PER LA CRITICA

REALTÀ E STILE

Carteggio di Gualberto Alvino

e Luigi Baldacci (1996-1999)

a cura di Gualberto Alvino

PREMESSA

La mia amicizia con Luigi Baldacci si svolse nel breve arco di tempo compreso tra la mia prima lettera di fuoco del 12 maggio 1996 e quella - se meno cruda altrettanto passionaria - del 30 ottobre 1999, data alla quale, per motivi che devo aver rimosso, l'intenso commercio epistolare si convertì di colpo, e ahimè definitivamente, in frugalissime e sempre più rade toccate telefoniche. Cornice davvero singolare, direi perfino sconcertante, vista la sostanziale identità d'oggetto di entrambe le missive (e, a ben vedere, dell'intero carteggio): il giusto valore da assegnare agli esiti estremi della scrittura pizzutiana, intesa quale emblema d'un'idea di letteratura fondata sulla materialità dell'opera, ossia su un modo di formare piegato ai canoni non già delle cose, sì dei segni verbali che le esprimono; la riflessione circa il ruolo del critico e i fini ultimi della prassi esegetica, avente nella figura di Gianfranco Contini e nel suo metodo ermeneutico l'onnipresente, inesorabile pietra dello scandalo. Tali, infine, compressi in un'epitome non meno feroce che rappresentativa, i punti cardine sui quali ebbe a ruotare la nostra affettuosa e, per molti versi, inquieta amicizia.

Pur da posizioni diametralmente opposte, mi stringeva a Luigi una profonda ammirazione per l'incomparabile eleganza con cui sapeva muoversi nei meandri della Storia e per la sua sconfinata erudizione candita da un entusiasmo sorgivo, a tratti irresistibile. Era l'uomo che aveva letto tous les livres senza mai perdere il piacere adolescenziale della lettura: questo, soprattutto, mi lasciava senza fiato.

Dal canto suo, credo che il mio illustre corrispondente avesse imparato ad apprezzare in me, oltre alla «professionalità», alla «tensione di ricerca» e all'«originalità di scelte» (lett. 9), la piena libertà, la mancanza d'ambizioni e la franchezza che ha sempre connotato la mia condotta, nei suoi riguardi e non solo.

Tuttavia, i motivi di divisione permasero insormontabili dal principio alla fine. Non pensavo, ovviamente, solo a lui, ma in parte anche a lui (e Luigi dové intuirlo), quando, in un convegno veneziano, mi trovai a pronunciare un violentissimo j'accuse contro la corrente concezione «eroica, poco meno che sacrale della critica: operazione dogmatica tendente piuttosto a rivelare sé stessa tramite dispositivi di sentenza, effati apodittici sottratti a qualsiasi possibilità di verifica e sproloquî interminabili in cui tutto è consentito tranne l'ossequio alla lettera, che ad intendere e far intendere attraverso analisi, collaudi obiettivi, accertamenti documentali. Un processo sommario, se non esattamente bulgaro, nel quale il testo - in base a mere induzioni sensibilistiche e intuizionistiche da accogliere a scatola chiusa - viene giudicato in contumacia, senza istruzione, senza indagini preliminari, e soprattutto senza l'ineludibile escussione delle prove a carico e a discarico».[1]

Non riuscivo a capire perché mai un ingegno di quella levatura si ostinasse a operare uno scisma così drastico e irrazionale, oltreché anacronistico, tra (è la sua stessa nomenclatura) libretto e musica: quanto dire fra estetica e mondo, forma e realtà, lingua e vita (l'asserto della lett. 4 - «attraverso Contini non ho mai sentito passare la vita» -, ancorché felicissimo sul piano espressivo, resterà per me un enigma impenetrabile), come se i primi termini di ciascun binomio non stingessero ineluttabilmente sui secondi fino all'identificazione totale.

«La struttura linguistica - avvertivo in quell'appassionata relazione -, lungi dal rappresentare un mero ingrediente del testo, è il testo, poiché essa non va concepita quale messa in forma del contenuto, involucro da lacerare per raggiungere la cosiddetta 'sostanza delle cose', ma come un complesso di apparecchiature espressive pienamente attualizzate e ontologicamente autosufficienti, un organismo di dati concettuali verificabili e concreti, nel cui àmbito il discorso critico non solo può trarre alimento e ragione sufficiente al proprio operare, ma deve totalmente consistere, pena lo sconfinamento nel più irrazionale, abbandonato impressionismo». Il mio amico considerava invece la lingua nulla più che una componente del testo letterario: donde giudizî di valore non precisamente esemplari, come quello sul massimo innovatore del nostro Novecento («Gadda trasgrediva sul piano linguistico perché il suo sistema psicologico, i pegni culturali e morali da lui ricevuti e accettati, gl'impedivano altre trasgressioni sul piano della vita»)[2] o sull'autore di Io e lui («Un altro punto all'attivo di Moravia è il coraggio di avere abolito ogni esteticità [...] del tessuto narrativo. "Uccidiamo il chiaro di luna", si gridava al tempo del futurismo, ma il chiaro di luna è stato ucciso solo da lui insieme con tutti gli sperimentalismi linguistici che hanno fatto delirare generazioni di critici. [...] Scrittore moderno è lui, non Carlo Emilio Gadda»); e clamorose incomprensioni: da Gianna Manzini a Stefano D'Arrigo, da Vincenzo Consolo a Gesualdo Bufalino.[3] Quanto a Pizzuto e Contini, bastino i testi qui offerti in anteprima assoluta al lettore di «Malacoda», cui affido volentieri il verdetto finale.

Le lettere di Baldacci sono contrassegnate da numeri arabi; le mie (cavate da un vecchio copialettere che sarebbe eufemistico definire approssimativo) da numeri romani.

Ho rispettato tutte le peculiarità grafico-interpuntive degli originali, limitandomi a stampare in corsivo le sottolineature, ad abolire le maiuscole seguenti i vocativi iniziali e a uniformare le virgolette all'uso corrente: alte per i modismi, uncinate per le citazioni testuali.

* * *

I

Roma, 12 maggio 1996

Gentile professore,

ho sempre ammirato l'intelligenza e la limpidezza della Sua scrittura critica fin dai tempi remoti di Letteratura e verità,[4] ma l'elzeviro di oggi[5] mi ha profondamente deluso. Spero voglia permettermi di replicare in tutta franchezza a talune Sue osservazioni che reputo ingiuste, oltreché destituite di qualsiasi fondamento.

1. «Se infine, in quanto a Pizzuto, l'Alvino vanta un'informazione totale, non è perciò vero che noi l'abbiamo applaudito solo dal secondo romanzo, limitandoci a considerare il primo nella continuità di Joyce»: perché tanta sufficienza e risentimento nei miei confronti? Di cosa sarei colpevole, di aver asserito che i Suoi contributi prepararono il terreno alla celeberrima disamina continiana del 1964[6] e di averli definiti «notevolissimi»? Ma soprattutto: come può negare l'evidenza fino a tal segno? Quegli articoli testimoniano inequivocabilmente il Suo mutamento di rotta. Cito dal primo: «È un epigono intelligentissimo e originalissimo; ma forse sempre un epigono; e per di più di uno scrittore [Joyce] il cui esempio è irto di pericoli: di quelli che paiono fatti apposta per non consentire il giuoco degli epigoni. Vedremo che cosa ci dirà domani Pizzuto col nuovo romanzo che egli ha in preparazione. È certo che egli non potrà aprire una nuova via alla narrativa».[7] Ci vuole una scienza particolare per capire che, con queste parole, Lei si limitava «ad inscrivere l'operazione nell'àmbito angustissimo della lezione joyciana» (p. 15 della mia Introduzione)?

Ma ecco i passaggi più illuminanti del secondo studio: «La storia della narrativa del nostro secolo si distingue per una serie di scoperte ritardate: la lenta penetrazione dell'esempio di Joyce, il riconoscimento in extremis di Svevo, le bombe a orologeria che s'identificano negli ancor più recenti casi di Musil e di Broch. Chissà che una stessa sorte non sia riserbata domani a Pizzuto [...] in una recente inchiesta sulla narrativa proposta dalla rivista milanese "Il Verri",[8]eravamo i soli a puntare su Pizzuto [corsivo mio]».[9]

2. Nel terzultimo capoverso Lei cita uno dei passi effettivamente più ardui di Giunte e virgole e - senz'alcuna argomentazione - sentenzia: «bellissimo vestito nuovo dell'Imperatore, compimento di un destino coerente che spingeva il folle volo al di là di ogni meta». Fin qui nulla da eccepire: ciascuno è libero di pensarla come vuole (anche se il lettore del Suo giornale avrebbe il diritto d'essere informato circa i criterî sopra i quali Lei edifica il Suo giudizio); ma perché aggiungere «Così queste Giunte e virgole»? Due righe possono forse rappresentare l'intera - uso il Suo termine - operetta? Potrei citarLe interi componimenti di segno contrario. Ammetta che un siffatto modo di procedere non conduce da nessuna parte, se non nel territorio friabile e infido del gusto e dell'impressione. Ma è il capoverso successivo a preoccuparmi seriamente: «E pertanto ci appare ingiusta, da parte del curatore, la liquidazione della monografia di Jacobbi perché "di valore quasi esclusivamente documentario" e ambiguo il tentativo di far passare il saggio di Segre come un punto a favore. Una cosa era l'impegno profuso dal critico, un'altra il suo giudizio». Lei, professore, ha sottomano il volumetto di Jacobbi? Lo scorra, La prego: cos'altro è se non un lavoro di mero carattere documentario? Contiene forse una, una sola intuizione critica di qualche pregio? E che significa «sospetto di una prima versione»?[10] Certo, Pizzuto - come dimostra il mio apparato critico - muove sovente da una struttura figurativa per violentemente dissolverla attraverso varî gradi di elaborazione e trasfigurazione; ma perché, di grazia, ciò dovrebbe necessariamente indurre sospetti? La verità è che Jacobbi credeva nell'ispirazione e nel valore assoluto, mentre chi Le scrive è fermamente persuaso (e si trova in ottima compagnia) che l'opera d'arte sia lavoro, processo, perenne approssimazione al valore.

Quanto a Segre, secondo Lei l'interesse di quel saggio[11] risiede esclusivamente nella chiusa, laddove si afferma che Pizzuto raggiunge «un virtuosismo che ci si stanca di ammirare»? Cosa vuole che m'importi del giudizio finale? Del lavoro di un critico - qualunque sia la valutazione cui approda - io devo apprezzare la serietà dell'indagine, la completezza e la finezza delle argomentazioni, la varietà delle esemplificazioni, l'interesse dei referti; e il saggio in questione (ancorché pervenga a conclusioni che io sono ben lungi dal condividere, come affermo a chiare lettere a p. 27) è ineccepibile sotto questo riguardo. Mille volte meglio Segre (che giunge a pronunciare una sentenza tutt'altro che assolutoria attraverso una serie di riflessioni acutissime grazie alle quali riesco a capire qualcosa di più sull'oggetto) di tanti allegri confezionatori di tassonomie linneiane o, peggio, di giudizî entusiastici non argomentati.

3. Lei non ha fatto il benché minimo cenno al mio lavoro filologico-linguistico: una decrittazione costatami anni di fatiche inenarrabili; una storia della critica (in massima parte giornalistica, ergo dispersa e talora introvabile) che nessuno si è mai sognato di allestire; un glossario - introdotto da uno studio linguistico - nel quale trovano chiarimento decine e decine di arduissime coniazioni; una bibliografia autore-anno che è senza dubbio la più ampia mai apparsa finora. Per sorvolare sull'apparato, nel quale si dà minutamente conto dell'accidentato percorso variantistico, compresi gli scolî autointerpretativi e le annotazioni extratestuali: lo legga, e vedrà, vedrà come agevola l'accesso all'officina pizzutiana.

Non sto facendo l'apologia di me stesso: cerco semplicemente di spiegarLe i motivi della mia delusione. Come ha potuto non accennare nemmeno di volo a tutto questo? Se Lei s'imbattesse, poniamo, in un'edizione critica d'un'opera carducciana, si limiterebbe a dichiarare che Enotrio non Le piace, ignorando bellamente il lavoro del suo editore?

Spero vorrà perdonare il mio eccessivo trasporto, ma spesso si dimentica che parlare di un libro significa parlare dell'uomo che sta dietro quel libro.

La prego di credermi Suo

Gualberto Alvino

1

[Datt. solo recto con nastro nero su due fogli tipo Extrastrong costellati di ribattiture e cancellature anche manuali. Autografe, in inchiostro blu, la soscrizione e la frase contrassegnata da asterisco.]

[Firenze] 20.5.96

Gentile Dottor Alvino,

mi dispiace sinceramente che Lei l'abbia presa così. Però, quando ci si fa strenui partigiani degli esiti estremi di Pizzuto, come Lei fa, bisogna attendersi anche dei dissensi. Questo mi pare nell'ordine delle cose.

Non voglio tediarLa con una risposta troppo circostanziata, ma sento il dovere di darLe qualche spiegazione delle mie ragioni.

Prima di tutto io non mi sogno di avere nessun risentimento nei Suoi confronti; e come potrei? Solo mi dispiace che Lei insista a dire che tra la mia recensione a Rosina e quella a Bambole[12] c'è lo spazio di una conversione. Questo può apparire quasi plausibile sulla base delle Sue citazioni, ma non del mio articolo su Rosina. E mi dispiace che Lei su queste estrapolazioni insista citando un finale che era soprattutto, come ho detto anche nel mio articolo del «Corriere», un presagio di come potevano andare a finire le cose: ma non poteva negare la scoperta.[13]

Non capisco poi perché il mio finale dovrebbe fare affondare la mia barca, mentre, nel caso di Segre, non si dovrebbe tener conto del finale ecc.

Però guardi bene (l'articolo di Segre sono andato a rileggermelo) che non si tratta solo di finale, ma di tutta l'impostazione del discorso. Così del resto la pensava Contini e così, quel che più conta, la pensa anche Segre.[14]

Veda, bisogna prendere nota della realtà, non metterla tra parentesi. Pizzuto non ha aperto una nuova via alla narrativa (autocitazione). Lei mi ha fatto l'onore di mettermi in prospettiva con Contini: di questo ho taciuto per modestia nell'articolo, ma in privato non posso che ringraziarLa. Solo che io non mi sento affatto in quella prospettiva. A me Pizzuto interessava in quanto era ancora realismo, era ancora realtà. Il punto di vista di Contini era tutt'altro.

Che Lei infine sostenga che la mia citazione da Giunte e virgole era malintenzionata, questo, mi lasci dire, non è all'altezza della Sua intelligenza, nella quale credo. O dimostra che Lei pensa alla possibilità di recuperare altrove, in altre parti del testo, un qualche significato,[15] una, come dice Lei, «struttura figurativa». Perché, scusi, non avere il coraggio di salutare in Pizzuto la totale e totalitaria insignificanza?

Quanto al Suo lavoro filologico Lei dovrà capire che un quotidiano non è il «Giornale storico», e se è già ai limiti del possibile avere scelto Pizzuto per un elzeviro, è assolutamente impossibile, se non si faccia astrazione dal lettore, illustrare il merito del filologo. E poi, se mi concede una sincerità quasi pari alla Sua, per me l'edizione critica di Giunte e virgole non è l'ed. critica di Mastro-don Gesualdo, e nemmeno delle Barbare di Carducci.

Questa è una questione annosa, in merito a quello che potremmo chiamare l'ethos delle edizioni critiche; ma c'è un altro fatto: che Lei ha di Pizzuto una considerazione 100 e io, oggi se non ieri, l'ho di livello 15: il che non significa affatto negare questo scrittore, bensì ricordarlo positivamente nei suoi valori e nel suo (specialmente allora) significato.

Quanto a Jacobbi, sarebbe un lungo discorso. Lui si definiva un marxista surrealista. Poteva andare a finir peggio di così? Non credo che l'americano Veltroni lo stimi molto.

Ma sono d'accordo con Lei: un dolore acutissimo, per un giovane, è constatare che gli[16] altri non condividono i suoi[17] valori. Ma è un'esperienza che non si può omettere.*

Con saluti cordiali mi creda

Suo Luigi Baldacci

* Potrei dire che io ho fatto solo quella.

II

Roma, 22 maggio 1996

Gentile professore,

è lecito avere di Pizzuto una considerazione 15, o anche zero, ma non si può negare che egli si sia conquistato uno spazio unico nella storia della letteratura italiana del Novecento. Lei dice che l'edizione critica di Giunte e virgole non è l'ed. critica di Mastro-don Gesualdo, e questo non sarebbe un ostracismo? Esistono lettori, critici, studenti che apprezzano l'opera di Pizzuto, e il mio libro, con le sue centinaia di note, con la sua bibliografia, col suo glossario, ecc., può essere un utile strumento per chi decidesse d'imbarcarsi in quell'avventura. Di tutto questo il Suo articolo non fa parola. Capisco che un quotidiano non sia il «Giornale storico», ma si tratta pur sempre del glorioso «Corriere».

Ho riletto con scrupolo certosino i Suoi due articoli e ancora non riesco a pentirmi, nemmeno in parte, della mia osservazione. La recensione del 1959 brulicava di dubbî e perplessità, mentre in quella del '60 Lei si definiva l'unico critico a puntare su Pizzuto.

Riguardo a Segre, cos'avrò mai detto di trascendentale? che si tratta del «primo referto davvero significativo per sottigliezza d'indagine, completezza argomentativa e varietà di esemplificazioni»? E non è forse così? Segre, in quel saggio, esprimeva serie riserve su Pizzuto, ma offriva allo studioso una ricca mèsse di stimoli critici, filologici e linguistici atti a illuminare l'oggetto più di qualsiasi scomposta esaltazione.

Ma veniamo a quello che mi sembra il punto centrale della questione: la presunta «totale e totalitaria insignificanza di Pizzuto». Prelevo casualmente da Giunte alcuni campioni che sottopongo al Suo proverbiale acume:

Cieli altissimi retrocedenti lumaca alle vette arboree, e mai del tutto in tenebre, raro che stellati, urgervi incontro tumultuoso un gran fiume, greve di moli (p. 49);

Vigilia; una spesa grossa dal macellaio, poi giù in piazza per pagliaccetti, balocchi, calendole, martagone. Con aiuto del portinaio fante sopraccarica, roba in porto, gli apparecchi solerti, odorini ghiotti, gran soffi vaporieri la casseruola extrastrong a martirologi (p. 73);

Tristezza, perché non trasformarti in sorriso, lui ognora ben pronto a rivestire il tuo saio? (p. 81);

Ricondursi nel silenzioso alberghetto di smorzo, riscaldato così da starvi nottetempo finestre aperte; nessuno incontrando mai in corridoi o passaggi, stabile con l'ingresso un sentore sui generis. Mattinate di esami; poi la ceruta trattoria, ivi ambiguo unibile gusto da mandarino a stufato (p. 86);

Alle fermate scappellarsi trovandovi, da borghese ormai, un generale inaccostabile allora, Spadazziere, temuto universalmente, uso a respingere qualsia corte con rudi Fuori dei piedi (p. 94);

Diletta primogenita, ben tornata a risalutarmi, sì ridotto, in casa già tua, or così remota. Fugacissimi giorni; questa volta una valigetta depressa. (p. 103).

Totale e totalitaria insignificanza? Nulla di più realistico, figurativo, direi persino minimale. Il primo brano ha una musica, una potenza che non esiterei a definire dantesca, e l'unica deviazione dalla lingua standard è rappresentata da lumaca, nome-avverbio che significa 'con la lentezza di una lumaca'.

Il secondo non ha bisogno di spiegazioni: è più perspicuo del più terso cristallo (forse troppo perspicuo, troppo realistico, troppo minimale; ma insignificante no davvero). Un ostacolo alla comprensione immediata può esser dato dalla «casseruola extrastrong a martirologi», e il mio apparato genetico soccorre alla nota 7: «soffiare |gran soffi| |soffi| da vaporiera |da casseruola| a pressione in martirologio»: si tratta - altro che insignificanza! - di una pura e semplice pentola a pressione.

Sul terzo (che è un'intera pagella)[18] che dire? Chiaro come la luce del sole. Lo definisca poesia, petitpoème en prose, ma non dica che non significa un fico secco.

E il quarto brano? Ammetto che quel ceruta è quanto mai ostico, ma stavolta è il mio glossario ad aiutare il lettore che vuol cercare di capire (come deve cercare di capire Finnegans wake e tante altre opere del '900): «Dal cognome del pittore settecentesco Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto per le tematiche popolari espresse nelle sue opere. 'Misera, da quattro soldi, frequentata da straccioni'».

Idem per il quinto e il sesto lacerto.

Sulla Sua buona fede sono pronto a giurare: mi dispiace sinceramente che Lei si sia risentito, non avevo alcuna intenzione di offenderLa, mi creda. Però non c'è dubbio che se Lei avesse optato per uno di questi stralci, avrebbe suscitato nel lettore del «Corriere» un'impressione completamente diversa. Non intendo con ciò negare - sarei un idiota - che la scrittura pizzutiana sia spesso impermeabile a qualsiasi tentativo di lettura immediata e, come dire?, orizzontale. Affermo solo che Pizzuto esiste e che il compito del critico non è quello di esclamare «Graecum est, non legitur», bensì di capire. E Pizzuto lo si capisce studiandolo, leggendolo au ralénti, col sussidio di validi strumenti filologici.

Sa perché ho allestito quell'edizione critica? perché soltanto un apparato genetico (dal primo abbozzo alla stesura definitiva, attraverso l'intricatissimo iter variantistico) rende possibile la lettura. L'ultimo Pizzuto è così, piaccia o non piaccia. Ci sono scrittori che si leggono in un modo e scrittori che si leggono in un altro modo: se non vogliamo fingere che il Vecchio Cinese non sia mai esistito, dobbiamo prenderne finalmente atto.

Ora Le dirò, per concludere, qualcosa che La sorprenderà: io non ho mai amato Pizzuto svisceratamente e incondizionatamente: ho solo cercato di rispettare la sua esistenza e mi sono sentito in obbligo d'indagare le ragioni di quella scrittura. Esattamente come fa lo speleologo, che esplora una grotta non già perché le sue fattezze lo mandino in brodo di giuggiole, ma per pura curiosità scientifica. Certo, nel desolato panorama della letteratura contemporanea, Pizzuto - con tutti i suoi limiti - non cessa di rappresentare un oggetto fascinosissimo: questo, Luigi Baldacci (del quale ho sempre apprezzato l'onestà intellettuale e il rigore morale, pur non condividendo nessuno dei suoi canoni critico-estetici) lo riconoscerà facilmente.

Realismo? Realtà? Lo stile, professore, lo stile è l'unica realtà letteraria.

Cordialità.

Gualberto Alvino

2

[Come 1, ma recto e verso su un unico foglio. Autografa, in inchiostro blu, la soscrizione, alcune minime correzioni e la frase contrassegnata da asterisco.]

[Firenze] 27.5.96

Caro Alvino,

mi consente di abolire formule e cerimonie? a patto, naturalmente, che le abolisca anche Lei. Non posso chiamare professore o dottore una persona che sento così coinvolta in ragioni vitali. Ma questo mi fa anche dire che lei dovrebbe andare più avanti (mi permetto di dirglielo perché io ci sono riuscito, che forse sarà una conquista dell'età, ma non tutti ci arrivano), cioè non chiedere un compenso, un restauro, un risarcimento della Sua sofferenza, che è bella e vera, in quanto è Sua e non ha bisogno di essere medicata da nessuna bontà. Allora succede una cosa che non ci aspettavamo: che ci s'intende pur da posizioni opposte, al di là del bene e del male, al di là della bontà.

Mi perdoni questo tono che non mi è affatto abituale. Mi viene spontaneo perché sento in Lei un bisogno di affermazione così forte che non può essere limitato alla sola Sua professione di filologo. Il mondo purtroppo - quell'ente che, come diceva Leopardi, Cristo definì per primo con tal nome, - non risponde a questa esigenza. Per questo, torno a dirLe, a livello di giornale, bisognava parlare di Pizzuto e non di Alvino.

Ho meditato sui passi che Lei mi cita. Non c'è dubbio che siano, entro certi limiti, comprensibili anche se la direzione di marcia va verso l'incomprensibile: ma mi pare che il pregio sia tutto della lingua, che stava diventando cinese. Ma quella comprensibilità ci rivela un mondo terribilmente censurante e censurato, come era il mondo di Contini, al quale piacevano gli Scapigliati perché la loro rivoluzione era trasgressione linguistica, ma rivoluzione* in nessun modo. Minimale, Lei dice benissimo, ma tutto questo mondo è terribilmente piccolo-borghese e non per i suoi argomenti, ma per il modo di accostarli. Pizzuto ingrandisce al microscopio una lotta di formiche e ci fa credere che si tratti di tirannosauri. È bravissimo. Però ci vuol fare anche credere, o almeno lo crede lui, che una scala superiore non esista. È un deviatore, un divertitore, un pacificatore.

Ultimo punto: Lei pone la questione in termini troppo netti: Pizzuto sì, Pizzuto no. E ipotizza che io ne sia un negatore. Assolutamente no. C'è un Pizzuto uno e due, e il primo mi sta benissimo ancor oggi.

Che cosa devo dirLe delle cose gentili e generose che Lei dice a me di me? So di non meritare le Sue parole, ma so anche che non sono complimenti. Perciò non posso che ringraziarLa doppiamente.

Se ha occasione di passare da Firenze, Lei sa il mio indirizzo e ora Le fornisco anche il mio telefono: 2340.373.

Mi creda il Suo

Luigi Baldacci

* Parlo sempre di rivoluzioni letterarie. Alle altre non credo.

3

[Come la precedente, ma solo recto.]

[s. d., ma giugno 1996]

Caro Alvino,

il Suo biglietto[19] è molto impegnativo: non per Lei, per me, e so di non meritarlo. E mi dispiacerebbe anche di esser caduto in facili toni predicatorii.

La ringrazio di avermi mandato il Dimenticare Viterbo.[20] Io non conoscevo questo scritto, ma ne avevo sentito parlare. Da chi? Dallo stesso Onofri. Però è quasi superfluo che io Le dica che quando mi arrivò il libro di Pizzuto,[21] non ne collegai il curatore con l'autore dell'articolo, del cui nome mi ero dimenticato o meglio non lo avevo afferrato a causa della mia sordità. Né del resto l'Onofri mantenne la parola di farmelo avere in fotocopia come aveva detto.

Ragion per cui, quando scrissi di Pizzuto non sapevo che scrivevo anche di colui che aveva vendicato Contini. Spiegazione superflua, certo, che però non diminuisce la buffa singolarità del caso.

Detto questo, aggiungo che in quel libretto, che per altri versi mi ha irritato (a cominciare dal Croce),[22] ci sono anche delle cose giuste: per esempio la rivalutazione di Borgese contro Serra. Il mito di Serra è, a parer mio, uno dei più fasulli della nostra tradizione culturale (una mia stroncatura di Serra, alla quale Onofri attinge, in Critici italiani del Novecento:[23] fu un pretesto per Macchia per non pubblicare il saggio nella Letteratura Garzanti). Quanto a Contini, i miei scolari possono dire come io li mitragli tutti i giorni di riferimenti continiani. Detto questo, bisogna avere il coraggio di dire che la Letteratura dell'Italia unita[24] grida vendetta: cose da me dette, pubblicate e raccolte, che mi valsero la sua ira. Per fortuna sono buon amico di suo figlio Roberto, valoroso studioso di storia dell'arte.

Poi ci sarebbe da parlare dei neospiritualisti di «Nuovi argomenti» (Nuovi credenti?), coi quali non mi trovo affatto in sintonia, mentre Onofri in sostanza se ne separa. Ma di

questo avremo occasione di parlare a voce, spero presto.

Il Suo Luigi Baldacci

P.S. Ho ammirato il Blake.[25]

III

Roma, 25 giugno 1996

Carissimo,

scusi se ho tardato a scriverLe, ma l'improvvisa scomparsa del mio amico Gesualdo Bufalino mi ha ridotto uno straccio. Avevo appena ricevuto una sua lettera in cui mi dava conto delle proprie coniazioni originali per un saggio che ora non so se troverò la forza di riprendere.[26] Era gentile, umile, affabile, generoso, e non doveva andarsene così, senza un motivo. Gliela mando, quell'ultima lettera,[27] perché so che la conserverà con amore. La legga, e mi dica se è possibile rassegnarsi a una simile perdita. Veda con quanto entusiasmo glossava, a poche ore dalla fine, i suoi neologismi: mio, va bene, è un latinismo mio, sì, anche questo è mio... e con quale fanciullesco ardore definiva la mia richiesta di lumi «un invito a nozze». Non mi ha dato neanche il tempo di ringraziarlo.

Con Onofri sono stato troppo duro, e me ne spiace, perché so che è un Suo amico; ma se l'è voluta, questo è certo.

Carissimo, il nostro è un rapporto franco e disinteressato, nato da un duello epistolare all'ultimo sangue, come in certi film western; dunque so di poterLe dire liberamente come la penso, senza timore d'offenderLa: non riesco a capire perché mai un letterato della Sua levatura si sia lasciato attrarre da un cenacolo come quello di «Nuovi Argomenti». Apro il numero 5 dell'anno scorso, a p. 129, e leggo - a proposito dell'Esame di maturità di tale Picca - quanto segue: «"Ma il mare! Il mare mi incula | sparandomi linguate fresche." Si resta basiti per l'intensità». Santo cielo, ma che concetto della letteratura hanno mai costoro? E che ci fa, nello stesso numero, la Sua bella pagina su Pasolini?[28]

Riguardo alla Letteratura dell'Italia unita, mi permetta di replicare con le parole dello stesso Contini: «Non c'è nessun assunto di completezza catalogica, nessuna presunzione che il famoso "brivido" sia irreperibile fuori di queste presenze [...]; c'è invece come un verbale di constatazione dei luoghi dove si può in coscienza garantire che un qualche spirito sia spirato».[29]

I genî vanno presi per quello che sono, e soprattutto per quello che lasciano in eredità a noi poveromini.

Un augurio di buon lavoro e un caro saluto dal Suo aff.mo

Gualberto Alvino

4

[Ms. recto e verso con inchiostro blu su un foglio come i precedenti.]

[Firenze] 28.6.96

Caro Alvino,

diamoci del tu: è più semplice. Grazie. E grazie per avermi fatto avere la lettera di Bufalino. Molto importante.

Arrêtez ces trasports, avrebbe detto Racine. Per un attimo ho dubitato che quella prosa, «basiti per l'intensità», fosse mia. In realtà io penso dei nuovi leoni di «N. A.», tutto quello che pensi tu, anche peggio.

Su Contini il discorso è troppo lungo. Io non lo amo: mi è indispensabile come un passaggio della mia storia e della storia di tutti. Mai, in ogni modo, prendere i genii «per quello che sono». E soprattutto non eccitarli, ma fermargli la mano quando, sconsigliati, la volgono contro se stessi. Se Contini aveva un'idea della letteratura nella quale la Manzini contava più di De Roberto, quell'idea non era una conferma, ma un attentato alla propria genialità.

Importante è rendersi conto che, però, quella non era la sua idea, alla fine.

Un imbecille monumentale, ***,[30] attaccò Contini per il suo metodo reazionario. Il poveretto non sospettava che il reazionario era lui medesimo. Però erano fortemente borghesi-conservatrici, in lui,[31] le scelte preliminari. Pensa a Bacchelli, o pensa altrimenti a Panzini per Serra. La sociologia di Contini andrebbe vista meglio, anche se poi, per fortuna, era di una limitata importanza nel bilancio finale.

Un'altra cosa: attraverso Contini non ho mai sentito passare la vita: quella di Pirandello o di Cecchi nella recensione al Vico di Croce. Tu sai meglio di me attraverso quali e quanti cialtroni la vita è passata, però, dove non c'è mai stata, si sente. Detto questo, torno a ripetere che è il critico più necessario del nostro secolo.

Mi dispiace per il dolore che ti ha dato la morte di Bufalino.

Credimi il tuo

Luigi Baldacci

5

[Come 4, ma solo recto e con inchiostro nero.]

[Firenze] 10.9.96

Carissimo,

grazie del tuo studio linguistico su D'Arrigo.[32] Sei bravo. Inutile che te lo dica io. D'Arrigo è una di quelle cose di cui parlerei volentieri a voce con te. Io ho forti sospetti di volontarismo, di piani prestabiliti, di richiami predisposti. Ciò non toglie che il discorso linguistico si regga perfettamente. Ma come non può implicare un discorso più comprensivo? Lo faremo.

Intanto un saluto affettuoso dal tuo recente amico (ma in prospettiva fedele)

Luigi Baldacci

6

[Come 5.]

[Firenze] 26.9.96

Caro Gualberto,

la tua lettera[33] apre un'infinità di problemi. Certo che sono convinto di quello che mi dici. Non a caso credo che Mengaldo sia il maggior critico italiano vivente - e non altri.

Però, però... Insomma non riesco a rimpiangere troppo la carenza dei D'Arrighi. Capisco la loro serietà (e ancor più la tua), ma i miei cromosomi...

Sto lavorando molto al montaggio di un libro: Libretti d'opera vecchi e nuovi,[34] accresciuti di due terzi* e alleggerito delle parti letterarie.

Un caro saluto.

Luigi

* Volevo dire due volte.

7

[Come 6, ma con inchiostro blu.]

[Firenze] 13.11.96

Mio caro Gualberto,

grazie dello splendido saggio di carteggio:[35] testimonianza intellettuale davvero non sostituibile. (Quando penso che tutte le mie lettere di P.[36] sono andate perdute... non so darmi pace).

Non sarà necessario sottoscrivere tutto, ma sarà necessario tener conto di tutto. Come potrei scordare quella colazione in Via Fregene con l'Ottava di Beethoven sullo sfondo (l'isola dei Feaci, diceva lui). Ricordami a Maria.[37]

Ti devo deludere quanto a Riccardo C.[38] Io ti dissi di essere amico di Roberto. La cosa è diversa per quanto riguarda il rapporto con l'opera del padre. Alla quale tuttavia tiene molto, e posso fare con lui quello che mi chiedi di fare con l'altro. Per quel che varrà.

Del resto, se l'impresa passa a Adelphi, è ovvio che saresti tu a occupartene; e anche la figlia farà valere la sua volontà.

Credimi, con affettuosi auguri, tuo

Luigi

8

[Come 6.]

[Firenze] 26.5.97

Carissimo Gualberto,

ti vedo presente ovunque e vittorioso: alla Fondazione Pizzuto stai dando un aiuto decisivo.

Sei bravissimo. E lodiamo il Signore che queste cose siano venute alle mani giuste.

Non è che io sia occupatissimo. Anzi: ho chiuso col «Corriere». Sto mettendo insieme un Leopardi che dovrebbe uscire in gennaio.

Un abbraccio,

Luigi

IV

Roma, 18 settembre 1997

Mio carissimo Luigi,

il volume che t'invio raccoglie i miei studî, tra lingua e letteratura, su quattro autori siciliani (Pizzuto, D'Arrigo, Consolo, Bufalino),[39] tutti pubblicati in riviste accademiche, salvo l'ultimo, hot from the oven. Vorrei proporlo a qualche editore, ma mi dicono che così non va: ha bisogno di una presentazione autorevole che gli consenta di spiccare il volo. Avrei avuto l'ardire di pensare alla tua penna, magari non per le solite due cartelle d'occasione, ma per un saggio vero e proprio, una postfazione che ti consenta di dire la tua su quegli autori.

Ma, s'intende, il lavoro dovrà piacerti, altrimenti come non detto e amici più di prima. Sai bene che non ho nessuna ambizione.

I più affettuosi saluti e mille abbracci dal tuo

Gualberto

9

[Come 8, ma recto e verso.]

[Firenze] 24.9.97

Carissimo Gualberto,

ho avuto gran piacere a ricevere tue notizie. La proposta che mi fai mi lusinga e mi inorgoglisce poiché viene da persona che ho imparato a stimare per la sua grande professionalità, tensione di ricerca e originalità di scelte. Ma, tu capisci, un mio scritto - a parte l'inadeguatezza - sarebbe come un cappello da prete in testa a un lanzichenecco.

Qui ci vuole una persona autorevole veramente: Segre, Maria Corti, (ma soprattutto il primo). E non è solo questo: è che, come sai, io non amo gli autori che tu raccogli: tranne Pizzuto, per la prima sua parte - peraltro da lui quasi rifiutata - e, parzialmente, Bufalino.

Le tempeste di Pizzuto a M. Contini per avere scritto tenerrimo[40] nell'attesa di sapere che cosa ne pensasse Lui, non mi sembrano niente di buono. Taccio degli altri; ma t'immagini che sorta di Postfazione verrebbe fuori? Ammiro la tua acutezza, la tua fulminea precisione (ossimoro che mi pare azzeccato in questo caso), ma queste virtù tue non mi persuadono delle virtù degli altri.

Quindi non io, ma la situazione, in re, mi costringe a negarmi, e a giudicare la tua proposta tanto affettuosa e generosa quanto temeraria e bizzarra.

Mi perdonerai? Credo di sì perché dovrai persuaderti che sono necessitato (e quindi non libero) a dare questa risposta.

Un abbraccio dal tuo

Luigi

10

[Come 8.]

[Firenze] 15.12.97

Caro Gualberto,

grazie del tuo ricordo natalizio. E a te gli auguri più belli: di essere quello che sei già e cioè bravissimo.


Nella speranza che l'anno prossimo sia quello di un nostro incontro,

il tuo Luigi

V

Roma, 15 gennaio 1998

Luigi carissimo,

ti ringrazio degli augurî, che ricambio con affetto, e delle bellissime (ma ahimè, quanto immeritate) parole che mi regali.

Da qualche giorno mi ronza un'idea; più che un'idea, un chiodo fisso. Te la comunico così, semplicemente, senza preamboli: vorrei bibliografarti! Penso a un lungo lavoro che ripercorra le fasi della tua carriera letteraria e ragioni minutamente (e obiettivamente)* i lemmi della tua sterminata bibliografia, dalle prime collaborazioni giornalistiche alle raccolte di saggi. Tutto, tutto ciò che è stato colpito dalla luce della stampa.

Ma per far questo, chi più di te potrebbe aiutarmi? Forse, senza disturbarti personalmente, potresti pregare uno dei tuoi assistenti d'inviarmi materiali, liste, fotocopie di pubblicazioni rare o introvabili, una nota biografica, non so.

Mi farai sapere?

Un caro saluto e un forte abbraccio dal tuo

Gualberto

* Senza peli sulla lingua, voglio dire: sai bene che, rispetto al tuo metodo critico, io sono agli antipodi.

11

[Come 9.]

[Firenze] 25.1.98

Gualberto carissimo,

misuro nella tua offerta una generosità senza confini. E naturalmente anche una vena di follia, che è peraltro il segno della tua nobiltà.

Anch'io ti rispondo con prontezza: cioè con la rapidità di decisione che si dice sia dei momenti supremi: il che non vuol dire che quella decisione non sia motivata.

Tu hai dimostrato una forte capacità di lavoro su argomenti molto rilevanti: e devi continuare in quel senso. Per me la cosa sarebbe un grandissimo acquisto: ma non per te. Io morirò non bibliografato, ma il solo fatto che tu ti sia proposto vale ai miei occhi più di un risultato conseguito.

Non so come dimostrarti la mia gratitudine, ma se accettassi sarei semplicemente un debitore insolvente.

E poi, credimi - non è falsa modestia - io non merito questa fatica, questo sacrificio degli altri: di chi stimo come te.

Ti manderò un libro leopardiano.[41] Tu lavora, e lavora anche per me: non su di me.


Un abbraccio

Luigi

PS. È bellissima la carta da lettere che hai scelto.

VI

Roma, 21 febbraio 1998

Luigi carissimo,

ho appena terminato di leggere la tua bella raccolta di scritti leopardiani. Ho trovato particolarmente nutrienti Due utopie e Il sistema del paradosso, capitoli nei quali hai sviscerato il pensiero giacomino in tutte le sue sfumature, lasciando ben poco spazio ai leopardisti d'oggi e di domani.

Grazie infinite, e ancora complimenti vivissimi dal tuo

Gualberto

PS. Ti mando, con plico a parte, la mia raccolta di scritti pizzutiani.

12

[Come 11, ma solo recto.]

[Firenze] 26.2.98

Carissimo Gualberto,

grazie. Il pensiero di Leopardi è una macchina per divorare il proprio stesso prodotto. Non lascia scorie. Sarà vero questo che dico? Io credo di sì.

Parlerò di Chi ha paura... con la mia amica Centovalli.[42] Penso che Pedullà potrebbe funzionare assai meglio di me. Io non posso nulla poiché non ho nessun potere contrattuale, ma naturalmente ci proverò. Poi ti saprò dire. Se avessi la bacchetta magica il tuo libro sarebbe già pubblicato in un milione di copie. L'elemento in opposizione purtroppo è Pizzuto stesso: che non tira. Ma questo non vuol dire affatto che non meriterebbe.

Un affettuoso saluto dal tuo

Luigi

13

[Come la precedente.]

[Firenze] 27.11.98

Caro Gualberto,

stavo chiedendomi la causa del tuo silenzio quando ricevo la tua in cui mi comunichi di avermi scritto l'11 ottobre. Lettera mai ricevuta!

Credi sempre alla mia amicizia e fatti vivo ancora.

Un abbraccio dal tuo

Luigi

Vedo che hai ancora cambiato carta.

14

[Ms. solo recto con penna nera su un foglio di cm. 29,5×21 intestato Luigi Baldacci, via dei Pandolfini, 19 - 50122 Firenze (tel. 055 / 23.40.373).]

[Firenze] 8.12.98

Carissimo Gualberto,

che effetto ti fa vedere che sono entrato dentro la tua bellissima carta?[43]

Grazie!

Purtroppo questa volta non so aiutarti in niente. Il quesito n. 1 è un esametro, ma, detto questo, non aggiungo altro.

Mi dispiace molto.

Credimi il tuo affezionatissimo

Luigi

15

[Come 11.]

[Firenze] 28.3.99

Caro Gualberto,

grazie di tutto: del carteggio,[44] del libro.[45] Avevo sentito che quel titolo era di Hugo, ma non ero riuscito a precisare.

Bene.

Il carteggio ha dei buoni momenti. Mi dà noia il servilismo del Nencioni nei confronti di Franco;[46] ma a Pizzuto gliela canta: quando il questore a riposo si sente rivoluzionario sessantottino. Ma forse Franco gli autorizzava quella libertà. Ma non voglio irritarti oltre.

Ho letto i tuoi saggi, di cui avevo delibato alcune parti. Il libro si tiene assai bene e mi ha appassionato come mi appassionano - da ignorante qual sono - tutte le cose di lingua. Naturalmente faccio sempre il confronto col toscano: per es. armuàr (armoire) è (era) anche dell'uso fiorentino: non era, invece, buatta (perché non indicare l'origine francese?).

Quanto all'«ubicazione clausolare del verbo», io distinguerei tra il colorito enfatico e questa forma propriamente detta.

«Di una doppia intrusione si tratta», p. 109 - è posizione enfatica che sarebbe identica nel toscano: soprattutto nei casi di recitazione, rappresentazione, insomma il parlato, non la narrazione.

Quanto a scrivere del tuo (tuoi) libro, sai che dal 4 luglio ho cessato (dolorosamente) la collaborazione al «Corriere», che era la sede per fare un discorso efficace.

Ancora grazie e un abbraccio.

Luigi

VII

Roma, 7 aprile 1999

Luigi carissimo,

inutile dirti quanto io abbia riflettuto sulle tue acute osservazioni (delle quali ti sono molto tenuto: ho sempre preferito le critiche costruttive agli sterili elogi).

Naturalmente non posso difendermi in alcun modo dal tuo giudizio sul carteggio: Nencioni è persona straordinaria, enciclopedica, elegante, geniale, ma capisco che tutto questo possa non bastare. Che dire? Solo che spero di risarcirti col carteggio Contini-Pizzuto (tuttora detenuto dalla Adelphi, e chissà ancora per quanto tempo!).

Circa armuaro/armuarro, staremmo freschi a «risalire»; tu indichi l'origine francese, ma allora perché non la latina medievale, la latina classica, la greca, la sanscrita o l'indeuropea, e via etimologizzando? Altro è studiare la lingua come istituto, altro la lingua degli autori. Resta il fatto che Consolo ha tratto quella parola dal siciliano, ha inteso conferire alla sua scrittura una connotazione siciliana; ed è questo che conta per lo studioso della lingua-stile. Idem riguardo all'ubicazione clausolare del verbo: dici che si tratta di posizione enfatica identica nel toscano, ma nei miei autori è manovra topologica di indubbio carattere demotico, popolaresco, profondamente siciliano.

Luca Serianni, che dirige con Castellani i gloriosi «Studi Linguistici Italiani», e mi onora da anni della sua amicizia, mi scrive quanto segue:

Caro professore, ricevo la sua lettera dopo aver completato da qualche giorno la lettura dell'epistolario Pizzuto-Nencioni (l'ho letto a piccole dosi la sera, assaporandolo come un frutto prelibato). Mi ha colpito - ma, a pensarci, è naturale che sia così - la singolare congruenza tra Pizzuto e il suo amorevole e impeccabile editore: non solo nell'esuberante ricerca stilistica (appena tarpata, nel secondo, dalle escursioni plurilinguistiche; però, in entrambi, mai una nota fuori posto e una cifra stilistica inconfondibile), ma anche in una certa consonanza emotiva.

Sono lieto che tra i suoi estimatori figuri uno studioso come Baldacci, di cui ho la massima ammirazione, e da gran tempo. Perché non propone proprio a lui di segnalare negli «Studi Linguistici Italiani» la sua «fatica siciliana»? Mi farebbe piacere affidare la cosa a un nome "esterno", purché di gran calibro.

Che ne pensi, Luigi? Decidi e fammi sapere al più presto. Naturalmente, non hai nessun limite di spazio: puoi scrivere quanto desideri.

Ti abbraccio con tutto l'affetto di cui sono capace.

Gualberto

16

[Come 13.]

[Firenze] 9.4.99

Caro Gualberto,

tu stesso mi dimostri che non sarei in grado di recensire il tuo libro, dal momento che ho pensato (veramente non l'ho pensato affatto) che Consolo volesse dare una connotazione francese alla sua prosa. Eppoi tu sai benissimo che io non capisco Consolo, come non capisco D'Arrigo, ecc.

Una volta su «Autografo» fu recensita una mia cosa tozziana, dove io passavo per un genio e Tozzi per un imbecille. È stata la recensione che mi ha fatto più incavolare, e lo stesso farei io con te se m'impancassi a parlare di questi autori. Resta finalmente il fatto che ho cessato la collaborazione al «Corriere», non per capriccio, ma perché non ce la facevo più.

Parce sepulto et ora pro eo.

Un grande abbraccio dal tuo

Luigi

17

[Come la precedente.]

[Firenze] 24.10.99

Caro Gualberto,

non solo ho tue notizie, ma ho qualcosa di tuo (e anche di Suo) che ti conferma filologo sovrano.[47]Non scherzo: sei proprio bravo.

Quanto al testo, mi sono ormai fatto un'idea e la ribadisco. Pizzuto (come Contini) era un genio infantile. L'infantilità può fare da supporto al genio fino a un certo momento, e non più. Poi viene fuori l'assoluto vuoto delle esperienze umane. Ma intanto il bambino ha scoperto (qualcuno glielo ha detto: un altro bambino-genio) di essere un genio e si è dimenticato di essere un bambino.

Non sarai d'accordo, ma credimi sempre, con amicizia, tuo

Luigi

VIII

Roma, 30 ottobre 1999

Carissimo Luigi,

il tuo complimento non solo mi lusinga, ma mi esorta, anzi mi obbliga a far meglio e di più, anche se non riesco a immaginare un impegno maggiore di quello che ho prodotto finora; ormai mi conosci benissimo: quando lavoro dimentico perfino di respirare, e ammetto il sonno solo per elaborare in sogno il programma del giorno successivo. Certo, spesso ho l'impressione che tutta questa fatica non serva a nessuno, nemmeno al sottoscritto... ma basta, non voglio annoiarti con le mie tristezze.

Grazie infinite, dunque, per l'iniezione di vitalità che mi fai con la tua di oggi. Nella quale trovo - ancorché ferocemente contratto dalla tua innata inclinazione alla sintesi - un pensiero sul quale mi arrovellerò per qualche settimana. Non credo si tratti, come ti scrissi altre volte, di concordare o dissentire: quel che conta è lo stimolo, il dialogo, la disponibilità a rinnegarsi, o anche semplicemente a mettersi in discussione. Ci rifletterò sopra e ti farò sapere. Al momento, mi sento solo di dirti: prova a leggere Pizzuto così come leggi Mallarmé, e il tuo giudizio sul questore muterà di colpo. Apro a caso Ultime e Penultime e trovo gemme come queste, una di séguito all'altra:

Piuttosto nell'urlìo ferroviario predominante fra campate di acciaio scintille e echi, abbandonate dolcezze correre per una meta a darsi, quale se quale. (DD, p. 298)

Tutte vie esauste, pergere in infiniti calchi offerentisi ogni dove. (Calco, p. 299)

Apro Spegnere le caldaie e tremo dinanzi alla possanza dell'incipit:

Come spere a orza vagantile flussi ondose o tratte sinistrorso affondo sonoro vortice il banco avido...

Tu dici: «l'infantilità può fare da supporto al genio fino a un certo momento, e non più. Poi viene fuori l'assoluto vuoto delle esperienze umane». Sottintendi, dunque, che il genio-adulto, cioè il vero genio, è tale perché non perde mai di vista l'esperienza umana. Il punto è proprio questo: quale significato, e soprattutto quale valore dobbiamo attribuire, in letteratura, a questo concetto? La forma, anche se ostica e perfino impervia, quando è energia trasfiguratrice, non è forse sostanziata di esperienza umana, non è esperienza umana essa stessa? E la musica, benché semanticamente muta, non è la più sublime delle ee. uu.? O per e. u. intendiamo solo esposizione (preferibilmente piana e trasparente) di fatti e vicende concernenti ee. uu.? Se intendiamo questo, Pizzuto non può parlarci, come non possono parlarci i maggiori poeti di questo secolo, e non solo. Dico poeti, bada bene, perché Pizzuto, da Sinfonia in poi, non ha più voluto narrare un bel niente: natus ex se, ha fatto musica con le parole, ha inventato non solo una lingua, ma un modo di essere della letteratura. Di questo, al di là del nostro gusto e delle nostre personalissime inclinazioni, non possiamo non prendere atto. Ne prese atto Contini, non a caso uno dei pochi, veri genî dei nostri tempi.

Lo vedi che bel mestiere è il nostro? Se io non avessi pubblicato Caldaie, tu probabilmente non avresti concepito questo giudizio, che forse avrò la gioia di veder stampato in uno dei tuoi prossimi libri; e anche questa mia non sarebbe esistita. Cos'altro è mai la critica, Luigi, se non perpetuo esercizio del pensiero, insaziata ricerca, totale apertura al confronto?

Il gusto, il gusto è il nostro peggior nemico. Questo (ma questo soltanto!) ci ha sempre divisi. Grazie e a prestissimo. Tuo

Gualberto


[1] Gualberto Alvino, Critica grammaticale e critica estetica, «Humanitas», lvi, 5-6,settembre-dicembre 2001, pp. 716-33, alla p. 716 (= Atti del convegno Gianfranco Contini. Tra filologia ed ermeneutica, Venezia, 24-25 ottobre 2000); poi in Id., Scritti diversi e dispersi (2000-2014), Roma, Fermenti, 2015, pp. 109-27.

[2] Luigi Baldacci, Gadda, in Id., Novecento passato remoto. Pagine di critica militante, Milano, Rizzoli, 1999, p. 271, ma il saggio è del 1983.

[3] Ivi, p. 312.

[4] Luigi Baldacci, Letteratura e verità, Napoli-Milano, Ricciardi, 1963.

[5] Luigi Baldacci, Pizzuto, il folle volo della parola astratta, «Corriere della Sera», 12 maggio 1996 (su Antonio Pizzuto, Giunte e virgole, edizione critica di Gualberto Alvino, Roma, Fondazione Piazzolla, 1996); poi, con minimi ritocchi, in Id., Novecento passato remoto, cit., pp. 441-43.

[6] Gianfranco Contini, La vera novità ha nome Pizzuto. Guida breve a «Paginette», «Corriere della Sera», 6 settembre 1964; poi, col titolo Un «nuovo» libro di Antonio Pizzuto, come intr. ad Antonio Pizzuto, Il triciclo seguito da Canadese, Milano, All'insegna del Pesce d'Oro, 1966; quindi in Gianfranco Contini, Varianti e altra linguistica. Una raccolta di saggi (1938-1968), Torino, Einaudi, 1970, pp. 621-25; infine in Id., Otto-Novecento, Firenze, Sansoni-Accademia, 1974, pp. 446-49; ristampato, con un cospicuo taglio iniziale, in Il Novecento, Milano, Marzorati, vol. x, 1979, pp. 10.012-14.

[7] Luigi Baldacci, Pizzuto, «Letteratura», 39-40,1959, pp. 157-59; poi in Id., Letteratura e verità, cit., pp. 238-41.

[8]Inchiesta sulle nuove tecniche narrative, «Il Verri», 1, febbraio 1960, p. 68.

[9] «Telesera», 27-28 agosto 1960, p. 3; poi «Giornale del Mattino», 23 settembre 1960; quindi, ampliato, in «Letteratura», viii, 46-48, 1960, pp. 241-43; infine in Id., Letteratura e verità, cit., pp. 284-87.

[10] «Leggendo Signorina Rosina, Si riparano bambole e Ravenna [...] a nessuno balzava in mente che la pagina fosse una riduzione o traduzione di altra precedente pagina stesa in stile, diciamo per assurdo, normale», ma nelle opere successive «il sospetto d'una prima versione, sia pur mentale, violentemente castigata e strozzata, spesso viene a galla in modo preoccupante. Lo stile, già novissimo, della prima trilogia era unico, la 'cosa' e la 'parola' - cioè la prospettiva conoscitiva e pragmatica - erano una sola realtà per perentorio atto di nascita. Qui, spesso, si ha la sensazione che l'atto di nascita sia stato alterato, e che tra 'parola' e 'cosa' sia intercorso un pericoloso intervallo. Per dirla all'italiana, desanctisianamente, quella era forma e basta, ogni contenuto in essa essendo disciolto; ora si ha spesso il dubbio che si debba previamente smontare la 'forma' per rintracciare il 'contenuto'» (Ruggero Jacobbi, Pizzuto, Firenze, La Nuova Italia, 1971, p. 83).

[11] Cesare Segre, L'«Hypnopaleoneomachia» di Pizzuto, «Strumenti Critici», i, 3,1967, pp. 241-59; poi in Id., I segni e la critica, Torino, Einaudi, 1969, pp. 209-27; ristampato, senza le utilissime note, in Il Novecento, Milano, Marzorati, x, 1979, pp. 10.015-27.

[12] Antonio Pizzuto, Signorina Rosina, Roma, Macchia, 1956, più volte ristampato; Si riparano bambole, Milano, Lerici, 1960, poi, con varianti, Milano, Il Saggiatore, 1973, ora Palermo, Sellerio, 2001, a cura di Gualberto Alvino, con una nota di Gianfranco Contini (per l'intera variantistica pizzutiana cfr. Gualberto Alvino, «For de la bella caiba». Le varianti pizzutiane, in Id., Chi ha paura di Antonio Pizzuto? Saggi, note, riflessioni, intr. di Walter Pedullà, Firenze, Polistampa, 2000, pp. 53-83).

[13] ma non poteva negare la scoperta. aggiunto a mano.

[14] Il filologo lombardo era in verità di ben diverso avviso, come prova una sua lettera del 17 maggio 1996: «Caro Alvino, le Sue osservazioni sulla ricezione di Pizzuto e su certe recensioni giornalistiche è più che giusta, e trovo perfetta la Sua interpretazione del mio vecchio scritto [...]».

[15] altrove, in altre parti del testo, un qualche significato,] altrove un qualche significato, aggiunto a mano.

[16] gli aggiunto a mano nell'interlinea.

[17] suoi] nostri corretto a mano.

[18] Breve componimento in sé concluso, caratterizzato dalla rinuncia alle forme finite del verbo.

[19] Smarrito.

[20] Gualberto Alvino, Dimenticare Viterbo. Per un critico nuovo, nuovino, anzi vecchiardo [titolo redazionale] (recensione-pamphlet in forma di lettera a Marzio Pieri su Massimo Onofri, Ingrati maestri. Discorso sulla critica da Croce ai contemporanei, Roma-Napoli, Theoria, 1995), «Philo<:>logica», iv,8, 1995, pp. 5-14; ora, col titolo La sindrome di Berlino, in Id., Chi ha paura..., cit., pp. 109-18.

[21]Giunte e virgole, cit.

[22] (a cominciare dal Croce) aggiunto a mano nell'interlinea con segno d'inserzione.

[23] Luigi Baldacci, I critici italiani del Novecento, Milano, Garzanti, 1969.

[24] Gianfranco Contini, Letteratura dell'Italia unita. 1861-1968, Firenze, Sansoni, 1968.

[25] Aggiunto a mano. Allude alla mia versione di Dieci poesie di William Blake, con una lettera non spedita a Gianfranco Contini, «Philo<:>logica», iv, 7 1995, pp. 42-51.

[26] Gualberto Alvino, Artificio e pietà. Contributo allo studio di Gesualdo Bufalino, in Id., Tra linguistica e letteratura. Scritti su D'Arrigo, Consolo, Bufalino, intr. di Rosalba Galvagno, «Quaderni Pizzutiani iv-v», Roma, Fondazione Pizzuto, 1998, pp. 103-34.

[27] Tutte le lettere di Gesualdo Bufalino a me indirizzate sono apparse in «Fermenti», xxxiii, 225, 2003, pp. 15-22.

[28] Luigi Baldacci, Vita di Pasolini, «Nuovi Argomenti», 5, ottobre-dicembre 1995, pp. 58-60.

[29] Gianfranco Contini, Schedario di scrittori italiani moderni e contemporanei, Firenze, Sansoni, 1978, p. vi.

[30] Ometto il (celeberrimo) nome per ovvî motivi.

[31] Contini.

[32] Gualberto Alvino, Onomaturgia darrighiana, «Studi linguistici italiani», xxii (i della iii serie), 1996, fasc. i, pp. 74-88, fasc. ii pp. 235-69; poi, col titoloOnomaturgia darrighiana. Nuova edizione riveduta e corretta, in «Letteratura e dialetti», 5, 2012, pp. 107-36.

[33] Smarrita.

[34] Luigi Baldacci, La musica in italiano. Libretti d'opera dell'Ottocento, Milano, Rizzoli, 1997.

[35] Tra Contini e Pizzuto. Il carteggio avrebbe visto la luce solo quattro anni dopo(Coup de foudre. Lettere [1963-1976], a cura di Gualberto Alvino, Firenze, Polistampa, 2000).

[36] Pizzuto.

[37] La figlia di Pizzuto.

[38] L'orientalista Riccardo Contini, primogenito del filologo domese, al quale desideravo proporre il mio progetto editoriale; cosa che feci, con successo, poco dopo.

[39]Tra linguistica e letteratura, cit. Decisi in séguito di eliminare il saggio pizzutiano.

[40] Cfr. Antonio Pizzuto, Giunte e virgole, cit., p. 132: «il fico, rigoglioso fin di tra i sassi, una col geranio tenerrimo»; superlativo di tenero secondo il rapporto misero-miserrimo. Baldacci si riferisce a una lettera di Pizzuto a Margaret Contini del 10 marzo 1976, citata nella mia Onomaturgia pizzutiana II, «Studi Linguistici Italiani», xx (NS xiii) 1994, pp. 273-86, poi in Chi ha paura..., cit., pp. 43-52: «Ti voglio fare una confessione terribile (non chiedermi il 'quante volte' perché 'semel'). Ne ho fatta una, tremenda, e non oso dirlo a Lui [G. Contini]! In una recente 'Giunta' ho fatto una pindarellata (o, se vuoi, una pirandellata) fra un treno corazzato hitleriano e le piante più tenui: il fico e il geranio. Or, a proposito di quest'ultimo, essendomi stato impossibile, per ragioni metriche, dirlo "tenerissimo", ho messo (hear! hear!) "tenerrimo". Che ne dirà Lui? Soltanto il Suo veto varrà a farmi sostituire quest'orrore con qualche something» (ora in Antonio Pizzuto, Telstar. Lettere a Margaret Contini [1964-1976], a cura di Gualberto Alvino, Firenze, Polistampa, 2000).

[41] Luigi Baldacci, Il male nell'ordine. Scritti leopardiani, Milano, Rizzoli, 1998.

[42] Benedetta Centovalli, della Casa Editrice Rizzoli.

[43] Avevo donato a Luigi una risma di carta da lettera intestata.

[44] Giovanni Nencioni-Antonio Pizzuto, Caro Testatore, Carissimo Padrino. Lettere (1966-1976), a cura di Gualberto Alvino, intr. di Giovanni Nencioni, Firenze, Polistampa, 1999.

[45]Tra linguistica e letteratura, cit.

[46] Gianfranco Contini.

[47] Antonio Pizzuto, Spegnere le caldaie, edizione critica di Gualberto Alvino, Cosenza, Casta Diva, 1999.