morchio, Noir, Garzanti Milano, 2019, Pag. 203 euro 17,60

Genova. Primavera 2019. Donatella Sampò chiede a Bacci Pagano di ritrovarle il marito Oreste Mari scomparso da sei mesi. Per illustrargli il caso lo invita a casa sua, in via San Biagio, a San Quirico, in piena valle del Polcevera. La mattina dopo l'investigatore privato prende la Vespa e si dirige sul posto. La strada non è una strada qualunque. Passa sotto il moncone di un ponte che otto mesi fa è crollato con uno schianto e ha fatto 43 morti. Lei lo accoglie in vestaglia e ciabatte, sciatta. Ha grandi e malinconici occhi verdi, capelli lisci di colore ramato, tante efelidi sul volto senza trucco. La pista del sequestro sembra esclusa, è (o era?) un imprenditore in bancarotta, sull'azienda grava un debito di un milione di euro. Viveva nell'oro ma la moglie e il loro figlio non vedevano un soldo. Lei sapeva che lui spendeva alla grande e aveva amanti; era costretta a fare lavoretti di colf a ore per mangiare e mandare a scuola Marco. Eppure gli è ancora legata. E, addirittura, la segretaria continua ad aprire gli uffici in centro, i due ingegneri collaboratori sottopagati sono contenti di averlo conosciuto, ai tre vecchi amici di scuola manca enormemente, chi lo ha conosciuto descrive un piccolo genio, generoso e cortese. Bacci si incuriosisce, sa che probabilmente non sarà nemmeno pagato, indaga a fondo. Forse anche per distrarsi: Essam, il 30ene ragazzo della figlia, sta per laurearsi e insiste a voler lasciare il promettente mestiere di grande cuoco per lavorare con lui; Aglaja tornerà da Parigi per festeggiare e non ha un parere diverso; sente che a 65 anni non è più il tempo di azioni sul campo hard-boiled e Pertusiello è già andato in pensione. Poi, scuficchiando nel suicidio di un negoziante besagnino del 2015, negli affari della 'ndrangheta e nei crimini (antichi e moderni) della valle, conosce una maestra che insegna a Bolzaneto, anche lei in Vespa, Giulia Corsini e l'interesse cresce.

La protagonista del nuovo bel romanzo dello psicologo e psicoterapeuta Bruno Morchio (Genova, 1954) è la valle del Ponte Morandi, per oltre un secolo grande distretto industriale, spina dorsale dell'identità operaia imprenditoriale della città e della Liguria. Ora il paesaggio è segnato da gusci fossili privi di vita. Si incontrano ancora file di palazzi di pregio, dimore gentilizie e piccoli borghi deliziosi, accanto a atroce decrepita edilizia popolare, verde invecchiato e strutture abbandonate, criminalità di periferia, tombe per gente onesta. Bacci la considera comunque meravigliosa. E sottolinea di continuo valori e limiti sia del passato che del presente, non una linearità di bello e brutto, ricco e povero, comunisti e leghisti. La narrazione è sempre in prima persona, tredicesima avventura dell'ottima serie, impregnata del noir dei caruggi. Anche il ricercato è un tipo complesso che lascia tracce di profumo diverso, comunque di sigarette da fumatore incallito (tra 2 e 3 pacchetti al giorno di Chesterfield), non ha neppure la laurea di ingegnera ma piglio ed egemonia di un manager che non si schioda dalla sua valle (da cui il titolo). Ognuno dei 23 capitoli ha l'intestazione di un magnifico verso di poesia o canzone, citato dai personaggi o coerente con la narrazione, dai mitici corali multiculturali Caproni e De André a Shakespeare e Scott Fitzgerald. Sesso e amore, dopo aver raschiato il fondo dell'esistenza, sospendono il tempo degli orologi e pur raramente regalano uno stato di grazia incantata. Significative le funzioni igienica del futuro e apotropaica dei riti di elaborazione del lutto (figlia-padre). Peraltro Aglaja (e l'autore) masticano senza dirlo come pane le figure retoriche della lingua: metafora, allegoria, litote, sinestesia, allitterazione, iperbole, antonomasia, anastrofe, sineddoche, metonimia, ossimoro e via introiettando. Per fortuna, ci sono giovani avvocate penaliste che difendono migranti, poveracci e sfigati d'ogni tipo, a pag. 95. Amatriciana e champagne Clicquot, formaggi e Orvieto, pollo in casseruola e barbaresco (portato), acciughe e Sauvignon, pesce e ribolla gialla. Bacci ama la musica classica (grazie al padre). 


IL PARADOSSO DELLA BONTÀ. La strana relazione tra convivenza e violenza nell'evoluzione umana

Richard Wrangham, Scienza, Bollati Boringhieri Torino, 2019, Pag. 464 euro 28

Terra. Da centinaia e decine di migliaia di anni. In tutto il mondo gli esseri umani sembrano possedere la stessa propensione sia alla generosa virtù che alla perfida violenza, una combinazione paradossale di altruismo ed egoismo. Tradizionalmente esistono due spiegazioni: l'elemento innato sarebbe la docile tolleranza ma poi la vita sociale corrompe; l'elemento innato sarebbe l'aggressiva cattiveria ma poi cerchiamo di migliorarci, dovendo convivere. Entrambe risultano parzialmente giuste e parzialmente sbagliate. Per capire meglio il mix comportamentale può essere utile ricordare che la selezione naturale favorisce un'ampia gamma di inclinazioni e studiare quali e come si sono affermate fra gli altri animali, soprattutto fra uccelli e mammiferi, ancor più fra i primati come noi; in particolare, è sorprendente e significativo che bonobo e scimpanzé mostrino opposte prevalenze. Da indagini interdisciplinari comparate è così emersa un'essenziale distinzione fra due differenti tipi di comportamenti aggressivi violenti, intesi come gamma complessa di abilità biologiche ed emozioni: quelli reattivi (a caldo, difensivi, impulsivi, rabbiosi, affettivi) e quelli proattivi (a freddo, offensivi, premeditati, mirati, bellici). Noi sapiens abbiamo evoluto un valore ridotto dei primi ed elevato dei secondi. Differiscono non solo per spiegazione e frequenza, ma anche per il modo in cui sono visti dall'opinione pubblica e dalla legge (per esempio come colpa o dolo). Entrambe le aggressività, poi, ebbero una svolta fondamentale con lo sviluppo sapiente del linguaggio articolato e simbolico.

Il famoso primatologo inglese Robert Walter Wrangham (1948), docente di Antropologia Biologica all'Università di Harvard, pubblica un libro sull'ampiezza dello spettro morale nell'evoluzione del genere umano. Nel primo capitolo documenta le differenze comportamentali tra specie umane, scimpanzé e bonobo: l'aggressività si è evoluta in modo diverso in ciascuna specie. Nel secondo individua la domanda chiave: perché abbiamo la virtù di una scarsa aggressività reattiva e il vizio di una notevole aggressività proattiva? Seguono una decina di approfonditi capitoli: le somiglianze tra animali domestici ed esseri umani (forse anche noi una versione addomesticata di un antico progenitore); i nessi tra l'insorgenza di nuovi caratteri fisici e di alcune modifiche comportamentali mansuete, di riduzione dell'aggressività reattiva; il caso dei bonobo come specie autodomesticata; il possibile caso dei sapiens come originariamente (da 300.000 anni) già contrassegnati da una sindrome da domesticazione; la differente evoluzione connessa a come si è impedito agli individui maschi alfa ("naturalmente" aggressivi) di dominare sempre e comunque sugli altri (grazie alle femmine o ad altri accorgimenti sociali); l'impiego della pena capitale nelle società umane (su media o ampia scala), ovvero l'esecuzione come pressione selettiva per costringere i dominanti a conformarsi alle norme della convivenza di gruppo; la comparazione fra due differenti specie umane come neanderthal e sapiens; il ruolo della morale e delle connesse critica e reputazione; la complementarietà dell'evoluzione verso l'aumento dell'aggressività proattiva e di società gerarchiche e dispotiche; la guerra e le guerre rispetto a tutto ciò. La conclusione ritorna appunto sul paradosso del binomio umano bontà-cattiveria, da cui il titolo. La natura umana è una chimera, la combinazione di tendenze contrapposte. La sfida più difficile è la capacità sociale coalizionaria, ridurre la nostra capacità di compiere la violenza organizzata; anche per questo Wrangham, pur consapevole di alcuni benefici che la pena capitale portò in un lontano passato, si schiera da tempo e nettamente per la sua attuale illegittimità e inutilità. Completano il volume ricche note, ampissima bibliografia, discreto indice analitico.


PIZZICA AMARA

Gabriella Genisi, Giallo, Rizzoli Milano, 2019, Pag. 358, euro 18

Salento. 2018. Al cimitero di Montesano Salentino, paese di poco più di duemila anime nell'entroterra, delinquenti profanano la cappella della famiglia Conte. L'unica rimasta in vita è la vedova Lucia, i tre posti occupati erano della madre del marito, del marito e del figlio Tommaso, morto a 26 anni nel 2015, probabilmente per alta velocità in moto ed effetto di droghe (cocaina). La madre vedova trova la bara aperta e la salma del figlio trafugata. Due mesi dopo l'indagine non è chiusa, mentre il maresciallo 28enne Francesca Chicca Lopez (fidanzata a Gallipoli con la manesca Flavia) riguarda il fascicolo arriva una nuova segnalazione: alla Marina di Torre Chianca è stato trovato il cadavere di una ragazza incinta affogata (in acqua dolce però). Da tre anni Lopez sta dietro alla brutta storia delle discariche abusive in Puglia. I casi e le morti si accumulano e intrecciano, comunque Chicca vi si tuffa in "Pizzica amara", nuovo bel noir della salentina verace Gabriella Genisi (1965).


LA DANZA DEI VELENI. IL RITORNO DI BLANCA

Patrizia Rinaldi, Edizioni e/o Roma, 2019, Pag. 219 euro 16,50

Napoli. Autunno. Qualcuno da un camion lancia un cane in un'area di servizio della tangenziale. Mezzo morto viene portato a casa della bella sovrintendente 45enne Blanca Occhiuzzi, molto ipovedente e sempre innamorata del collega Liguori, madre adottiva della 20enne Ninì. Le due lo chiamano Guaio e cominciano a frequentare veterinari. Capita che vengano uccisi due di loro e pure una sgraziata negoziante, coinvolta nel contrabbando d'animali, morsa dal raro ragno Phoneutria. I casi forse sono connessi, però Blanca resta incerta se tradire o essere tradita; nel Commissariato dei Campi Flegrei urge investigare, anche sul personale. La filosofa, educatrice e scrittrice Patrizia Rinaldi (Napoli, 1960) impasta bella scrittura di donna e acume letterario in varie terza al passato e prima al presente. Con "La danza dei veleni" la selvatica protagonista giunge alla quarta ottima avventura, ha ben sviluppato gli altri sensi, è esperta di decodifica e di intercettazioni. Arriverà in tv nel 2020.

LA MISURA DEL TEMPO

Gianrico Carofiglio, Noir, Einaudi, 2019

Bari. Febbraio 2014. Delle Foglie, una nuova cliente, chiama in studio e prende un urgente appuntamento col bravo noto avvocato cinquantaduenne Guido Guerrieri. Sarà per caso proprio Luciana? La ragazza con la quale lui aveva avuto una breve intensa relazione fra il marzo e il settembre 1987, più grande, bella e affascinante? Sì, è Luciana quella signora che si presenta puntuale e dimostra più dei 57 anni che ha, capelli corti grigi impregnati di nicotina (come gli abiti), alta magra sbiadita, irriconoscibile. Il figlio 25enne Jacopo Cardace si trova in carcere da oltre due anni con una condanna in primo grado per un omicidio del 2011. Qualche settimana prima è morto l'anziano ammanicato legale che lo aveva seguito, un ottimo professionista che si era presto ammalato, non garantendo più un'assistenza adeguata. La prima udienza del processo di appello risulta già fissata, dopo appena sedici giorni. Per ragioni anche economiche, Luciana ha deciso di cambiare avvocato. Insegna precaria nella scuola, si arrabatta con altri lavoretti ma non ha più soldi per acconti e pagamenti immediati. Guido, pur dubbioso nel metodo e nel merito, accetta e chiede subito il rinvio, una remissione in termini. Coinvolge la cara collega andino-barese Consuelo, che ha un approccio sempre dalla parte delle vittime, e i due investigatori privati spesso usati dallo studio, Tancredi e Annapaola, il primo ex poliziotto, la seconda ex giornalista ed ex atleta che incidentalmente sarebbe inoltre la sua fidanzata (più giovane di oltre 10 anni). Luciana gli ha detto che al momento dell'omicidio il figlio era con lei, non dovrebbe e non potrebbe essere colpevole. Non sa se crederle e tutti i collaboratori sono scettici sulla causa. Va a trovare Jacopo e non gli resta proprio simpatico, certo spacciava ed era legato in qualche modo a piccoli criminali (come lo stesso ucciso), le prove in mano all'accusa sono abbastanza circostanziate. Eppure ognuno ha diritto alla difesa: deve provarci e ce la mettono tutta, qualunque sia la verità, qualunque sia la sentenza.

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) è oggi probabilmente il più bravo scrittore italiano, certo quello di maggior meritato successo (considerando Camilleri fuori quota, per più ragioni). I suoi romanzi sono levigati e trasudano tersa legalità. Ha svolto a lungo funzioni di magistrato (dal 1986 al 2008) e iniziò la carriera letteraria (2002) con un protagonista avvocato, appunto Guido Guerrieri. Sono rapidamente seguite altre tre avventure sempre edite da Sellerio (2003, 2006, 2010), poi più scadenzate altre due per Einaudi (2014 e 2019). Negli ultimi 15 anni vi sono stati anche altri nove romanzi, racconti lunghi, saggi sulle parole e la scrittura, sugli interrogatori e l'investigazione, sceneggiature, drammaturgie; una ricerca appropiata dei termini da usare o togliere, uno stile denso e chiaro. Ora siamo tornati da Guerrieri a Guerrieri, il sesto romanzo della serie è un atteso ottimo ritorno. La narrazione è ancora in prima persona: il nitido competente senso del diritto sia dell'autore che del protagonista non hanno nulla di assolutamente certo o giusto. Sono un modo di stare al mondo, non l'unica e diritta via. Le testimonianze inconsapevoli, gli occhi chiusi, i ragionevoli dubbi, le provvisorie perfezioni (e le inevitabili imperfezioni), equilibri e squilibri, le spiegazioni accettabili e le plurime versioni delle mutevoli verità sono parte della realtà, una realtà che ha sempre una variabile in più rispetto alle previsioni normative, alla pubblica amministrazione, all'esercizio della giuris-prudenza, come pure rispetto alle diverse funzioni dell'accusa e della difesa, entrambe interpretabili bene e male, comunque finalizzate a un giudizio equo. Guerrieri è cambiato; i suoi pensieri mentre lavora risultano maturi, colti; ha smesso di fumare, cucina ancor meglio e si apre un gran vino (Cacc'e Mmitte di Lucera). Emerge così di continuo una riflessione sul tempo (accelera con l'età?, lo stupore diventa un antidoto? l'invecchiamento è lineare?), da cui il titolo. Il minuzioso racconto processuale (splendidi interrogatori compresi, saggiamente limitati, oltre a una significativa avvocatesca lezione ai giovani magistrati in tirocinio) si alterna con la memoria dettagliata dei mesi della relazione di 27 anni prima fra l'appena laureato Guido e la bella ragazza che cantava Neil Young a una festa, facendosi poi lei avanti (con un talento naturale per le fallacie). Gli avvocati che hanno finito di parlare in un processo delicato sono come gli scrittori che hanno terminato un libro: bisognosi di conferme. Confermato: Guerrieri e Fenoglio si stimano (a pag. 29) e Carofiglio ha realizzato un gran bel romanzo, si è divertito a scrivere e ci consente una straordinaria coinvolgente goduria. Da leggere!


GLI AFFAMATI E I SAZI

Timur Vermes, Trad. Francesca Gabelli, Avventura Politica, Bompiani, 2019 (orig. 2018)

Africa e Germania. All'inizio di una di queste prossime estati. Il più grande campo profughi del mondo si trova in Africa, un pochino sotto il deserto del Sahara. Si tratta di un lager sterminato più sicuro di altri posti grazie alle Nazioni Unite, più di due milioni di abitanti vi sopravvivono di espedienti scordandosi di avere un futuro. Il migrante 24enne si trova lì già da un anno e mezzo e vorrebbe andarsene, ma non è facile: sono necessari abbastanza denaro (che circola ma è quasi impossibile mettere da parte), specifici mezzi (intanto le scarpe le ha comprate nuove), un passatore di prima classe (che costa tanto e garantirebbe la partenza ma non l'arrivo da qualche buona parte). Pensa speranzoso: "se avessi camminato ogni giorno per dieci chilometri adesso sarei cinquemila chilometri lontano da qui". Sa che da solo non potrebbe farcela, né per restare né per fuggire. Intanto a Berlino un sottosegretario omosessuale 35enne della CSU fa apprendistato col solido cauto ministro dell'interno Leubl; fortunatamente è passato tempo da quando la Germania ha aperto le sue porte, non c'è più Merkel, "quella cretina ha fatto entrare i migranti nel paese", ora basta. La pausa estiva è imminente, la campagna elettorale già iniziata, Tommy è andato a vivere da lui e la convivenza è goduriosa seppur invadente. In televisione va fortissimo la trasmissione della bellissima Nadeche Hackenbusch (limousine, grandi alberghi, assistenti personali), la seconda stagione di un "Angelo tra i poveri". L'emittente MyTV sta facendo tanti soldi e pensa a uno speciale in sei puntate visitando proprio l'immenso distante campo profughi. È perplessa pure la sua giornalista al seguito, Astid von Roëll, cronista di Evangeline. Eppure l'avventura comincia e succederà di tutto e di più. Il migrante (chiamato Lionel, chissà perché) viene assunto sul posto, si lega a Nadeche, parte per l'Europa una carovana di oltre duecentomila persone, come si potrà riuscire a fermarli?

Bellissimo anche il secondo romanzo del giornalista e ghostwriter Timur Vermes (Norimberga, 1967), in terza varia sui vari protagonisti, intervallata dagli articoli di informazione che ogni tanto narrano i fatti dal di dentro. Il precedente libro raccontava dell'inspiegabile risveglio di Adolf Hitler nella Germania del 2011, Lui è tornato. Questo descrive con ironia, arguzia e competenza sia il nostro mondo opulento (con particolare dovizia di accurati particolari per la politica e l'informazione) sia il contiguo mondo disperato delle popolazioni povere (in disincantata estrema fuga da guerre, clima e miseria); ovvero i sazi (Satten) e gli affamati (Hungrigen), da cui il titolo. Le barriere che li separano (oltre agli ottomila chilometri), l'inevitabilità dei contatti, dei conflitti interni e verso l'esterno, del meticciato, attraverso un lungo viaggio attraverso Egitto, Mar Rosso, Giordania, Iraq, Turchia, Ungheria, Serbia, Austria. Si tratta di un testo corposo, oltre cinquecento pagine fitte; ognuno dei circa sessanta capitoli contiene sguardi acuminati sul fenomeno migratorio contemporaneo, geograficamente strutturale e asimettrico nei punti di vista. Lungo le pagine incontriamo una trentina di personalità della vita tedesca, da Campino (Andreas Frege dei Toten) a Udo Jürgens (che venne a Sanremo), presentati con sagacia e inseriti in un "glossario" finale che evidenzia il riuscito obiettivo di mostrare la nostra fragile onnipotenza: tic, vip, disturbi, ambizioni, gelosie, affetti che si manifestano in consumi sconosciuti a parte ampia degli oltre sette miliardi e mezzo di conviventi sul pianeta. Nel campo si beve tanta birra, i tedeschi sanno brindare a Natale con una cuvée della Puglia, i due maschi innamorati si chiariscono col rosso Barolo.


NON È UN MESTIERE PER UOMINI. I primi tre casi di Violet Strange

Anna Katharine Green, A cura (e traduzione) di Alessandra Calanchi, Con una nota di Giuseppima Torregrossa, Giallo, Marsilio Venezia, 2019 (orig. americano 1915), Pag. 197, euro 16

L'americana Anna Katharine Green (1846-1935) è stata una delle più grandi scrittrici del genere mistery, noir, policier, kriminal, giallo. Finalmente! Era proprio ora di riscoprirla ed è così che andrebbero sempre pubblicati testi letterari non contemporanei! Una chiara lunga dettagliata introduzione critica che presenta e contestualizza, una sintetica nota biobibliografica, il testo sia a sinistra in americano-inglese che a destra tradotto in italiano, una postfazione letteraria, una bibliografia completa degli originali, delle traduzioni e pubblicazioni in volume o rivista, delle edizioni critiche. Curato dalla docente Calanchi "Non è un mestiere per uomini" raccoglie i primi tre di nove racconti pubblicati nel 1915, ambientati a New York all'inizio del secolo scorso, dedicati a una divertente acuta protagonista investigatrice debuttante in un mestiere per donne non sposate: Miss Violet Strange, minuta e vivace, ricca ed elegante, mondana e viziata, arguta e molto molto intelligente. 

QUASI PER CASO

Giancarlo De Cataldo, Giallo, Mondadori Milano, 2019, Pag. 254 euro 16

Torino e Roma. Aprile 1849. Durante la guerra lampo del re Carlo Alberto contro l'Austria e la rapida (non indolore) sconfitta, il 29enne Emiliano Mercalli di Saint-Just, maggiore dei Regi Carabinieri, si era battuto con onore vicino Pavia, fianco a fianco con i bersaglieri; arresosi a un battaglione di cacciatori austriaci aveva scontato una breve prigionia prima di tornare a casa con tutti gli uomini che gli erano stati affidati. Il maggior generale Negri gli assegna una licenza di quindici giorni, solo che è complicato organizzare in un battibaleno e celebrare le nozze con Naide Malarò, avvenente canzonettista, già attrice di teatro e ora studentessa di medicina, il grande amore della sua vita. Manda ad avvisarla l'attendente valdostano Pierre, ma lei non c'è, è partita per Roma "dove si combatte per la libertà", fra i seguaci di Giuseppe Pippo Mazzini. Che ci vada anche lui sembra proprio diplomaticamente impossibile, senonché Camillo Benso conte di Cavour, quarantenne basso e pingue, imprenditore economista politico, lo fa portare a Palazzo Reale: insieme allo stesso nuovo giovane re Vittorio Emanuele II lo autorizzano di persona. Gli danno tutti i lasciapassare e le autorizzazioni necessari e affidano l'incarico di ritrovare un antico compagno d'arme di sua maestà e di portare un riservato messaggio agli accoliti repubblicani insorti, proprio mentre Francia e grandi potenze stanno vedendo come scendere in campo a difesa del papa Pio IX e riconquistare Roma. L'amico del re, il conte Aymone Fleury si è innamorato della magnifica principessa Matilde, sposata con il nobile Ottaviani-Augusti e occorre riportarlo indietro a ogni costo. A Roma, tuttavia, è tutta un'altra vita, la priorità è rintracciare l'intrepida Naide e convincere anche lei a tornare. Senonché, a un certo punto, si trova il cadavere del principe marito, Aymone è il colpevole indiziato numero uno. Non sarà l'unico caso d'omicidio da risolvere né l'unica complicazione da sbrogliare per l'aitante Emiliano.

Un classico romanzo giallo storico per lo scrittore giudice Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956), che riprende e rilancia il protagonista del caso Diaul del settembre 1848. Siamo alla vigilia dell'attacco dell'esercito francese il 30 aprile alla Repubblica Romana, che resistette eroicamente fino alla definitiva caduta del 4 luglio. La classe non è acqua (forse vermut), bella anche la copertina. Narrazione magistrale, in terza fissa su Emiliano: avvincente come avventura sociale, curiosa e frastagliata come mistero giallo, divertita e divertente sulla Roma dell'epoca. In quella concatenazione di eventi cospirano la perversione umana e il caso (da cui il titolo), mescolandosi come un composto chimico di rara perfezione, al fine di alterare la realtà, manipolarla, renderla incomprensibile. Il caso stesso finirà per dare una mano all'indagine, insieme alla bella personalità del solito amico Gualtiero de Lancefroid, sperimentatore di (varie) droghe e (pessimo) suonatore di violino. Ci s'imbatte in innumerevoli patrioti realmente esistiti, nella dialettica calotipi-daggherrotipi per il primo reportage fotografico di guerra dell'Ottocento, negli utili piccioni viaggiatori usati Da Mazzini per scambiarsi pizzini con Cavour, nei mitici locali l'Osteria della Lepre, i Caffè Greco e dei Crociferi, l'albergo Cesari, in pozioni e veleni, in condizioni del manto stradale che lasciano alquanto a desiderare, nella prima pasta alla carbonara (all'inizio con generici pezzi di selvaggina, poi col guanciale) e nella famosa porchetta di Ariccia, nel consigliere giudice Saraceni (a pag. 180), in un Riccetto "trasteverino der vicolo der Cinque" e in altri amabili abituali luoghi e modi (romani) di dire e agire. Con l'autentico Carpano (al gusto di artemisia), l'Elixir di China e il rum d'importazione competono alla grande i bianchi vinelli dei Castelli Romani. Ormai s'intona Fratelli d'Italia (Mameli era lì) e si canticchia il Va' pensiero!


ERRORE

Giulio Giorello e Pino Donghi, Scienza, Il Mulino Bologna, 2019, Pag. 119, euro 12

Science fiction e no fiction. Da sempre. Sugli schermi dei nostri PC talora compare un messaggio difficile da ignorare. "System error". Obsolescenza ed errori sono programmati, non si aggiustano, bisogna resettare e ricominciare, spegnere e riaccendere. Al tempo della società controllata dagli algoritmi, se cadiamo in una situazione imprevista dalla procedura, è impossibile per l'utente ritornare dentro una qualche configurazione gestita, se ne deve occupare il dio-architetto-progettista. La trilogia cinematografica di Matrix lo aveva già mostrato sul grande schermo: l'errore è proprietà e funzione della programmazione originaria, prescinde dal concreto operare e dalle eventuali improbabili emozioni sia degli schiavi che dei ribelli. L'imprecisione corrisponde a imperfette libertà ed emozioni, la perfezione è a prova di errore. Bizzarro. Homo sapiens e la straordinaria civiltà che è riuscito a costruire sono frutto della sua naturale propensione alla scoperta di nuovi mondi e all'altrettanto ineludibile attitudine al racconto, dipendono in sostanza dagli innumerevoli errori di trascrizione genetica alla base di quel processo evolutivo scoperto da Darwin e ben interpretato dai successivi filosofi della scienza capaci di elogiare proprio gli errori (Mach e Popper soprattutto). Conoscenza ed errore dipendono da medesimi meccanismi psichici e solo il risultato permette (transitoriamente) di distinguerli. L'errore è il motore stesso della ricerca, un'impresa collettiva (di colleghi e rivali, falsi e veri, per scelta o per caso) e mai solo individuale. Per questo la politica dovrebbe ispirarsi un poco di più al dibattito scientifico, almeno nella modalità argomentativa di ciascun protagonista e gruppo di parte, consapevole che ogni azione e ogni progettualità producono conseguenze, sovente inattese, qualche volta sgradevoli. Triste ma frequente che si dia purtroppo torto a quest'ineccepibile esigenza.

Con garbo e stile il grande epistemologo Giulio Giorello (Milano, 1945) e l'eccellente divulgatore scientifico Pino Donghi (Roma, 1957) tornano sulla potenza euristica dell'Errore. Non è un trattato organico, non è un compendio esaustivo. L'agile volumetto parte dall'attualità informatica e dall'immaginario collettivo per introdurre la svolta dell'evoluzionismo che struttura la biologia, anticipa e indirizza la genetica. Senza errori non c'è evoluzione, senza errori non c'è progresso della conoscenza. Le idee buone vengono dalla tradizione filosofica, dalle letture spregiudicate, dalle intuizioni creative degli scienziati. Un significativo capitolo è dedicato alla meraviglia biologica del nostro corpo e agli errori in medicina, rari, non augurabili e spesso prevenibili, ma mai inconcepibili. Come in tutte le attività umane, periodici errori sono inevitabili, di regola non causati dalle azioni di un singolo e tantomeno intenzionali. Certo, c'è sempre una responsabilità (colpevolezza) basata sull'elemento della scelta, proprio la riflessione sulle circostanze (talora attenuanti) degli errori nell'esercizio della relazione fra medico e paziente, fra sanità e pubblico, costituiscono un'insostituibile occasione per il miglioramento del sistema stesso, oltre che per la corretta valutazione dell'innegabile individualità della risposta a trattamenti e cure ed eventualmente per risarcire le vittime occasionali. Gli autori giustamente sottolineano come sia cruciale in medicina (e, per certi versi, in politica, aggiungo) l'erronea percezione del potere del medico (dell'amministratore e del dirigente) nella relazione terapeutica (e associativa). Ogni scienza è una grande arte dell'approssimazione. Conta il principale fattore umano, pensare: il volume si chiude con l'esemplare citazione del caso (2009) del pilota americano di aerei Sullenberger meravigliosamente portato al cinema da Eastwood e Hanks (2016), Sully. Sfruttiamo al meglio il grande futuro che l'errore ha davanti a sé.


IL GATTO STRIATO MIAGOLA TRE VOLTE

Alan Bradley, Sellerio, Trad. Alfonso Geraci, 2019 (orig. 2016), Pagg. 364, euro 14

Toronto. Inverno 1951. Flavia, 12enne di nobili origini, occhi azzurri, udito sopraffino, talento chimico, è tornata (dal Canada) nella casa inglese (Bishop's Lacey, antiche magione e tenuta di Buckshaw, fittizi). Riprende a girare con Gladys, la bicicletta. Il babbo, colonnello con baffetti, filatelico collezionista di francobolli in ristrettezze finanziarie, è ricoverato, e le odiose sorelle Ophelia Feely 18enne e Daphne Daffy 14enne, non hanno certo la sua incontenibile curiosità. Flavia ha appena ereditato molto dalla madre e scopre l'ennesimo cadavere: l'anziano falegname Sambridge è stato ucciso a imitazione dell'uomo vitruviano di Leonardo, appeso a testa in giù, arti a formare una X. Questa volta dovrà studiare libri ed editoria per scoprire il colpevole. Sempre godibile la serie iniziata nel 2009 dallo scrittore canadese esperto d'ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è il nono, "Il gatto striato miagola tre volte", come sempre in prima persona.


NINFA DORMIENTE

Ilaria Tuti, Noir, Longanesi Milano, 2019, Pag. 478 euro 18,60

Borghi e monti (Musi) del Friuli Venezia Giulia. Primavera 2018. Di pregio e di suggestioni anche il secondo romanzo di Ilaria Tuti (Gemona del Friuli, 1976), in terza varia, stupendamente ambientato nel passato millenario e nel presente, con stile curato. La protagonista resta ancora Teresa Battaglia (20 maggio 1958), la commissaria diabetica (insulinodipendente) con a fianco il nuovo tremante aitante bell'ispettore metropolitano Massimo Marini e gli storici collaboratori. Non ha figli, viso duro e rugoso, corpo sfatto e capelli rossicci, doti di profiler; è esperta ed energica, scontrosa e determinata, sola con un'incipiente perdita di memoria, segreti e dolori sulle spalle. La "Ninfa dormiente" è il caso freddo di cui deve occuparsi, riassunto insieme da un quadro particolare ritrovato dal nipote del pittore Alessio Andrian e da un antico assassinio commesso nel 1945. Segnalo che due grammi al giorno di semi di cumino nero riducono il glucosio a aiutano l'insulina.

L'INFINITA SCIENZA DI LEOPARDI

Giuseppe Mussardo e Gaspare Polizzi, Scienza Express Trieste, 2019, Pag. 191 (più altre pagine di immagini) euro 29

Recanati e Cosmo. 1798-1837, prima e dopo. Una strenna più che un saggio. Della biografia di Leopardi si sa già molto. Di storia della scienza si sa ogni giorno qualcosa in più, per definizione. Leopardi, poi, ha scritto molto con riferimento a varie scienze e sulla sua scientifica filosofia si continua a dibattere da un secolo e mezzo. Eppure, mancava finora una riflessione come quella articolata nel bel volume intitolato alla "infinita scienza", ovvero alla ricercata poesia del ragionamento leopardiano e alla cura terminologica del narrare leopardiano, nel contesto della nobile letta biblioteca e dell'evoluzione scientifica successiva. Gli autori, dopo aver ricordato sommariamente le tappe principali della vita dell'illustre recanatese, distinguono con rigore tre grandi temi: l'astronomia, o più in generale la cosmologia, ovvero la scienza del cosmo e delle sfere celesti; la chimica, la scienza della materia e delle sue innumerevoli trasformazioni; l'infinito in tutte le sue molteplici accezioni, anche quelle di una disciplina matematica che meno interessava Leopardi. Colpiscono il ritmo e lo stile del testo. Dichiaratamente e continuamente intrecciano temi scientifici e citazioni accurate, lo stato dell'arte al momento delle letture e delle fascinazioni di Leopardi (quel che poteva o non poteva avere in qualche modo studiato o valutato o sperimentato lui stesso con strumenti del laboratorio) e le intuizioni o le carenze connesse agli sviluppi seguiti alla sua morte, con intermezzi e parentesi sui nomi dei grandi scienziati o sul succo delle grandi scoperte nelle varie Fisiche scienze e la segnalazione degli eventuali possibili ulteriori approfondimenti in materia. Le questioni dotte vengono spiegate con semplicità, sia quando il riferimento è al grande autore della letteratura italiana, sia quando è alla disciplina. Ogni parte si chiude con oltre una decina di pagine di foto e immagini antiche e moderne, disegni ritratti grafici con a fianco la ripetizione poeticamente appropriata di brevi passi del testo.

Il docente di fisica teorica Giuseppe Mussardo (Sogliano Cavour, 1959) e il filosofo della scienza Gaspare Polizzi (Trapani, 1955) illuminano il notissimo profilo di Giacomo Leopardi con una luce diversa e da un'altra angolazione. Leopardi visse meno di 40 anni, la sua corposa "Storia dell'Astronomia" fu iniziata nel 1811 quando aveva 13 anni e completata nel 1813, il suo componimento più noto è il breve "Infinito" del 1819, elaborato nella sofferenza quando ne aveva 21 e affinato fin quasi alla morte. Occorre essere accorti quando si compara l'età in specifici ecosistemi umani di secoli fa con i ritmi biologici e culturali di oggi. Gli autori sottolineano l'evidente enorme contrasto tra le opere giovanili e quelle della maturità: "nulla fino a sedici anni preannuncia quello che sarà dopo". All'interno di un passaggio cruciale di svolta (verso i 16 anni probabilmente), dovendo pur distinguere almeno due grandi fasi del pensiero e della scrittura, l'interesse per la scienza non è una novità e non viene abbandonato, resta grande e costante. Questi sono, dunque, gli elementi da sottolineare: sempre un pensiero e un'attitudine scientifici leopardiani, evoluzione del ruolo assegnato alle scienze nella riflessione sulla vita e nello scorrere dell'esistenza. Erudizione e poesia appaiono destinate a intrecciarsi. Il mondo non ha un unico senso e forse non ha proprio senso, nel viverlo e per sentirlo Leopardi considera l'approccio scientifico indispensabile, aiuta a limitare miti e pregiudizi (anche quando s'accorge che può creare maggiore infelicità), si ciba di verifiche empiriche che continuamente aggiornano e aggiustano le conoscenze vitali (anche quando sottolinea che esistono comunque le circostanze e altre biodiverse dimensioni della realtà, indecifrate o proprio indecifrabili). Giusto e bello. Infinitamente poeticamente infelice. "Qual sarà quel felice, il quale si creda d'esser felice abbastanza?... Chi è colui, che voglia esser felice per un certo lasso di tempo, e non più?... E questo desiderio di vita, che non ha termine alcuno, ove si fermi, e riposi, che altro è se non desiderio di eternità?"


TUTTI I SAPORI DEL NOIR. Terza antologia di racconti in memoria di Marco Frilli

Autori vari, (a cura di Armando d'Amaro), Giallo, Frilli Genova, 2019, Pag. 238, euro 14,90

Genova. 1948-2016. Marco Frilli era nato a Firenze lasciandosi poi adottare dal capoluogo ligure. Dopo aver lavorato per Laterza, nel 2000 promosse una casa editrice importante: tra cinquanta e sessanta titoli l'anno pubblicati cartacei ed e-book, ormai ben oltre mille in 19 anni, oltre un terzo gialli per genere e copertina. Il fondatore morì a causa di un brutto tumore, i figli Giacomo e Carlo (che già erano coinvolti) proseguono l'attività. Con la nuova (terza) antologia "Tutti i sapori del noir", 49 "suoi" autori italiani di noir (compreso Carlo, alcuni in coppia, 20 donne, alcuni con un successo che li ha portati altrove come lo scouting metteva in conto) ricordano Marco con 46 racconti dove lo affiancano in vario modo ai propri investigatori, impegnati su un mistero che ha al centro il mangiare e il cucinare con i rispettivi ambienti. Nella prefazione Maurizio De Giovanni spiega: "C'è un fantasma che si aggira ovunque sia un libro... l'editore,... un imprenditore, ...un sognatore".


IL CATECHISMO DELLA PECORA

Gesuino Némus, Noir, Elliot Roma, 2019, Pag. 189, euro 17,50

Telévras, Ogliastra. Giugno 2017. Muore un vecchio maestro, Marcellino Nonies. La sua vita era rimasta segnata oltre 50 anni prima da una ragazzina intelligentissima fuggita da scuola il primo giorno di prima elementare: Mariàca Tidòngia aveva il padre pastore rimasto vedovo proprio al momento del parto. Era vissuta all'aperto, isolata dal resto del mondo, in un casolare a metà strada tra stazzo e nuraghe. Il maestro aveva cominciato a raggiungerla fra le montagne per insegnarle a leggere e scrivere. Poi però, appena compiuto 14 anni, lei rimase incinta e fu maledetta dal padre. Maria scomparve. Eppure il figlio è divenuto un luminare della medicina. E lei? "Il catechismo della pecora" è un originale delizioso romanzo con coprotagonista lo stesso autore Gesuino Némus, eteronomo di Matteo Locci (Jerzu, 1958), il quarto dei gialli sardi per caso (il quinto è appena uscito). Stile sorprendente, ironico e acuto nel descrivere i miti autoctoni, culturali e politici dell'ultimo mezzo secolo.


GLI INVISIBILI

Valerio Varesi, Noir, Mondadori Milano, 2019, Pag. 362 euro 16

Parma, di questi sovrani tempi. Quel cadavere senza identità (maschio di corporatura robusta, incarnato bianco, sui cinquant'anni) giaceva dentro una cella frigorifera da oltre tre anni e nessuno l'aveva mai reclamato. La legge diceva che ora gli avrebbero dovuto affibbiare una sigla e seppellirlo. Soneri si fa portare il dossier: era stato ripescato vicino alla foce dell'Enza sulla sponda emiliana, aveva indagato abbastanza a fondo l'ispettore Carradori poi trasferitosi a Treviso, ferite e contusioni lasciavano aperte tutte le strade (omicidio, suicidio, incidente). Il questore lo invita a chiudere il caso, lui si prende qualche giorno e ripercorre le nebbiose stazioni sul Po. Il piantone fa confusione e pensa che stia cercando un ragazzo sardo scomparso, col quale comunque parla. Soneri s'appassiona a entrambe le storie, sono "Gli invisibili", chi diventa clandestino, senza o con intenzione. Splendido nuovo romanzo per il giornalista Valerio Varesi, contro cinismo e indifferenza.


AUTODIFESA DI CAINO

Andrea Camilleri, Teatro, Sellerio Palermo, 2019, Pag. 83, euro 8

Caracalla. 15 luglio 2019. Il fratello cattivo si doveva presentare in scena come primo assassino della storia umana, per esporre finalmente le sue ragioni. Lo straordinario contastorie Andrea Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 6 settembre 1925 - Roma, 17 luglio 2019) aveva scritto lo splendido inedito monologo dedicato alla "Autodifesa di Caino" che quest'estate avrebbe dovuto esporre al pubblico (come già a Siracusa per le conversazioni su Tiresia). Lo spettacolo saltò perché era malato e non si è più ripreso. Il volume ci consegna testo, sceneggiatura, bibliografia. Sullo schermo di scena sono previste immagini di guerre e morti, mentre la prima persona narra il Vecchio Testamento dalla Genesi e spiega che Adamo ("non lo chiamerò mai mio padre") non si mise d'accordo con Lilith su come fare sesso e procreare, finché da una sua costola fu modellata un'altra donna. Frasi celebri e personaggi biblici sono tutti ricostruiti rispettosamente con spirito critico e pensiero ironico.


NON MI ATTIRANO I PIACERI INNOCENTI. COSTUMI SCANDALOSI NELLA PARIGI DEL SETTECENTO

Francesca Sgorbati Bosi, Sellerio Palermo, 2019, Pag. 333 euro 18

Parigi. XVIII° secolo. L'annoiata battuta della principessa de Longueville (1619-1679), "Non mi attirano i piaceri innocenti", divenne lo spiritoso motto del secolo successivo quando tanti (di quelli che potevano) preferirono i piaceri proibiti ai leciti, e alcuni diletti degenerarono progressivamente in oscene parodie. La "migliore" società visse una sorta di doppia vita in cerca di amori mercenari e clandestini. La poliedrica Francesca Sgorbati Bosi (Cesena, 1958) continua a guidarci nella Francia del Settecento, dedicandosi questa volta a illustrare l'evoluzione verso amori smodati per il sesso, per il gioco d'azzardo, per commedie centrate su seduzione e adulterio, per maliziose cene galanti, per la pittura erotica, per gli ingredienti culinari afrodisiaci, in un contesto sociale di fango e champagne, d'inferno e paradiso, descritto anche grazie ai rapporti di polizia su corte, magistratura, borghesia e su note donne cortigiane, prostitute, ruffiane, tenutarie, lesbiche.