UNO SGUARDO DAL PONTE

Recensioni

di Valerio Calzolaio

Skorpio. Vincenzo Li Causi, morte di un agente segreto, Massimiliano Giannantoni, Storia, Round Robin, 2018

Sicilia, 22 novembre 1952 e Somalia, 12 novembre 1993, presumibilmente. Non è tranquillo scrivere la biografia di una persona con molte pericolose identità e pochissime chiacchierate foto, tanto più se continuano ricostruzioni e opinioni differenti sulla verità in vari cruciali eventi della sua vita, in un contesto di bugie, omissioni, depistaggi, incongruenze, segreti. Eppure, Vincenzo Li Causi è esistito davvero. E il bravo giornalista Massimiliano Giannantoni (Roma, 1968) si è messo sulle sue tracce per un paio d'anni con meticolosa tenacia, dopo essere stato sollecitato a rioccuparsene nell'estate 2016 da Falco Accame (Firenze, 1925), ex ammiraglio e deputato (1976-1983), attualmente presidente della Anavafaf, associazione che tutela le famiglie dei militari deceduti in tempi di pace. Giannantoni ha cercato riscontri ufficiali incrociando dati e notizie, recuperato carte e materiali da varie fonti, contattato e in vario modo colloquiato con parenti amici colleghi giornalisti esperti (più o meno affidabili) che meglio pensavano di conoscerlo, decidendo infine di dare alle stampe un testo interessante sull'Italia dei Settanta e degli Ottanta, con spunti sulle fasi biografiche adulte non in ordine cronologico, accurate note esplicative di personaggi o sigle, dettagli nuovi o concatenati su vicende famose della storia patria, molte informazioni e, ovviamente, qualche domanda ancora in sospeso. Vincenzo Li Causi dovrebbe essere nato a Partanna in provincia di Trapani e morto a Balad a sud di Mogadiscio quando stava per compiere 51 anni. Fu conosciuto attraverso una pluralità di documenti d'identità, di nomi in codice, di soprannomi. Di mestiere fece, infatti, l'agente segreto italiano. Si arruolò giovane nell'esercito, divenne radiomontatore, paracadutista e incursore della Marina, fu arruolato 22enne dal SID, operò a lungo da istruttore ufficialmente nel SISMI e clandestinamente in Gladio, gestì la sicurezza all'estero e delicate operazioni internazionali per il Presidente del Consiglio Craxi, finì la carriera da sottoufficiale maresciallo con la missione Ibis II in Somalia, morendo per le ferite causategli durante un agguato in circostanze mai del tutto chiarite.

L'autore inizia e conclude il volume parlando dell'omicidio. Si trovava lì in fuga o in missione? Fu eseguito da somali casualmente durante una delle tante imboscate di bande o volutamente da colleghi per impedirgli di parlare il giorno dopo ai magistrate romani? Quali rivelazioni si temevano, riferite a Gladio o a Ilaria Alpi, alle trame italiane o ai traffici somali? Sul momento e successivamente, cosa o quanto è stato oscurato oppure manipolato dalle macchine dei Servizi, con quali ordini e contesti? E non è che in realtà vive ancora, da qualche parte? Aveva certo un fratello (Martino) e una moglie (Giuseppina Bortone, qualche anno più giovane), anche se aloni di segretezza riguardano tutti i suoi nomi, soprannomi, identità (Sirio, Livio, Vinicio, Domenico, Maurizio Vicari, Salvatore Bortone e altri). Certo Li Causi, forse un bell'uomo del sud, magro atletico e castano scuro, fu implicato in delicate questioni della vita politico-istituzionale del nostro paese, il testo lo illustra con cura, dal sequestro palestinese dell'Achille Lauro alla liberazione di Dozier rapito dale BR. In Perù fu il responsabile dell'operazione Lima con finalità paraistituzionali di vario genere, illecite perlopiù. Dall'estate 1987 al 1990 gestì il centro paramilitare Scorpione di Trapani (da cui il titolo), già entrato nella storia del sequestro Moro, destinato a "forgiare" militari speciali e gladiatori, coinvolto in traffico d'armi e esercitazioni di guerriglia, connesso con vertici mafiosi, logge massoniche e apparati deviati dello Stato. Qui entrò in contatto con Mauro Rostagno (1942-1988) e la comunità Saman, qui erano in corso progetti di cooperazione con la Somalia, il paese dove si trasferì non molto tempo dopo la chiusura del centro. Li Causi già conosceva (pare dal 1987) Ilaria Alpi (1961-1994), la giornalista Rai poi uccisa a Mogadiscio col suo operatore Miran Hrovatin, un altro degli irrisolti grandi misteri italiani. Il buio resta per molte relazioni e vicende. Lo stile è quello dell'inchiesta (in sospeso). I vari capitoli contengono versioni, resoconti e dialoghi raccolti attraverso ricerche, letture e incontri su Li Causi, svolti in questi ultimi due anni. Sono arricchiti da verbali, audizioni ufficiali, documenti parlamentari, fotocopie di articoli e pagine di quotidiani, non da bibliografia e indici.


Il pianeta umano. Come abbiamo creato l'Antropocene, Simon L. Lewis e Mark A. Maslin, Simonetta Frediani, Scienza, Einaudi, 2019 (ed. orig. 2018), Pag. 359, euro 32

Terra. Eoni, ere, periodi, epoche, piani. Il nostro pianeta natale funziona come un unico sistema integrato: componenti fisiche, chimiche e biologiche (comparse circa 4 miliardi di anni fa), oceani, atmosfera e terre emerse sono tutti collegati. Noi, Homo sapiens, specie saggia, siamo un'aggiunta biologica recente. I cambiamenti ambientali causati dalle nostre attività sono aumentati al punto che oggi le azioni umane costituiscono una nuova forza della natura, che determina in misura crescente il futuro del pianeta. Ripercorrendo la storia sociale della nostra specie troviamo quattro transizioni principali che modificarono in modo fondamentale sia le società che gli impatti sul sistema, due legate alle forme d'uso dell'energia, due all'organizzazione umana: la prima circa 10500 anni fa derivò dalla nascita dell'agricoltura (cattura diretta di maggiore energia solare), la seconda dal "colombiano "scambio transoceanico di specie a partire dal Cinquecento, la terza dall'estrazione di antichi depositi concentrati di energia solare (con conseguente reimmissione in aria) a partire dalla fine del Seicento, la quarta dalla creazione di una rete di istituzioni globali dopo l'ultima guerra mondiale. Gli effetti cumulativi sono paragonabili a quelli di altri eventi geologici di scala globale e, combinando le parole greche traducibili con "uomo" e "recente", gli scienziati di varie discipline da tempo riflettono se e da quando vi sia stato l'inizio di un nuovo strato sedimentario (ancora in corso ovviamente) che possa essere definito Antropocene. E su cosa ci aspetta. Vi sarà una quinta transizione a nuova forma di società umana, forse in grado di mitigare i nostri impatti sull'ambiente e di migliorare la vita delle persone? Oppure stiamo andando verso un collasso?

Gli scienziati inglesi cinquantenni Simon L. Lewis e Mark A. Maslin hanno scritto un ottimo testo di approfondimento teorico e divulgazione colta. Sono convinti che le scelte politiche dei prossimi decenni possano determinare la rotta di gran parte dell'umanità per un periodo di tempo molto più lungo e, per permettere la costruzione di risposte intelligenti, chiariscono benissimo qual è la posta in gioco, partendo da quando qui la vita è iniziata, nella notte dei tempi, in cui la Terra si formò per aggregazione di particelle con la gravità che attraeva materia fino a formare un oggetto grande come un pianeta (4,54 miliardi or sono). La geologia è scienza umana e da secoli aiuta a ricostruire la storia terrena (terrestre), pur condizionata dalle preoccupazioni dominanti nelle varie fasi, che fossero e siano religiose, politiche o filosofiche. La stessa suddivisione del tempo è stata via via dibattuta e aggiornata sulla base delle tracce fossili. Gli autori riprendono e rivalutano molte narrazioni classiche, attraverso una chiara comparazione scientifica interdisciplinare: la discesa dagli alberi, l'agricoltura prima rivoluzione energetica, la globalizzazione 1.0, i combustibili fossili seconda rivoluzione energetica, la globalizzazione 2.0 che ci ha condotti a toccare i confini planetari. L'argomentata tesi è che, dall'inizio del mondo moderno del Cinquecento, due circuiti di feedback autorinforzanti e collegati (l'investimento dei profitti per generare altri profitti e la produzione crescente di conoscenza mediante il metodo scientifico) hanno dominato in misura sempre maggiore le culture del mondo. La stimolante ipotesi conclusiva è che sia stato il 1610 il cosiddetto chiodo d'oro (golden Orbis spike), ovvero il marcatore temporale dal quale la Terra ha iniziato a procedere verso un nuovo stato, dopo aver toccato il minimo dell'anidride carbonica atmosferica presente in una carota di ghiaccio antartico. Ricchissima bibliografia, notevole apparato di figure e note, dettagliato processuale stile narrativo.


Il futuro è storia, Masha Gessen, Storia, Sellerio, 2019 (orig. 2017), Trad. Andrea Grechi, Pag. 710, euro 18

Russia. Ai tempi di Putin. Lëša, Maša, Serëža e Žanna sono nate fra il 1982 e il 1985 e, nell'arco di circa un anno, hanno raccontato le loro vite alla bravissima Masha Gessen (Mosca, 1967): eventi, luoghi, conversazioni, sentimenti, film, notiziari televisivi, idee. A lungo redattrice in patria e autrice di vari libri, da minacciata attivista Lgbt si è trasferita definitivamente negli Usa a fine 2013, la giornalista russa si è avvalsa di varie fonti per corroborare date, cronologie e descrizioni e, infine, lavorando fra New York e Vienna, ha dato alle stampe un meraviglioso coraggioso straordinario reportage-romanzo-saggio su come si vive da qualche decennio in Russia. "Il futuro è storia" ha ottenuto nel 2017 il National Book Award e ora è stato tradotto in italiano. Oltre alle quattro donne (menzionate col diminutivo) vi sono altri tre personaggi principali del testo: la psicoanalista Marina Arutjunjan, il sociologo Lev Gudkov, il filosofo Aleksandr Dugin.


Migrante per sempre, Chiara Ingrao, Romanzo, Baldini & Castoldi, 2019, Pag. 408, euro 20

1962-2006. Italia e altrove. Prologo nel 1956: il padre di Lina varca di notte da clandestino la frontiera di Ventimiglia, pullman fino a Palermo, poi treno verso Genova, dall'Italia alla Francia, deve mantenere la famiglia! Lina è nata povera nella Sicilia contadina (1962-69), anche lei sarà strappata agli affetti del suo paese, soprattutto alla nonna, e alla scuola, raggiungerà la madre in Germania per lavorare in fabbrica (1969-84). Ostinata e ribelle, Lina conquista lì una certa sicurezza sociale, anche nel rapporto con gli uomini, vive una duratura storia d'amore. Già madre e moglie quando torna in Italia a Roma, scoprirà che ci si può sentire stranieri anche in patria (1984-2006). Chiara Ingrao (Roma, 1949) mirabilmente affresca in terza persona corale l'esistenza, "Sempre migrante", di A., una donna realmente incontrata, capace di donarle la propria storia. Non possiamo appartenere a una sola tribù, siamo tutti un poco meticci, portiamo l'eco di migrazioni antiche e moderne. 


L'ultimo sapiens. Viaggio al termine della nostra specie, Gianfranco Pacchioni, Sapienza artificiale, Il Mulino, 2019, Prefazione di Telmo Pievani, Pag. 214 euro 15

Evoluzione della Terra sapiente. Prima, ora e dopo. È solo 10-12.000 anni fa che l'uomo si trasformò da cacciatore-raccoglitore in agricoltore, divenne stanziale, e creò le premesse per la nascita delle città e delle civiltà. All'inizio le cose andarono abbastanza lente, poi accelerarono, sempre più. La vita di una persona che lavora nei campi ha subito più trasformazioni negli ultimi 100 anni che nei precedenti 10.000. Tutto è cambiato verso la fine dell'Ottocento e non possiamo rinviare più di studiare meglio i possibili futuri dei "Tecno-sapiens": intelligenza artificiale, biostampanti, vita sintetica, nanotecnologie, neuroscienze. Partendo sempre dai racconti del chimico partigiano Primo Levi (1919-1987) l'esperto chimico e docente Gianfranco Pacchioni (Milano, 1954) in "L'ultimo sapiens" narra con chiarezza e competenza come potrebbe finire la nostra specie, che da sempre coevolve con le tecnologie. Noi cambiamo il mondo, e il mondo prima o poi (più prima che poi) cambia noi. 


Breve storia della Sicilia, John Julius Norwich, Storia, Sellerio, 2018 (orig. 2015)

Trad. Chiara Rizzuto, Pag. 512 euro 15

Sicilia. Dai greci a Cosa Nostra. Nel 1961 il visconte di Norwich John JuliusCooper (1929-2018) lavorava per il ministero degli Esteri. A ottobre capitò con la moglie in Sicilia, innamorandosene. Fu colpito dall'eccezionale varietà di popoli e culture che avevano lasciato tracce significative, manufatti non solo artistici, eventi sociali: greci, romani, bizantini, arabi, normanni, poi spagnoli e pirati, Borboni e francesi, garibaldini e carbonari, la Mafia e l'Italia. A partire dal medioevo la Sicilia era sempre appartenuta a qualcun altro. Da diplomatico studioso scoprì presto che c'erano pochi testi in inglese. Decise di dedicarsi a tempo pieno a colmare il vuoto e iniziò, inevitabilmente, con "I normanni nel Sud" (1967). Scrisse altri volumi, girò documentari, fece da guida. Dopo cinquant'anni di studi e ricerche John Julius Norwich firma un ultimo volume sulla triste "Breve storia della Sicilia", che considera un "commiato" da luoghi che gli hanno donato grande felicità.

Omicidi nell'urbe, Walter Astori, Giallo, Piemme, 2018

Roma. 61 a.C, consolato di Pisone e Corvino. La stella del giovane questore Flavio Callido aveva già brillato durante le campagne contro Mitridate e i pirati, nove anni di guerre al seguito e all'ombra del grande Pompeo, ora potrebbe brillare di luce propria. Lo va a trovare e si fa ricevere un ospite illustre, il princeps senatus Quinto Lutazio Catulo, sconfitto da Cesare nella corsa alla carica di pontefice, ancora potentissimo, ultrasettantenne capo degli ottimati (il partito conservatore) che ha in anticipo annunciato la candidatura al consolato per l'anno successivo. Gli chiede di indagare sugli omicidi cruenti di due illustri cittadini romani, con capitali e amicizie importanti, il senatore Rabirio e Marco Cornelio Crisogono, figlio del liberto di Silla, il secondo lasciato proprio quella mattina davanti alla porta della sua domus. Entrambi sono stati trovati morti con mutilazioni e scene che lasciano presagire dei sacrifici umani, l'indagine nasconde certo sottili giochi politici. Flavio Callido, magistrato ambizioso con addestramento militare, non può certo tirarsi indietro, spinto anche dal padre Spurio, aiutato dal segretario Tarquinio e dal littore Censo; inoltre la giovane Lutazia Domizia, capelli neri e fisico allenato, figlia adottiva di Catulo, nata schiava, sposa di un attempato militare in missione, legata pure alla forte gladiatrice e allenatrice Achillea di Smirne, s'intromette e vuole affiancare l'investigatore, lo accompagnerà (quasi) ovunque. Appare subito chiaro che non sono in perfetta sintonia, il fatto è che si aggiungono presto altre vittime, non casuali. I morti risultano personalità influenti e si conoscevano, gli efferati omicidi mostrano un medesimo progressivo rituale: a Rabirio è stato amputato il naso, a Crisogono le orecchie, ad Archelao i genitali, ad Autronio Peto... Di mezzo c'era o c'era stata una congiura, qualcosa sembra alludere a un feroce delitto del passato, non è facile capire di chi ci si può fidare e a cosa di terribile si va comunque incontro, occorre affidarsi a prestanza, furbizia e gladi.

L'esperto comunicatore Walter Astori (Roma, 1980) ha consolidate passioni per la storia e la scrittura, nel giro di due mesi dell'estate 2018 ha pubblicato due avventure narrate in prima persona dal suo fresco protagonista, questa dell'Urbe è la prima. L'ispirazione è giunta da un fatto realmente avvenuto: la morte sacrificale violenta del tribuno della plebe Marco Mario Gratidiano (riformatore della moneta) durante le proscrizioni sillane. Nella vicenda s'intrecciano poi personaggi storicamente esistiti e figure totalmente inventate, pur se i riferimenti alla struttura della città, al contesto socio-ambientale, alle dinamiche politico-istituzionali sono minuziosamente precisi. Non a caso, a un certo punto e più volte, il questore chiama in causa Marco Tullio Cicerone (106-43 a.C.), vanitoso e intrallazzato, prestigioso e ormai pingue. Lo va a trovare sulle vette del colle Palatino dove viveva nel terrore che tornasse a Roma per vendicarsi qualcuno sopravvissuto fra i congiurati di Catilina contro la Repubblica, circondato e scortato da un piccolo esercito anche fra le mura domestiche; poi gli chiede addirittura di testimoniare per certificare i fatti che sta ricostruendo. C'erano spietati assassini in giro per la città, legali e illegali. E tanti possibili brutti modi di morire, anche allora. Il romanzo è gradevole, l'intreccio accurato, lo stile lineare. L'autore talvolta spiega troppo con attenzione eccessiva per noi lettori. Vero è che il padre del protagonista ha ottime vigne e una magnifica produzione vitivinicola, un gran Falerio e un rosso che profuma di miele (vera remotissima origine del liquido odoroso).


L'assassino timido, Clara Usón, Trad. Silvia Sichel, Biografia, autobiografia, fiction, Sellerio, 2019 (orig. 2018). Pag. 189, euro 15

Spagna. Franchismo e post-franchismo. Sandra Mozarovski (Tangeri, 17 ottobre 1958 - Madrid, 14 settembre 1977) morì giovanissima e sarà sempre ricordata come bella attrice per gli scollacciati film sexy e porno soft, chiamati destape (spogliarello), concessi dalla dittatura come generosa limitata libertà espressiva. Clara Usón è nata in Catalogna poco più di due anni dopo Sandra, erano giovani nello stesso periodo finale del regime; laureatasi in diritto e divenuta avvocato, ha presto deciso di dedicarsi molto alla letteratura, esordendo nel 1998 col primo romanzo e conquistandosi poi un ruolo di magnifica sensibile affermata scrittrice dei nostri tempi. Lo spunto del nuovo libro è la caduta mortale dell'attrice dal balcone di casa, nemmeno 19enne. Un incidente, un suicidio, un omicidio? Fin da subito sono emersi vari sospetti e ipotesi sulle (eventuali) ragioni del gesto, se e quanto voluto e, in caso affermativo, quanto provocato da lei o da altri e, eventualmente, da chi e perché. Ci fu una versione ufficiale, non furono fatte inchieste, la voce più nota e diffusa allude al fatto che fosse un amante del re (39enne) Juan Carlos, incinta. Usón non investiga, narra. Ha visto più volte tutti i film, letto accuratamente le interviste e le cronache dell'epoca, studiato materiali e contesti, intervistato interlocutori che la conoscevano e sono ancora vivi. Descrive foto e cortometraggi, intuisce i percorsi e le emozioni, suggerisce possibilità nelle dinamiche relazionali, talora si immedesima o comunque compara la vita di Sandra alla sua per narrare pure di sé, senza compiacenze autobiografiche, come ulteriore dato di una realtà parallela di giovinezza femminile fino al 1977 (entrambe benestanti) e, poi, di donna autonoma. Pavese ricorre in molte forme, innanzitutto nel titolo che allude a una possibile definizione personale del suicidio (proprio o altrui).

Clara Usón (Barcellona, 1961) riesce a consegnare ai posteri uno splendido testo intriso di storia e di cultura. Non considera separate realtà e finzione, vi si immerge insieme con stile del tutto trasparente ed esplicito, in prima persona. Esiste una strutturale imperfetta doppiezza del linguaggio articolato simbolico della meticcia specie umana da qualche decina di migliaia di anni a questa parte: assegniamo sempre un nome alle cose ma abbiamo pure sempre bisogno di immaginare altre cose e di assegnare altri significati alle stesse cose. Nel pensier ci fingiamo, vorremmo vivere e non sappiamo come si fa, questo ci ricorda di continuo l'autrice! Ci parla del suicidio come pensiero immanente tanti momenti della vita di molti, masochismo invece che sadismo, ripercorrendo riflessioni e congetture di personalità come Wittgenstein e Pavese (molto), poi Čechov, Camus, Cervantes, Russell e tanti altri. Ci parla dell'essere figlie di madri, esseri generati e sessuati spesso accanto a fratelli e/o sorelle, come pensiero carnale conturbante ogni anfratto delle successive esistenze per molti. Ci parla della morte e della vita, vitali entrambi per tutti. Ci parla di sé stessa, mette a nudo la propria storia e i propri sentimenti. Ci parla della Spagna, dei dittatori e dei monarchi non solo spagnoli. E ripercorriamo la colonna sonora dei padri e dei ragazzi, una filmografia non solo nazionale. Sandra nacque da padre russo (diplomatico) e madre spagnola, prima di tre figli, mostrò subito talento artistico e recitò la prima volta già a dieci anni. Aveva una bellezza slava: occhi verdi leggermente a mandorla, bocca grande dalle labbra piene, incarnato pallido, chioma castana e folta, lineamenti perfetti, corpo scultoreo (che i registi volevano mostrare quel tanto nudo che bastasse). Molti dei suoi viaggi e incontri ebbero pubblica rilevanza. Per lei la svolta fu il cinema e Usón investiga su cosa abbia comportato, prova a mettersi nei suoi panni, visto che perlopiù le coetanee non ebbero quella (contingente) fortuna, fra l'altro così prossima temporalmente a una terribile fine.


Homo sum. Essere "umani" nel mondo antico, Maurizio Bettini, Filosofia e filologia, Einaudi, 2019, Pag. 133, euro 12

Antiche Grecia e Roma. Moderna organizzazione delle Nazioni Unite. A scuola tutti studiammo e studiate l'Eneide, poema epico scritto da Virgilio tra il 29 e il 19 a.C.. Narra la mitologica storia di Enea, figlio di Anchise e della dea Venere, eroe guerriero di Troia nell'antica Grecia, che riuscì a fuggire dopo la caduta della città e viaggiò profugo per il Mediterraneo fino ad approdare nel Lazio, diventando il progenitore dell'antico popolo romano. A scuola tutti studiammo e studiate la Dichiarazione Universale dei diritti umani del 1948 d.C., preambolo e trenta articoli di principi e obblighi, diritti e doveri, votata da 48 dei 58 Stati allora membri dell'Onu (8 astenuti, 2 assenti, l'Italia ancora non ne era parte), in vigore non vincolante. È all'origine di una settantina di patti globali vincolanti e risulta purtroppo ancora violata da molti Stati e governi in giro per il mondo (a motivata detta di istituzioni, corti di giustizia e organizzazioni internazionali). Un grande latinista antropologo prova a relazionare il senso di umanità che emerse e si espresse migliaia di anni fa nelle culture classiche con il testo della moderna dichiarazione universale, attraverso uno studio comparato di termini e locuzioni, aiutandoci a valutare le drammatiche cronache attuali e, soprattutto, a indignarci per i troppi cadaveri che fluttuano ora nei nostri mari. Prima il naufrago troiano riuscì perigliosamente a sbarcare con pochi altri superstiti a Cartagine (la Libia di allora, la Tunisia di oggi). Didone, la sovrana regnante, memore di essere stata a suo volta costretta ad abbandonare Tiro (la patria fenicia) spiegò a tutti che le frontiere si chiudono di fronte agli aggressori, non a disgraziati e miseri, li soccorse e diede aiuto; offrì loro di restare a parità di diritti con i locali o mezzi e viveri per rimettersi in mare verso Sicilia o Italia. Occorre approfondire bene quali convinzioni ed emozioni erano alla base di una tale opzione umanitaria, senza enfatizzare pietà e retorica, vedendo somiglianze e differenze.

Maurizio Bettini (Bressanone, 1947) insegna Filologia classica all'Università di Siena e, dopo aver ha scritto decine di interessanti saggi oltre che centinaia di acuti articoli, ci offre adesso uno splendido originale studio sui diritti umani. La colta esplorazione linguistica e filosofica segue tre fili di raffronto: eventuali continuità o analogie, ovvi contrasti e scarti, problemi equivalenti perché inerenti la storia e la geografia umane. L'Eneide ha emblematicamente contribuito a creare la consapevolezza culturale che ha portato all'elaborazione di quei principi di rispetto e garanzia, rifiuto della barbarie e buoni costumi, che poi sono stati chiamati "diritti umani". L'autore rilegge meticolosamente la Dichiarazione Universale mettendo sullo sfondo espressioni e percorsi della cultura greca e romana: un qualche rapporto è evidente, soprattutto nel rifiutare l'attributo umano per violenza, brutalità, efferatezza, e nel connettere giustizia a cultura ed educazione. Così come emergono divergenze e opposizioni, innanzitutto rispetto all'effettiva eguaglianza fra tutti gli umani: per i greci gli stranieri tendevano a essere in sostanza "barbari" (balbettanti), ridicoli e inferiori, una posizione in certo senso egemone anche fra i romani (pur con vari necessari distinguo). Oltre all'ineguaglianza delle donne, la questione cruciale era la schiavitù, pratica che faceva strutturalmente parte della società e dell'economia, legittimata per innumerevoli secoli da filosofi ed ecclesiastici. Il terzo filone è quello più stimolante, le categorie, i miti, i termini e i modi di pensiero interni alla cultura classica che richiamano a loro modo principi poi contenuti nella Dichiarazione del 1948: l'individuazione di doveri e obblighi umani, per quanto iscritti in un orizzonte di carattere religioso, in particolare il sostegno operativo a erranti, fuggitivi e migranti (e qui si rinvia all'articolo 13). Il filologo usa continue competenti citazioni dei grandi autori ed evidenzia specificità e contrapposizioni: Seneca e l'umanesimo stoico si spinsero certo molto avanti verso una visione di cosmopolitismo, non ponevano limiti alla generosità interumana, ma fu il commediografo Terenzio che scrisse (da cui il titolo): Homo sum, humani nihil a me alienum puto; "sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo". Nessuno è figlio di una "propria" terra, ogni fondazione è un rimescolamento: i romani credevano davvero nella virtù della mescolanza, la sperimentarono e propugnarono. Loro.


Ambiente, Ugo Leone, Ecologia, Doppiavoce, 2019, Pag. 51, euro 10

Da quando il pianeta Terra è abitato anche dalla biodiversità umana. Il professor Ugo Leone (Napoli, 1940) inaugura una nuova collana di un ottimo editore campano. "la parola alle parole". Ovviamente s'inizia dalla A e da Ambiente. Non è sinonimo di natura, né di ecologia. Ha origine dal participio presente del verbo latino "ambire", che significare stare intorno, circondare. Nasce con noi, con l'umanità, indica ciò che ci siamo trovati intorno e abbiamo poi modificato, ampliato, umanizzato. Il sinonimo che preferisco è "contesto", per rendere l'idea anche degli infiniti espansivi usi ai quali la parola viene di continuo sottoposta, pure metaforici. Ugo Leone ne dà ora efficace sintetico conto in "Ambiente": la storia ambientale del nostro mondo (con bibliografia meditata), l'ambiente di vita e di lavoro, l'ambiente urbano e quello naturale, la scienza dell'ecologia. Per ora i volumi sono acquistabili sul sito www.doppiavoce.it, presto saranno in libreria.

Lettera a un razzista del terzo millennio, Luigi Ciotti, Migrazioni, Gruppo Abele, 2019, Pag. 78, euro 6

A noi, italiani. Ora, in questo secolo. È appena arrivata una lettera. Redatta da un uomo che in genere scrive poco e agisce molto, preferisce i fatti con il loro linguaggio, silenzioso ma vero. Rivolta non solo a me, chi altri avrà voglia di leggerla scoprirà che ci interessa tutti, come compatrioti. Un sacerdote famoso, don Luigi Ciotti, ha deciso di scriverci di fronte all'ingiustizia che monta intorno a noi. Di ogni cosa che non va si dà la colpa ai migranti, non è d'accordo. Le migrazioni non vanno sottovalutate ma governate in un modo intelligente ed è necessario parlarne senza rimozioni. Così ci ha provato. E ci è riuscito. Prende in esame tutte le paure, ne condivide l'origine, ci si confronta, allarga lo sguardo su altre emozioni e su altri fatti. Inizia dalle ingiustizie, non le nega certo, anzi conferma subito che non viviamo in un bel mondo, troppe povertà disoccupazione disuguaglianze. Prendersela con chi non c'entra nulla non fa che aggravare il problema. L'inversione di tendenza, quando cioè i figli hanno iniziato a stare peggio dei padri, è cominciata già alla fine degli Ottanta, e dunque ben prima che nel nostro Paese si affacciassero ampie immigrazioni. Eppure, il razzismo dirotta la rabbia sociale contro il capro espiatorio dei migranti, incombe come pulsione ostile e aggressiva nei confronti di chi è percepito diverso: per il colore della pelle o per abitudini di vita, lingua, religione. Si susseguono insulti e gesti quotidiani di intolleranza, di emarginazione, di odio; il linguaggio di alcuni media getta benzina sul fuoco e alimenta pregiudizi; alcune leggi contribuiscono a dare diritto di cittadinanza al razzismo con un inasprimento repressivo che non c'entra niente con la sicurezza. Il testo è molto descrittivo e minuzioso nelle citazioni e negli esempi, soprattutto per sfatare i luoghi comuni dell'invasione in corso, del "prima gli italiani", dei muri, dell'"aiutiamoli a casa loro" o dell'"uomo solo al comando".

Pio Luigi Ciotti (1945) ha deciso di trovare parole semplici e giuste per contrastare l'onda xenofoba e razzista. Non si sente, comodamente e presuntuosamente, dalla parte giusta. La parte giusta non è un luogo dove stare; è, piuttosto, un orizzonte da raggiungere. Insieme. Non mostrando i muscoli e accanendosi contro la fragilità degli altri. Ascoltando, ribattendo, approfondendo, agendo. Sicurezza è vivere in libertà insieme agli altri, non a scapito di altri; è costruire una società responsabile, fondata su diritti e doveri, dove ogni persona sia riconosciuta nella sua inviolabile dignità. Così ci ha scritto una lettera aperta, chiara, ferma, costruttiva, colma di rispetto e pietà per ciascuno di noi, senza pulpiti, con tanti palpiti. Coglie l'occasione per offrire spunti autobiografici sulla propria vocazione e fede, sul Gruppo Abele, sul comune percorso di impegno. La sua e la loro parrocchia è la strada. Segnala di essere anche lui un migrante, trasferitosi dalla provincia di Belluno a Torino per il lavoro operaio del padre. Ricorda con precisione l'ex medico divenuto clochard, il cruciale incontro che a 17 anni cambiò la sua esistenza. Spiega i primi passi del Gruppo fra drogati, prostitute, immigrati, carcerati, disadattati, emarginati. Richiama spesso le parole di Papa Francesco e i passi dell'Enciclica, cita altri donne e uomini che hanno detto o scritto frasi significative. Conclude con la speranza e la voce dei bambini. Un libro magnifico che si legge in 30 minuti, che si può portare in tasca, che ci fa con-vivere meglio, che può aiutarci a non subire come inevitabile ineluttabile l'onda imperante contro la libertà di migrare e contro il valore di ogni persona.


Il caos, la bomba, il caos, Daniele Stroppolo, Romanzo storico, Bottega Errante, 2018

Italia. 1975 e 2015. Nel pieno degli anni settanta due brigatisti, una carismatica esperta ragazza (il capo) e un ragazzo all'esordio, tengono sequestrato il figlio di un imprenditore, in una cascina sulle colline del Monferrato in Piemonte. Commettono vari errori e imprudenze, insieme ai loro complici. Arrivano i carabinieri, c'è uno scontro a fuoco, lui lancia tre bombe e colpisce più d'uno, chi si trova di fronte. Mentre Margherita viene uccisa, lui in qualche modo riesce a fuggire nel bosco e poi a far perdere ogni traccia. Si eclissa. Per decenni riga dritto, in solitudine (soprattutto interiore). Non cambia idee, ma il vigore di un uomo che ha colpito è riuscito ormai a spegnere ogni idea di proseguire l'azione politica come fino a quel momento era stata concepita e condotta, da terrorista. Non più reati, non più reti di contatto, non più lotta. Termina gli esami universitari, avvia un bel dottorato di ricerca e poi un'agiata provinciale carriera accademica da medievista minore, limitandosi a studi filologie scritture traduzioni, una vita irreprensibile, professionalmente e socialmente realizzato. Si sposa con una donna bella intelligente spiritosa; hanno un erede taciturno, Andrea; mantiene tranquille vaghe amicizie; segue con curiosità e amore le frequentazioni anarchiche del figlio e il suo fidanzamento con Sofia; finché non arriva a sconvolgerlo in via definitiva una lettera-manifesto di cui condivide praticamente tutto, composta in un linguaggio tanto simile al suo di un tempo, confinandolo ben presto nell'oscurità, lasciandolo senza niente dentro e costringendolo infine a confessarsi con sé stesso. Ci ripensa ora che sono trascorsi almeno quarant'anni dal rapimento e dal conflitto, vive solo nella periferia sud di Milano in una monofamiliare a due piani con fotovoltaico sul tetto, pratica ecologia casalinga, consuma a chilometro zero, ascolta Mahler tormentato da dolori e ricordi, scrive disperato su un bel portatile nuovo.

L'insegnante triestino Daniele Strappolo (Udine, 1978) prende spunti e particolari da un tragico evento storico realmente accaduto: il sequestro Gancia durante gli anni di piombo. Un nucleo armato delle Brigate Rosse sequestrò il mattino del 4 giugno l'industriale 40enne Vittorio Vallarino Gancia, figlio del proprietario dell'omonima azienda vitivinicola, con l'obiettivo di ottenere un alto riscatto e finanziare l'organizzazione nella lotta armata. Il sequestro si concluse il giorno successivo, i rapitori incaricati della detenzione furono individuati, la pattuglia fece irruzione nella cascina Spiotta d'Arzello, (vicino Acqui Terme) dove era tenuto nascosto Gancia. Lo scontro a fuoco, con l'impiego di armi automatiche e bombe a mano, causò la morte di Margherita Cagol, la terrorista a capo del nucleo brigatista, moglie di Renato Curcio, e dell'appuntato dei carabinieri Giovanni D'Alfonso, oltre al grave ferimento di altri due carabinieri, tra cui il tenente Umberto Rocca che perse un braccio e un occhio; l'ostaggio venne liberato incolume. Gran parte dei fatti sono noti, si possono consultare facilmente innumerevoli fonti, giornalisti magistrati storici studiosi hanno ripercorso la vicenda in più occasioni. Da allora emersero molti aspetti incontrovertibili e due versioni, in particolare sulla morte della trentenne trentina Cagol, mentre alcuni dettagli non sono mai stati precisati. L'autore sceglie una narrazione in prima persona relativa al possibile percorso del terrorista prima e dopo l'attentato: la scelta di militanza colta e il reclutamento clandestino, una certa confusione emotiva e la violenza politica (da cui il titolo), introspezioni e paure, contraddizioni ed enigmi, convinzioni e passioni di un personaggio che voleva liberare gli oppressi spingendosi fino alla guerra dell'uomo contro l'uomo; e poi si è integrato, a suo modo. Lo stile è chiaro, la forma lineare (pur con qualche refuso di troppo), l'intreccio sentimentale coinvolgente (pur se talora pesante). 


Chi ha rubato Annie Thorne?, C.J. Tudor, Trad. Sandro Ristori, Noir,

Rizzoli, 2019 (orig. 2019, The Taking of Annie Thorne), Pag. 351, euro 20

Nottinghamshire. Settembre 2017 (e 1992). Non lontano dai resti della leggendaria foresta di Sherwood c'è Arnhill, inospitale paesino al centro della zona delle miniere inglesi nel cupo tetro Nord, i pullman non arrivano, la stazione ferroviaria più vicina si trova a una ventina di chilometri. Joseph Joe Thorne vi era nato il 13 aprile del 1997 e vi aveva studiato, prima di subire traumi affettivi e andarsene a insegnare altrove. Lì due mesi prima sono morti in modo cruento una donna e un ragazzo, Joe riceve a Manchester una mail che lo riporta indietro nel tempo e decide di tornare con quel rottame della sua Golf. Ora, a inizio anno scolastico ha trovato posto come professore d'inglese nell'istituto che aveva frequentato, affittando proprio il cottage del recente fattaccio. Quand'era un quindicenne povero, timido e impacciato fu accolto nella banda del bello intelligente sadico bullo, insieme trovarono una botola d'ingresso ai cunicoli e un ossario di bambini. La sorellina di 8 anni li aveva seguiti con la torcia, avevano tutti avuto paura e, nella confusa fuga, Annie aveva subito un colpo e poi era scomparsa per due giorni. Al ritorno nulla era più stato come prima. Nei mesi successivi Annie sembrava come impazzita, un amico era entrato in depressione e si era suicidato, a causa di un incidente d'auto erano morti prima il padre e la stessa sorella di Joe, in seguito la madre. Ora Joe è perseguitato dai debiti di gioco e dalla killer inviata dal Ciccione per fargliela pagare, ma vuole comunque scoprire cosa era veramente accaduto 25 anni prima. Trova il bullo padrone effettivo del paesino, l'amata carina furba amica di allora moglie (malata) del bullo, l'unico figlio del bullo a spadroneggiare in classe e fra i coetanei. Viene minacciato e malmenato più volte, gira fra pub, riaffiorano suoi rancori risentimenti paure incubi, emergono malefici e segreti del villaggio, non è affatto certo che riesca a venirne fuori.

C. J. Caz Tudor è nata a Salisbury e cresciuta a Nottingham, dove vive con il compagno e la figlia. Ha lasciato la scuola a sedici anni e poi ha fatto di tutto un po', sempre scrivendo come prima o seconda attività. Dopo l'enorme successo del romanzo d'esordio "L'uomo di gesso" (agosto 2017) torna ai lettori del globo con una seconda avvincente convulsa (e poco entusiasmante) storia narrata in prima persona al presente (con incisi sui trascorsi al passato). Il contesto è un piccolo claustrofobico centro, imperniato unicamente sulla pervasiva miniera di carbone (con i propri tanti incidenti sul lavoro e conflitti di classe), ora abbandonata da oltre un decennio, ormai desertificato e lontano da tutto. Più che criminalità metropolitana endemica vi domina la minuta sopraffazione sociale. La vecchia banda è ancora sulla bocca di tutti, una dinamica "genetica", di cui Joe ha fatto parte per breve tempo, pur comprendendone a fondo i meccanismi relazionali. Annie e il fratello erano legatissimi, gli è stata presa (da cui il titolo) e non si è più ri-preso. Annie era una signorina piena di vita, stupidamente intelligente, insopportabilmente dolce, divertentissima e spassosa, cocciuta e frustrante. L'alto e magro Joe ha una gamba malandata e occhi scuri iniettati di sangue, niente famiglia e figli, sciatto incallito fumatore bevitore, non esattamente un eroe positivo. Anzi, il romanzo è pieno di cattivi o di cattiverie e molto fa riferimento al clima che si respira nelle scuole, colpa dei bulli da una parte, dell'apatia opportunistica dall'altra. Birra a fiumi.


Il mastino di Darwin, Alessandro Chiometti, Noir scientifico, Dalia, 2017, Postfazione di Telmo Pievani, Pag. 159, euro 12

Perugia. Poco tempo fa. Una sera di fine febbraio la prostituta ucraina Tania (arrivata due anni prima da Minsk) viene fatta salire, cloroformizzata e infine addentata alla giugulare da un bel vampiro alto e imponente che da ormai tre secoli si gode quei momenti. Federica Buglioni coinvolge gli amici Paola, Luca e Yuri nella paura di avere casa infestata per gli strani rumori, forse è solo pareidolia acustica. Intanto il povero morditore continua ad aver bisogno di sangue umano per il suo metabolismo e il cinefilo ispettore di polizia Abramo Cantainferno si mette sulle sue tracce in giro per l'Italia. Con "Il mastino di Darwin" il controllore ambientale Alessandro Chiometti (Terni, 1972) usa il thriller come incursione narrativa per fornire dati scientifici sulla teoria dell'evoluzione biologica (il che giustifica anche l'ottima postfazione di Pievani sulle ambivalenze della natura umana), proponendoci una visione laica e pluralista in uno stile divertito e godibile (in terza varia).

La versione di Fenoglio, Gianrico Carofiglio, Romanzo, Einaudi, 2019, Pag. 169, euro 16,50

Bari. Qualche anno fa, una decina forse. Pietro ne ha compiuti 58 e, dopo un'artrosi quasi fulminea, deve sottoporsi a più di un mese di fisioterapia, dure lunghe sedute due o tre ore al giorno ascoltando in cuffia Bach o Mozart. Ormai gli mancano ancora solo due settimane, ma arriva compagnia nello stesso orario: un ragazzo si era rotto tutto in un brutto incidente d'auto (di cui non ricorda nulla), ha fatto a Bologna la difficile operazione di protesi d'anca e deve compiere una riabilitazione simile. Si chiama Giulio, bello ed emaciato, legge e osserva molto, risulta curioso e ama dialogare. Cambia il clima nella palestrina. Pietro Fenoglio è un maresciallo dei carabinieri a sedici mesi dalla pensione, figlio d'arte di origini piemontesi, aveva studiato Lettere a Torino, da decenni operativo in Puglia, efficiente e mite (ha dovuto vedere centosettantuno morti ammazzati), in passato estimatore di Berlinguer, frequentatore di pinacoteche, separato senza figli. Giulio Crollalanza è un laureando in Giurisprudenza, gli mancano due esami e la tesi, incerto sul futuro professionale (il magistrato?), legato alla nonna morta da pochi anni (siciliana alta e bionda, normanna, poetessa) e molto diversa dal padre avvocato, famiglia benestante, prende appunti su un quaderno con la copertina nera, pensa che sta imparando tanto dalle storie investigative che induce a raccontare, le ascolta con acume di spirito e partecipazione d'emozioni. La fisioterapista Bruna presiede ai loro esercizi fisici, li assegna e aggiorna, controlla che inizino correttamente e finiscano per tempo; è una (quasi) cinquantenne bionda separata, tonica e sorridente, solitaria e attraente, un figlio di 25 anni e una figlia di 23, entrambi lontani, alla fine degli studi. A Pietro piace davvero e Giulio è convinto che lui piaccia a lei, a prescindere dal lavoro, chissà?

Gianrico Carofiglio (Bari, 1961) entrò in magistratura con il concorso del 1986 rimanendovi fino al 2008 quando fu eletto senatore, non si ricandidò nel 2013 e decise di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha esordito come grande autore con la serie gialla noir dell'avvocato Guerrieri iniziata nel 2002. Da allora continua a farci leggere opere di eccelsa qualità narrativa, densi romanzi di vario genere e opere di educazione civile, senza ripetersi mai come stile e storia (tra breve tornerà anche Guerrieri), attento a virgole parole regole citazioni che ci sono (e a quelle che mancano). Fenoglio non è un nuovo personaggio, lo avevamo già incontrato (e amato per la misurata umanità) in romanzi e racconti di intreccio (genericamente) giallo, ambientati nella Bari di qualche decennio fa. Ora lo troviamo alla vigilia della pensione, la moglie Serena non è tornata dopo la pausa che si era presa avendo scoperto che non avevano figli per "colpa" del marito. L'unico modo per preservare le storie della vita vissuta e dei tanti casi risolti è raccontarle, soprattutto se si trova un interlocutore che vale la pena. Il romanzo è sempre in terza fissa sul protagonista, i concisi capitoli dell'incontro amorevole fra i due, agli attrezzi o in giardino, ricchi di dialoghi, drammaturgia; questa volta vi sono anche alcuni capitoli più lunghi narrati in prima, antiche vicende di crimini e criminali (più o meno) vissute dal maresciallo, la sua versione (da cui il titolo) con azioni avventurose e conversazioni investigative, mai fine a sé stesse, autobiografia. Nulla sappiamo di come trascorrono il resto delle giornate in quelle due settimane, non ci sono mai cellulari o social a distrarli. Abbondano temi epistemologici, come e quanto scientificamente si conosce: il meccanismo delle etichette, la sospensione dell'incredulità, l'ego spropositato, il discorso sull'attenzione, il telefono senza fili, e poi, di continuo, usi e funzioni di menzogne bugie errori dicerie psicoterapie e ... arti marziali. Visto che tutti in qualche modo mentiamo, l'investigazione (come la narrazione) è l'arte di guardarsi lentamente intorno in senso materiale (e in senso metaforico), immaginare scenari diversi, chiarire i dubbi raccontando a ritroso, ridurre il rischio di falsità involontarie, correggere, tagliare. Così, accanto a opere espressamente commentate (Lussu, Dumas, Capote, Conan Doyle, Borges) vi sono frasi di cui non ci ricordiamo l'autore (or mi sovviene Block). Al bar un calice di bianco freddo tira l'altro, inevitabilmente.


Identità culturale e violenza. Neuropsicologia delle lingue e delle religioni, Franco Fabbro, Scienza, Bollati Boringhieri, 2018

Luoghi e cervelli, io noi altri. Prima e dopo. L'unico e più originale "territorio" di un popolo si situa a livello cerebrale e mentale. La cultura è costituita da informazioni e abilità memorizzate nel cervello umano e, in secondo luogo, nei supporti materiali come manufatti, opere musicali, quadri, lettere, poemi, romanzi, contesti elettronici. Acquista significato solo all'interno di una rete sociale di più individui, gruppi popoli Stati. Anche altre specie hanno espressioni culturali, la nostra è l'unica che per manifestarle si è dotata di un linguaggio articolato simbolico (tradottosi in più lingue, parlate e/o scritte, alcune estinte). Sappiamo ormai qualcosa su quando dove come e perché. L'"invenzione" del linguaggio risale a circa 80 000 anni fa in Africa, un'evoluzione culturale di Homo sapiens che veniva da lontano (rispetto ad altre specie di mammiferi, primati, ominidi, ominini, umani) ed è andata poi molto avanti (dopo che siamo rimasti soli ed è divenuto egemone il modo di produzione stanziale agricolo). I più significativi momenti precedenti Homo sapiens riguardano: sviluppo dell'andatura bipede (4,5 milioni di anni fa), costruzione di primi utensili litici (3,3), fuoriuscita dall'Africa (2,5), controllo del fuoco e aumento della capacità cranica, affinamento delle amigdale bifacciali (1,5), costruzione di lame (0,5), lance e accampamenti (0,4). Lo stile organizzativo di con-vivere in gruppi sociali ristretti in media di 70-150 individui viene ereditato dalla nostra specie e resta invariato per decine di migliaia di anni, con punti di forza (legame bambini-madri-parenti-affini, responsabilità educative diffuse, moderazione dei sistemi punitivi) e limiti di debolezza (scarsa interazione con gli estranei, ostilità e violenza verso comunità linguistiche e culturali differenti). La successiva decisiva svolta avviene con l'"invenzione" dell'agricoltura e dell'allevamento a partire da circa dieci mila anni fa, che consente di sopravvivere e meglio riprodursi a gruppi molto più ampi, popoli, civiltà.

Il neuropsicologo e docente Franco Fabbro (Pozzuolo del Friuli, 1956) da tempo riflette, studia e spiega su bilinguismo e linguaggio, religioni e fede. Condensa ora in un chiaro volume una disamina multidisciplinare sulla crescita parallela negli ultimi millenni di ideali universalistici (integrativi di stranieri) e violenti conflitti identitari (fra istituzioni statuali). Tiene sempre in debito conto la biologia evoluzionistica e le neuroscienze per vedere se e come è possibile conciliare nella mente e nei comportamenti, sia individuali che collettivi, propensioni universalistiche e istanze identitarie, entrambe con radici neuroculturali, entrambe da rispettare e promuovere. Senza differenti popoli, lingue e culture potrebbe non esservi spazio né per un'evoluzione biologica della specie umana, né per un ricco variegato e pacifico progresso culturale e rischiare di imporsi soltanto una desolante, disumana e universale standardizzazione. Serve ragionare bene sia sulla spinta alla violenza sia sull'esigenza di religione. Una certa aggressività intraspecifica è presente in tutte le specie di vertebrati, per l'accesso al cibo o a partner sessuali; fra i mammiferi può essere difensiva, predatoria o di dominanza (soprattutto umana, organizzata e maschile). Quella di dominanza interpersonale non viene approfondita. D'altra parte, in tutte le religioni coesistono nella forma e nelle pratiche, caratteristiche identitarie e aspetti universalistici. Visto che, come per la lingua, esistono strutture cerebrali che rendono possibile l'acquisizione di qualsiasi religione (e opzione relazionale più o meno aggressiva) appare decisiva la prima decade della vita: insegnamenti di storia e geografia delle tradizioni religiose, educazione bi o plurilingue, approcci al pensiero critico e scientifico, induzione all'autoconoscenza. Pochi cenni all'essenziale questione del fenomeno migratorio come straordinario fattore evolutivo della nostra specie.


Tutte le storie di fantascienza, Edgar Allan Poe, Fantascienza, Fanucci, 2019 (orig. 1831-1845), Traduttori vari (Collesi, Palladini, Rosati Bizzotto, Sartini), Pag. 312, euro 12

Viaggi nel tempo e nello spazio. Vi sono stati molteplici modi per raccogliere la notevole ricca variegata produzione di racconti di Edgar Allan Poe: horror, mistero, terrore, umorismo. Qui ne troviamo sedici in una versione curata e rilegata, "Tutte le storie di fantascienza", purtroppo senza introduzione bio-bibliografica e presentazione critica. Poe (Boston, 19 gennaio 1809 - Baltimora, 7 ottobre 1849), scrittore, poeta, critico letterario, giornalista, editore e saggista statunitense, è considerato uno dei fondatori di influenti generi letterari, un influencer delle epoche successive, anche per aver dovuto lottare per buona parte della vita con problemi finanziari, abuso di alcolici e sostanze stupefacenti e con l'incomprensione del pubblico e della critica dell'epoca sua. Ebbe certo grande intelligenza e fantasia, qui usa immaginazione geografica e tecnologie emergenti per stupirci nei viaggi, a suo modo. Una lettura imperdibile, prima o poi.


Lo sport tradito. 37 storie in cui non ha vinto il migliore, Daniele Poto, Sport, Edizioni GruppoAbele, 2019, Pag. 206, euro 14

Vari sport, un po' ovunque negli ultimi decenni. Lo spettacolo dello sport odierno offre uno spaccato diverso da quello del secolo passato. Trasparenza, lealtà, fair play, etica sportiva fanno i conti con una dimensione industriale sovradimensionata in cui i termini della prestazione e del rendimento si misurano con realtà esterne troppo condizionanti: sponsor, premi, marketing, pubblicità, doping, prestigio nazionalistico o territoriale, esigenze televisive. I calendari sono un'ulteriore complicazione. Poi pesano l'indotto (monetizzazione della fama, immagine social), l'elefantiaco palinsesto di scommesse legali e illegali, la labile e spesso fittizia distinzione formale fra dilettantismo e professionismo. Il bravo ricercatore e giornalista Daniele Poto (Roma, 1954) raccoglie in "Lo sport tradito" 37 storie emblematiche in cui non vinse l'atleta o la squadra migliore, grazie a trucchi bugie falsi pagamenti mafie, nell'atletica come negli scacchi, da Evangelisti a Maradona.


Dritto al cuore. Armi e sicurezza: perché una pistola non ci libererà mai dalle nostre paure, Luca Di Bartolomei, Baldini & Castoldi, Cultura politica, 2019, Pag. 108, euro 16

Per cortesia leggetevi e leggete nelle scuole dati e statistiche del decalogo dell'insicurezza che riassume e chiude un limpido ottimo libro, "Dritto al cuore" di Luca Di Bartolomei (Roma, 1982). Premette un ricordo vivido: quando Agostino (1955-1994) si sparò fu l'ultima persona ad averlo visto vivo. Il padre si era alzato presto e, come sempre, era andato a svegliarlo per la scuola. Si salutarono con un bacio, Agostino era seduto in terrazza e la Smith & Wesson calibro 38 quasi certamente non l'aveva ancora presa. Luca prende spun

to dal privato per riflettere sull'uso delle armi: in Italia i legali detentori di armi da fuoco sono responsabili di più morti dei ladri. Laureato in legge e consulente aziendale, padre di due bambini, innamorato di calcio e arte, offre ai decisori e a tutti un breve compendio di diritto e cultura per evitare che a un problema reale si risponda in modo sbagliato (come recenti leggi confermano) e dimostra che più armi si coniugano con più insicurezza.


Conversazioni su Tiresia, Andrea Camilleri, Teatro, Sellerio, 2019, Pag. 63, euro 8

Grecia antica e Italia moderna. Tiresia è personaggio della mitologia, un indovino cieco di Tebe. Negli ultimi anni il grande straordinario Andrea Calogero Camilleri (Porto Empedocle, Agrigento, 1925) ha perso progressivamente la vista, continua a narrare dettando con meravigliosa immaginazione, di tutto di più. L'11 giugno 2018 ha interpretato al Teatro Greco di Siracusa un breve testo autobiografico, introdotto da un flautista e alcuni bimbi, parlando su una poltrona al centro della scena con accanto un giovinetto seduto a terra. Racconta in prima persona il proprio mito, le ipotesi sulla cecità, l'evoluzione degli innumerevoli usi letterari classici e recenti, stranieri e italiani. Le "Conversazioni su Tiresia" arrivano all'oggi: "ho trascorso questa vita a inventarmi storie e personaggi, sono stato regista teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotti in tante lingue e di discreto successo. L'invenzione più felice è stata quella di un commissario".