QUANDO LA RIVOLUZIONE

HA LE SEMBIANZE

DI UNA GRANDE DONNA

di Vincenzo Vita

Ricordare Rossana Rossanda è molto complicato, essendo stata una figura straordinaria anche per complessità. Poliedrica, intellettualmente raffinatissima, partigiana, giornalista e scrittrice, comunista critica e innovatrice, dirigente politica appassionata, donna mai al maschile. Un arcobaleno, non un'unica strisciata di colore.

Talmente stimata, a cominciare da Palmiro Togliatti, da diventare - in epoca ancora segnata dalle ideologie- responsabile della commissione culturale del partito comunista italiano. Ruolo importante e delicato, ricoperto nel Pci da figure sempre di primo piano: da Mario Alicata, a Giorgio Napolitano ad Aldo Tortorella. Chissà se, data la stima che la circondava, proprio con lei non si sarebbe potuto realizzare il sogno di una donna segretaria generale. Un sogno, appunto.

Anzi. Quel rigore assoluto che ne ha contraddistinto la vita portò lei, insieme al gruppo della rivista il manifesto popolato da personalità pressoché uniche nel genere politico come Lucio Magri, Luigi Pintor, Luciana Castellina, Valentino Parlato, Aldo Natoli, Filippo Maone, Ornella Barra, Eliseo Milani, Michelangelo Notarianni a rompere con la casa madre. Fu una radiazione, per non dimenticare. Una stecca che si prese la maggioranza di un partito pur fondamentale per l'Italia democratica e tuttavia segnato da vecchi retaggi autoritari. Molti anni dopo Alessandro Natta chiese scusa. Segni e tracce di cui Rossanda fu, a prescindere dalla rottura del 1969, perenne critica. Vi intravvedeva, infatti, il sintomo di un'idea chiusa e burocratica. La stessa che, su sulla scala larga, aveva plasmato le società post-rivoluzionarie: come vennero chiamati in un lucidissimo convegno promosso dal Pdup su sua iniziativa, nel 1977 a Venezia, l'ex Unione sovietica e i paesi del blocco dell'est. Lì si evidenziò la chiave del pensiero originale di Rossanda: non bastava essere contro, si doveva andare oltre, immaginando un comunismo moderno sorretto dalle libertà. Non per caso fu la tragica vicenda di Praga a rendere esplicito il conflitto nel Pci.

Nacque un nuovo partito, che non si sottrasse, purtroppo, alle diaspore del piccolo mondo dei gruppi della nuova sinistra, ancorché il manifesto - divenuto nel frattempo il quotidiano che orgogliosamente vive e vivrà- non si sia mai piegato alla pura logica gruppettara.

Rossanda è stata una caposcuola. In un partito-giornale ricco di figure di prim'ordine, impreziosito da espressioni del dissenso cattolico come Lidia Menapace e da una parte di Avanguardia Operaia, era un riferimento. Tanto per le varie segreterie che si susseguivano, quanto per le generazioni giovani emerse dai movimenti (scuola, università, pacifismo, difesa dell'ambiente, medicina democratica), considerati questi ultimi coessenziali in una visione gramsciana dell'intellettuale collettivo. Sì, i Quaderni, ma pure molto altro. Rossanda aveva una curiosità culturale particolare, che la portava a dialogare con filoni di pensiero persino distanti. Forse la chiave interpretativa si ritrova nel prefigurante dialogo - sulle pagine del settimanale Rinascita- intrattenuto con Umberto Eco nel 1963. Alla critica espressa con rispetto e benevolenza dall'illustre sociologo sulla finitezza del perimetro teorico del Pci, la risposta sorprendeva Rossanda nella sua felice contraddizione: massima apertura, ma dentro le chiavi interpretative del marxismo. Il pensiero del filosofo tedesco è rimasto, ancorché reinterpretato ed allargato, il filo conduttore di una interprete insieme creativa e leale.

Il comunismo di Rossanda, sorretto da teorie affrancate da inutili dogmatismi, ha contribuito a farci vivere in una gradevole utopia. Impossibile, ma bellissima.