Uno Sguardo dal Ponte

RECENSIONI

di Valerio Calzolaio

Souvenir per i Bastardi di Pizzofalcone, Maurizio de Giovanni, Einaudi, 2017

Napoli e Sorrento. Ottobre 2017 (e primavera 1962). Nell'area del cantiere della metropolitana dell'ex piazza Santa Maria degli Angeli all'alba trovano un uomo robusto pestato a sangue: ecchimosi, tibia fratturata, costole rotte; sopravvive ma resta in coma. Non ha documenti né cellulare, l'identificazione è pure abbastanza rapida, dalla foto sul sito di un giornale di Sorrento i poliziotti del commissariato riconoscono Ethan Wood, un americano scomparso il giorno prima. Era in vacanza con la sorella Holly, la famosa anziana madre e l'infermiera badante diplomata Beth in un lussuoso hotel dell'incantevole cittadina. Sembrava alla ricerca di qualcuno ma nessuno pare sapere di chi e perché. È il figlio della bellissima attrice Carlotta Lucy Castiglione (nata nel giugno 1938 a Brooklyn da genitori lucani che parlavano italiano in casa), una delle più grandi star di Hollywood, la Fidanzata d'America, sposata con un regista di quasi trent'anni più grande di lei che la stava dirigendo in opere di grande successo. Proprio a Sorrento avevano realizzato insieme nel 1962 il film più famoso, Souvenir, lei ripeté poi sempre che vi aveva trascorso un mese indimenticabile, il più bello della sua vita. Accadde però qualcosa: la lavorazione fu burrascosa, le riprese durarono meno del previsto, partirono d'improvviso e terminarono il lavoro a Los Angeles. Successivamente Charlotte rimase vedova, ricchissima e carismatica, e i due figli, sempre single e con lei, gestivano i denari, i fan club e i premi, entrambi mai capitati in Italia fino a quel momento. Palma, il commissario di Pizzofalcone, decide che devono investigare bene tutti i suoi ispettori e agenti, fare squadra e riunioni collegiali, dividersi i compiti nelle due città e rispetto a ogni credibile pista, anche perché il consolato mette fretta alla questura. Il fatto è che emerge una possibile connessione con la criminalità organizzata, guai.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) non perde un colpo. Siamo giunti al sesto romanzo (in quattro anni) della sua ottima seconda (e contemporanea) serie Einaudi; a inizio 2017 i personaggi li abbiamo visti su RaiUno (ormai hanno quei volti e posture), sono in corso le riprese per i nuovi episodi (dovrebbero intrattenerci in prima serata entro il 2018). Come nella tradizione matura dell'amato McBain il caso si apre pochi mesi dopo il precedente, mentre il libro esce l'anno successivo. Il titolo non identifica solo un mirabile film: i ricordi degli amori possono restare per sempre in vario modo, souvenir importanti e cari che illuminano la vita successiva, fu il caso delle famiglie coinvolte. Tuttavia, oltre e più che scavare nel passato, i Bastardi debbono trovare il nesso con la violenza criminale di oggi. La squadra è al completo, la prima coppia stavolta è composta dal Cinese Giuseppe Lojacono e da Alex Alessandra Di Nardo, gli altri collaborano con successo, pur con qualche impiccio: Marco Aragona è richiesto anche per la sorveglianza di un magazzino, Giorgio Pisanelli perde ancora la tranquillità per la ricerca dell'assassino dei suicidi, Francesco Romano sbarella quando s'ammala la piccola Giorgia (che vuole prendere in affidamento), Ottavia Calabrese deve curare le retrovie informatiche mentre spasima un poco per Palma. Il vero snodo riguarda questa volta le relazioni con la magistratura (Piras e Lojacono si amano ormai a distanza, ostilmente), in particolare con la procura antimafia del magnifico Buffardi (sono spariti cie il furbo contabile dell'onnipotente clan dei Sorbo che, in altro modo, sua moglie Angela, dolce, capace e forse coinvolta nella vicenda sorrentina). La narrazione in terza interseca quasi tutti i personaggi, in prima le lettere che raccontano il fuoco (non spento) del passato. Le variegate relazioni affettive personali arricchiscono il percorso investigativo, tanto quanto alcuni interludi di emozioni campane. Torna di continuo la questione dell'avere "tanti rimpianti" ma "nessun rimorso" (dedica a Severino e a Gigi). Vino rosso, questa volta meno melodramma e più Gershwin (quando serve).


Il compimento è la pioggia, Giorgia Lepore, Edizioni e/o, 2018

Bari. Dicembre 2013. Il 33enne ispettore della squadra Mobile Gregorio Gerri Esposito, bello e impossibile, svagato e presuntuoso, vive un esilio autoimposto. Era nato e cresciuto a Napoli, prima in un campo zingari, presto abbandonato dai genitori (madre scomparsa dopo avergli detto "aspettami" sotto la pioggia), poi in un collegio orfanatrofio gestito da due persone brave, il prete di strada don Mimì e la suora laica Adelina, ormai morti. Si sente ovunque fuori posto, senza legami e senza senso. Abita solo, frequenta varie donne con affetto, senza riuscire a stringere amori duraturi: non con la bellissima collega romana Sara Coen (la relazione ha lasciato a entrambi un reciproco rifugio, ma ormai bisticciano sempre), non con la splendida prostituta nigeriana Milly (o Jamilah o Emily o Emilie, lei ormai non lo fa pagare, ma ha un figlio in istituto e ben altro cui pensare per sopravvivere), non con la minorenne Lavinia (sono lontani e probabilmente è meglio vi restino); né con altre cui piace o che lo attirano. Proprio la notte di San Nicola arriva sulla scena di un delitto nella città vecchia: la 24enne Caterina Ketty Camarda è stata uccisa da più mani (in tempi successivi), dopo aver fatto l'amore consenziente e aver subito più di un'aggressione; era incinta e aveva due figli (che trovano chiusi nella cassapanca). Entra subito in intensa relazione con la più grande, Jennifer (cinque anni), che gli confida chi è stato, il padre Nicola, biondo alto e con gli occhi azzurri, pessimo compagno della madre (non il nuovo fidanzato Pasquale) e si fa promettere che se lo prende lo uccide. Aleggiano tutt'intorno una selva di personaggi (e rispettive famiglie): soprattutto padre e fratello di Ketty, madre fratello sorella padre di Nicola, e l'antipatico giovane pm milanese incaricato di seguire il caso insieme al vicequestore aggiunto Alfredo Marinetti, capo e padre putativo di Gerri alla terza sezione.

L'archeologa e storica dell'arte pugliese Giorgia Lepore prosegue con successo la bella serie in terza persona (quasi fissa) sul suo inquieto Gerri, sempre sospeso fra passato e presente, infanzia zingara o sola e bimbi incontrati in affanno ora. Per ragioni diverse, ha frequenti dolori a spalla, gamba, testa, e sente spesso pure i dolori degli altri; a volta risulta odioso scocciato nervoso assente, altre volte calmo paziente comprensivo suadente. Gerri si porta dietro confusamente tutto del suo passato, spesso attraverso sogni, flashback, analogie. Ogni altro personaggio (seriale oppure occasionale) risulta comprimario. Eppure, continuiamo a non sapere tutto di lui: intuiamo zone d'ombra, vuoti, buchi neri (che sono in parte nel passato di ciascuno). Non solo le indagini ma l'insieme delle sue relazioni sociali (con o senza parole) affondano lontano nel tempo e debbono risultare funzionali a un percorso di presa di coscienza e di messa a fuoco di tutto ciò che lo incatena all'infanzia. Non a caso cerca di fissare quanto più possibile su carta, affronta ogni caso arrovellandosi su complicati schematici appunti, chi dove come quando perché, disegni simboli nomi lettere asterischi frecce riquadri, colori ed evidenziazioni varie. E la narrazione noir non prevede mai azioni in diretta, gialle o hard-boiled che siano: quando sta per accadere qualcosa passiamo al momento in cui qualcuno (lui in genere) lo ripensa o lo narra, dopo. Si tratta, dunque, di storie (volutamente) circonvolute. Intrattenimento molto godibile per lettori assorti e accorti, non distratti da enogastronomia e consumi dominanti. Gerri odia il pesce, ha in libreria tanti volumi sui rom e ascolta tutto Vinicio Capossela. Il titolo deriva da un proverbio arabo, "le nuvole sono una promessa. L'adempimento è la pioggia", accompagnato ovviamente (nella dedica) dal capolavoro di Dürrenmatt, appunto sulla promessa (difficile da mantenere).


La voce del crimine, Ed McBain, Traduzione di Andreina Negretti, Einaudi, 2018 (orig. 1973, Let's Hear It for the Deaf Man)

Isola. Aprile. I casi criminali sono già tanti in quel quartiere e cominciano ad arrivare pure telefonate e lettere anonime attribuibili a un antipatico conoscente che ci riprova. Il Sordo è un inafferrabile cattivo seriale, alto e bello, invia a Carella buste con fotocopie di foto (riprodotte nel libro), prepara un misfatto, probabilmente una rapina. Evan Hunter sapeva bene di voler dar vita a una innovativa serie poliziesca, fece un contratto per più romanzi e adottò lo pseudonimo di Ed McBain. Dopo 4 anni (e 11 romanzi) sull'87° Distretto, nel 1960 individuò il personaggio "contro", l'avversario dei buoni (più o meno). Piani astutissimi, rompicapo irridenti, una virgola che alla fine non va, loro che sventano qualcosa, lui che riesce a fuggire (spesso lasciando sul campo complici morti o arrestati). Tutto magnificamente narrato con stile dilettevole anche in "La voce del crimine", 26°romanzo della serie, 3° col Sordo. E 4° riedito ora da Einaudi con nuovo titolo. Alta letteratura.

Mio caro serial killer, Alicia Giménez-Bartlett, Trad. Maria Nicola, Sellerio, 2018

Barcellona. Ai giorni nostri. Proprio quella mattina che la cinquantenne Petra Delicado decide di ritardare un poco e concedersi i servizi di un centro estetico, il commissario Coronas in persona la chiama dall'ufficio e la redarguisce severamente: è stata trovata una donna assassinata in casa. Non basta: devono andarci subito col fido inseparabile vice Fermín Garzón ma è la polizia autonoma ad aver chiesto collaborazione, a coordinare le indagini sarà un giovane massiccio disciplinato ispettore dei Mossos d'Esquadra, Roberto Fraile, occhi verdi e capelli a spazzola, sulla trentina. Ne vedremo inevitabilmente delle belle. E delle brutte: qualcuno ha pugnalato 22 volte l'impiegata 55enne Paulina Armengol, poi le ha tagliato la faccia fino a renderla irriconoscibile, lasciando un biglietto di disinganno d'amore. Dopo appena un giorno accade di nuovo, una 35 ecuadoriana con regolare permesso di soggiorno, accoltellata all'addome, con il volto devastato e un messaggio amoroso, stessa mano omicida e identiche modalità. Non è finita lì e non vi sono tracce o piste. Erano tutte donne sole, pochi o niente amici o parenti, fra loro non si frequentavano né si conoscevano, l'unico labile legame sembrano forse le agenzie matrimoniali con cui erano entrate in contatto, una in particolare, molto riservata. Petra e Fermín sono tranquilli a casa, i rapporti (rispettivamente) con Marcos e Beatriz sono stabili da tempo, i partner affiatati e collaborativi. Certo cresce la curiosità dei figli del terzo marito (conviventi) e della loro nonna (appena arrivata), però l'armonia non è rovinata ed emerge anzi qualche spunto investigativo. Il fatto è che il lavoro è un inferno: giorno e notte, senza costrutto, con un collega gentile ma turbato, impreparato ai comportamenti strani e ai dialoghi stranianti dei due della Policía Nacional. In qualche modo, impareranno a sonnecchiare insieme, a vedersi alla Jarra de Oro e a stimarsi.

La bravissima Alicia Giménez-Bartlett (Almansa, 1951) si cimenta con morti seriali, non poteva più farne a meno. Si tratta di un argomento tipico di gialli e noir, di un topos letterario, quasi un luogo comune. Nella sua serie (iniziata nel 1996 e giunta al decimo romanzo) ci sono tante parodie fisse sul genere: il duo protagonista, le tecniche investigative, i tic dei personaggi. Non poteva mancare ora l'indagine su un presunto serial killer di donne indifese, qualcosa per cui la Petra che conosciamo (attaccabrighe e scettica) forse non sarebbe potuta essere all'altezza, lei che comunque narra in prima persona, al passato, senza compassione per nessuno (come Fermín, con il cuore di fredda ironica pietra). Ci immergiamo così nel mondo delle Agenzie di Relazioni Matrimoniali e dei siti d'incontri, nell'infinita solitudine di alcune donne, foto scelte per trasmettere un atteggiamento, una propensione, un personaggio, nella speranza di trovare un compagno. Emergono con umorismo e indulgenza i tanti possibili rifugi per cuori solitari (anche maschili): associazioni di escursionisti, centri culturali, agenzie di contatti, circoli di poker, scuole di tango. Mentre stenta a venir fuori l'intreccio sordido di interessi e crudeltà, bugie e opportunismi, destinato a tradursi poi, non tanto casualmente, in crimini sanguinosi. La lenta verifica confermerà che nessun assassino è perfetto, pare che presto se ne farà un film. Concilianti i rapporti fra le due polizie operanti in Catalogna, anche perché il terzo incomodo (vera novità del romanzo) finirà per capire e far capire l'utile piacere della condivisione. Segnalo la velenosa convivenza di verità ed equilibrio mentale, a pagina 80. Il sospettato ha lo studio in calle de la Sal a Barceloneta, proprio sopra la libreria "Il Giallo e il Nero" ("Negra y Criminal", dove tornare presto), il gestore Paco conosce bene Beatriz e Fermín, con sorpresa di Petra: il romanzo poliziesco unisce molta gente. Passito, cariñena, cava, barricato, e via vineggiando.


Le spose sepolte, Marilù Oliva, Harper Collins, 2018

Monterocca, Appennino bolognese. Aprile scorso. All'ultimo censimento il paesino aveva 7.098 abitanti, solo 2.321 maschi. Da oltre quindici anni vi era iniziato, infatti, un esperimento democratico: dimostrare che il buon governo è realizzato meglio dalle donne. Così, il consiglio comunale e la giunta sono a larga prevalenza femminile; i principali incarichi pubblici vengono affidati a donne; si vota spesso su singole questioni tramite forum pubblici, a esempio a chi intitolare le strade, e finora la scelta cade sempre su donne da commemorare; l'economia risulta quasi autosufficiente con forte indirizzo ecologico; ricevono molte richieste di trasferimento e autogestiscono un regolamento per cui chi affitta o compra deve non avere sentenze penali né essere troppo facoltoso, includendo due profughi ogni tanto. Il nome Monterocca deriva da un antico bastione trecentesco arroccato su un pendio, presto fagocitato dal bel bosco. Le case sono tutte all'interno delle mura, con un solo punto di accesso, custodito, e il divieto di circolazione per ogni veicolo a motore (si va coi tre pulmini comunali, oppure a piedi, in bici, coi pattini). L'agglomerato urbano è un ovale lungo circa tre chilometri, tagliato in due parti (non proprio uguali) da un viale: comincia dalla porta trecentesca di accesso, a destra le abitazioni in bioedilizia dipinte con fantasia, e poi i calanchi, a sinistra altre abitazioni con orti, gli edifici pubblici, e poi le colline; finisce sulle sponde di un lago artificiale (due architette norvegesi), inaccessibile altrimenti. Anche i tre poliziotti in arrivo da Bologna devono lasciare la volante nel largo parcheggio all'aperto, stanno indagando sull'omicidio Cionti, drogato (prima di essere ucciso) con un siero della verità prodotto in via sperimentale proprio a Monterocca. Si susseguono altre morti, sempre uomini la cui moglie era scomparsa anni prima; c'è un serial killer che vendica donne probabilmente uccise. E infatti qualcuno ora avvisa la polizia su dove si trovano i resti.

L'insegnante di lettere Marilù Oliva (Bologna, 1972) ha raggiunto ormai la soglia dei dieci romanzi (dal 2009), oltre a tutta una serie di altre pubblicazioni. Il titolo del nuovo bel turbinante giallo richiama la sostanza della triste storia: spose uccise da sposi senza che siano stati scoperti e che siano state degnamente sepolte. L'ambientazione nella sperimentale Città delle donne non vuole essere né fiabesca né apologetica, prendiamola come un luogo (purtroppo) inventato per un'indagine su crimini di femminicidio ispirati a tanti fatti di cronaca. La narrazione è in terza varia, un quarto dei circa sessanta brevi capitoli narra in corsivo un'altra storia mesta: una piccola racconta in prima persona l'antico assassinio della propria madre, quando aveva 5 anni, da parte del padre e della bella bambinaia complice. La protagonista è l'ispettore capo Micol Medici, trentenne snella per un metro e sessantatre, tanta memoria e ragionamenti matematici, un fidanzamento in via di esaurimento, lunghi capelli ricci o occhioni color ambra, un vistoso sfregio cicatrizzato nella parte inferiore della guancia; con lei un superiore, il commissario Elio, alto biondo cinquantenne, e lo zelante coetaneo sovrintendente Antonio. Incontrano necessariamente tanti interessanti monterocchesi, l'attempata malata sindaca esclude possa esserci il colpevole, anche lei fa il suo mestiere politico e istituzionale. Nella contrada è comunque presto evidente che ogni abitante che incontrano nasconde qualcosa, anche il paese è oggetto di continue progressive scoperte. Molto confermerà che non sono tanto le singole donne migliori dei singoli uomini (animi feroci e dinamiche crudeli prescindono dai generi), quanto e bensì un sistema maschilista sempre e comunque peggiore di tutto. Difficile smentirlo. S'imparano metodi officinali di morte a pag. 272. E si discute con garbo di cosa sia "naturale", di pro e contro rispetto alla vivisezione. Altoparlanti trasmettono buona e solida musica, spesso ben attempata. Incombe il pignoletto.


Putin segreto, Vladimir Fédorovski, Traduzione di Barbara Sancin, Edizioni del Capricorno, 2018 (orig. ed. fr. Poutine, l'itineraire secret, 2014)

Russia e Urss. Putin è stato rieletto nel marzo 2018. Dopo Gorbaciov (1985-1991), dopo la fine dell'URSS, dopo Eltsin (1991-2000), in Russia e nella grande zona d'influenza russa il capo è lui da vent'anni e forse molto ancora. Vladimir Fédorovski (Mosca, 1950) è stato un diplomatico sovietico (nella perestroika) e vive da tempo in Francia, avendo confermato lì doti di narrazione geopolitica. Il suo recente saggio "Putin segreto" non è una vera e propria biografia, l'autore ha conosciuto il leader russo, ricostruisce infanzia (a Leningrado) famiglia studi interessi carriera, intrecciando informazioni e contesto. L'idea è che Putin riabiliti i retaggi storici, russo zarista (di oltre due secoli) e sovietico stalinista (di oltre settanta anni), valendosi della polizia segreta (come nei regimi totalitari), il KGB, e del controllo dell'informazione. Ne vien fuori un dettagliato realistico resoconto diplomatico (con note bio dei personaggi, cronologia e bibliografia finali).

Lo sguardo profondo. Leopardi, la politica, l'Italia, Massimo Luciani, Mucchi, 2017

Recanati e Italia. 1798-1837. Ormai conosciamo abbastanza bene vita e opere di Giacomo Leopardi. Quel che continua a stupire è la vitalità contemporanea dei suoi testi letterari e delle sue riflessioni culturali, anche rispetto a discipline e argomenti meno indagati, come il diritto e le forme di governo (non solo la politica). Il crivello leopardiano ha saputo separare attentamente la liquidità contingente dalla permanente solidità dei processi storici, in particolare guardando a fondo nella psicologia degli italiani e cogliendo con lucidità e freschezza le correnti carsiche che percorrono la storia del nostro Paese. Leopardi mette sempre in guardia contro l'illusione che i governi possano dare agli uomini la felicità, pur consapevole che l'inutilità della politica non è maggiore né diversa dall'inutilità della vita e di tutte le cose umane in generale. Al centro del suo pensiero si colloca il concetto dell'illusione, delle illusioni, maggiori e più fertili (foriere di immaginazione) nello stato di fanciullezza, del singolo e della comunità politica, sempre e comunque essenziali per la sopravvivenza individuale e per la tenuta dei legami sociali. Essendo materialismo, empirismo, scetticismo, non cognitivismo, relativismo i tratti fondamentali della sua "filosofia", per il poeta recanatese è il sistema delle illusioni che aiuta a farci sopportare il destino umano e a conservare le comunità politiche. Molto si è discusso se qualche spunto innovativo degli ultimi anni (di contro alla "natura" unicamente il sodalizio degli uomini può servire di difesa, per tutti e per ciascuno) contrasti le opinioni precedenti; più probabilmente le completa, problematizzandole ulteriormente. Ciò riguarda anche l'apprezzamento per le forme di governo segnate dall'appartenenza del potere alla nazione, una (meno imperfetta) società "mezzana" che asseconda la brama umana di felicità e assicura la massima varietà delle personalità (una uguaglianza almeno di mezzi e di opportunità).

Il grande costituzionalista Massimo Luciani (Roma, 1952) quasi una decina di anni fa introdusse un seminario a porte chiuse su Leopardi politico, poi apparso fra il 2010 e il 2012 in varie riviste e volumi collettanei. Il bel testo esce ora in modo autonomo (formato snello e tascabile) con ampia ricca prefazione e titolo nuovo. I paragrafi centrali erano sei, i primi tre sulle premesse antropologiche e le cruciali illusioni nel pensiero leopardiano, i successivi più specifici su argomenti giuridici (la dottrina delle forme di governo, la critica all'universalismo e al cosmopolitismo e la figura del nemico, la questione dell'Italia), tutti di non semplice (ma molto interessante) lettura per virgolettati, rimandi, parentesi. Le considerazioni supplementari riflettono ancora sulla capacità leopardiana di indagine storica stratigrafica (oltre gli eventi individuali) e approfondiscono due aspetti: universalismo e linguaggio. L'avversione al cosmopolitismo non era ideologica o aprioristica, ma logica e razionale, espressa col tradizionale angosciato disincanto. Il nesso di causalità va dalla società e dalla politica alla letteratura e all'espressione linguistica. Luciani offre continue frequenti citazioni di Leopardi sui vari temi trattati, prima di esaminare con acume e coerenza una parte delle interpretazioni critiche che già li avevano valutati. Denso è l'apparato di note, dal quale emerge una bibliografia selezionata ed essenziale. Interessanti i riferimenti al nesso fra parole e cose e alla xenofobia. Forse è un poco sottovalutato il retroterra scientifico nella filosofia e nella poesia di un piccolo gobbo sommo pensante, che molto amò la scienza e la laica coscienza della propria finitezza, per arrivare a definire uno scientifico poetico relativismo, contro la pretesa assolutezza di qualsiasi dottrina, anche religiosa.


Le coincidenze significative. Da Lovecraft a Jung, da Mussolini a Moro, la sincronicità e la politica, Giorgio Galli, Lindau, 2017 (prima edizione 2010)

Storia italiana dell'ultimo secolo. All'inizio degli anni cinquanta Jung suggerì un concetto innovativo per interpretare (almeno alcuni) processi ed eventi storici, la sincronicità. La definì come "un principio di nessi acausali", le relazioni non causali tra fenomeni, un legame tra due eventi che avvengono in contemporanea, connessi tra loro ma non in maniera causale, cioè non in modo tale che l'uno influisca materialmente sull'altro; essi apparterrebbero piuttosto a un medesimo contesto o contenuto. Il noto docente, studioso e politologo italiano Giorgio Galli usa quel concetto per cercare e sottolineare "coincidenze significative", narrare dinamiche e personalità notorie della vicenda contemporanea, tenendo conto di altre "cronache" che accadono insieme o che hanno nessi numerici, esoterici, oppure etimologici, e che, generalmente, non vengono messe in relazione. Galli riconosce e motiva subito il debito verso "l'ipotesi di Jung e i suoi rischi": vi sarebbe una stretta connessione fra quell'approccio e il corso dell'evoluzione della fisica nei primi decenni del Novecento; avrebbe raccolto a conferma materiale specifico di studiosi di varie discipline; ne avrebbe avuto varie esperienze personali in momenti diversi della vita. E sottolinea che la conoscenza può articolarsi in modi misteriosi, non si sviluppa solo in forma intellettiva. Legge così fenomeni e notizie attraverso un esame di eventi in sincronia (di anno o mese o giorno), definizioni e principi di materie meno "sociali" (siano scienze fisiche e biologiche da una parte, astrologia o stregoneria o telepatia dall'altra), ripetendo di continuo e con polemiche frizzanti che le coincidenze aiutano comunque a capire. Si va dal movimento del '77 al programma socialista, dalla simbologia religiosa e alchemica alla descrizione scientifica dei tre cervelli, dai fumetti alle spy-stories, dai terremoti alle feste dei lavoratori, e così via, citando innumerevoli fatti e protagonisti della politica e del pensiero politico.

Giorgio Galli (Milano, 1928) lavora da decenni sulla sincronicità e sulle coincidenze significative, prendendo spunto da quella che ritiene essere una grande intuizione dello psicologo analitico svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961). Ne scrisse dal 1977 al 1986 su varie riviste per addetti ai lavori (come "Critica sociale") o a grande diffusione (come "Panorama" e "Linus") e raccolse molti articoli già in un volume del 1992. Quasi venti anni dopo, la raccolta fu riedita con notevoli aggiornamenti scritti nel 2009. Ora siamo alla seconda edizione del volume del 2010, senza nuovi testi, né aggiornamenti bibliografici. In tal senso, la lettura non appare sempre scorrevole: vi sono frequenti riferimenti a "questa rubrica" (quella del 1977-1986) e a rilievi delle cronache giornalistiche di allora; poi a fine paragrafo o capitolo vi sono frasi che riflettono oggi (nel 2009!) sugli spunti riletti. Insomma, si fa un po' fatica. Eppure vengono ancora stimoli culturali e curiosità linguistiche da questo modo di fare storia. L'autore ha ovviamente scritto anche dotti manuali, quasi un centinaio di testi su argomenti generali e specifici della storia contemporanea, mostrando di possedere studi e conoscenze notevoli. Qui non fa un discorso sul metodo ma segnala un metodo che per lui ha spesso funzionato per capire meglio od offrire spunti: cercare "altrove" il senso di una vicenda, farsi domande incongrue e illogiche rispetto all'ordinario. Coglie l'occasione dell'uscita di un libro (fiction e no-fiction) per tentare paralleli interdisciplinari, buttar là un pensiero diversamente profondo. Certo il rischio è spesso di forzare la mano, di rinviare genericamente ad altro, di insistere su pochi principi rispetto a ogni tema. Tuttavia, l'approccio ai misteri della politica talora funziona, senza lasciare spazio a ipotesi complottiste.


Una variazione di Kafka, Adriano Sofri, Sellerio, 2018

Praga. 1912. Franz Kafka scrive "Die Verwandlung", pubblicato poi nel 1915 da una rivista letteraria di Lipsia. "La metamorfosi" parla di un ambulante che si sveglia dal sonno e si trova trasformato in un animale mostruoso, un orrido parassita. Adriano Sofri (Trieste, 1942) lo rilegge qualche anno fa, ben tradotto, con il testo tedesco a fronte. All'inizio della seconda parte trova che a Straβenlampen corrisponde tramvia, ma "come si fa a prendere un tram per un lampione"? Così inizia il suo ultimo saggio, "Una variazione di Kafka". Sofri è andato a verificare le notizie sull'originale, intrecci e nessi del tedesco, le opzioni di vari traduttori in italiano e altre lingue, il contesto letterario del grande Kafka (1883-1924), senso e dinamiche (pure tipografiche ed editoriali) del racconto, insomma ogni possibile ragione di quello che non sembra un "errore" ma la conseguenza di possibili casi o scelte. Ne vien fuori un testo acuto con oltre cinquanta pagine di accurate note.


Il caso Moro. La battaglia persa di una guerra vinta, Gianni Oliva, Edizioni del Capricorno, 2018

Roma. 16 marzo-9 maggio 1978, quaranta anni fa. Le Br rapiscono il Presidente della Dc in via Fani, dopo meno di due mesi lo uccidono e fanno ritrovare il cadavere in una piccola strada fra le sedi del Pci e della Dc. Si sa chi ha commesso l'orrendo crimine ed è unanime la motivata convinzione che abbia cambiato radicalmente la storia politica italiana. Non tutto è certo nella ricostruzione, vi sono stati depistaggi durante e dopo, restano alcuni dubbi e misteri, addirittura nella legislatura appena terminata è stata istituita di nuovo una commissione parlamentare d'inchiesta. Comunque, una regia esterna e un complotto istituzionale non hanno mai trovato effettivo riscontro. Lo studioso torinese Gianni Oliva riassume in"Il caso Moro" materiali e informazioni sulla vicenda, partendo dallo stesso Moro (1916-1978) e dal periodo dell'unità nazionale Dc-Pci (1976-1978), con ricco apparato iconografico e stile "Bignami": ecco un manuale utile di nozioni essenziali e condensate!