QUANDO C'ERANO I COMUNISTI

I CENTO ANNI DEL PCI TRA CRONACA E STORIA

Mario Pendinelli
Mascello Sorgi

A cent'anni dalla nascita e a trenta dalla scomparsa del

comunismo italiano, una domanda e` rimasta senza risposta:

perchè nacque e crebbe a dismisura proprio in Italia il

piu` grande partito comunista dell'Occidente? Un partito

che riusci` a sopravvivere a eventi epocali: il ventennio

fascista, il terrore e lo scandalo dello stalinismo, la rivoluzione

ungherese del '56 e la sanguinosa repressione che ne

segui`, mentre continuava a crescere anche negli anni del

boom economico e della vorticosa trasformazione della

societa`, condizionando con i suoi lasciti, anche dopo aver

cessato di esistere, la politica italiana.

Porsi questo interrogativo ha un senso diverso oggi,

mentre l'Italia e il mondo intero sono alle prese con gli

sconvolgimenti provocati da un altro evento epocale, la

pandemia di Covid-19, i cui effetti economici e sociali -

lasciando purtroppo da parte il bilancio non ancora definitivo

delle vittime - vengono paragonati persino a quelli

della seconda guerra mondiale. Si tratta di fare i conti non

solo con la storia del Pci e della sua parentela con il comunismo

sovietico, vicende ampiamente concluse, ma con il

disordine mondiale che ha rapidamente messo in dubbio

le apparenti certezze della fine del Novecento. A partire

dalla stessa parola Occidente, alla quale intere generazioni

avevano associato un sistema di liberta`, di democrazia, di

amicizie e alleanze consolidate tra paesi che condividevano

gli stessi valori, e che al momento appare invece un insieme

confuso. L'America che sfida l'Europa, l'Europa che si

divide e faticosamente tenta di ritrovare le sue ragioni; la

crisi della solidarieta` internazionale e il conflitto tra Stati

Uniti, Cina e Russia, cio` che si comincia a chiamare "la

nuova guerra fredda". L'emergere - o il riemergere - del

razzismo, gli immigrati che premono alle porte di un continente

impietrito dinanzi alle dimensioni di un fenomeno

imprevisto. Un'Europa immobile come la statua della

Sirenetta di Copenaghen della favola di Andersen: cosi` la

descrisse efficacemente Timothy Garton Ash, uno degli

ultimi europeisti del mondo anglosassone, in un celebre

saggio apparso sulla "New York Review of Books". Per

non parlare del disastro ambientale, percepibile ormai

nella vita quotidiana.

E` fin troppo facile dirsi che quelli appena elencati sono

gli effetti di una globalizzazione esasperata, che doveva

favorire la crescita delle popolazioni piu` povere e ha finito

invece per aumentare le disuguaglianze, distruggendo i ceti

medi. Lo sono sicuramente. Ma non solo. Per rimettere

le cose a posto occorre molto lavoro. Ce n'e` per i governi,

per le classi dirigenti, per gli imprenditori vecchi e nuovi.

E ovviamente anche per una sinistra che abbia voglia di

governare la tempesta nella quale siamo immersi.

Tutto sembra ora transitorio, concepito come uno stato

di necessita`. Gli scambi commerciali, per esempio con la

Cina, che dovevano aprire la strada a relazioni politiche

pacifiche, sono in crisi, piegati in ultimo anche dalla diffidenza

sulle cause e la diffusione della pandemia. La nuova

ideologia, che cercava di prendere il sopravvento ma sta

rapidamente naufragando, e` il sovranismo, l'illusione di

poter cavarsela da soli. Sono sempre di piu` gli studiosi che

attribuiscono al declino della passione politica l'attuale

incapacita` di superare la crisi.

Anche per questo e` interessante tornare ai primi anni

del Novecento e all'estrema fragilita` della democrazia italiana,

una debolezza che permane fino ai giorni nostri. La

storia del Pci non e` un fatto isolato: ha implicazioni internazionali

e ramificazioni che affondano le radici in tutto il

secolo scorso. Rimanda al tumultuoso biennio che prepara

l'avvento del fascismo, dopo la disastrosa conclusione della

prima guerra mondiale, dalla quale si apre la crisi dello

Stato liberale postunitario. E a una citta`, Torino, dove tutto

ha inizio: la nascita del grande capitalismo industriale,

della Fiat e il ruolo del suo fondatore, il senatore Giovanni

Agnelli, e di correnti intellettuali che si intrecciano e si

contrappongono a quelle del passato. La citta` dei liberali

Piero Gobetti e Luigi Einaudi, e dei giovani socialisti che

fondano "l'Ordine Nuovo", la rivista che sara` l'incubatrice

del nuovo partito. La dirigono Antonio Gramsci, Angelo

Tasca, Palmiro Togliatti e Umberto Terracini, il testimone

che qui racconta la fondazione e i primi anni del Pcd'I,

l'insorgere dei dissensi con Lenin e con Stalin, l'eccessiva

prudenza - quando non la titubanza e la paura - di Togliatti

nel rapporto con il grande despota. Quelle del Pci,

della Rivoluzione russa e del Pcus, e dell'Italia degli anni

venti sono dunque tre vicende parallele del Novecento,

che danno vita a tre diversi piani di racconto, tra cronaca

e storia.

Nel libro si ripercorrono le sorti di un partito e dei

suoi protagonisti, dai fondatori ai leader contemporanei,

da Gramsci, appunto, a Togliatti, Luigi Longo ed Enrico

Berlinguer, i quali hanno avuto un ruolo decisivo in avvenimenti

che andavano ben oltre i confini del Pci. Cosi`

e` stato inevitabile scrutare e approfondire le loro idee, il

complicato rapporto, non solo di contrasto e opposizione,

con l'avversario naturale, il capitalismo, che strada facendo

diventa un interlocutore, percheÅL, proprio a partire dalle

riflessioni di Gramsci, la sinistra comprende che con esso

deve condividere l'eterno problema italiano dello sviluppo

economico, necessario per colmare i ritardi della storia.

Naturalmente e` un confronto faticoso, contraddistinto

da fasi di grande asprezza e da scontri che sfociano in

inattesi momenti di dialogo. Il conflitto prevale quando

la sinistra si allontana dall'idea della crescita come valore

e ripiega sul rivendicazionismo spicciolo e, in sostanza,

sull'assistenzialismo. Lo stesso accade nel momento in cui

il capitalismo abbandona la visione del benessere diffuso

e della trasformazione sociale e si lascia andare all'estremismo

liberista, che non considera il mercato lo strumento

piu` efficiente per organizzare la produzione, ma una sorta

di ideologia di classe. In questi due casi non vincono mai

ne' il capitalismo ne' la sinistra: perdono insieme e perde la

societa`.

L'obiettivo e` quindi ricostruire gli elementi che determinarono

il peso assunto, fino a condizionare tutta la vita

politica nazionale, dal Pci, legato alla sua doppia identita`

di partito profondamente radicato nella storia e nella

cultura italiane, ma contemporaneamente costretto a una

subordinazione, per lungo tempo anche finanziaria, nei

confronti del Politburo di Mosca. Un rapporto che solo

Berlinguer riuscira` a interrompere poco prima di morire,

nel 1984. Alle elezioni europee del 1989, le ultime in cui

corre con il proprio nome e simbolo, il Pci raccoglie oltre

nove milioni e mezzo di voti, piu` del 27% degli elettori, e

ha ancora un milione e quattrocentomila iscritti. Solo per

fare un confronto, il Partito comunista francese non andra`

mai oltre i trecentomila.

Il tentativo di rispondere alla domanda su come nasce

e si consolida questa forza assume qui la forma di un'indagine

sui protagonisti, sulla loro vita e le loro idee, i fatti

salienti sulla quale la riflessione collettiva ha lasciato dei

vuoti che e` importante colmare. Con spirito da cronisti,

occorre andare a cercare tra carte e documenti che ricostruiscono

l'incubazione, la nascita, la vita e la morte del

Pci; il concorso di cause interne ed esterne nello sviluppo

di questa grande organizzazione; le intuizioni, le visioni

anticipatrici, ma anche gli errori di coloro che ne hanno

segnato la storia.

In questo senso e` preziosa la testimonianza di Terracini

sotto forma di intervista - rilasciata nel 1981 - che si puo`

leggere nella seconda parte del volume, di cui rappresenta

un compendio pregevole ed esclusivo. Terracini colpisce in

primo luogo per il linguaggio esplicito, lontano dalle cautele

verbali caratteristiche del suo tempo e del suo mondo.

Spiega bene come dalla culla del Pci, insieme a tante pulsioni

sbagliate - il mito della rivoluzione, la violenza dello

stalinismo, le illusioni ideologiche del marxismo -, parte

un filo che si snodera` lungo tutto il secolo, basandosi sulle

intuizioni di Gramsci, radicate a Torino, capitale industriale

gia` fra Ottocento e Novecento. Descrive in modo

diretto i due leader sovietici che ha conosciuto personalmente,

Lenin e Stalin. Annota alcune gustose osservazioni

sul carattere dei suoi compagni del gruppo dei fondatori.

E racconta il momento drammatico in cui Stalin tento` di

riportare a Mosca Togliatti per sottometterlo definitivamente.

Diversi sono anche gli aneddoti su Lenin e Stalin contenuti

in queste pagine: dal trasloco al Cremlino, con la

faticosa commistione ai lussi degli zar, alle idee maschiliste

del capo della rivoluzione, fino al modo spiccio in

cui liquido` un'amante impegnativa come Inessa Armand.

In generale, nell'antologia dei personaggi scorrono molte

figure viste da vicino: insieme a Gramsci e ai suoi compa12

gni, ci sono Piero Gobetti, il sognatore della rivoluzione

liberale, e Benedetto Croce, che si affaccia di persona

a sorpresa nella redazione del giornale. Il rapporto di

amore-odio tra Gramsci e il suo primo maestro segnera`

tutta la formazione

del fondatore del Pci. Gramsci vede in

Croce, e nel suo continuo richiamo ai valori perenni della

liberta`, i simboli dell'Italia della ragione, in lotta contro

tutte le forme di provincialismo. C'e` poi il gruppo dirigente

in via di dissoluzione dello Stato liberale postunitario

e postgiolittiano, dal nome di Giovanni Giolitti, l'ultimo

vero statista dell'ancien reÅLgime: Francesco Saverio Nitti

e Vittorio Emanuele Orlando, che incappano nella vicenda

tragicomica (e sostanzialmente inedita) della tentata

conquista della Georgia,

un piano che porta l'Italia alle

soglie di una guerra solitaria con la Russia. C'e` un giovane

Mussolini in ascesa. E, ancora, il vertice, diviso e rissoso,

del partito bolscevico che sta conquistando il potere a San

Pietroburgo e successivamente a Mosca: Lev Trockij, Grigorij

Zinov'ev, Nikolaj Bucharin, gli uomini che hanno fatto

la rivoluzione insieme a Lenin e saranno sterminati da

Stalin. In un periodo che vede per la prima volta le donne

protagoniste della politica, c'e` Larisa Rejsner, l'affascinante

scrittrice rivoluzionaria che fece perdere la testa a Boris

Pasternak, che da lei, sebbene non solo, prese spunto per

il personaggio di Lara nel Dottor Zivago. Angelica Balabanoff,

protettrice del Mussolini socialista. Camilla Ravera,

che sara` la prima segretaria donna del Partito comunista

italiano. Nilde Iotti, compagna di Togliatti e a lungo presidente

della Camera. Giglia Tedesco, presidente del partito

dopo il cambio del nome. E Tania Schucht, la cognata di

Gramsci, che lo conforta nel corso della lunga detenzione

e riesce miracolosamente a salvare il prezioso patrimonio

dei Quaderni del carcere, con l'aiuto decisivo del banchiere

Raffaele Mattioli e dell'economista Piero Sraffa.

L'altro interrogativo che discende da questa inchiesta

riguarda quali fattori uccisero il comunismo di Mosca, e

per riflesso quello italiano. Entrambi entrarono nella loro

crisi finale con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, ma

decisivo, prima di questo evento, era stato il mutamento di

un capitalismo rinnovato, che non era piu` quello rigido e

chiuso dell'Ottocento, puntava al benessere diffuso e a una

societa` aperta, e aveva il suo punto di forza nel cosiddetto

Åsascensore socialeÅt, il meccanismo che consentiva, per fare

un solo esempio, a un giovane come Sergio Marchionne,

nato in una modesta famiglia di emigrati, di salire tutti i

gradini fino alla vetta di una grande multinazionale. Un

capitalismo abbattuto, a sua volta, da quello finanziario

del nuovo secolo, che provoco` il crollo del 2008, un picco

di disuguaglianze e un'orrenda svalutazione del lavoro, da

cui la politica cerca ancora oggi di trovare una via d'uscita.

Specialmente in Italia, dove, alla caduta degli investimenti

e alla crescita economica bassissima degli ultimi vent'anni,

si deve aggiungere la lotta, costosa come una guerra, al

coronavirus nel 2020. Studiare la crisi attuale della sinistra

puo` servire a capire anche quella di un modello di societa`

che - forse inconsapevolmente - il capitalismo e il comunismo

novecenteschi avevano costruito insieme da sponde

opposte. A questa ricerca e a delineare una nuova prospettiva

per la sinistra contribuiscono le interviste, distribuite

in diversi capitoli, con Piero Fassino, Cesare Salvi, Massimo

D'Alema, Walter Veltroni, Paolo Gentiloni e Nicola

Zingaretti. A dimostrazione che, come diceva Marc Bloch,

il grande storico francese ucciso nel 1944 dalla Gestapo,

la storia non e` la scienza del passato.