Da leggere, anche se si hanno opinioni politiche non esattamente collimanti, Nel fuoco della controversia (Vita e opere di un rivoluzionario di professione) (Edizioni Entroterra, 2020), il libro-intervista di Mario Quattrucci (stimolato dalle domande di Corrado Morgia), in cui l'autore della serie di libri gialli italo-romaneschi dominati dalla figura del commissario Gigi Marè, rievoca a 84 anni, con abbondanza di dettagli e mai placata passione politica, la propria vita militante all'interno del Partito comunista italiano. Iscritto a diciassette anni alla Fgci, docente a meno di trenta alla scuola di partito delle Frattocchie, Quattrucci ha attraversato tutta intera la parabola del Pci dalla metà degli anni '50 sotto la guida di Togliatti, il 'Migliore' per antonomasia, sino ai primi anni '90, quando il partito pilotato da Occhetto muta nome, diventa il Pds, ed avvia la sua dissoluzione che diventa, in sostanza ed assai rapidamente, la liquidazione di un intero patrimonio storico, ideale, ideologico della sinistra italiana, che oggi come tale di fatto non esiste più.

Quattrucci di quel partito non è stato un eminente dirigente o un grande intellettuale, ma a partire dagli anni '60 ne è divenuto un funzionario, cioè un militante di professione (con stipendio parificato a quello di un operaio metalmeccanico), un quadro intermedio che ha seguito tutto il frastagliato cursus honorum dei dirigenti locali sino ad entrare nella segreteria della Federazione romana e poi a diventare segretario regionale del Lazio, capogruppo consiliare alla Regione Lazio, membro del Comitato centrale. La sua testimonianza personale e storica è, dunque, vieppiù preziosa perché proviene dalla 'pancia' del partito, perché i funzionari percepivano se stessi non come burocrati (e profittatori come oggi appare 'normale'), ma appunto come 'rivoluzionari di professione', gente che consacrava la propria vita ad una causa politico-ideologica che voleva essere palingenetica, cambiare il mondo, rivoluzionare la società, abbattere il sistema capitalistico.

Enrico Berlinguer, segretario generale del Pci

Non si intende nulla di quella storia se non si tiene presente che cosa fosse la fede comunista per milioni di persone. Ho detto fede, appunto perché il Pci è stato una grande chiesa laica, una chiesa rossa, di cui i funzionari erano i 'sacerdoti', cioè gli 'intellettuali organici' che dovevano interfacciare i vertici del partito-chiesa con la amplissima area di militanti di base e di elettori. Direi che, non a caso, le pagine più belle del libro di Quattrucci sono proprio quelle in cui evoca la vita di sezione, le serate animatissime a discutere della linea politica, dove si incontravano l'operaio e il professore, l'artigiano e il coltivatore diretto, la maestra e il tranviere, l'impiegato e il muratore etc.: qui Mario fa emergere la sua schietta natura di persona saldamente ancorata al popolo comunista, e racconta benissimo che il Pci è stato una comunità non soltanto politica, ma anche umana, straordinaria nel rimescolare in nome dell'ideale tante storie e provenienze sociali e di classe. Quella memoria tuttora vivissima dell'ex funzionario Quattrucci, berlingueriano doc e mai rinnegato, riscalda ancora il suo perdurante spirito militante, epperò non lo aiuta a spiegare e a spiegarci perché tutta quella enorme storia, dopo la Bolognina, sia stata dismessa quasi in blocco per andare dietro assai velocemente alle sirene della liberal-democrazia (più che della social-democrazia, quasi per un'antica ripulsa legata alla nascita del Pci nel 1921 come scissione del Psi turatiano). Quattrucci fa risalire l'inizio della fine alla decisione di Nixon nel 1971 di rigettare gli accordi di Bretton Woods che prevedevano un sistema basato sul 'gold exchange standard' in cui il dollaro era agganciato all'oro. Si diparte da lì un processo pluridecennale di finanziarizzazione mondiale del capitalismo che trasforma profondamente il rapporto tra produzione, sistema monetario e mercati, e che accelerò negli anni '80 il collasso dell'Urss, avviando dipoi negli anni '90 la globalizzazione turbocapitalistica. Se il quadro è chiaro e nella sostanza condivisibile, mi sembra però che Quattrucci non tiri fino in fondo le conclusioni di quel cruciale passaggio d'epoca. Nonostante Berlinguer e il suo volersi mettere al riparo dell'ombrello della Nato e l'eurocomunismo, di fatto il Pci non seppe o non volle sganciarsi definitivamente dall'Unione Sovietica, così il crollo del 'socialismo reale' provocò anche il suo crollo. Ancora più impressionante se pensiamo a dirigenti di allora (mi viene in mente Veltroni) che dichiararono poi di "non essere mai stati comunisti". Insomma, quello che avvenne trent'anni fa fu uno scatafascio psico-ideale-ideologico, mai accompagnato da un severo e serio esame critico e autocritico che permettesse di salvaguardare i tanti meriti nazionali, democratici e di classe accumulati dal Pci dalla Resistenza in poi. Quattrucci non a caso in quel bivio storto della storia decise di allontanarsi dall'attività politica e di intraprendere la sua strada di militante culturale, come poeta, narratore e fervido organizzatore (penso, tra l'altro, al reputato Premio letterario Feronia).

La lettura del suo libro-intervista mi ha fatto, infine, ripensare alla struggente, dialettica canzone (1995) di Giorgio Gaber:

(...) Qualcuno era comunista perché glielo avevano detto.

Qualcuno era comunista perché non gli avevano detto tutto...

Qualcuno era comunista perché Berlinguer era una brava persona.

Qualcuno era comunista perché Andreotti non era una brava persona...

Qualcuno era comunista perché c'era il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista malgrado ci fosse il grande partito comunista.

Qualcuno era comunista perché non c'era niente di meglio...

Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa.

Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno, era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita.

Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una.

Da una parte la personale fatica quotidiana e dall'altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.

No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.

E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l'uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall'altra, il gabbiano senza più neanche l'intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.

Due miserie in un corpo solo.

Già, la miseria della storia e delle storie, e fa male al presente pensare che, sparito il popolo comunista, è poi arrivato il popolo leghista e sovranista e pentastellato. Tutta un'altra (populista) storia di cui non conosciamo