RECENSIONI

di Valerio Calzolaio

Sbirre,Massimo Carlotto, Giancarlo De Cataldo, Maurizio de Giovanni, Rizzoli 2018

Pubblica sicurezza. Oggi. Anna Santarossa è vicequestore in Friuli Venezia Giulia, diligente, colta, gentile, bella, sterile. Da quattro anni ogni tre settimane tradisce polizia di Stato e marito Pietro con il sovrintendente capo Zeno Degrassi alla pensione Mangart, frontiera fra Italia Austria Slovenia. Corrotti dalla mafia bulgara (per far passare armi, stupefacenti, latitanti, puttane, soldi) dividono diecimila euro, vino, sesso (dopo un'iniezione di papaverina nel cazzo). Finché qualcuno nelle campagne di Cormons taglia la gola a Zeno, che aveva una maestra moglie (da dodici anni) e due figli maschi. E Anna finisce in grossi guai, davvero. Alba Doria è commissario all'Unità di analisi del crimine violento di Roma, nemmeno trentenne, corti capelli biondi e occhi verdi. Col suo capo Paolo Petti, vanesio rapace cinquantenne sovrappeso col quale è stata a letto una sola volta nonostante lui continui a insistere, stanno guardando per l'ennesima volta il video di un ragazzo che ha sparato ai genitori e si è gettato dal terrazzo. C'è qualcosa che non la convince, come se l'omicida fosse teleguidato. Finché si verifica un caso apparentemente analogo. E Alba si butta a cercare nella rete profonda, il dark web, fra odiatori e psicopatici affetti da triade oscura, davvero. Sara Morozzi si è autorottamata dall'unità speciale di Napoli, lei maestra per le intercettazioni, bruna poco più che cinquantenne, occhi azzurri e tratti dolci, figura minuta e capelli ingrigiti. Il suo amore 76enne è morto dopo penosa malattia, per lui aveva abbandonato la famiglia. La avvisano ora che anche il figlio metodico scienziato chimico Giorgio Alberti (che non vedeva da anni) è deceduto in un incidente stradale, davanti alla casa dove viveva con la compagna fotografa incinta. Sara agisce subito, indagando i segreti, aspettando con tenacia, ricominciando a fare il braccio che punisce, davvero.

Massimo Carlotto (Padova, 1956), Giancarlo De Cataldo (Taranto, 1956) e Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) sono tre fra i maggiori scrittori italiani contemporanei, dediti prevalentemente alla letteratura e al romanzo giallo noir, senza disdegnare altre arti e altri generi. Il progetto di un volume collettaneo risale indietro nel tempo e vede finalmente la luce con tre estesi bei racconti polizieschi dedicati a protagoniste di sesso femminile, "Senza sapere quando" per Carlotto, "La triade oscura" (il più lungo) per De Cataldo, "Sara che aspetta" (il più breve) per De Giovanni. Esperimento riuscito. Terza persona fissa al passato per tutti. Sara era apparsa in un recente libro dell'autore napoletano, inizio di una serie, comunque il racconto è ambientato qualche mese prima degli avvenimenti del romanzo (non dopo), quando sta per essere ricontattata dall'ex collega (già ai Servizi) Teresa Pandolfi, ora a capo della sezione, che le vuol chiedere appunto di seguire piste informali di guai e crimini, attraverso indagini appartate con procedure non convenzionali. Anna e Alba sono di fatto alla loro prima apparizione, pur non potendosi ora escludere che possano tornare; soprattutto la seconda, brillante nella Rete buia, garanzia di affermazione sociale; la prima si trova comunque in braghe di tela, umiliata con metodo, finendo per chiedere aiuto proprio alla brava moglie dell'amante, Aleksandra Droic a Tarvisio. Comunque donne sensibili, di forte adeguata reattività, capaci di violenza, in bilico fra bene e male, immerse nei crimini e nelle vendette. Ribolla gialla per Anna, Sauvignon per lo spasimante di Alba, costretta pure alle note di Dragon Ball e Carmina Burana.

La scimmia vestita, Claudio Tuniz e Patrizia Tiberi Vipraio, Carocci, 2016

Il pianeta (delle scimmie). Prima e ora. Il mondo non gira intorno a noi. La specie umana e l'umanità contemporanea sono il prodotto degli stessi processi che hanno originato tutti gli altri organismi viventi. Quel che accade oggi e, in larga parte, quel che accadrà sono la risultante del lungo processo evolutivo che ha avuto luogo nel nostro passato profondo, di processi adattativi e circolari di un sistema vitale complesso e integrato. Quella che, vista con gli occhi di oggi si chiamava civilizzazione, appare piuttosto come un processo di domesticazione e autodomesticazione, imperniato sulla capacità (acquisita) umana di pensare attraverso simboli, di inventarci realtà immaginarie che poi diventano reali, nelle nostre menti, e ci consentono di pianificare, di cambiare direzione e di reindirizzare le nostre energie per scopi diversi. L'evoluzione e l'adattamento si svolgono attraverso reti di continue interazioni - non lineari e a diversi livelli della struttura biologica - che collegano tra loro i rami delle diverse specie, e questi all'ambiente, attraverso processi circolari e retroattivi. Sappiamo che molte altre specie umane hanno preceduto noi Homo sapiens, che altre ancora ci sono state contemporanee, che loro e noi siamo stati più volte sull'orlo dell'estinzione, che innovazioni cerebrali e comportamentali ci hanno portato a un aumento frenetico della socialità negli ultimi 100.000 anni (a partire da un piccolo gruppo africano), accelerando ancora quando abbiamo iniziato ad avere un impatto globale sull'ambiente (circa 50.000 anni fa) e siamo restati (poco meno di 40.000 anni fa) l'unica specie sul pianeta, capace di diventare davvero un "organismo sociale" cosmopolita: grazie all'elevata capacità migratoria (e alla conseguente "ambiguità" territoriale, con maggiori gradi di libertà per stanziamenti e dispersioni) ci siamo sempre incrociati fra gruppi diversi e nessuno può associare la propria origine a un determinato territorio!

Il fisico Claudio Tuniz e l'economista Patrizia Tiberi Vipraio hanno già (ben) narrato una biografia (non autorizzata) della nostra specie. Ora iniziano la storia evolutiva dall'assunzione della posizione eretta (una svolta per deambulazione e alimentazione), proseguono con il graduale passaggio da prede a predatori (grazie anche al controllo del fuoco), cui si associa l'aumento del volume cerebrale per giungere al decisivo culmine (specifico): la nascita del pensiero simbolico (rappresentare, raccontandola, una realtà alternativa e trasformarla così in esistente), dalle tracce più episodiche e antiche ai possibili sviluppi futuri individuali e generali. Non si limitano certo alle proprie discipline, si addentrano con sintesi efficace nei territori dell'antropologia, archeologia, biologia, geologia, geografia, medicina, ingegneria, informatica e, ancora, neurologia, fisiologia, demografia, psicologia, sociologia. Ed è costante l'aggancio fra fenomeni e concetti che ci appaiono moderni o contemporanei con anticipazioni e preludi del Paleolitico e del Neolitico. Per giungere all'oggi: l'aumento demografico e l'instabilità climatica saranno i maggiori responsabili della conflittualità umana durante questo secolo. A settantamila anni dalla prima, ci sarà una seconda grande uscita dei sapiens dall'Africa, non per sostituire i Neanderthal ma per riempire il vuoto lasciato dalla scarsa natalità dei sapiens autoctoni. In più ci sarà un nuovo protagonista: l'intelligenza artificiale (un'intelligenza raffinata e ora tendenzialmente autonoma, ma anche "primordiale" della nostra specie), contributo-rischio per gestire la complessità delle relazioni sociali. Al termine si trovano sia le note esplicative distinte per ciascuno dei quindici capitoli, sia l'ampia bibliografia (poco italiana), che mostra la rete interdisciplinare e aggiornatissima dei riferimenti utilizzati dagli autori.

Botanica. Viaggio nell'universo vegetale, Stefano Mancuso, Aboca, 2018

Terra. Da sempre la quasi totalità degli esseri viventi. Le piante sono il tramite fra l'energia del sole e il nostro pianeta, garantendo la trasformazione dell'energia luminosa in energia chimica, i benedetti (e maledetti) zuccheri. La vita animale dipende da quella vegetale e gli animali sono una risicata minoranza rispetto alle piante. Dai vegetali provengono gli alimenti di animali e umani, la stessa energia cosiddetta fossile, principi attivi medicinali, fibre tessili, legno per costruire e scaldarsi. La botanica studia le forme di vita dei vegetali, una scienza apprezzata non sempre, non da tutti, non ovunque, pur decisiva per la sopravvivenza, anche attuale e futura, delle specie, della biodiversità, degli ecosistemi. Spesso si percepiscono le piante come via di mezzo fra organico e inorganico, esseri passivi, inerti, insensibili. Sbagliato. O meglio, è vero che non hanno organi, non è vero che non abbiano trovato sistemi diversi (dagli animali) di adattarsi a ogni contesto, di comportarsi e resistere, di percepire e sentire. Nascono, crescono, si riproducono, comunicano, socializzano, ma hanno adotta l'opzione sessile, radicata. A differenza degli animali, non hanno né centri di comando né organi, tutte le funzioni sono distribuite su tutto il corpo, potendo così resistere ad asportazioni massicce, vivendo più come collettivo che come individuo, come parte di un ecosistema vitale più che come unicum separato. Gli umani sono evoluti fra le piante (all'inizio sopra di esse), che agiscono sul nostro corpo e sulla nostra psiche; soltanto progressivamente e di recente (in termini evoluzionistici) ce ne siamo distaccati per inurbarci e rompere gran parte di un legame ancestrale ed essenziale, oltre ad aver reso sempre più insostenibile l'agricoltura. Dal proprio punto di vista il modello vegetale "diffuso" si è evoluto per 600 milioni di anni per resistere alla predazione di animali, forse può davvero trasmetterci qualcosa, insegnare a noi sapienti, volenti o nolenti.

Il neurobiologo vegetale Stefano Mancuso (Catanzaro, 1965; laboratorio a Sesto Fiorentino; insegnamento e abitazione prevalentemente a Firenze) insiste da anni sulla specifica intelligenza delle piante e sul loro ruolo primario nel suggerire a noi (animali sapienti) soluzioni innovative per fame, inquinamento, siccità, avendole loro spesso già sperimentate. I "diritti" delle piante tendono a coincidere con i diritti degli ecosistemi. Per questo scrive che dovremmo maneggiarle con cura e conviverci meglio, mangiarle non è un problema se capiamo che ogni pianta ha un valore in sé, ogni specie andrebbe protetta per qualità quantità biodiversità. Il recentissimo volume è una sorta di compendio degli innumerevoli contributi che hanno reso Mancuso uno degli scienziati più noti e apprezzati a livello internazionale. Dopo l'introduzione dieci brevi capitoli (senza note e bibliografia) descrivono il mondo vegetale, con frasi chiare e sintetiche, agili esempi, citazioni significative. Si parla proprio all'inizio di "alberi migranti" senza tematizzare però la specificità del fenomeno migratorio delle piante. Ecco poi la definizione della nuova disciplina scientifica, la dendrocronologia, lo studio dell'età degli alberi, decisiva anche per la dendroclimatologia: le colonie clonali possono sopravvivere per molto più tempo di un singolo albero (già quasi eterno), decine di migliaia di anni, altro che gli animali! In modo agile ed "empatico" Mancuso riassume la fotosintesi fin dall'arrivo di ossigeno in atmosfera (dalla massa d'acqua), i vegetali sono organismi viventi autotrofi, fanno da sé; noi (fra gli altri) siamo eterotrofi, dobbiamo nutrirci di altri organismi per sopravvivere. Si occupa dello straordinario brulichio delle radici lontane dai nostri sensi, sedi di incredibili movimenti e qualche intelligenza. Illustra le alternative inventate dalle piante per muoversi "attivamente", riprodursi lontano, difendersi, usando altri vettori e producendo molecole d'ambiente. Divertendosi, continua a sorprenderci spiegando le società vegetali, la fantasiosa sessualità (per il tramite dei fiori), le capacità metamorfiche. Per concludere sull'assurdità irreversibile di ogni disboscamento. Giusto.

1968. Un anno spartiacque, Marcello Flores e Giovanni Gozzini, Storia, Il Mulino, 2018

Globo. 1968. Il Sessantotto fu un evento globale, una mobilitazione quasi sincronica degli stessi soggetti sociali attraverso modalità simili in contesti lontani e diversi, "il primo della storia umana ad accadere simultaneamente ai quattro punti cardinali del mondo, di qua e di là dalla cortina di ferro che lo divide al tempo della guerra fredda, nel Sud del sottosviluppo e nel Nord dell'opulenza". La causa materiale principale, confermata a 50 anni di distanza dai dati oggi a disposizione sulle migliaia di episodi di rivolta studentesca (tra l'ottobre 1967 e il giugno 1968), fu probabilmente l'accesso più largo all'istruzione universitaria. La centralità dei giovani portò con sé una serie di rotture comportamentali che vanno al di là degli studenti che parteciparono attivamente ai cortei (appena il 4% della coorte generazionale). Per spiegare come il Sessantotto risulta una data spartiacque dell'intera seconda parte del Novecento gli autori prendono in esami tutti i contesti geopolitici: le reazioni nell'articolato comunismo sovietico e cinese e nel variegato mondo arabo; l'impatto quasi universale sui diritti, sulle donne e sulla società civile; i nessi con la globalizzazione finanziaria e neoliberistica; i contraccolpi sul lavoro, gli scioperi e la soggettività operaia, ma anche sui terrorismi, sui computer e la cultura generale, su alcune singole biografie connesse alla vera e propria rivoluzione individualistica. Modi di pensare e valori che appartenevano a una piccola minoranza lentamente hanno trasformato in profondità l'intera società. Il Sessantotto viene analizzato con competenza e acume attraverso analogie e differenze fra Stati e sistemi, possibili cause unificanti, conseguenze di breve e lungo periodo in modo da farne scaturire un mosaico di trame e collegamenti.

I due storici contemporanei Marcello Flores D'Arcais (Padova, 1945), grande esperto di diritti umani, e Giovanni Gozzini (Firenze, 1955), cultore anche di migrazioni e giornalismo, riescono a descrivere chiaramente la dimensione planetaria delle manifestazioni studentesche di quegli anni, pur senza indulgere in nessuna celebrazione, spiegando anzi le dinamiche profonde che li fecero emergere e gli elementi contingenti o specifici che proiettarono comunque una luce nuova nei decenni successivi. Il Sessantotto trasforma all'interno corpi professionali (medici, avvocati e magistrati, poliziotti, insegnanti) e ruolo sociali (quello di genitore, innanzitutto) che da allora in poi si muovono alla ricerca di un senso "politico" nel loro esercizio quotidiano. Il volume parla pochissimo di lotte, proposte e cortei studenteschi, citatissimi in tanti volumi usciti oggi, mezzo secolo dopo. Ognuno dei nove capitoli è denso di note, grafici, figure e di un'accurata ricostruzione della storiografia sull'area geografica o sulla materia sociale esaminate. "È solo considerando il Sessantotto come anno chiave di un processo storico già in parte iniziato, che esso accelera e catalizza grazie all'azione delle minoranze presenti nei movimenti collettivi, e la cui eredità si manifesta in comportamenti, convinzioni, modi di vita che emergono come patrimonio comune solo più tardi, che possiamo cercare di superare le antinomie pubblico/privato, egoismo/generosità, movimento/riflusso, positivo/negativo, con cui si è spesso guardato a quell'anno in termini morali e politici piuttosto che di comprensione e spiegazione storica".

Ostracismo, Veit Heinichen, Traduzione di Monica Pesetti, Edizioni e/o

2018 (Orig. 2017, Scherbengericht)

Trieste. Novembre 2016. Il bravo gigantesco cuoco Aristèides Athos Kiki Albanese, cresciuto senza padre, madre di origini greche morta quando aveva 4 anni, ne ha ormai 54. Gli ultimi 17 li ha trascorsi in carcere, è uscito da tre mesi con barba folta e capelli castani lunghi raccolti in coda di cavallo, qualche fantasiosa idea per la testa. Fu condannato da capro espiatorio per un omicidio non commesso su falsa retribuita testimonianza di dodici traditori; ora deve comunque ancora presentarsi dagli sbirri una volta alla settimana. L'anziana malata 80enne ex prostituta Melissa zia Milli Fabiani ha ingenti risparmi da parte e lo aiuta in tutti i modi ad aprire un ristorante d'intesa con la comunità di periferia del dinamico 60enne don Alfredo, cui era stato affidato appena scarcerato e dove preparava i pasti per i profughi. In cucina lo aiuta il dotato pakistano 35enne Aahrash Ahmad Zardari, presso il cui piccolo appartamento vive, disponibile anche a collaborare alla nuova impresa. In vista dell'apertura vorrebbe però togliersi lo sfizio di vendicarsi. Comincia a intrufolarsi nelle case di chi lo tradì e a preparare loro qualcosa di molto buono, avvelenato. Fra di loro ci sono due figure chiave: la sua compagna di allora, Fedora Bertone, esuberante sgualdrina bionda, allora cameriera nella sua trattoria, che ora gestisce come bar, senza avergli permesso rapporti col figlio Dino 24enne; il potente politicante Antonio Tonino Gasparri che lo fece fuori, consigliere comunale e regionale ammanicato con tutto e tutti, esile e untuoso, furbo e corrotto. E potrebbe andarci di mezzo forse anche il commissario (dal 1999) vicequestore (già da un po') Proteo Laurenti, che 17 anni prima non si ribellò alla dinamica criminale e ora indaga su un'armatrice precipitata nel vuoto.

Veit Heinichen (Villingen-Schwenningen, 1957) è un economista tedesco che ha scelto prima di essere solo un professionista letterario, libraio editore giornalista, poi di trasferirsi nel capoluogo del Friuli Venezia Giulia dove vive da decenni. In una ventina d'anni ha anche scritto una decina di belle premiate avventure noir del testardo Laurenti, di lontane origini salernitane, poliziotto di strada, alto e sottile, sempre innamorato della moglie Laura, bella energica donna d'affari (le storie con Linda e Ziva risalgono al passato) e dei tre figli ormai grandicelli, Livia Patrizia Marco (nati a due anni di distanza l'una dall'altro, cresciuti con le solite dinamiche familiari, ogni volta articolate e aggiornate). Molto si parla dei rapporti fra Trieste e Grecia, anche il titolo fa riferimento all'istituto dell'esilio forzato, utilizzato nella democrazia di Atene e di altre antiche città greche per mettere al bando persone capaci ritenute pericolose dal potere costituito. Bella l'idea del nuovo ristoro in centro: usare avanzi a basso costo per preparazioni improvvisate e di gusto, tanto che il giornale spiega con entusiasmo anglo-verboso che il nuovo "ristorante fast-casual propone piatti espressi preparati in front-cooking con la rapidità di un locale quick service. La selezione del giorno non è molto ampia, ma i prodotti sono freschi e il locale offre anche un servizio di take-away, ponendosi a un livello intermedio tra il fast food e il casual dining... Rating AA+". Sullo sfondo i discutibili interessi commerciali portuali e le persecuzioni legaiole contro i migranti. Troppo prosecco, ma alla piccola taverna greca accanto al Ghetto Laurenti si concede un rosso di Creta, lo Skalani, cuvée di Syrah e Kotsifali.

Il sorriso di Jackrabbit, Joe R. Lansdale, Trad. Luca Briasco, Einaudi, 2018

LaBorde e Marvel Creek, East Texas. Un sabato di aprile, ai giorni nostri. Hap Collins e Brett Sawyer, rossa risoluta, si sono appena uniti in matrimonio davanti al giudice di pace, wow! Al picnic nuziale arrivano gli affetti più cari, parenti come Chance, figlia adulta dello sposo recentemente acquisita, il fratello di fatto Leo Pine col fidanzato poliziotto Curt Cucciolo Collins e il capo Marvin Hanson, Felicity e Reba, Manny e Cason. Poi, d'improvviso, da un pick-up bianco scendono due razzisti, morte e distruzione sono sempre in agguato. Si tratta di Judith Mulhanew e dell'aggressivo figlio Thomas, si sono rivolti alla loro agenzia investigativa (dopo il rifiuto di tutti i pochi colleghi della zona) per cercare l'altra figlia maggiore Jackie, attraente e ribelle, chiamata Jackrabbit per i grandi denti davanti, poco più che ventenne, contabile grande esperta di numeri, matematica e ragioneria. Se n'era andata cinque anni prima in un paesotto lì vicino, Marvel Creek (dove Hap è cresciuto), all'inizio stava con l'omaccione che gestiva la discarica, ma da qualche mese nessuna l'ha più vista. L'anticipo è modesto, decidono comunque di provarci, fanno un sopralluogo, domandano in giro, pare che la ribelle ragazza si sia messa con un nero e abbia avuto un figlio, pare che il padre sia appena morto essendosi pagato un efferato suicidio. Tuttavia, le domande attirano guai, soprattutto non piacciono ai segregazionisti del Professore, uno strano inquietante tipo, ben piazzato e di bell'aspetto, capelli corti e faccia liscia, falso sorriso smagliante e radioso, ricco e potente, che manovra tanti per far vivere separate le razze, da una parte i bianchi (come lui) dall'altra i neri (inferiori). Ha protezione violenta e vari segreti. Per contare i morti non basteranno le dita delle due mani.

Decimo bel romanzo della divertente intelligente serie noir hard-boiled di Joe R. Lansdale (Gladewater, 1951). Hap e Leo, quasi due lati dello stesso personaggio, sono ancora in gran matura forma e subiscono un invecchiamento rallentato (la prima avventura uscì nel 1990). Hap è un bianco di buon cuore e linguaccia lunga, castano, un metro e ottanta, veloce e tenace, pigro ma orgoglioso, fin dal liceo capace di vivere dimostrando di non essere razzista, brevemente sposato, uccide da sempre il meno possibile, esperto di Hapkido e arti marziali, vota democratico quando ci va. Leonard è nero macho grosso, elegante megachecca impaziente, decorato in guerra, adora cani e biscotti alla vaniglia, uccide i cattivi di gusto, ordinato pulito atletico, ormai brizzolato e rapato a zero, elettore repubblicano se vota. Come sempre, stile e linguaggio sono molto curati: è Hap a raccontare in prima persona al passato, alter ego dello scrittore, "ateo morale", narrando l'indagine hard-boiled inframezzata dai dialoghi (sul mondo) della pirotecnica complicata imperfetta coppia. Questa volta piove sempre e la sfida western finale si svolge nella puzzolente sanguinolenta fattoria dei maiali. L'autore si confronta col pessimo razzismo dei tempi andati, si ispira a cronache odierne e descrive il clima emotivo purtroppo egemone in Occidente, populisti nazionalisti xenofobi suprematisti (bianchi), i nuovi negri sono gli immigrati: odio e pregiudizio, ignoranza e cattiveria, disinteresse verso ogni forma di cultura e orgoglio di non sapere. Leonard atterra chi ha colpito Hap e subito canticchia un paio di strofe di una canzone di Kasey (Lansdale), Sorry Ain't Enough!

Andare per i luoghi di confine, Anna Foa, Il Mulino, 2018

Isole italiane (e luoghi isolati). 1926-1943 (soprattutto). Il confino non è stato inventato dal regime fascista; ha una storia più lunga e non solo italiana; per quanto riguarda il nostro paese inizia con la legge Pica del 1863 sul domicilio coatto, una misura di deportazione preventiva che poteva essere proposta dalle autorità di polizia e imposta anche senza la necessità di un processo regolare e di una condanna per un reato effettivamente previsto e commesso. La distinzione (chiave nel periodo fascista) è fra sanzione politica e sanzione comune. Il confino politico è la situazione di relegamento coatto di un oppositore politico, sinonimo di messa al bando dalla società civile e di reclusione di fatto in remote località della nazione, dove vi erano poche vie di comunicazione (e fuga). Poteva colpire le intenzioni: si basava su sospetti, non su fatti. Vi finirono in maniera sistematica e capillare sia antifascisti che fascisti dissidenti, forzatamente bloccati su poca terra in mezzo al mare o in minuscoli borghi montani spopolati e poveri, così da separarli fisicamente e moralmente dal resto del mondo e dai propri cari. Si cominciò con i deputati destituiti. Aveva una durata massima di 5 anni, rinnovabili. Nel territorio italiano, per periodi diversi, tra il 1926 ed il 1943, funzionarono centinaia di colonie di confino, un numero incerto anche perché vi furono confinamenti di singoli o pochi che non sono stati trattati da memorialistica o storiografia locale. In tutto, fra il 1929 e il 1943, dopo lunghi duri percorsi in catene, i confinati politici sono stati oltre 12.000, per la maggior parte ma non solo uomini (fra le confinate vi fu Camilla Ravera, fra le mogli che seguirono i confinati Ursula Hirschmann Colorni e Natalia Ginzburg). Un punto di svolta furono le leggi razziali del 1938 (anche per zingari e omosessuali), poi l'entrata in guerra, quando il confino fu spesso affiancato o sostituito da campi di concentramento (Esercito) o di internamento (Interno), destinandovi pure ebrei stranieri, civili di altri paesi in guerra, militari prigionieri. Infine pervicacemente continuò Salò.

La storica Anna Foa (Torino, 1944), a lungo docente di Storia moderna alla Sapienza di Roma (in pensione dal 2010), figlia di Vittorio Foa (1910-2008) e Lisa Giua (1923-2005), dopo essersi occupata di storia della cultura nella prima età moderna, di storia della mentalità, di storia degli ebrei, sta dedicando interesse e pubblicazioni a momenti (anche familiari) della vita italiana del Novecento. L'agile interessante nuovo saggio si concentra particolarmente sul confinamento nelle isole, con osservazioni acute e in parte generalizzabili oltre il contesto storico carcerario del fascismo e l'identità peninsulare italiana costellata di isole. Le isolehanno svolto e svolgono specifiche funzioni rispetto alla selezione naturale e all'evoluzione della biodiversità, soprattutto per le specie che non nuotano e non volano in e da quegli ecosistemi, bisognerà prima o poi scrivere storia e geografia delle isole-carcere nel mondo (ho iniziato). Foa narra i luoghi del confino durante il fascismo e, attraverso loro, l'esordio detentivo di molte figure che hanno poi fatto la storia politica o intellettuale dell'Italia repubblicana, da Spinelli a Rossi, da Ginzburg a Colorni, da Levi a Pertini, da Pavese a Lina Merlin, da Adele Bei a Cesira Fiori, da Lussu a Bifolchi, da Gramsci ai Rosselli. Sceglie uno stile fluido e sintetico, un affresco di ambienti (a partire dal disegno di copertina, un cumulo di sassi deserti in mezzo al mare). I brevi capitoli prendono in esame antifascisti ed ebrei, donne e tipologie considerate marginali e pericolose (zingari, omosessuali, Testimoni di Geova), luoghi o episodi particolari, passaggi storici anche in connessione con il confino di stranieri delle colonie o dei paesi in conflitto. Non c'è intento accademico o biografico, non servono note meticolose e la breve bibliografia riguarda quanto hanno scritto alcuni dei più famosi (con l'efficace corredo di qualche bella foto), non la storia del fenomeno e l'intera vita di ciascuno. "Andare per i luoghi di confino" è una guida e uno spunto per l'oggi, accurato nei dati e nei giudizi, non per lo studio scientifico ma per la cittadinanza attiva. Andiamoci ora, sembra dirci, in quelle località, spesso meravigliose (se liberi) e ricordiamo meglio un pezzo turpe della nostra storia (illiberale).

Terra mia. Estinguersi o evolvere?, Ugo Leone, Scienza, 2018

Terra. Di qui in avanti. Il geografo e docente universitario di ecologia Ugo Leone (Napoli, 1940) nel 2004 scrisse un bel libro intitolato "la sicurezza fa chiasso", questioni teoriche e pratiche sui rischi corsi dagli umani in terraferma, con particolare riferimento all'area del Vesuvio. Tentato di aggiornarlo, ha invece poi realizzato (grazie anche allo stimolo del grande Giuseppe Galasso) un testo del tutto nuovo, "Terra mia" (da una canzone di Pino Daniele) che in modo sintetico ed efficace ci chiama a seguire il nostro istinto di conservazione (di individui e di specie) rispetto sia ai crescenti mutamenti climatici antropici globali che ad altri rischi di un territorio sempre più vulnerabile. Un pianeta diversamente "gestito" sarebbe in grado di sostenere e mantenere anche più abitanti di quanti ne ha oggi. I termini del dibattito politico e culturale sono spiegati e usati in modo scientifico, da previsione a prevenzione, da ambiente a disastro, da resilienza ad adattamento.

Intrigo sul lago dorato, Eugenio Giudici. Eclissi 2017

Genova, Laveno e Brissago (Lago Maggiore). Luglio 1932. La bella affascinante signora Messalina Mina Sailetto, vedova del pilota Brambilla con il neonato Daniele in fasce, figlia del ricco imprenditore dei cantieri navali, è preoccupata per la scomparsa dell'amico ingegnere Guido Faini, in arrivo da Milano. Avvisa con apprensione il bravo commissario Saro Di Matteo, lucano, laureato in Giurisprudenza, promosso da poco, ancora da un affittacamere. Faini doveva andare a trovarla prima delle vacanze in frescura e stava collaborando a un progetto di piccolo motoscafo velocissimo e lussuoso, il Sagitta Maris. A Genova si lavorava sulla carena, l'ingegnere sulla motorizzazione, al cantiere sul lago a Laveno avrebbero poi realizzato e rifinito il tutto. Sembra che non si trovi più neanche il progettista, Torquato Maggiore, impegnato anche in altre attività sottoposte a segreto militare, scafi per vedette rapide. Dopo i primi successi in Liguria, a Saro hanno appena proposto il trasferimento a Roma, ma lì si trova bene ed è cresciuto un buon rapporto con i collaboratori, il maresciallo Canepa, il vicebrigadiere Baciccia, il giovane agente Orioli da promuovere a guardia scelta. L'indagine si presenta delicata e interviene subito la Regia Marina. Di Matteo viene convocato dal contrammiraglio e, poi, il Tenente di Vascello Piero Mormino informa la polizia che il commissario investiga ora insieme a lui per la marina, pur potendo continuare a usare i propri uomini. I due si spostano a Milano, dove Faini intratteneva una relazione con la dolce riservata Adele Mandelli, alta e (tinto) bionda, figlia degli imprenditori nautici che stavano costruendo il motoscafo, madre del turbato Billy. Diventa urgente capire meglio cosa sta accadendo sul lago, chi è vivo e chi è morto fra (sempre) troppe spie.

Eugenio Giudici (Rho, 1950) è giunto rapidamente a cinque volumi della "suite Di Matteo", questo è il quarto, tutti ambientati in luoghi diversi dell'Italia nord-occidentale fascista. La narrazione è in terza persona al passato, fissa sul commissario. Il titolo risulta un omaggio al famoso film On Golden Pond (stagno) di Mark Rydell (1981) con Jane Fonda, Henry Fonda e Katharine Hepburn, dove un adolescente, Billy Ray, ha bisogno di un nonno affettuoso che lo prenda per mano e lo aiuti a diventare una persona responsabile. Qui è il sensibile commissario a farsene carico, riservando almeno altrettanta attenzione agli intrighi sulle diverse sponde del lago, quelli da giallo e spy-story, e alle proprie intriganti complicazioni, emotive e affettive. Colpiscono le dinamiche familiari nella magnifica Villa Jolanda dei Mandelli a Brissago: comportamenti sofisticati e disagi mentali, complesse relazioni fra e con fratelli o genitori, cortesi ambizioni e rivalità, personaggi a vario titolo sfuggenti. Il linguaggio tiene conto della datazione, dialoghi curati, descrizioni auliche. Lo stile è ordinato e pacato, condizionato dal carattere affabile e impulsivo di Saro. Ne vien fuori pure un affresco sulla geopolitica di quegli anni, i pericoli che si corrono nelle relazioni internazionali durante fasi di accelerato riarmo e di inutili Conferenze sul Disarmo (a Ginevra).

Spia contro spia, Duško Popov, Traduzione di Carla Chiaffrino (e Sofia Merlo), Sellerio, 2018 (orig. 2012, prima edizione 1974)

L'Europa tra guerre mondiali e doppi giochi. Dušan "Duško" Popov (1912 - 1981) apparteneva a una ricchissima poliglotta famiglia serba e, dopo studi giuridici, abile amante della bella vita, esercitò il mestiere di spia. Durante la Seconda Guerra, sotto lo pseudonimo Tricycle, lavorava per i tedeschi e riferiva agli inglesi, mantenendo comunque "troppi stemmi" sulla sua "bandiera". Nel 1940 in Portogallo ispirò Fleming per la scena del bluff al tavolo da gioco (e altro ancora, anche se considerava 007 inverosimile). Nel 1941 avvisò gli anglo-americani del prossimo attacco a Pearl Harbour ma non fu preso sul serio (dal pessimo incompetente Hoover). Come Duško Popov spiega nel prologo dell'autobiografia "Spia contro spia", a fine guerra gli diedero due abiti civili e un cambio di biancheria, andò in pensione, gli fu concessa cittadinanza britannica e vivacchiò niente male, attese un poco per raccontare ricordi personali e storie serie, verificando retrospettivamente i fatti.

L'anno degli studenti, Rossana Rossanda, Manifestolibri, 2018 (prima ed. De Donato, giugno 1968) Prefazione di Luciana Castellina

Università (non solo italiane e francesi). Inizio 1968. Soprattutto nel 2018 molti stanno riflettendo sul significato del '68, quando accadde alcuni partirono, furono permeabili e si rimisero subito in discussione. Rossana Rossanda (Pola, 23 aprile 1924) era allora deputata del Pci, in Commissione cultura, a fine legislatura (iniziata nel 1963, gli anni del primo centrosinistra, Psi e Pci su fronti opposti). Dopo poche settimane quell'anno accademico prese la strada della politica, si discuteva della riforma universitaria proposta dalla Dc, gli studenti in tante sedi decisero di dire la loro, parti in causa: assemblee, proposte, agitazioni. Rossanda si considerò partito in causa, andò in giro per l'Italia, cercò di capire. Da Trento a Milano, Torino, Genova, Pavia, Firenze, Cagliari, Salerno, Napoli, Sassari, Padova, Lecce, Venezia, Pisa, Roma. E a maggio partì con Magri (e Maone) per Parigi. Ecco "L'anno degli studenti", stile chiaro, spirito critico, prospettiva reattiva.

Operette morali, Giacomo Leopardi, a cura di Ludovico Fulci, con DVD "Il filosofo della speranza" (a cura di S. Vinceti), Armando, 2011,

Recanati, Roma, Milano, Bologna, Firenze, Pisa. 1924-1932. In quegli anni Giacomo Leopardi (1798-1837) scrisse (almeno) venti "Operette morali", un'opera in prosa definitivamente pubblicata a Napoli nel 1835 (dopo due edizioni intermedie, 1827 e 1834), curata da Ranieri, censurata (copie vendute con lo stratagemma del frontespizio) e ripresa criticamente da Moroncini nel 1929, ora trovabile presso molti editori. Armando cura testi utili nelle scuole, questo in particolare nei licei. Non si tratta di estratti, non si fa un'arbitraria selezione; anzi sono rese disponibili on-line le 4 operette di una delle versioni edite, altre operette rifiutate o solo abbozzate, appunti e approfondimenti. L'intento divulgativo dell'autore era unitario, "sogni poetici, invenzioni e capricci malinconici", storie novelle dialoghi sulle relazioni fra specie compresa l'umana. Un'occasione per rileggerle, dall'incipit sulla "Storia del genere umano" alle conclusioni del "Dialogo di Timandro e di Eleandro".

Lettere dal carcere, Nelson Mandela, Prefazione del nipote Zamaswazi Dlamini-Mandela, Traduzione di Seba Pezzani, Il Saggiatore, 2018 (orig. The Prison Letters of Nelson Mandela)

Il Sudafrica dell'apartheid. Novembre 1962-febbraio 1990. Nelson Mandela era nato nel 1918, è scomparso otto anni fa. È stato Presidente del nuovo Stato democratico dal 1994 al 1999, era stato prigioniero 27 anni. Il giornalista scrittore Sahm Venter ha realizzato un libro stupendo, in contemporanea mondiale le "Lettere dal carcere", la prima ad Amnesty. Sono 255, perlopiù inedite (sempre controllate e spesso censurate dalle autorità, talora mai arrivate) tratte da varie collezioni e archivi. Traspare l'intimo tormento per la mancanza dei cari: già avvocato xhosa e padre di cinque bambini, non gli fu permesso di vedere i figli finché non ebbero com­piuto sedici anni. Il libro (con utilissime note e appendici) è suddiviso in sezioni per ognuna delle quattro prigioni e dei due ospedali, dove gli erano negati diritti umani fondamentali e non perse mai la speranza. Da leggere: Mandela ha segnato il Novecento, è stato un'immensa positiva personalità, certo non solo per il suo paese.

Letteratura e ecologia. Forme e temi di una relazione narrativa, Niccolò Scaffai, Carocci 2017

Libri ed ecosistemi. Dall'inizio. Fin da epoche remote la raffigurazione della natura ha unito mimesi e invenzione, umano e animale, coinvolgendo sentimenti opposti e collegati: timore e dominio, venerazione e controllo. Niccolò Scaffai (Firenze, 1975) insegna Letteratura a Losanna. Dopo dieci anni di ricerche, studi, corsi, lezioni, contributi, saggi ha concepito un bel volume che affronta organicamente i nessi fra "Letteratura e ecologia". Adotta definizioni e criteri, sottolineando le tre accezioni fondamentali del termine: studio di relazioni, insieme di attività, principio di tutela. Esamina le prospettive critiche e teoriche, insieme a costanti del rapporto fra uomo e natura. Ragiona sui dispositivi che definiscono la presenza dell'ambiente nelle opere d'invenzione (dallo straniamento al cambio di prospettiva animale o temporale). Considera il caso dei rifiuti e della letteratura italiana del secondo dopoguerra. Ricchissimo corredo di citazioni accurate e ampia bibliografia.

Il Re della sfoglia. Ottanta gustose ricette, tradizionali e innovative, a base di pasta fresca, Beniamino Baleotti, Pendragon, 2017

Da secoli. Dal bolognese. La pasta è sempre occasione di nutrimento e simbolo di convivialità, di mangiar sano e di buona cucina. Difficile dire da quanto sia in auge in Italia, comunque a partire dal 1400 non fu più un piatto solamente fatto in casa, cominciò a essere venduto e, ben presto, emerse una specifica tradizione emiliano-romagnola, in particolare per la pasta sfoglia. Da un uovo e 100 grammi di farina, adattati in proporzione o con critica sensibilità, trattati col mattarello, derivano infinite varianti di prodotti, semplici e ripieni. Il fidato mattarello del cuoco in grembiule giallo Beniamino Baleotti (Bologna, 1984) si chiama Antonello. Ospite della trasmissione "Detto fatto" sui RAI 2, è stato definito "Il Re della sfoglia" e dal suo libro si capisce perché. Dedica varie pagine a illustrare con parole semplici materie prime, utensili, opzioni, i gesti opportuni per produrre, conservare, cuocere, degustare. Seguono ottanta ricette con foto da acquolina in bocca.

"Cittadinanze" nell'antica Roma. Volume I, L'età regia, Antonello Calore, Giappichelli 2018

Roma. Tra l'VIII e il VI secolo a.C. Riflettere sulla cittadinanza significa richiamare il rapporto giuridico fondamentale che lega l'individuo all'ordine politico e sociale, un legame che dopo la Rivoluzione Francese riguarda sia l'appartenenza (a una Nazione) che la partecipazione (a un sistema di diritti e doveri). Il modello sembra oggi entrato in crisi per ingenti flussi migratori, la globalizzazione dell'economia, il multiculturalismo delle società, il ruolo di istituzioni sovrannazionali. Può essere, dunque, utile non dare per scontato il modello otto-novecentesco e verificare concezioni e pratiche più antiche. Antonello Calore (Sulmona, 1952) insegna Diritto Romano a Brescia e ripercorre con meticoloso acume l'evoluzione dello status dei cittadini romani (una minoranza dell'intera popolazione) nel periodo dei re da Romolo (753) ai Tarquini (509). Esistevano più "Cittadinanze nell'antica Roma", acquisibili non solo con la nascita, mai strumento di pura esclusione e chiusura.

Alfabeto arabo-persiano. Quando le parole raccontano un mondo,Giuseppe Cassini e Wasim Dahmash, Egea 2018

Da migliaia di anni. In una parte del mondo. L'arabo è lingua semitica di cui vi sono tracce assire del IX secolo a.C., enormemente propagatasi con l'Islam, idioma di medicina astronomia matematica filosofia mistica poesia, oggi parlato (in forma moderna) da oltre 300 milioni di persone in almeno 22 paesi, una delle 6 lingue ufficiali dell'Onu, scritto (e letto) da destra verso sinistra. L'ambasciatore italiano Ino Cassini (S. Margherita Ligure, 1941) e il docente arabo Wasim Dahmash (Damasco, 1948) con il colto chiaro "Alfabeto arabo-persiano" restituiscono agli italiani, compresi i tre milioni di musulmani qui residenti, una lingua non confiscata dal potere religioso. Due parole chiave per ognuna delle 28 lettere (tre per la prima, alif), una per le 4 proprie solo dell'alfabeto persiano, scelte per narrare di storia e geografia, cultura e politica (con riquadri sapidi di esperienze vissute e ricca bibliografia), per capire il mondo, tutto meticcio. Diritti per Medici Senza Frontiere.

Per ridere aggiungere acqua. Piccolo saggio sull'umorismo e il linguaggio, Marco Malvaldi, Rizzoli 2018

Un computer. Domani, forse. Quando una macchina riuscirà a scherzare allora sarà davvero intelligente, per farlo dovrebbe forse "processare" il linguaggio umano. Parte da queste domande, come al solito inconsuete e conturbanti, Marco Malvaldi (Pisa, 1974), ottimi studi e seguiti universitari da chimico (1992-2005), affermato autore di gialli noir umoristici (dal 2007 Sellerio, almeno 12 romanzi e 11 racconti, oltre la metà con Massimo del BarLume protagonista), competente efficace divulgatore scientifico (dal 2011 una decina di testi con varie case editrici, da ultimo sempre Rizzoli). Parte da esempi ed esperimenti in corso sui computer per evidenziare la difficoltà delle risposte: il modo in cui parliamo è aperto, impreciso, incompleto e spesso ambiguo. Il primo capitolo è dunque dedicato a capire meglio come funziona il linguaggio umano. Cita subito il grande Guareschi e lingue molto diverse come olandese e giapponese (credo le parli in modo fluente), sottolineando come lo scritto derivi dal parlato e tenda alla ridondanza (lo mostrano anche le analisi delle frequenze delle lettere e, poi, delle parole) e all'interdipendenza (il significato non dipende dalla statistica). Il meccanismo del capitolo iniziale continua: Malvaldi esprime concetti e nozioni solo dopo aver trovato testi ed esempi che li illustrano con il sorriso sulle labbra: la combinazione delle parole in frasi attraverso strutture ricorsive e discorsi (necessariamente) astratti, il vantaggio sociale del linguaggio umano come conoscenza condivisa (da almeno due individui), la relazione asimmetrica tra la lingua e il modo in cui noi le diamo significato, le particelle funzionali che collegano le parole di una frase come struttura portante, le aree del cervello destinate alla decodificazione. Tutto per arrivare all'umorismo!

Il riso nasce dall'inaspettato, convoglia due diversi significati, o due diversi punti di vista, nella medesima frase, vallo a spiegare al computer! Il divertimento nasce proprio dal cambio di direzione, la risata ne è un possibile effetto, realizzato solo quando separiamo la realtà dalla finzione e il contesto non ci trasmette rischi per la nostra esistenza. Il riso è un vantaggio evolutivo (Darwin insegna, seriosamente), è uno strumento di cui ci serviamo anche per scoraggiare e penalizzare i comportamenti asociali, l'emozione è curativa. Malvaldi fa riferimento alla filosofia, alla semiotica, alla psicologia cognitiva. Interessante ma non approfondita la citazione di Pirandello sulla differenza fra umorismo e ironia, fra ridere di altri con altri e trasmettere pensieri oppositori relativizzandoli. Suo malgrado, si riscontra notevole uso anche del pensiero ironico: quando può fa battute sulla Juventus (da tifoso contro) e sulla Lega (da politico contro), ineccepibili (da juventino). E attinge a piene mani dall'esperienza di narratore: sono le storie a stimolare le capacità di astrazione cerebrale, è il riso di pancia che aiuta a nascondere indizi. Il comico serve per imparare a non fidarsi del proprio cervello e come collante sociale. Insomma, prima o poi, premendo i tasti giusti, varrà forse la pena di insegnare al computer non solo a riconoscere, contare, mettere in ordine, ma anche a riconoscere l'ambiguità. A cosa servirebbe, se mai ci riuscissimo? L'umorismo è comunque la strada maestra per arrivarci. Ottimo, sintetico, godibile.

SS-GB. I nazisti occupano Londra, Len Deighton, Traduzione di Simona Fefè, Sellerio, 2018 (orig. 2009)

(Berlino e) Londra. Febbraio 1931. Len Deighton (Marylebone, 1929) esordì come grande scrittore con The IPCRESS File(1962) e fu subito bestseller, ha pubblicato di tutto di più, romanzi sceneggiature saggi, spy-storie in serie, libri di cucina, guide di viaggio, storia militare, grafiche e illustrazioni. "SS-GB. I nazisti occupano Londra" è l'ultima inarrivabile fiction. Sembrava impossibile immaginare cosa sarebbe successo se gli inglesi avessero perso all'inizio della Seconda Guerra Mondiale e fossero caduti sotto il dominio tedesco. Prova, ci riesce. Prende un investigatore di Scotland Yard, Douglas Archer; pensa a una trama convenzionale, cadavere all'inizio e soluzione del caso alla fine; si trasferisce in Toscana con moglie e figli piccoli, vicino Lucca, dalle parti di Barga (cognome di Barbara, la giornalista americana che si lega al protagonista nella finzione letteraria); scrive di conflitti armati, occupazione e doppio gioco, programmi di ricerca atomica, affetti. Bene.

Lo stupore della notte, Piergiorgio Pulixi, Rizzoli, 2018

Milano. Dicembre 2017. Rosa Lopez ha 46 anni e uno stato di servizio impeccabile: laureata entra da sottotenente nell'Esercito, due anni volontaria in missione nei Balcani, poi carriera in polizia, sette anni in Calabria, finché risulta prima al concorso interno per commissario, trasferendosi nel 2009 a Milano dove si dota di un arabo perfetto e ottiene varie specializzazioni, 157 arresti, 64 espulsioni, 37 onorificenze, 14 proiettili nella cassetta postale. Graziosa e arcigna, forme generose e toniche, allenamenti quotidiani, abitazione impersonale e sempre temporanea intestata a un prestanome, dorme poco, mangia vegetariano, soffre di ulcera e stress, beve impreca spara come un uomo. Ora è al Forno, capo dell'Unità speciale (circa una ventina di persone) contro il terrorismo di matrice islamica. Frequenta per sesso e distrazione (rigeneranti) un ricco affascinante medico giramondo, prima ha avuto due intensi amori, il suo vecchio capo (ucciso dalla 'ndrangheta) e un amico collega più giovane (in coma), la chiamano "Vedova nera". Voci affidabili segnalano che si sta preparando un grande attentato. Lei lavora anche per gli americani (un vecchio ricatto) alle spalle del Viminale; loro ne sono certi, gestiscono infiltrati e altre fonti criminali; hanno sede nei duemila metri quadrati non accatastati del Lovers (già Albergo Venere, base Ovra, prigione nazista, quartier generale alleato), mitico profondo centro fantasma di detenzione e tortura. Sono stati rubati tre fucili d'assalto AK-47, ci sono funzionali giri di droga e denaro, vari ragazzi si stanno organizzando per diventare martiri, scompaiono tre furgoni, forse esiste davvero il Maestro, nell'ombra, a gestire regia e depistaggi, qualcuno che conosce bene metodi e capi degli investigatori italiani. Moriranno in tanti, davvero tanti, e Rosa si arrabbierà di più, costretta a vederne di tutti i colori e i sapori.

L'autore e sceneggiatore Piergiorgio Pulixi (Cagliari, 1982) da dieci anni si fa avanti con acume e coraggio sulla scena letteraria europea. Dopo aver partecipato giovanissimo al Collettivo Sabot (animato da Massimo Carlotto), dopo la tumultuosa quadrilogia sul corrotto Mazzeo (nel nordest), dopo altre prove interessanti (e premiate), si cimenta ottimamente con il terrorismo: hard-boiled, spy-story, giallo, thriller nell'inquinato luccicante ecosistema milanese (dove ora vive). La narrazione in terza varia al passato segue sia Rosa sia gli altri protagonisti, soprattutto quelli attorno al Maestro, che aveva impiegato anni a costruire un piano di geometrica precisione, a dragare nel web e nei quartieri metropolitani più disagiati (incubatori di radicalismo e indottrinamento), a reclutare emarginati e piccoli delinquenti alla deriva disposti a ritrovare il "vero" Islam. Pulixi mantiene la cifra di noir adrenalinici, alternando sempre con ritmo ed efficacia differenti ambientazioni sociali e dimensioni emotive e previlegiando l'azione senza disdegnare l'introspezione. Lo stile si è via via affinato, arricchito, maturato. Segnalo che la poetessa preferita da Rosa è Alda Merini, ne visita la tomba al Monumentale. Il Cuba ha un aroma delizioso; grande cura nella scelta sia dei vini che dei liquori, il pugliese Nero di Troia (Canace, 2007) è intraprendente e determinato come lei, che predilige pure il Joe Lovano Classic Quartet (lui sassofonista). Anche se poi ai ricordi s'abbandona con Mina, Se telefonando.

Il purgatorio dell'angelo, Maurizio de Giovanni, Einaudi, 2018

Napoli. Maggio 1933. Il ricchissimo barone commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, proprietario di mezzo Cilento, è certo di essere pazzo, e di aver ereditato la sua follia dalla madre, la defunta baronessa Marta. Piuttosto è incerto se confessarlo finalmente a qualcuno, forse alla stessa amata Enrica, con la quale finalmente si frequentano da dolci innamorati, nonostante l'opposizione della madre, l'aggressiva Maria. Lui quasi 33 anni, enigmatico ciuffo ribelle e inquiete pupille verdi, scuro e ateo, schivo e introverso, senza auto né patente; lei 25, occhi neri e occhiali, miope gentile alta mancina, poco aggraziata, riservata e silenziosa, paziente e risoluta. Ricciardi si sente diverso, nei luoghi che frequenta percepisce tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno). Questa volta lo chiamano sugli scogli di Posillipo, in fondo a via Costa c'è il cadavere di un anziano prete, colpito in testa da dietro senza segni di colluttazione, lui capisce che era inginocchiato (l'autopsia confermerà) e parlava di una confessione (perché e di chi andrà indagato). Il brigadiere Maione gli è accanto e collabora con affetto e dedizione, pur distratto da una serie di rapine di un gruppo di ragazzini nel quartiere Chiaia, quasi all'orario di chiusura e distanti dalle ronde delle guardie. La vittima dell'omicidio, padre Angelo, era apprezzato sia nella comunità di gesuiti di San Luigi ove viveva da decenni, docente teologo, sia da vari esponenti della più alta società cittadina, dei quali era il preferito confessore. Nel suo passato o nel suo presente si nascondono segreti, sommessamente Ricciardi li scoprirà, sollecitando chiare confessioni agli affetti più cari.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha più volte annunciato che la sua prima e più amata serie è giunta quasi al termine. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, ora narra alcuni mesi (residui) della magnifica città. Siamo all'undicesimo volume, molto bello, probabilmente il penultimo. In copertina l'ucciso, il mare e la sagoma della montagna che si distingue nella luce di latte. Con un titolo pervasivo: i peccati sono un fardello di cui non si libera con facilità (solo per qualcuno, credente o meno), la vita è un purgatorio per chi ha fede (e qualcun altro), soprattutto per gli angeli come è noto. Così gran parte dei personaggi combattono con la necessità di confessarsi, per l'assoluzione o lo sfogo. Come sempre, la narrazione è in terza varia al passato, le due indagini e le vicende private accavallate con sapienza drammaturgica, capitoli talora intervallati da inserti che raccontano la storia parallela dell'antico "scherzo" di due studenti per evitare una prova di greco in classe (alla fine si capirà l'intreccio), oltre che dai (rari) intensi toccanti ispirati corsivi autorali. Gran ragù preparato da Lucia per il marito brigadiere, i sei figli e il nuovo allievo prediletto. La colonna sonora musicale è affidata all'avvenente personaggio che siamo tutti in attesa di incontrare (prima o poi), Bianca Borgati, marchesa di Rosaspina. Mentre il marito è giustamente in prigione, muore il carissimo leale amico Carlo lasciandole tanti denari e gran bei dischi, soprattutto due (clandestini) cantati dalla giovane mitica Billie Holiday: But Not for Me e The Man I Love, dei fratelli Gershwin.

A bocce ferme, Marco Malvaldi, Sellerio, 2018

Pineta. 7 gennaio 2018. La procace precisa intelligente Tiziana Guazzelli deve andare dal commercialista, coglie l'occasione per valutare con il matematico Massimo Viviani l'andamento del loro nuovo BarLume. Arrivano e, prima di salire al primo piano, trovano Alice Martelli a piano terra, la freddolosa compagna 37enne di Massimo, attesa presso l'ufficio del notaio (pare che i due professionisti condividano pure altro, oltre alla palazzina). Occorre presenziare all'apertura di un testamento, nel cui testo (evidentemente) si parla di qualche reato che interessa l'autorità giudiziaria. Dieci giorni prima era morto Alberto Corradi (nato lì nel 1948), ricco proprietario della Farmesis e padre di Matteo (nato a Pisa nel 1980), ora ha lasciato scritto di aver ucciso nel maggio 1968 il padre putativo Camillo Luraschi, il lascito testamentario non può essere reso operativo, accidenti! E poi c'è di mezzo il Sessantotto: che accidenti facevano allora quelli della banda della "Magliadilana", proprio nell'anno in cui Massimo stava appunto venendo al mondo e loro non erano ancora vecchietti prostatici (tutti ispirati a personaggi reali)? Certo conoscevano Luraschi. Aldo era già del Torino (come Massimo e alcuni altri), Pilade Del Tacca già lavorava all'anagrafe (tanto che Alice gli dà un incarico ufficiale), Gino Rimediotti si dichiarava già nostalgico di destra e, soprattutto, Nonno Ampelio Viviani (ora diabetico, vicino ai novant'anni) era ferroviere sindacalista di sinistra e fu arrestato per rissa aggravata. Tocca ancora una volta a Massimo e ai simpatici sodali capirci qualcosa, tanto più quando capita un altro omicidio che si ricollega a delitti dei tempi andati, in qualche modo.

Lo scienziato scrittore (già allievo di conservatorio e buon pongista) Marco Malvaldi (Pisa, 1974) è una garanzia di piacevole divertente intrattenimento noir. Qui tornano gli spassosi toscanacci seriali apparsi nel 2007 e già protagonisti di (finora) sette romanzi, una decina di racconti e vari episodi televisivi (Sky). La narrazione in terza varia al passato alterna tempi e luoghi, l'ambientazione nella Pisa del Movimento (ringraziamenti ad Adriano Sofri) e nel piccolo e anonimo borgo del litorale toscano contemporaneo. Significativa e competente la storia dell'azienda farmaceutica del defunto (mentre ora l'erede Matteo vorrebbe buttarsi in politica). Le battute si sprecano, tutto viene trattato con arguzia e ironia, attraverso i soliti dialoghi teatrali scoppiettanti e qualche rara introspezione. Sacrosanta ostilità alla demagogia. Il tifo si manifesta solo in un paio di occasioni, contro la Juve (anche se non avevano ancora saputo di Cristiano Ronaldo). Quel che conta è la corale squadra investigativa, anche Tiziana fa parte degna, non indifferenziata: negli ultimi dieci anni in provincia ci sono stati circa venti omicidi, circa metà sono avvenuti dalle parti di Pineta, quasi tutti sono stati risolti da loro che, comunque, iniziano solo leggendo il giornale e commentando ogni notizia, mentre bevono caffè corretto al sassolino (Gino), spuma bionda (Aldo), estratto di sedano e finocchio (Pilade), caffè semplice (Ampelio) e Massimo sbatacchia la campana di bronzo se ascolta una cazzata. Il brindisi si fa con lo spumante Chiarebolle della Tenuta Tebaldi Santangeli. Meglio il rum, Demerara 1990.

Il giro del mondo in sei milioni di anni, Guido Barbujani e Andrea Brunelli, Il Mulino 2018

Terraferma. Da qualche milione d'anni. Non si sa quanti anni abbia esattamente Esumin, certo è che ha partecipato a tutte le grandi migrazioni dell'umanità, fin dalla prima a sentir lui, fin da quando stavamo sugli alberi, con un cervellino grande su per giù come quello degli scimpanzé. Esumin ci accompagna introducendo ognuno degli ottimi dodici capitoli attraverso cui Barbujani e Brunelli narrano con acume scientifico gli "ESseri Umani In Movimento". Cominciano dal principio, dalle varie teorie sulla creazione, dall'origine della vita, dalla prospettiva darwiniana, dai nostri antenati diretti. Intorno a sei milioni e mezzo di anni fa avevamo gli stessi antenati di scimpanzé e bonobo, dopo di che le nostre strade si sono separate. Noi abbiamo presto cominciato a compiere i primi passi (letteralmente) a terra, ominidi e sottotribù di ominini, australopiteci, parantropi, il genere Homo e le sue tante specie estinte, i Sapiens l'unica rimasta. Probabilmente furono proprio il bipedismo e la marcia migratoria a favorire l'encefalizzazione e, più lentamente, la capacità di comunicare con un linguaggio articolato, non senza alcuni "svantaggi": il bacino più stretto e il parto più complicato, la schiena e i suoi "mali". L'evoluzione non ha un progetto: è solo una risposta del nostro organismo a condizioni ambientali che cambiano. Dall'Africa una specie umana si è avventurata in altri continenti; in Africa si sono manifestate altre specie umane, altre sono uscite, una due e più volte; rientrando o avanzando ancora senza meta o estinguendosi; hanno nomi, percorsi, incroci in via di ricostruzione. Gli autori fanno il punto dettagliato sulla letteratura scientifica, sulle ultime informazioni emerse e sulle ipotesi plausibili. Gruppi umani iniziarono a dotarsi di strumenti per uccidere gli animali, usando pietre e fuoco, introdussero via via comportamenti "culturali", come la cucina o la caccia organizzate. Non abbiamo più smesso.

Il grande genetista Guido Barbujani (Adria, 1955) e il giovane biologo evoluzionistico Andrea Brunelli adottano un Numero Uno per spiegarsi meglio. Esumin è simpatico e c'era a ogni movimento, però sa poco (di preciso), si trovava sempre lì per caso. È un bel tipo, allude a qualcosa che dovremmo capire bene. Siamo tutti un poco meticci, rappresentiamo l'intera specie, però non siamo stati tutti in ogni luogo in ogni tempo, non esprimiamo ogni carattere umano. Risulta davvero complicato ricostruire vicende lontane da noi milioni o centinaia di migliaia di anni, servendoci solo dei pochi dati archeologici o paleontologici disponibili. Le uscite dall'Africa non sono state movimenti migratori unici verso territori disabitati, ma un insieme di migrazioni, lungo milioni di anni, che ha portato le forme umane anatomicamente arcaiche a occupare aree di tre continenti. E poi si è mosso dall'Africa un gruppo dalla forma umana anatomicamente moderna, in circa trenta mila anni è rimasto l'unica specie, in circa cinquanta mila ha occupato aree di tutti gli altri continenti. Gli autori citano in ogni capitoli i nomi delle specie, alcune rotte probabili, i certi incontri e gli incerti fenomeni evolutivi. Tengono conto degli studi fondamentali del passato in varie discipline e li aggiornano con le più recenti ricerche, segnalando le inevitabili persistenti teorie, ipotesi, ignoranze. Dedicano dettagliati capitoli alle due macroaree fuori dall'Eurasia: Estremo Oriente Melanesia Polinesia, Americhe. Fino alla "scoperta dell'agricoltura", l'intera nostra specie contava circa un milione di individui, poi inizia un'altra storia, quella degli ultimi dieci mila anni. La genetica delle popolazioni racconta ormai con maggior precisione quello che è successo, siamo diventati tanti, ma nessuno è rimasto immune dagli scambi migratori (anche di geni e lingue), magari minuscoli, ma frequenti. Le popolazioni umane sono divenute un mosaico genetico senza razze. Nessun genoma è "puro", tutti contengono componenti eterogenee di origini eterogenee. Qualche figura lungo il bel volume, scrittura efficace e godibile, in fondo note bibliografiche e indici dei nomi.

Nuvole e orologi. Il determinismo, la libertà e la razionalità, Karl Popper, traduzione di A. Rossi, Armando, 2018 (orig. 1975)

Comprensione del mondo. In divenire. Karl Popper (1902-1994) scrisse "Conoscenza oggettiva. Un punto di vista evoluzionistico" nel 1972, pubblicato in Italia nel 1975. Armando fu l'editore che ne curò la traduzione e ha sempre continuato a presentare la produzione scientifica del grande filosofo ed epistemologo austriaco naturalizzato britannico, dedicandogli anche una specifica collana. Con un'introduzione di Massmo Baldini mette ora a disposizione di studenti e appassionati "Nuvole e orologi", la parte di quel corposo testo ripresa da due saggi precedenti e dedicata alla razionalità e alla libertà dell'uomo, all'induzione e alla conoscenza congetturale, al libero arbitrio contro il determinismo (religioso, scientifico, metafisico). C'è asimmetria tra passato e futuro: il futuro del mondo è aperto, non è implicito in ogni istante del passato.