Per la Critica

RAPPRESENTAZIONI DEL NEGATIVO IN ALCUNI ROMANZI RECENTI

di Luigi Matt

Non sorprende che la narrativa di oggi dia molto spazio alla messa in scena delle componenti più negative dell'esistenza: la sensazione di vivere nel migliore dei mondi possibili è obiettivamente difficile da provare e la letteratura, coi suoi strumenti specifici, ha capacità illimitate di disvelamento delle realtà anche più sgradevoli e inquietanti. Naturalmente, ogni aspetto del mondo può essere assunto come base dell'invenzione letteraria in modi diversissimi. Va piuttosto di moda una scrittura dell'estremo che indulgendo a modi rappresentativi ed espressivi enfatici finisce col costituire nient'altro che una forma di intrattenimento o una facile risorsa consolatoria (a seconda che l'immancabile ricerca di emozioni forti viri sulla spettacolarizzazione del male, o invece sull'attivazione di una superficiale empatia). Ma per fortuna, non mancano scrittori capaci di restituire una visione non banalizzante delle cose, attivando le potenzialità conoscitive della letteratura. Si segnaleranno qui alcuni libri usciti nell'ultimo anno, in grado di rispondere in vario modo alle istanze dei lettori, che pure continuano ad esistere, non rassegnati alle narrazioni fatte in serie.


Giorgio Falco, in Ipotesi di una sconfitta (Einaudi 2017), racconta «una nevrosi politica ed economica, più che individuale» (come suona una sua calzante autodefinizione): quella della prima generazione di italiani che hanno dovuto confrontarsi con l'implosione del mondo del lavoro, conseguenza diretta delle derive tardocapitalistiche. In effetti, Falco riesce a costruire un libro apertamente autobiografico che nel ripercorrere vicende personali traccia una mappa del disagio sociale più precisa ed efficace di molti saggi, pur senza rinunciare alle risorse della scrittura letteraria. L'interminabile sequenza di lavori improbabili sperimentati negli anni dal protagonista di quello che si può forse comunque definire un romanzo viene rappresentata per mezzo di un sapiente equilibrio tra esigenze narrative e precisione analitica. La forza con la quale la situazione catastrofica del lavoro si impone all'attenzione dei lettori è favorita dalla saggia decisione dell'autore di rinunciare a qualsiasi tentazione di vittimismo, che pure potrebbe avere giustificazioni: l'assurdità delle esperienze che un giovane precario si trova a vivere emergono con grande nettezza da sé, senza alcun bisogno di espliciti giudizi di condanna, o accorate lamentazioni. La sobrietà, in questi casi, è sempre la scelta giusta; Falco procede con un tono che non concedendo nulla alle lusinghe dell'enfasi, evita costantemente i facili appelli all'emotività: proprio per questo la funzione conoscitiva del suo libro risulta potenziata.

Il mondo del lavoro, ma visto da un'ottica differente, è centrale anche in Le vite potenziali di Francesco Targhetta (Mondadori 2018). I tre protagonisti fanno parte della ristretta cerchia di giovani inseriti con successo nell'attività produttiva più in linea coi tempi (sono tutti attivi, con diversi ruoli, in un'azienda di e-commerce in espansione). Ma alle affermazioni professionali non corrisponde la costruzione di un'identità solida, per cui i personaggi rimangono intrappolati nel precariato esistenziale (condizione a cui palesemente si riferisce il titolo del romanzo): un altro aspetto della patologia che affligge le società odierne. Non è un caso che lo sfondo della rappresentazione sia costituito dalla rete, che può dare l'illusione di una moltiplicazione illimitata delle opportunità di vita, alla quale fa però facilmente riscontro una mancanza di reali esperienze significative. Targhetta con uno stile asciutto, in grado di rendere con perfetta verosimiglianza il modo di parlare e pensare degli attori di un dramma claustrofobico, dà conto con precisione e finezza del lato oscuro di persone inserite, benestanti, infelici: scrivendo con ciò un importante aggiornamento di quella antiepopea del Nord-Est produttivo che molti ottimi risultati ha offerto nella narrativa degli ultimi venticinque anni.

Un mestiere di recente istituzione è svolto anche dal protagonista di Il perturbante di Giuseppe Imbrogno (Autori Riuniti 2017). Lorenzo è un data analyst, vale a dire di un addetto alla raccolta e all'interpretazione dei dati personali dei cittadini comuni, allo scopo di tracciare profili da vendere ad aziende che se ne possano servire a scopi commerciali. Attraverso il racconto in prima persona di un'attività che sarebbe difficile immaginare più alienante - e che difatti porta Lorenzo, incapace di vivere la propria vita, a seguire maniacalmente quella di un altro, fino a perdere totalmente il controllo - viene illuminata una zona d'ombra in cui di fatto si trovano inconsapevoli moltitudini di adepti della vita social. La mancanza di autenticità è la cifra distintiva della vita del protagonista, che guarda le persone come fossero pesci in un acquario, ma essendovi immerso a sua volta. La sua condizione psichica tutt'altro che salda è bene espressa dallo stile rapido e gelido, improntato ad una paratassi martellante in cui allignano le espressioni tipiche della new economy e della mistica del consumismo. Incalzato dalla prosa di Imbrugno, che sapientemente lo lascia privo di ogni speranza estetica, il lettore si trova di fatto nel centro di una realistica distopia.

Al genere distopico appartiene a pieno titolo Un attimo prima di Fabio Deotto (Einaudi 2017). La vicenda si volge in un prossimo futuro, in cui la realizzazione di innovazioni tecnologiche in grado di migliorare le condizioni materiali di vita si accompagna ad un controllo sociale fortissimo sugli individui. In un mondo che sembra escludere qualsiasi idea di possibile sviluppo futuro, il protagonista vive nell'ossessione dei ricordi: l'intero romanzo ruota intorno a questa irrisolta dialettica tra piani temporali, e in definitiva esistenziali. L'andamento della narrazione segue logiche cinematografiche (d'altronde una delle idee portanti appare debitrice di un riuscito film del 2004, Eternal Sunshine of the Spotless Mind), ma senza mai scadere in facili effetti spettacolari. Deotto si mostra capace di coniugare la leggibilità di una storia avvincente con quel minimo di profondità che consente al romanzo di poter essere considerato un'opera letteraria.

La forma di distopia più bizzarra che si possa immaginare è messa in atto nell'ultimo, notevolissimo romanzo di Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi (La Nave di Teseo 2018). In un futuro lontanissimo il mondo sarà abitato da pochi esseri umani, affrancati dal lavoro e da qualsiasi esigenza pratica, tutti obesi e sostanzialmente ritardati, dediti ad attività irrilevanti perseguite con l'ostinazione di bambini capricciosi. Accanto ad essi, una moltitudine di androidi molto diversi tra loro per aspetto e avanzamento tecnologico, concepiti per tutte le possibili forme di assistenza alla persona (non esclusa quella sessuale), finiscono col dimostrare una complessità caratteriale maggiore degli ultimi rappresentanti della specie che li ha creati. I confini tra umano e non umano appaiono perturbantemente di difficile discernimento. Per 650 pagine vengono raccontate, da una voce narrante che non pare stupirsi di fronte a nulla, le avventure di una infinità di esistenze che si intrecciano, secondo il modello evidente dei poemi cavallereschi. Il gusto da cantastorie postmoderno a cui Cavazzoni in passato ha spesso dato libero sfogo si lega perfettamente ad uno sguardo impietoso sui destini dell'umanità: la massima leggerezza del tono adottato lungo tutto il romanzo veicola una rappresentazione del futuro radicalmente priva di speranze. Ciò che aspetta il mondo è l'apocalissi, ma un'apocalissi in tono minore, priva di dignità tragica. Ma forse la vera protagonista della Galassia dei dementi è l'ars narrandi, destinata a sopravvivere a tutto; leggendolo in questa chiave il romanzo appare sotto un'altra luce, rivelando una forma di paradossale ottimismo.