Corto Circuito

QUALCOSA NON FUNZIONA

di Gualberto Alvino

«Ma siamo coscienti - autori lettori editori librai bibliotecari studiosi - di questo scempio inflitto in nome del mercato alla lingua romanzesca, ormai ridotta a lingua basica, una lingua omologata e standard, poverissima sul piano lessicale ed elementare nella struttura, una lingua paratattica e sostanzialmente modellata su quella televisiva di basso intrattenimento? Una lingua di scambio, insomma, funzionale e mimetica, assimilata a una struttura che punta sul ritmo per legarti al divano, sulla riconoscibilità di situazioni per fidelizzare, su fraseggi per farne tormentoni, su personaggi-tipo per serializzare. Per farne storie simili e riproducibili, farcite di stereotipi e luoghi comuni/accomunanti, da identificare facilmente sul banco. [...] Quanti romanzi italiani degli ultimi anni, e quanti fra quelli premiati da pubblico o riconoscimenti - presentano una lingua altra, e un costrutto diverso, autoriale? Perché non parlano, si fanno avanti, i critici e gli storici della letteratura?»: questo l'accorato appello della narratrice catanese Elvira Seminara nell'«Espresso» dello scorso 13 febbraio (Italiano addio: per colpa del mercato la lingua letteraria è sempre più povera).

In realtà, i critici e gli storici della lingua e della letteratura si sono più volte energicamente espressi, e non da ieri, sull'atroce, progressivo, inarrestabile involgarimento della cultura media italiana. Avvertiva, ad esempio, già alla fine degli anni Ottanta dell'altro secolo, il critico-linguista Vittorio Coletti nel suo Italiano d'autore: «Da tempo ormai gli scrittori non fanno più testo nella grammatica dell'italiano. Sempre più raramente poesie o romanzi, saggi o racconti sono chiamati a fornire modelli di lingua, ad autenticare forme e usi. Insomma: la letteratura ha cessato di condizionare e orientare la lingua, che cerca altrove le proprie autorità: mass media, pubblicità, industria, sport, politica, ecc. tengono oggi lo scettro linguistico che in passato spettava a poeti e romanzieri». E così - se mi è concessa un'autocitazione - il sottoscritto pochi anni dopo in un convegno dedicato a Gianfranco Contini dall'università Ca' Foscari di Venezia: «Per codesti digiuni di cultura estetica la minima tracimazione dall'alveo della più grigia funzione notarile o dell'esposto giuridico difficilmente sfugge alla condanna capitale quale insoffribile pedanteria linguaiola, tronfio e ampolloso estetismo, superfetazione calligrafica e bizantina; mentre tornano sinistramente in auge - all'insegna del più inquietante primum vivere, deinde philosophari (quasiché vivere e scrivere costituissero rigide monadi leibniziane e non invece, come ci illudevamo di sapere, un'unità che sarebbe nefasto attentarsi a rescindere) - pseudovalori e reliquati tardottocenteschi che speravamo per sempre banditi dalla nostra mensa: nuda vita, realtà oggettiva, sincerità, verità, affabilità comunicativa, razionalità e sobrietà della lingua poetica, moralità, ufficio appagatore e consolatore dell'arte...».

Ovviamente di diverso avviso la editor-scrittrice Evelina Santangelo (ivi il 21 febbraio: Italiano addio? Smettiamola di dare la colpa agli editor. Un libro si scrive a quattro mani): «Certo ha ragione la scrittrice Elvira Seminara quando evoca il potere di una lingua eversiva, "smodata" lì dove deve esserlo, aperta a tutte le potenzialità espressive contro mortificanti semplificazioni. E fa di questa libertà una delle ragioni della necessità del fare letterario. Ma attribuire agli editor la responsabilità di spazzare via questa libertà in nome di una presunta normalizzazione significa far torto alla sensatezza e alla verità. Come dire che un editor sceglie un testo e un autore dal tratto autoriale per poi ucciderlo nella culla, e renderlo anonimo, quando proprio quel mestiere ha a che vedere con la comprensione delle potenzialità espressive e narrative di un certo universo, e con la conquista della forma il più possibile giusta per arrivare a qualcosa che possa avere il dono di suscitare emozioni, visioni, percezioni non così ovvie. [...] Normalizzare un autore in nome della leggibilità - se non si è degli editor incapaci - sarebbe come perseguire due miserie in una: una miseria espressiva e una di pensiero. Quel che ho constatato invece è stato il contrario, un desiderio di rendere ancora più spiccata una certa autorialità, superando quel confine in cui non è più chiaro dove finisce l'opera dello scrittore e comincia quella dell'editor».

Al che si dovrà pur eccepire quanto segue:

a) davvero i consulenti editoriali sogliono scegliere autori «dal tratto autoriale»? A scorrere i cataloghi parrebbe l'esatto contrario;

b) uno scrittore avrebbe, dunque, bisogno di soccorso per conquistare la «forma il più possibile giusta per arrivare a qualcosa che possa avere il dono di suscitare emozioni, visioni, percezioni non così ovvie»? (sorvoliamo sul termine emozione, non meno abusato che sibillino). Se sì, non è certamente uno scrittore degno della qualifica: forse che qualche redattore o funzionario editoriale si è mai sentito in grado di consigliare o addirittura di correggere un Dostoevskij, un Proust, un Sartre, un Pirandello, un D'Annunzio, un Gadda, un Savinio, un Sanguineti, un D'Arrigo, un Consolo, un Bufalino?

c) fino agli anni Sessanta il lettore di testi letterarî (si è sempre chiamato così, o consulente editoriale, e non vedo alcun motivo di ricorrere alla lingua inglese) era un poeta o un autore reputato (Vittorini, Pavese, Calvino, Zavattini, Bassani, Bertolucci...), ma l'insigne e delicatissimo ruolo è stato poi affidato a studenti universitarî o neolaureati sottopagati - oltreché, come si diceva, inesperti e digiuni di cultura estetica - cui il titolare della Casa commette l'incarico di varare esclusivamente prodotti da banco (le rarissime eccezioni confermano la regola), ossia scritti, dice bene Elvira Seminara, in «una lingua omologata e standard, poverissima sul piano lessicale ed elementare nella struttura, una lingua paratattica e sostanzialmente modellata su quella televisiva di basso intrattenimento».

Sarà forse istruttivo allegare un paio d'esperienze personali come romanziere.

Nel 2007 inviai alla Einaudi il manoscritto del mio Là comincia il Messico (apparso l'anno seguente per i tipi della fiorentina Polistampa); questo il parere del consulente Ernesto Ferrero: «Colpisce, sopra ogni cosa, l'indubbia padronanza linguistica che domina il testo: la scelta di ricorrere alla seconda persona risulta vincente, ed è capace di rendere la Follia - vero e proprio personaggio dell'opera - una voce narrante originale, il cui unico scopo è demolire senza pietà le certezze del protagonista. Il susseguirsi di visioni oniriche impreziosisce la lettura di immagini potenti e suggestive, che fanno da corollario alla lunga invettiva sulla quale si regge la storia». Con queste parole si accoglie un capolavoro o si respinge un'opera indegna di pubblicazione? Per quale misterioso motivo il funzionario Ferrero, scrittore e critico letterario di vaglia, non ha dato alle stampe un romanzo da lui stesso osannato, se non perché agli antipodi dei prodotti vendibili, scritti cioè in «una lingua omologata e standard...»?

Ed ecco la scheda di lettura del mio romanzo, ancora inedito, Pelle di tamburo, stavolta a firma non di un celebrato autore ma della ragazza Benedetta Bolis, editor Rizzoli (la Casa, tra gli altri, di tal Luca Ricci, che sta alla prosa narrativa come il diavolo all'acquasanta): «Ho letto Pelle di tamburo, un testo coraggioso, originale dal punto di vista stilistico e dei contenuti. A tratti è addirittura dirompente, nel suo svincolarsi da schemi e regole predefinite. Ha fatto delle scelte estreme e coerenti, ammirevoli; [...] purtroppo, però, lo sviluppo della storia non convince fino in fondo». Ancora: con queste parole si accoglie un capo d'opera o si boccia un prodotto indegno? E poi, gentile Santangelo, lei che è del mestiere saprebbe spiegarmi cosa significa «sviluppo della storia»? Si tratta di un romanzo pìcaro-furfantesco, un genere - com'è noto a chiunque - dal quale reclamerebbe storia e sviluppo solo un, per l'appunto, «digiuno di cultura letteraria ed estetica»: eppure, nelle mani della ragazza Benedetta (mi si passi il pagliaranismo) sta parte del nostro patrimonio letterario.

Qualcosa, è evidente, non funziona.

Concludo con quanto Maurizio Dardano - ancora, non a caso, un critico-linguista - scrisse anni fa su Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti (Stili provvisori. La lingua nella narrativa italiana d'oggi, Roma, Carocci, 2010, pp. 30-31): «Lo scarso controllo del vocabolario e quella che definirei una 'sciatteria programmata' non conquistano la ricercata autenticità; tutto sommato non rendono un buon servizio alla rappresentazione di ambienti e personaggi; vero è che talvolta si sfiora un comico del tutto involontario [...]. Resta il fatto che spesso le scelte lessicali di questo autore dipendono da una espressività 'a tutti i costi', non controllata, vale a dire dal bisogno di richiamare continuamente (e nei suoi aspetti fisici) una realtà degradata e frammentaria, da descrivere e da elencare pedissequamente: dagli oggetti accatastati nei magazzini ai rifiuti dispersi nella campagna. Perseguire a ogni costo l'efficacia comunicativa trascurando la correttezza linguistica. Questo è l'obiettivo di alcuni scrittori di oggi. Non va dimenticato che tale espressività spesso riduce o addirittura annulla la facoltà conoscitiva che dovrebbe essere propria del narrare».