PER LA CRITICA

QUALCHE CONSIDERAZIONE SU “ROMA 43 – 45” L’ALBA DELLA RESISTENZA DI GENTILI E PIRONE

di Corrado Morgia

   Giustamente, nel risvolto di copertina, il bel libro di Sergio Gentili ed Aldo Pirone, Roma '43 - '45 L'alba della Resistenza, Bordeaux Edizioni, viene definito "il racconto di una epopea di lotta popolare e partigiana", mentre la presidente nazionale dell'ANPI Carla Nespolo, dal canto suo, sottolinea nella prefazione : "la radice popolare dell'antifascismo romano", accanto al quale si colloca "... la presenza fondamentale di un gruppo di comunisti... cui si aggregarono alcuni intellettuali e studenti del liceo Ennio Quirino Visconti", che insieme a personaggi come Pietro Ingrao, Paolo Bufalini, Paolo Alatri, Bruno Zevi, Giuliano Vassalli molti altri ancora, fecero di capitale d'Italia una "città esplosiva", come dovettero riconoscere gli stessi occupanti tedeschi, a cominciare dal loro feroce comandante Albert Kesserling.

Roma infatti non si è limitata ad attendere la Liberazione, come molti pure suggerivano, ma l'ha perseguita tenacemente, resistendo e combattendo tutti i giorni di quel tragico periodo che va dall'8 settembre al 4 giugno, senza concedere un istante di tregua al disumano nemico, ulteriormente incattivito proprio dalla ostilità della cittadinanza e dalla ampiezza delle operazioni di guerriglia, che rendevano la metropoli non un luogo di riposo per soldati in licenza dal fronte sud, ma un vero e proprio campo di battaglia in cui l'attentato, l'esplosione, il boicottaggio, l'assalto a un deposito di viveri o di armi, il volantinaggio, e altre imprese ancora, erano, quasi ovunque, all'ordine del giorno.

In moltissimi quartieri e nelle borgate la resistenza romana, ma non va dimenticato il resto del Lazio, dai Castelli al Frusinate, da Rieti a Viterbo, operò con centinaia di azioni, compiute da tanti, eroi quasi per caso e a volte senza nome, giovani e giovanissimi, uomini e donne, civili, soldati e carabinieri, consapevoli di correre non solo il pericolo di perdere la vita, ma di essere seviziati e torturati senza pietà dalle SS di Herbert Kappler e dagli scherani fascisti, organizzati in bande private a cominciare da quella del sadico paranoico Pietro Koch, autore di innumerevoli crimini e condannato e morte, dopo un regolare processo, fucilato alla schiena a Forte Bravetta, come ha documentato con le sue riprese cinematografiche Luchino Visconti, a sua volta arrestato e scampato in maniera rocambolesca a un sicuro supplizio.

Per 271 giorni a Ostiense, a Testaccio, alla Garbatella, a Trionfale e ancora a Porta Pia, a Ponte, a Monte Mario, a Piazza Vittorio, all'Appio, al Quadraro, a Centocelle, a San Lorenzo, dovunque fosse possibile, insomma, Roma partigiana colpì con coraggio e ai limiti della temerarietà, in un crescendo di azioni che vide metà dei romani che proteggevano l'altra metà che combatteva.

Guidati dal CLN, il Comitato di Liberazione Nazionale, composto dal presidente Bonomi e poi da Mauro Scoccimarro, Alcide De Gasperi, Ugo La Malfa, Pietro Nenni, Giuseppe Romita, Alessandro Casati e Meuccio Ruini, cioè comunisti, democristiani, azionisti, socialisti e appartenenti al movimento della Democrazia del Lavoro, migliaia di operai, artigiani, bottegai, popolani, e, appunto, intellettuali, studenti, insegnanti, gente del cinema e dello spettacolo, artisti, sacerdoti della chiesa cattolica, impiegati ed esponenti dell'aristocrazia e dei ceti medio - alti, si impegnarono in una lotta, che sembrava non finire mai, chi direttamente, chi anche semplicemente come fiancheggiatore, ospitando quanti, in nascondigli spesso precari e di fortuna, erano costretti a vivere in clandestinità, oppure portando pacchi di documenti o di denaro, come si vede in una scena del film di Rossellini Roma Città Aperta, o dando indicazioni sbagliate ai persecutori, fornendo ristoro a chi ne aveva bisogno, in una città dove pure non mancavano, fortunatamente in minoranza, spie, delatori e traditori.

Al fianco di una giunta militare, di cui facevano parte Sandro Pertini, Giorgio Amendola, Riccardo Bauer, Giuseppe Spataro e Mario Cevolotto, che cerca di unificare tutto il movimento, si costituisce anche un CLN romano, formato da Cono Di Lena e Giuseppe Bruno, azionisti; Pietro Grifone, comunista; Mario Ferrara, liberale; Domenico Grisolia, socialista, e ancora da democristiani e democratici del lavoro.

Su questa base si sviluppa una rete di formazioni, di cui come viene giustamente messo in luce nel libro, i comunisti italiani furono la parte decisiva, per numero, intraprendenza, combattività, corenza e decisione: i Gap, gruppi di azione patriottica, comunisti e socialisti; le Sap, squadre di azione patriottica, idem, poi le bande armate degli azionisti; una brigata Mazzini, comandata da Battista Bardanzellu e da Giorgio Braccialarghe; il Fronte Militare Clandestino, animato dal colonnello Cordero Lanza di Montezemolo, finché fu in vita, e successivamente dai generali Armellini e Bencivenga e ancora il Fronte Clandestino di Resistenza dei Carabinieri, forte di seimila uomini, alla cui testa si pose il generale in pensione Flippo Caruso, mosso anche dallo sdegno provocato dalla deportazione in Germana di duemila militari e dalle atrocità subite dal tenete Frignani, autore dell'arresto di Mussolini, torturato davanti alla moglie.

A sua volta il mondo cattolico, o almeno parte di esso, non rimase totalmente in disparte e in attesa dei soldati alleati, secondo i dettami di papa Pacelli, ma si schierò in battaglia su impulso di Adriano Ossicini, medico al Fatebenefratelli, inventore del morbo di K (Kesserling), pericolosissima, e inventata, malattia contagiosa con la quale salvò, attraverso il ricovero in ospedale, tanti perseguitati, dà vita al movimento dei cattolici comunisti, con Romualdo Chiesa, Fedele D'Amico, Marisa Cinciari e Franco Rodano, mentre in molte borgate romane agisce valorosamente anche il Movimento Comunista d'Italia, più noto come "Bandiera Rossa", pur fuori dal CLN, di cui non condivideva la linea dell'unità antifascista, identificando invece la lotta in corso come il prologo di una rivoluzione a guida operaia e comunista, diretto da Orfeo Mucci, Filiberto Sbardella, Aladino Govoni,

Il punto di inizio della Resistenza deve essere collocato tra l'otto e il dieci settembre negli scontri di Porta San Paolo, proseguiti poi per alcuni giorni in altre zone della città, quando dopo l'ignominiosa fuga da Roma del Re e di Badoglio, gruppi di militari italiani e di civili cercarono, audacemente, ma invano, di impedire ai tedeschi di impadronirsi della città e di farne una loro base, in barba alla dichiarazione che faceva di Roma una Città Aperta, cioè smilitarizzata al fine di preservarne i monumenti, patrimonio dell'umanità, e di garantirne il ruolo di sede del papato e di capitale della cristianità.

In quella prima battaglia rimasero sul terreno 597 patrioti italiani, di cui 494 militari. Alla fine, al momento della liberazione, tra caduti per diversi motivi, per le torture, vittime dei bombardamenti, martiri delle Ardeatine, deportati in Germania che non sono tornati, si contarono a Roma 9325 morti. Tutto ciò ha fatto della Città Eterna la culla della Resistenza italiana e sta alla base delle motivazioni che hanno spinto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a concedere la medaglia d'oro al valor militare.

Questo e molto altro ancora il saggio di Gentili e Pirone descrive, con un linguaggio agile e chiaro, con grande dovizia di particolari, sostenuto da una salda documentazione, in un racconto denso e coinvolgente, che scorre veloce e descrive tutti i momenti di uno scontro che ebbe come momento culminate l'attentato di via Rasella e l'eccidio delle Fosse Ardeatine, massacro di cui tutta la responsabilità va addossata all'occupante nazista e al vigliacco servilismo dei suoi lacchè in camicia nera, seguaci di una repubblichina fantoccio, con sede a Salò, e di un duce che come egli stesso scrive alla sua amante Clara Petacci, è ridotto a una sorta di morto che cammina, tragica marionetta nelle mani dei tedeschi.

Il racconto dei due autori muove dall'entrata in guerra dell'Italia, atto sconsiderato di un giocatore d'azzardo che conosceva molto bene l'impreparazione del nostro paese, ma anche l'impopolarità dell'alleato germanico, e quindi subita "come una dolorosa necessità ", nella speranza di una rapida conclusione del conflitto e prosegue in modo serrato e appassionante.

Ben presto i romani, come l'insieme degli italiani si accorgono, che la guerra non l'avrebbero vista soltanto al cinema; infatti allarmi, bombardamenti, coprifuoco, restrizioni alimentari e disagi di ogni genere angustiano sempre di più la vita degli italiani, fino all'illusione del 25 luglio, quando molti pensarono che con l'arresto del dittatore ormai odiato la guerra sarebbe finita. Invece il dramma era appena all'inizio e Roma sarebbe stata il palcoscenico tra i più angosciosi della drammatica rappresentazione.

In cinque capitoli, più una nutrita serie di documenti, la narrazione si dipana in una sorta di Via Crucis, le cui tappe più dolorose sono il rastrellamento del ghetto del 16 ottobre, avvenuto sotto gli occhi di un pontefice a volte troppo silente, con la cattura di centinaia di ebrei romani; la già ricordata carneficina delle Fosse Ardeatine, sulla quale si è sviluppata una ignobile speculazione, contraddetta dai fatti perché l'ordine dell'eccidio fu eseguito nel più totale segreto, e da sentenze anzitutto della storia e poi dei tribunali, che hanno mandato assolti Rosario Bentivegna e Carla Capponi, ripetitivamente medaglia d'argento e d'oro al valor militare, proseguendo con il rievocazione delle efferate torture nella prigione di Via Tasso, ora Museo della Liberazione, le fucilazioni di Forte Bravetta fino alla esecuzione di Bruno Buozzi e di altri suoi compagni operata dai criminali in fuga in località la Storta.

E' dunque un libro che si legge d'un fiato, che offre, oltre alla ricostruzione dei due anni di guerra, anche una interessante retrospettiva della storia della Roma democratica e popolare dei primi anni del ventesimo secolo, per questo se ne consiglia vivamente la lettura, anzitutto a coloro che hanno, volutamente o meno, rimosso quella storia, poi a quanti "che il fascismo ha fatto anche cose buone" e a quanti non ricordano o semplicemente, e spesso non per loro colpa, non sanno in quale abisso il nazifascismo ha gettato il nostro paese: una catastrofe senza pari nella pur travagliata storia nazionale.

Per tali motivi il volume è assolutamente indicato come testo scolastico, non certo per limitarne il valore, ma al contrario perché tratteggia una sintesi quante altre mai efficace di quel periodo, tale da proporsi come un sussidio validissimo per tramandarne la memoria a studenti e studentesse, in certi casi irretiti da una propaganda tesa appunto a minimizzare o addirittura a rivalutare, mentre invece Hitler e Mussolini hanno rappresentato il male assoluto del Novecento, mentre la Resistenza è stata il momento del riscatto, il secondo Risorgimento di un popolo umiliato e ingannato.

L'antifascismo è e deve rimane la ragione del nostro convivere civile, la base della nostra Costituzione, della repubblica democratica fondata sul lavoro, principio politico, ma anche etico e programmatico, fonte permanente di ogni legislazione imperniata sulla giustizia sociale, sul primato della persona umana, sulla pace tra i popoli.

Leggere e meditare le pagine scritte di Gentili e Pirone rafforza questi convincimenti e li riafferma in un momento storico, come quello che stiamo attraversando, funestato da uno dei peggiori governi del nostro dopoguerra, per uscire dal quale occorre recuperare proprio quei sentimenti, quelle ragioni, quei propositi che hanno animato il moto resistenziale.