Cultura e Società

PROMEMORIA SULLA SCONFITTA DELLA SINISTRA - 2008

di Aldo Pirone

Indice

  • L'innovazione occhettiana
  • L'innovazione dalemiana
  • Il passaggio all'innovazione veltroniana
  • L'innovazione-conservazione bertinottiana di Rifondazione comunista
  • Da dove ripartire
  • Il problema dell'Italia
  • La funzione nazionale delle classi lavoratrici
  • Spontaneità e direzione consapevole
  • Una democrazia sempre più ''borghese''
  • Lo strumento partito
  • La dimensione europea e sovranazionale

La sinistra ha subìto una brutta sconfitta. Le ragioni sono molte. Vengono da lontano e da vicino. Bisogna indagarle su vari piani specifici.

La questione di fondo si potrebbe così riassumere: perché l'innovazione politica, culturale, organizzativa messa in campo negli ultimi due decenni dal maggiore partito della sinistra (Pds, Ds, Pd) per affrontare la rivoluzione neoliberista nell'era della globalizzazione e il conseguente cambiamento del quadro internazionale (sparizione del mondo bipolare) si conclude con l'avvento per la terza volta, e così nettamente, al governo del Paese della destra guidata da Berlusconi?

A questo interrogativo, affacciatosi ad ogni sconfitta elettorale subìta (ma bisognerebbe vedere anche altri esiti negativi meno indagati: culturali, di radicamento sociale, di etica politica, ecc.) si è sempre risposto da parte dei leaders maggiormente responsabili che non andava messa in discussione l'innovazione intrapresa ma il ritmo lento della sua attuazione. Sul piano politico nel corso del ventennio l'innovazione portata avanti dal maggior partito della sinistra non è sempre stata la stessa. Ce ne sono state almeno tre.

1 - L'innovazione occhettiana

L'ultimo segretario del PCI Achille Occhetto partendo dalla giusta necessità di ricollocare la grande forza del PCI non seppe dare a quel processo chiarezza di prospettive, maturazione di tempi, profondità di analisi dei nuovi processi economici neoliberisti che stavano rivoluzionando le forze produttive e i riflessi nei vari gradi delle sovrastrutture culturali, politiche, istituzionali che da essi cominciavano a promanare. Tutto fu affrontato in modo eclettico mettendo al primo posto la necessità di non farsi seppellire dalla caduta del muro di Berlino. Anche gli oppositori alla svolta occhettiana sbagliarono perché invece di dare un indirizzo più solido e un approdo compiuto ad un processo che già negli anni precedenti aveva portato a collocare saldamente il PCI come ''parte integrante'' della sinistra europea, socialista e socialdemocratica, indicarono una riproposizione dell' ''orizzonte del comunismo'' che, se poteva scaldare gli animi di una parte dei militanti, certo non poteva essere la risposta politica efficace alle mutazioni mondiali e della società italiana che andavano profilandosi. A quell'appuntamento mancò l'insieme del vecchio gruppo dirigente del PCI e soprattutto la parte riformista che da tempo andava ponendo la questione di un approdo socialista anche in termini di superamento della scissione del '21 fra comunisti e socialisti. Questa parte, già logorata dallo scontro con Berlinguer sulla contrapposizione al craxismo e sulla questione morale, venne sopraffatta in quel frangente da considerazioni di corto respiro e di corrente, da impostazioni tatticiste, da un mancanza di coraggio politico che non la sottrasse alla subalternità dell'improvvisazione occhettiana e alla sua cifra ''nuovista'' puramente declamatoria.

I giovani dirigenti comunisti, i cosiddetti ''ragazzi di Berlinguer'' a cui con la defenestrazione brutale di Alessandro Natta era stato consegnato il compito, certo non lieve, anzi pesantissimo, di portare avanti il processo di rinnovamento anzi di innovazione politica, affrontarono quel frangente con idee strategicamente diverse ma uniti nel porre alla base del nuovo corso e del nuovo soggetto politico da costruire la categoria della ''discontinuità''. Categoria quanto mai confusa e pericolosa perché non chiariva rispetto a un grande patrimonio storico, politico e morale anche se un po' logorato qual era quello del maggior partito della sinistra italiana, ciò che doveva essere abbandonato e ciò che doveva essere conservato non staticamente, ma sussunto hegelianamente, nel nuovo processo a cui si voleva dare vita. Un rinnovamento radicale e profondo che non abbia chiari gli elementi di continuità su cui innestarsi è destinato inevitabilmente a produrre risultati deboli, insufficienti o ad essere risucchiato dal vecchio che si vuole superare.

Non a caso il primo risultato di quell'operazione fu la divisione e la scissione del PCI e il conseguente riaprirsi nella maggioranza della sinistra italiana della vecchia diatriba, mutatis mutandis, fra massimalismo (antagonismo) e riformismo debole e subalterno ai processi economici e culturali neoliberisti. Cioè quella contesa che il PCI aveva storicamente dominato non senza contraddizioni, ritardi ed errori. Venne accettata e teorizzata la necessità delle due sinistre a loro volta non prive di ulteriori divisioni e frantumazioni interne. Con questo assetto venne così affrontato dagli eredi del PCI il compito di fronteggiare l'offensiva neoliberista nell'era della globalizzazione che si andava dispiegando nel decennio di fine secolo e nei primi anni del nuovo millennio.

Sul piano politico, il crollo del vecchio sistema dei partiti spazzati moralmente dall'ondata di Tangentopoli coprì in qualche modo sulle prime le debolezze, gli errori e i pressappochismi della ''svolta'' occhettiana. Per cui furono sostanzialmente passati sotto silenzio i magri risultati elettorali delle elezioni politiche del 1992, le ultime della ''prima Repubblica'', con il Pds al 16,11% alla Camera e 17,1 al Senato e con Rifondazione al 5,11%.


Questi risultati non dettero luogo ad alcuna seria riflessione. Su tutto fece premio la necessità di approfittare del crollo degli altri partiti del vecchio pentapartito e delle nuove leggi elettorali maggioritarie varate dopo il referendum del 18 aprile '93 pronubo il nuovo governo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi. Il nuovo sistema elettorale dette le sue prime prove nelle elezioni amministrative del giugno e del dicembre di quell'anno consentendo alla sinistra di conquistare, grazie alla sua maggiore capacità coalizzatrice, una larghissima vittoria in tutti i Comuni grandi e piccoli. Ciò indusse a pensare che lo stesso poteva avvenire in campo nazionale. Di qui la richiesta di nuove elezioni politiche anticipate con l'avviso di sfratto dato a Ciampi e con il varo della ''gioiosa macchina da guerra'' dell'alleanza progressista, versione moderna del ''fronte popolare'' quarantottesco. E quarantottesco fu anche il risultato. Drammatica fu la sottovalutazione della capacità di ripresa della destra che seppe, secondo le migliori tradizioni del trasformismo politico, trovare in pochi mesi un nuovo capo carismatico fondatore e padrone assoluto di un nuovo partito (FI) e costituire un'alleanza elettorale a geometria variabile: FI alleata al sud con AN ampiamente sdoganata dalla destrutturazione del vecchio sistema politico e al Nord con la Lega di Bossi, la nuova formazione che aveva messo radici nelle regioni padane grazie al riemergere in chiave xenofoba dell'insofferenza dei ceti produttivi e in parte popolari verso lo Stato unitario sentito e considerato come un peso insopportabile in termini di burocrazia e di tasse. La sinistra rappresentata dal Pds andò così gioiosamente verso la sconfitta e guardò attonita ed incredula la prima vittoria di Berlusconi sia alle elezioni politiche del '94 che un mese dopo a quelle europee.

L'immediato politico provocò le dimissioni di Occhetto e l'apertura di un confronto di fondo sulle prospettive della sinistra fra le due tendenze uscite maggioritarie dalla ''svolta'' occhettiana: la prospettiva ''democratica'' che puntava ad andare oltre il socialismo europeo verso un non meglio identificato soggetto riformista-democratico e la tendenza che indicava l'approdo riformista socialista e socialdemocratico - il Pds era già stato accolto nel '91 nell'Internazionale socialista, nella Confederazione dei partiti socialisti e socialdemocratici europei e i suoi europarlamentari erano entrati nel gruppo socialista -, come naturale e definitivo per una sinistra che mettendo fine all'eccezione del caso italiano si europeizzava compiutamente. La prima tendenza capeggiata da Veltroni fu sconfitta e prevalse, grazie al voto nell'assemblea nazionale della sinistra interna guidata da Tortorella, la seconda con la leadership di D'Alema.

L'immediato redde rationem politico provocò le dimissioni di Occhetto e l'apertura di un confronto di fondo sulle prospettive della sinistra fra le due tendenze uscite maggioritarie dalla ''svolta'' occhettiana: la prospettiva ''democratica'' che puntava ad andare oltre il socialismo europeo verso un non meglio identificato soggetto riformista-democratico e la tendenza che indicava l'approdo riformista socialista e socialdemocratico - il Pds era già stato accolto nel '91 nell'Internazionale socialista, nella Confederazione dei partiti socialisti e socialdemocratici europei e i suoi europarlamentari erano entrati nel gruppo socialista -, come naturale e definitivo per una sinistra che mettendo fine all'eccezione del caso italiano si europeizzava compiutamente. La prima tendenza capeggiata da Veltroni fu sconfitta e prevalse, grazie al voto nell'assemblea nazionale della sinistra interna guidata da Tortorella, la seconda con la leadership di D'Alema.

2 - L'innovazione dalemiana

Con D'Alema segretario l'innovazione politica veniva così ridefinita: costruire una grande forza del socialismo italiano nell'ambito del socialismo europeo; realizzare per conquistare il governo del Paese una nuova alleanza fra la sinistra e il centro cattolico democratico e moderato, un nuovo centro-sinistra; inserire saldamente l'Italia nel processo della creazione della moneta unica europea. Sul piano politico immediato questa linea dette i suoi frutti. Berlusconi, anche per le contraddizioni interne al suo schieramento e per errori politici evidenti (scontro con il sindacato sulle pensioni e con la Magistratura di Milano), fu rovesciato dalla defezione della Lega di Bossi dopo solo sette mesi di governo. La divisione della destra non rimarginata consegnò la vittoria elettorale del '96 all'Ulivo di Prodi fondato sull'alleanza fra la sinistra Pds, con la desistenza di Rifondazione, il Ppi di Bianco, Marini e Rosy Bindi e la formazione liberaldemocratica di Dini.

L'innovazione dalemiana non fu però sostanziata da una analisi adeguata dei cambiamenti socioeconomici in corso nel tessuto produttivo. Durante quegli anni apparvero evidenti notevoli subalternità alle impostazioni neoliberiste che produssero anche un nocivo scontro con la CGIL di Cofferati. La creazione di una grande forza socialista non ebbe successo e si concluse modestamente nel febbraio del '98 con gli ''Stati generali della sinistra'' a Firenze. Ma anche quell'approdo venne circonfuso di obiezioni e condizionamenti dalla tendenza, rappresentata nel Pds da Veltroni allora vicepresidente del governo Prodi, che poneva in primo piano l'alleanza dell'Ulivo come il vero soggetto riformatore su cui puntare per un suo futuro sviluppo compiutamente partitico. La risposta di D'Alema fu che per ora, senza escludere futuri sviluppi e novità, nel panorama europeo il campo delle forze riformiste era quello del PSE dentro cui bisognava restare. Tuttavia nel nuovo nome, Democratici di Sinistra, rimase l'ambiguità di prospettive. Il termine socialismo non fu assunto salvo la collocazione in basso del nuovo simbolo del logo del P.S.E..

I soggetti fondatori dei DS sono stati:

L'impresa così devitalizzata si concluse senza nessuna forza espansiva verso la società. Fu essenzialmente un accorpamento di ceto politico. La vecchia forma partito lasciata a se stessa continuò a deperire. Gli iscritti che nel 1991, dopo la separazione di Rifondazione, erano ancora 989.708 calarono ai 613.412 del '98. Il corpo del partito cominciò ad introiettare i mali del personalismo e del correntismo uniti alle vecchie mentalità veterocomuniste secondo le quali i capi non si mettono mai in discussione neanche di fronte ad evidenti errori e sconfitte politiche. Netta fu la riduzione dei legami sociali con i lavoratori dipendenti e con le nuove figure produttive. Nel Nord del Paese come in Sicilia la presenza della sinistra divenne debolissima e politicamente ininfluente. I quadri del partito e le rappresentanze istituzionali si impoverirono riducendo di molto la capacità di rappresentanza sociale soprattutto nel rapporto con le nuove generazioni. Tutti i mali della degenerazione politica denunciati nell''81 da Enrico Berlinguer a proposito dei vecchi partiti si impadronirono piano piano del concreto modo di essere della sinistra rappresentata dai DS. Le sue parole continuano, purtroppo, ad avere una forte attualità.

''I partiti di oggi - denunciava Berlinguer - sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa ormai si è conformata su questo modello, non sono più organizzazioni del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un 'boss' e dei 'sottoboss' ''.

Il leaderismo e gli staff del segretario ebbero la meglio sugli organismi dirigenti eletti dai Congressi. Venne affermato il principio che la legittimazione delle leadership, come negli altri paesi europei, doveva essere rapportata alle vittorie nelle elezioni di vario grado per la conquista dei governi secondo la regola della cosiddetta ''democrazia di mandato''. Salvo non applicarla quando le sconfitte sono arrivate. Si è allora riesumato il vecchio modo comunista di concepire la leadership del partito che, come si sa, non era legata ai risultati elettorali ma ad un'azione e ad una funzione del partito medesimo concepita come più complessa e di più lunga lena volta alla trasformazione socialista dell'Italia. Si continuò così ad applicare una concezione politica tratta da una tradizione per così dire rivoluzionaria governata dal ''centralismo democratico'', che aveva svolto anche una funzione positiva, dentro un corpo a cui erano stati fissati, e giustamente, normali scopi riformistici simili a quelli dei partiti socialisti e socialdemocratici europei e che ormai si andava organizzando in correnti. Una forma senza più il suo contenuto di solito si affloscia e degenera. Il ricambio della leadership, che è segno di vitalità in ogni partito europeo, nella sinistra italiana, anche in quella antagonista, ha continuato almeno fino ad oggi a rimanere un processo sconosciuto segno di una decadenza etico-politica di cui misuriamo tutta la sua perniciosità.

Tra tanto parlare di innovazione delle linee politiche, di riforma della politica ecc. nessuno pensò o mise mano all'innovazione più urgente: la costruzione di una nuova forma partito pluralista e di massa in grado di assicurare quei legami forti con la società e il tessuto produttivo in rapido mutamento, legami sempre necessari per sorreggere fra le genti le politiche del partito e del governo di centro-sinistra. Il riformismo praticato in quegli anni dai vari governi dell'Ulivo fu senza popolo ed anche per questo fu esposto a molte subalternità verso il neoliberismo.

Al termine di quel tormentato quinquennio che aveva visto la defenestrazione di Prodi da parte di Rifondazione comunista, l'avvento e la caduta di D'Alema, il risorgimento e la messa in mora di Amato soppiantato dalla candidatura di Rutelli come leader dell'Ulivo per le elezioni del 2001, venne l'inevitabile e sonora rivincita di Berlusconi. Le cause della sconfitta erano molteplici ma tutto venne ridotto ad un'insufficiente innovazione politica. In verità i governi Prodi, D'Alema e Amato avevano ottenuto anche risultati importanti non trascurabili, primo fra tutti l'entrata nella moneta unica europea e il riordino dei conti pubblici, un'efficace lotta all'evasione fiscale e contributiva, una non disprezzabile crescita economica, un'attenzione nuova alle politiche ambientali. Tuttavia la caduta di Prodi, il quasi contestuale fallimento della bicamerale per le riforme svilita dai suoi avversari a volontà di ''inciucio'' compromissorio con Berlusconi, la necessità di venire a patti con piccoli e marginali pezzi trasformistici della vecchia maggioranza (Mastella, Buttiglione, Cossiga) dovuta al rifiuto di scegliere, dopo la caduta di Prodi, la strada maestra, democratica e chiarificatrice, del ricorso alle urne, nonché la solita conflittualità interna alla maggioranza agitata dal continuo scalciare del nuovo partito prodiano, non avevano accresciuto la considerazione dell'opinione pubblica verso il centro-sinistra. Sul piano economico l'avvio delle privatizzazioni senza che esse producessero liberalizzazione, apertura e democratizzazione del mercato finanziario e, al contempo, le prime misure liberalizzatici del mercato del lavoro non compensate da provvedimenti tesi a combatterne l'incipiente precarizzazione, contribuirono non poco alla delusione dei ceti operai e popolari che, soprattutto durante la Presidenza D'Alema, furono quotidianamente bombardati dal tormentone sui necessari e ulteriori interventi sul sistema pensionistico. E così arrivò la seconda vittoria di Berlusconi.

Sulla scorta delle analisi sociologiche di Ilvo Diamanti la ragione principale della sconfitta fu indicata dalla maggioranza del gruppo dirigente DS raccolto intorno a D'Alema e Fassino ancora una volta, come si è detto, nel deficit di innovazione che avrebbe fatto percepire la sinistra come soggetto principalmente dedito, nel suo complesso, a proteggere la società dai cambiamenti incipienti, soprattutto sul piano economico e sociale, invece di disporsi a guidarli cogliendo le opportunità che il processo di globalizzazione recava con sé. ''Siamo apparsi troppo conservatori'' si disse. Si aggiunse poi, e giustamente, come seconda ragione della débacle, che il riformismo praticato era stato troppo elitario e ''senza popolo''. Sulla qualità e la direzione di questo riformismo la riflessione sostanzialmente non ci fu e si preferì annebbiare tutto con l'obiettivo della ''modernizzazione'' del paese. Una modernizzazione senza aggettivi e senza direzione e, soprattutto, senza una chiara e forte indicazione dei soggetti sociali e delle forze produttive che avrebbero dovuto sostenerla. Di fronte ad una così grave sconfitta sopravvenuta dopo la prima vera prova di governo della sinistra la richiesta di una riflessione di fondo sulle cause del risultato negativo, di una correzione profonda delle politiche riformatrici e anche l'esigenza di un rinnovamento del gruppo dirigente venne sbarrata. La maggioranza del gruppo dirigente raccolto attorno a D'Alema e Fassino non pensò ad aprire una riflessione collettiva ma, per prima cosa, a mantenere la guida del partito anche a costo di una grave spaccatura con la consistente e variegata minoranza, il nascente ''correntone'', che da parte sua affrontò quel frangente più come un assemblaggio di scontenti dedito a un regolamento di conti interno alla vecchia maggioranza che non a indicare una prospettiva nuova fondata su analisi nuove e incisive della realtà del paese. Per cui ci fu uno scontro sordo e tra sordi, l'ennesimo referendum sul segretario e gruppo dirigente ma non un vero e aperto dibattito.

L'esito del Congresso DS venne percepito da una parte del popolo della sinistra come chiusura di un gruppo dirigente restio a mettersi in discussione. Da questa delusione nacque il famoso grido di dolore morettiano ''con questi dirigenti non vinceremo mai'' che mise in moto la mobilitazione spontanea dei girotondi che spinse la sinistra rappresentata dai DS a risvegliarsi da un certo torpore e a ricominciare a fare un'opposizione incisiva. Tanto più urgente e necessaria perché il governo Berlusconi affrontava il proprio cammino con una politica che si annunciava inquietante e disastrosa, fatta di economia ''creativa, di condoni fiscali, di scontro sociale con il sindacato (attacco all'art 18), di leggi ad personam, di smantellamento dei controlli ambientali, di partecipazione, dopo l'attacco dell'11 settembre alle Torri gemelle di New York, alla preparazione politica della guerra di Bush in Medio Oriente, di volontà esplicita di manomettere la Costituzione.

Sta di fatto che il quinquennio si chiuse con una sconfitta sostanziale dell'innovazione politica socialista indicata da D'Alema. Sul perché non si era riusciti a creare una grande forza socialista non si aprì nessuna vera e approfondita riflessione. In seguito si disse, per giustificare il cambio di prospettiva con la creazione del PD, che non ci si era riusciti perché non era possibile. In altri termini si rovesciava l'assunto hegeliano del ''tutto ciò che è reale è razionale'', nel senso di spiegabile razionalmente, nel ''tutto ciò che non avviene è perché non poteva avvenire'' e quindi è senza razionale responsabilità.

3 - Il passaggio all'innovazione veltroniana

Ma i girotondi evidentemente non potevano bastare. Occorreva rimettere in campo una nuova politica. La prospettiva socialista ancora confermata al Congresso DS con l'obiettivo immediato di unificazione con la sparuta pattuglia socialista dello SDI di Borselli venne però sopravanzata dall'identità riformista. Si riaprì il dialogo con Prodi il cui mandato di Presidente della commissione europea, dove era stato collocato dopo la caduta del '98, stava per scadere. Il Presidente chiamato a capeggiare di nuovo una rinnovata compagine di centro-sinistra con l'adesione organica e non più desistente di Rifondazione comunista, pose il problema della creazione di una lista unica dell'Ulivo alle imminenti elezioni europee. D'Alema e i DS accolsero l'idea e la rilanciarono dando ad essa la non disprezzabile base culturale e storica di un nuovo soggetto politico riformista e maggioritario che sarebbe dovuto nascere dall'incontro e dalla fusione delle tradizioni riformiste di ispirazione socialista e cattolico democratica scaturenti dalla storia del nostro Paese. Questo progetto fu messo alla prova delle elezioni europee del giugno 2004 con la lista unitaria dell'Ulivo raccolse il 31%:

All'inizio l'incontro fu prospettato nei termini di una Federazione dei partiti aderenti all'Ulivo. Così venne presentato e proposto dalla maggioranza facente capo a D'Alema e Fassino al III Congresso dei DS del 5-8 febbraio del 2005. Contestualmente il 10 febbraio venne costituita la coalizione dell'Unione che raccoglieva l'intero arco delle forze di centrosinistra. La Federazione dell'Ulivo venne varata il 26 febbraio 2005, in una larga convention, dove vennero create delle strutture sovra-partitiche alle quali DS, DL, SDI e MRE delegarono alcune competenze e si impegnarono ad avviare un dialogo privilegiato tra loro. Così, anche nelle competizioni regionali, si ripropose la lista Uniti nell'Ulivo, seppure soltanto in 9 regioni su 14 chiamate al voto (nelle restanti 5 i partiti presentano ciascuno i propri simboli), confermando in linea di massima i propri consensi e cogliendo nell'elettorato un atteggiamento positivo verso la proposta di unità. Si avviava così il processo di superamento di una forza di ispirazione socialista dentro un più ampio contenitore democratico e riformista. Il riformismo da mezzo di spiccata natura gradualista per conseguire certi fini e inverare nella pratica certi valori come l'eguaglianza, la libertà, la solidarietà diventava un fine identitario in sé. Anche la collocazione nel socialismo europeo non veniva risolta e lasciata ambiguamente sullo sfondo. La torsione ''riformista doc'' dell'Ulivo provocò immediatamente già prima delle elezioni europee la fuoriuscita delle forze minori. Tuttavia la disastrosa esperienza del governo Berlusconi consentì in quegli anni alla coalizione del centro-sinistra di vincere le varie tornate delle elezioni amministrative fino al successo travolgente delle regionali del 2005. Dopo vari scossoni politici e scontri interni all'Ulivo, dentro ai Ds e dentro la Margherita e fra quest'ultima e i DS circa la presentazione alle imminenti elezioni politiche di una lista unitaria dell'Ulivo, si arrivò all'importante svolta delle primarie. Il 16 ottobre del 2005 Prodi fu consacrato leader della rinnovata e assai allargata coalizione di centrosinistra da 4.300.000 elettori. L'eccezionale partecipazione popolare a quelle elezioni fu interpretata ''ideologicamente'' dai vertici di DS e Margherita come una spinta alla formazione rapida di un partito democratico. Non venne presa in considerazione, più realisticamente, l'ipotesi che a muovere il popolo di sinistra fosse principalmente la volontà di dare forza a Prodi in un momento di crisi interna all'Ulivo (scontro con il Rutelli ''bello guaglione'' costretto a mangiare ''pane e cicoria'') e di mobilitazione contro il governo Berlusconi che stava in quei mesi dando il peggio di sé. L'idea federativa che avrebbe potuto dare luogo alla sperimentazione di una nuova ''forma partito'' aperta alla società civile fatta di forze politiche e di associazioni non decollò. La Federazione dell'Ulivo venne rapidamente dismessa senza che fosse mai riuscita a funzionare. L'accelerata formazione di un Partito Democratico rilanciata dalla Margherita di Rutelli ebbe come risultato la fuoriuscita anche dei socialisti dello SDI dal progetto e dalla Federazione riformista.

I risultati elettorali delle politiche del 2006 sembrarono, tuttavia, confermare la spinta verso la formazione del PD testimoniata dai risultati positivi della lista unitaria dell'Ulivo alla Camera rispetto a quelli deludenti di DS e Margherita al Senato.

Ma le elezioni politiche del 2006 non furono una vittoria. Il sostanziale pareggio, favorito dalla legge elettorale proporzionale imposta dal centrodestra, avrebbe dovuto imporre una seria riflessione sia sulle politiche da perseguire nell'immediato alla luce di rapporti di forza limitatissimi sia sul perché l'innovazione politica messa in campo non sfondava e continuava a restare minoritaria proprio nelle aree economiche trainanti del Paese: il Nord industriale. Nell'immediato si sarebbe dovuto ricontrattare il fluviale programma di governo dando priorità a quei provvedimenti economici e sociali, contestuali all'obbligo del risanamento dei conti, in grado di allargare nel breve termine il consenso nel paese mettendo realisticamente in conto la possibilità che andava preparata e non subita di elezioni anticipate. Tutto ciò imponeva una riorganizzazione dell'alleanza unionista e anche l'avvio di processi di riaggregazione interni per uscire dal caravanserraglio messo in piedi da partiti e partitini dovuto, in parte alla legge elettorale proporzionale, la ''porcata'', inventata apposta da Berlusconi. Impresa certamente difficile ai limiti forse dell'impossibilità. Ma la condotta assunta dal governo e dai partiti della coalizione è stata lontana anni luce da questa elementare esigenza. Ha prevalso una visione tecnocratica che ha puntato in un primo tempo a risanare i conti pubblici disastrati lasciati da Berlusconi che avevano provocato la procedura di infrazione da parte dell'Europa per poi, in un secondo tempo, recuperare con provvedimenti redistributivi l'inevitabile impopolarità che la cura da cavallo a cui veniva sottoposto il Paese provocava nell'opinione pubblica. La contestualità di politiche che dessero immediatamente un segno di sollievo economico alla parte più debole e alla generalità dei cittadini non è stata seriamente tentata. Tragico è stato il balletto, durato molti mesi, sul come impiegare il famoso ''tesoretto''. Per non dire dell'''indulto'' carcerario che da subito ha tolto al governo la iniziale simpatia dell'opinione pubblica suscitata dalle prime liberalizzazioni enunciate da Bersani. Da quel momento la delusione ha cominciato a prendere corpo fra l'elettorato di centrosinistra potenziata via via da una fibrillazione continua della maggioranza, troppo esigua e troppo disomogenea, continuamente appesa al filo di singoli senatori centristi dediti al ricatto politico o, come nel caso di Turigliatto, alla più demente infatuazione ideologica. Tutti ovviamente hanno avuto in questa vicenda tormentata le loro responsabilità ma maggiori sono state quelle delle forze più grandi. A ben vedere ciò che sul piano della conduzione politica della coalizione è venuto a mancare è stato proprio quel ''timone riformista'' tanto invocato per giustificare l'avvio della creazione del PD inteso anche come completamento del processo ulivista e suo conseguente superamento. L'approccio e la condizione federativa dell'alleanza ulivista è stata messa da parte a favore del partito unico più o meno tradizionale. Il superamento della sinistra rappresentata dai DS ha comportato, a ben vedere, anche la demolizione dell'Ulivo e, conseguentemente, dell'Unione di centrosinistra. L'accelerata formazione del PD con la proposizione della leadership di Veltroni è stata favorita dalla messa in mora nella primavera del 2007 di D'Alema e Fassino per le vicende bancarie legate allo scandalo Unipol e, in contemporanea, dal sostegno della massiccia campagna mediatica messa in atto a favore del Sindaco di Roma dal quotidiano ''Repubblica''. Ambedue le vicende si sono intrecciate con l'esigenza obiettiva di far fronte alla caduta libera nel consenso dell'opinione pubblica del governo Prodi e all'esplodere di tutte le litigiosità interne al caravanserraglio unionista. L'avvento di Veltroni alla guida del PD ha rappresentato l'emergere conseguente e fino in fondo dell'innovazione democratica ''oltrista'' rispetto all'ispirazione socialista e socialdemocratica. Ipotesi innovativa, come abbiamo visto, già ben presente nel DNA della ''svolta'' occhettiana che mise fine al PCI. La formazione del PD è stato l'ultimo atto, quello definitivo, che ha contribuito a destabilizzare il governo di Prodi provocandone la caduta. Si era creato il timone riformista ma non c'era più la barca.

Da parte degli apologeti del PD si è molto enfatizzato il modo con cui si è andati a scegliere la leadership e ad eleggere l'assemblea costituente del nuovo partito: l'evento delle primarie che ha visto la partecipazione di ben tre milioni e mezzo di persone. Anche qui le esigenze ideologiche hanno fatto premio sulle motivazioni di tale massiccia partecipazione dovuta in gran parte alla sentita necessità da parte del popolo di sinistra più politicizzato di dare forza a Veltroni percepito come la carta, o l'ultima carta, su cui puntare per fronteggiare la montante rivincita del centrodestra. Un evento che ha certamente innovato la forma partito ma non nel senso di una maggiore e più strutturata partecipazione che gli eventi successivi al nascente partito hanno mostrato quanto mai problematica, bensì nel senso dell'avvio di una forma partito fondata da una parte sul plebiscitarismo della leadership e dall'altra sulle correnti più o meno organizzate della tradizione partitica italiana. Insomma il peggio del passato proiettato nel futuro.

Non è qui il caso di approfondire gli avvenimenti successivi alla caduta di Prodi. La rapida ricomposizione del centrodestra che, messo al sicuro dalla scelta di correre essenzialmente da solo del PD, ha espunto da sé anche il vecchio alleato Casini (UDC) che con il suo moderatismo di origine costituzionale aveva in qualche modo condizionato gli animals spirits di una destra acostituzionale; il tentativo disperato di recupero da parte del PD di Veltroni sostanzialmente non riuscito; la scomparsa della sinistra antagonista dal Parlamento per effetto principalmente del ''voto utile'' di sinistra unito all'astensionismo dovuto alla delusione per il governo Prodi e per i comportamenti litigiosi della maggioranza; il nuovo corso e la prudenza con cui Berlusconi sembra riproporsi al Paese, ammantato di ecumenismo presidenzialista, di buoni propositi riformatori bipartisan e moderati, di disponibilità al dialogo che però sono stati ben presto smentiti dai primi provvedimenti ispirati essenzialmente agli interessi giudiziari del Presidente del Consiglio, ad una concezione della sicurezza dettata dalla paura xenofoba sparsa a piene mani nell'opinione pubblica, ad una politica economica caratterizzata dalla demagogia propagandista del solito Tremonti, e alle solite puntate antisindacali dei vari Brunetta e Sacconi.

Purtroppo la vittoria larga per la terza volta del cavaliere non sembra stia portando, come sarebbe acutamente necessario, ad alcuna seria analisi critica ed autocritica i dirigenti della sinistra dentro il PD. Salvo, ovviamente, quella di addebitare la sconfitta ad una innovazione politica, il PD, arrivata troppo lentamente e in ritardo che non ha ancora avuto la possibilità di espandersi nella società, scaricando il resto sul cattivo andamento del governo Prodi. Non dunque la qualità e la direzione dell'innovazione ma i suoi tempi. Insomma la ragione di ogni sconfitta è che si è sempre in ritardo salvo non mettere mai in discussione leader così pervicacemente ritardatari. Non viene mai presa in considerazione l'altra ipotesi: la direzione di marcia sbagliata. Se ci si dà la linea di sfondare al centro fra moderati e padroncini e invece non si trattengono i voti popolari e operai trasmigrati a destra la questione non viene minimamente approfondita; si dice che la cosa è già accaduta nel '94 e nel 2001 come se questa fosse una scusa e non un aggravante. Così come non lascia segno la sconfitta bruciante di Roma guidata dal Sindaco Veltroni per sette anni, ricondotta al destino cinico e baro di eventi esogeni che hanno oscurato la indiscussa e apodittica bontà endogena del modello romano. Nessuno dei dirigenti protagonisti apre una riflessione sulle contraddizioni sociali e di sostenibilità ambientale che quel modello improntato alla crescita senza aggettivi ha prodotto e che, venute a maturazione negli ultimi due anni, hanno determinato la grave sconfitta. Chi ci prova viene immediatamente tacitato.

Per ora il centro del dibattito, abbastanza ristretto peraltro al gruppo dirigente nazionale, sembra vertere nel solito contrasto fra D'Alema e Veltroni circa la prospettiva, da una parte, di ricucire un sistema di alleanze politiche da favorire con un sistema elettorale proporzionale di stampo tedesco e, dall'altra, dalla continuazione della vocazione maggioritaria espressa con l' ''andare da soli'' alle elezioni (con le dovute eccezioni di alleanza con Di Pietro e i radicali) da potenziare con un sistema elettorale maggioritario che aiuti il formarsi di un regime politico quasi bipartitico. Insomma bipolarismo contro bipartitismo. Tali strategie politiche diverse si riflettono anche sulla concezione del partito, il PD, ancora in via di costituzione nelle sue strutture portanti. Da una parte la tendenza veltroniana che vuole il partito fondato sul cittadino elettore votante alle primarie, dall'altra quella dalemiana che lo vuole fondato sull'aderente tesserato. Intanto in attesa del partito si costituiscono le sue correnti con tanto di tesseramento, gruppi parlamentari, scuole di formazione politica ecc.

Quanto all'analisi siamo ad un'attenzione essenzialmente volta alle sovrastrutture politiche e istituzionali condita da qualche approfondimento sociologico su ciò che si è mosso nel profondo della società, il tutto avvolto da abbondante letteratura piena di buoni sentimenti. Una politica perciò che continua ad essere essenzialmente autoreferenziale e che non sembra proporsi come questione più importante ed urgente la ripresa di contatto con le forze sociali che hanno voltato le spalle alla sinistra astenendosi o votando il centrodestra. Una politica che in tal modo continua ad essere astruso e irritante politicismo.

L'INNOVAZIONE-CONSERVAZIONE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

Col ventennio neoliberista non si è misurata solo la cosiddetta Sinistra riformista ma anche quella cosiddetta radicale. Nata dalla divisione del PCI con l'esplicito obiettivo di continuare quel percorso innovandolo profondamente tanto da rifondarlo, la formazione messa in piedi inizialmente da Garavini e Cossutta ha mancato completamente l'obiettivo sia della continuità sia dell' innovazione. Anche qui la discontinuità con l'esperienza del PCI ha preso rapidamente il sopravvento producendo una formazione di tipo radicale tra vari scossoni, divisioni e piccole scissioni successive che hanno portato fuori del partito i suoi fondatori. L'avvento alla guida del partito di Bertinotti fuoriuscito dal Pds di Occhetto al seguito della successiva separazione di Ingrao avvenuta nel 1993, ha dato una compiuta identità antagonista a Rifondazione comunista. Questa identità è stata alla base dell'azione di questa formazione massimalista la quale più che contrastare il riformismo debole dei DS ne ha rappresentato il contraltare. Il movimentismo senza costrutto, la ricerca di una nicchia operaista, l'astrattezza di visione politica, il rifiuto alla sfida egemonica delle alleanze sociali e politiche hanno portato il partito di Bertinotti agli esiti catastrofici delle ultime elezioni. Dopo il drammatico errore del '98 che provocò la caduta di Prodi, pagato con la scissione di Cossutta venuta dopo il precedente abbandono di Garavini nel '95, il tentativo di reinserirsi organicamente sulla base di un programma nell'alleanza di centrosinistra ha avuto un esito negativo. Di fronte alla sfida lanciata dalla sinistra moderata con la formazione del PD la reazione è stata miope e di corto respiro. La risposta della formazione di una sinistra unita, l'Arcobaleno, è stata tardiva e sostanzialmente accondiscendente alla separazione di prospettive e di assetto elettorale voluta da Veltroni. Un'unità segnata da accorpamenti e sommatorie di piccoli e angusti ceti politici privi di collegamenti sociali, chiusi in nicchie ideologiche asfittiche e ripetitive, dediti allo scavalcamento a sinistra del proprio vicino, dominati dalla volontà egemonica dell'azionista di maggioranza, Rifondazione comunista, relativamente più forte. Una sinistra, infine, anche lei fuori del socialismo europeo. Insomma una nomenklatura senza popolo incapace di avere legami in primo luogo con coloro, operai e lavoratori, che si volevano rappresentare. La deformazione ''ideologica'' nell'analisi politica, nel senso marxiano di falsa coscienza, ha determinato l'opinione fra la sinistra antagonista che tutto sommato la creazione del PD avrebbe dischiuso meccanicamente ampi spazi a sinistra. Non c'è stata percezione alcuna di quello che si era nel frattempo prodotto negli strati sociali popolari. Si è pensato che l'impegno della sinistra moderata nella creazione del PD portasse automaticamente ad un potenziamento di quella radicale con un'analisi politica che quando disancora i movimenti delle forze politiche dalla realtà sociale diventa irrimediabilmente politicista esponendosi alle più gravi e deludenti sorprese. Così come i dirigenti del PD hanno sopravvalutato il significato dell'afflusso alle primarie così la sinistra antagonista ha sopravvalutato la partecipazione al corteo del 20 ottobre del 2007 contro l'accordo su Welfare. Manifestazione gravemente sbagliata perché non solo ha indebolito un governo già debole e sull'orlo del collasso, ricattato ogni giorno da Mastella e dai vari Dini, Bordon, Manzione mandati in libertà dal costituendo PD, ma si è contrapposta alla maggioranza dei lavoratori che democraticamente avevano votato per portare a casa i sia pur magri e tardivi risultati di quell'accordo. Il tentativo di accollare alle scelte del PD la responsabilità della sparizione della sinistra dal Parlamento italiano è sbagliata e fuorviante. Alla base della sconfitta c'è l'incapacità a crescere e radicarsi nella società italiana, soprattutto fra gli operai e i lavoratori. C'è stata anche in questa sinistra antagonista nel corso del ventennio la degenerazione personalistica e correntizia che ne ha infettato le formazioni partitiche incapaci di rinnovamento e di apertura alla società. Parlare dei comunisti di Diliberto e Rizzo, dei verdi di Pecoraro Scanio, come di partiti appare alquanto improprio; sarebbe più giusto parlare di piccole conventicole slegate da qualsiasi consistente collegamento sociale.

Il dibattito postsconfitta in questa parte della sinistra si sta avvitando in uno scontro interno fra innovatori e conservatori abbastanza astruso ancorché foriero, soprattutto per quel che riguarda il partito maggiore di Rifondazione comunista, di nuove divisioni e scissioni che a questo punto sarebbero assai simili alla scissione dell'atomo.

Una cosa appare certa: una sinistra italiana degna di questo nome e rilevante sul piano sociale ed elettorale in grado di svolgere, come in passato, una grande funzione nazionale non si costruisce con l'identità dell'antagonismo ma con l'ambizione di parlare alla maggioranza dei lavoratori e del paese, con l'ambizione di produrre azione politica e culturale di carattere egemonico.

Da dove ripartire

In Italia esistono 17.155.000 di lavoratori dipendenti su 23.308.000 occupati (dati ISTAT del II trimestre del 2007). Di questi circa 7.500.000 sono operai dell'industria e dei servizi e 11.000.000 impiegati nei servizi. Il resto sono lavoratori autonomi, commercianti, artigiani, piccoli imprenditori, coloni, mezzadri ecc.

Una sinistra politica che non riesca a rappresentare saldamente almeno la maggioranza di queste persone non potrà mai aspirare ad alcuna funzione egemonica e nazionale.

Se si raffrontano i dati generali del mondo del lavoro dipendente con gli anni '70 ci si accorge che esso è cresciuto di tre punti: 73% rispetto al 70% del 1971 (fonte ISTAT).

Gli operai, per esempio non sono scomparsi dalla realtà, sono scomparsi dall'immaginario collettivo, dalla Tv, dal cinema, dai libri salvo poche e lodevoli eccezioni. Sono scomparsi dalle file dei partiti della sinistra. Dove stanno e che cosa fanno questi operai. Il rapporto del Cnel sul mercato del lavoro 1997-2001 fornisce dati interessanti circa la dislocazione della classe operaia nel panorama industriale italiano. Il rapporto è un po' vecchio ma dati più recenti confermerebbero sostanzialmente le tendenze descritte. Mentre negli anni sessanta e settanta la classe operaia era concentrata più massicciamente in grandi stabilimenti industriali, a partire dalla metà degli anni ottanta gli operai sono frammentati in una miriade di piccole unità produttive. Nel rapporto si legge che nel 2000 su un totale di 570 mila imprese, ben 523 mila avevano da uno a 19 dipendenti, quasi 27 mila tra 20 e 49, oltre 10 mila imprese avevano un numero di dipendenti tra 50 e 249 e solo 1460 imprese avevano più di 250 dipendenti. Un panorama in cui la classe operaia è disseminata in una miriade di piccole e medie unità produttive, che rappresentano l'asse portante del sistema industriale italiano. La scarsa concentrazione in verità non è una novità anzi è una costante della classe operaia italiana. Ancora negli anni '70, il periodo di maggior forza sindacale e politica della classe operaia italiana, solo il 22% circa dei 6 milioni di operai dell'epoca era concentrata in aziende al di sopra dei 500 addetti. A questa scarsa concentrazione ulteriormente accentuata dalla rivoluzione produttiva fondata sulla microelettronica e l'informatica occorre aggiungere appunto il cambiamento dei processi di produzione che hanno reso più individuale e meno collettivo il lavoro operaio. Ha perso peso il cosiddetto operaio-massa della catena di montaggio che negli anni '60 e '70 rappresentò l'avanguardia trainante della classe operaia sia in termini politici che di forza contrattuale. Ed ha perso peso la classe operaia, calata complessivamente in percentuale sul totale dei lavoratori dipendenti dal 43% (1971) al 32 % del 2007 largamente sopravanzata dai lavoratori dipendenti impiegati nei servizi passati dagli 8 milioni (57%) del 1971 agli 11 milioni (65%) del 2007.

In generale la globalizzazione neoliberista ha esposto il lavoro di mezzo miliardo di lavoratori occidentali (operai e impiegati) alla concorrenza di un miliardo e mezzo di lavoratori dei paesi emergenti (Cina, India, Taiwan, Corea, Brasile ecc.). Ciò ha penalizzato fortemente in termini di potere contrattuale e di livello dei salari i lavoratori dei paesi dell'Occidente. Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983 la quota del prodotto interno lordo italiano acquisita dai profitti era pari al 23,12%. Quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti. Nel 1995 i profitti balzano al 31% arrivando al 32,7% nel 2001 per attestarsi al 31,34% nel 2005. In venticinque anni di neoliberismo ruggente i lavoratori perdono una quota di ricchezza pari all'8% del PIL pari a 120 miliardi di euro. Tutto ciò è il risultato, essenzialmente, del continuo rivoluzionamento delle forze produttive determinato dal progresso tecnologico che accelera il ricambio di macchinari, tecniche, organizzazioni del lavoro, che scavalca sempre più facilmente i lavoratori e le loro competenze, riducendone la forza contrattuale. Inoltre la flessibilità indotta dai nuovi processi produttivi ha fortemente deresponsabilizzato le aziende nei confronti del lavoro operaio ridotto a merce da utilizzare solo nei momenti necessari. L'universo, non solo operaio per la verità, del lavoro a chiamata, del lavoro a termine, del lavoro a collaborazione ecc. connota la precarietà del lavoro e la vita dei lavoratori che lo svolgono. In questo panorama ricostruire un profilo culturale e politico di classe del mondo operaio che lo sottragga alle sirene del neocorporativismo leghista e al populismo berlusconiano non è facile. Ma è precisamente uno dei compiti che dovrebbe ricominciare a svolgere una ricostituenda sinistra italiana.

Ci sono poi altri 11 milioni circa di lavoratori dipendenti pubblici e dei servizi anche loro con problemi di reddito e di condizioni di lavoro non esenti dai processi di precarizzazione. Oggi il lavoro precario legale e illegale coinvolge tra i 10 e gli 11 milioni di lavoratori, la maggioranza delle forze del lavoro dipendente. Si è creato nel mondo produttivo un moderno proletariato caratterizzato non più dalla concentrazione nella grande manifattura ma dalla precarietà di lavoro e di vita, contrassegnato dalla solitudine nel rapporto con il datore di lavoro, difficile da sindacalizzare e da politicizzare perché disperso e frammentato.

Il quadro odierno del mondo dei lavoratori dipendenti operai, tecnici, impiegati, a tempo indeterminato o determinato è segnato profondamente dal processo di rimercificazione del lavoro avvenuto nel nostro paese negli ultimi 18 anni e denunciato dal sociologo Luciano Gallino.

Sono queste forze, innanzitutto, che per la loro collocazione produttiva bisogna considerare, per dirla con termini antichi, ''forze motrici'' della modernizzazione del Paese. Se questo è un sicuro punto di partenza, ovviamente non è esaustivo. Forze produttive con cui stabilire alleanze sociali sono anche i lavoratori autonomi, artigiani, commercianti e imprenditori di cui occorre conoscere i problemi specifici delle loro imprese, dei servizi che richiedono, dall'oppressione burocratica da cui debbono essere sollevati.

IL PROBLEMA DELL'ITALIA

I problemi del nostro Paese non sono sconosciuti. Il problema principale è quello di riuscire, a competere per crescere economicamente nel mondo segnato dalla globalizzazione. Ma quale crescita e quale competitività occorre perseguire? Quella basata sulla qualità sociale e ambientale. Non c'è altra strada. Pensare di perseguire una crescita purchessia è pura illusione. E allora il problema non sono solo i lacci e lacciuoli delle varie corporazioni che tengono stretto il paese. I problemi principali sono:

1 - Le rendite speculative urbane e finanziarie che sottraggono risorse al pubblico, agli investimenti produttivi, al profitto imprenditoriale. Questo bubbone vera palla di piombo al piede dello sviluppo del Paese va inciso profondamente sapendo sempre distinguere fra grandi finanzieri speculatori e piccoli risparmiatori.

2 - La finanziarizzazione dell'economia determinata dal capitale finanziario speculativo che preme come una cappa sull'insieme del sistema produttivo. I movimenti di questo capitale finanziario sono stati liberalizzati negli anni '80 e sfuggono al controllo degli stati nazionali.

Chi conosce la storia della formazione del capitalismo italiano, intrecciata alla vicenda storico politica del Risorgimento e dell'unità d'Italia, sa che alla sua base c'è stata un'originale alleanza fra rendita e profitto che ha accompagnato lo sviluppo del Paese dal suo decollo industriale fino al boom degli anni '60. Questa alleanza non ha impedito al Paese di collocarsi fra le prime 7 potenze industriali del mondo. E anche gli sviluppi degli anni successivi, compresa l'integrazione in Europa, sono stati segnati da quel codice genetico.

La rendita ottocentesca essenzialmente agraria ha avuto una sua evoluzione diventando urbana e poi finanziaria. Ma quell'intreccio non è mai stato spezzato. Lo storico ritardo del Mezzogiorno nella strada dello sviluppo, il permanere in forme nuove dell'eterna questione meridionale stanno ad indicare la perseveranza viva e vitale di quell'intreccio. Ne è plastica dimostrazione il consumo del suolo avvenuto nel nostro paese in poco più di un cinquantennio: dal 1950 ad oggi. Dai 30.000.000 di ettari liberi si è passati ai 17.803.010 attuali. 12.196.000 ettari, pari all'incirca al territorio dell'intera Italia del nord, sono stati consumati dallo sviluppo economico condizionato dalla rendita speculativa. Le recenti vicende dei ''furbetti del quartierino'' dimostrano come ingenti capitali speculativi di origine urbanistica possano transitare, costituendone la base, nelle speculazioni finanziarie dedite alle scalate azionarie ad aziende ed imprese industriali. Oggi il Paese per affrontare con successo le nuove frontiere della competitività internazionale deve liberarsi da questo peso. Ne ha un bisogno vitale perché la competitività italiana può vincere solo se punta, appunto, sulla qualità sociale e ambientale della crescita economica. Ciò vuol dire cura e salvaguardia del territorio, valorizzazione delle risorse paesaggistiche, qualità dei prodotti, professionalizzazione del lavoro, maggiore istruzione e formazione permanente delle persone (il 40% dei lavoratori da 19 a 39 anni possiede solo la licenza media inferiore con un percorso professionale di tre anni più breve della media francese e tedesca), investimenti massicci nella ricerca scientifica, nel risparmio energetico, nelle infrastrutture, nell'innovazione ecologicamente orientata dei processi produttivi e dei prodotti. Questa modernizzazione ecologica del Paese non può vincere senza tagliare le rendite speculative urbane - fattore potente nelle grandi aree metropolitane di espansione insostenibile - e finanziarie che spogliano risparmiatori e consumatori sottraendo agli investimenti pubblici e produttivi ingenti risorse.

LA FUNZIONE NAZIONALE DELLE CLASSI LAVORATRICI

In questa ottica di sviluppo del paese riappare evidente la funzione nazionale del mondo del lavoro. Una funzione che non è né spontanea né meccanica ma che deve essere consapevolmente costruita o ricostruita. La lotta dei lavoratori contro la precarizzazione, per un lavoro sicuro più professionalizzato e a più alto contenuto di valore aggiunto e perciò contrattualmente più forte nei confronti del datore di lavoro, si sposa con una nuova politica economica volta a vincere la competitività delle sfide internazionali puntando sulla qualità. E in questo snodo c'è anche la convergenza con le altre forze produttive del paese grandi e piccole una convergenza che non nasce spontanea ma che può essere favorita da una lotta sindacale e politica non corporativa volta a combattere la pigrizia nella ricerca e nell'innovazione delle imprese italiane che criticano il pubblico ma che ricevono sotto svariate forme e a vario titolo un fiume di aiuti finanziari ed economici da parte dello Stato. Soprattutto nel settore delle piccole e medie imprese (PMI) va aumentata la produttività oggi più bassa di almeno tre volte rispetto alle aziende con più di 250 dipendenti. Ciò perché le PMI non hanno la dimensione necessaria per investire in innovazione tecnologica e ricerca che è l'unica strada per aumentare la produttività del lavoro abbassando i costi per unità di prodotto invece di abbassarli con i bassi salari e l'aumento dello sfruttamento psicofisico dei lavoratori.

Per sollecitare nelle imprese italiane l'inclinazione alla qualità e all'innovazione diventa decisiva la lotta sindacale e politica per sbarrare la strada del profitto a buon mercato ottenuto con i bassi salari.

Al tempo stesso il mondo dei lavoratori dipendenti può produrre un contrasto di fondo con tutte le grandi forme di parassitismo finanziario e speculativo. Ripartire dal mondo del lavoro non è una scelta ideologica è una necessità per qualunque forza intenda guidare il Paese in modo virtuoso nei frangenti della globalizzazione.

Naturalmente ripartire dai lavoratori non significa riproporre mitologie operaiste o lavoriste in cui rinchiudere la sinistra. La società complessa ha reso complesso, sfaccettato e variegato tutto il tessuto sociale. In un unica persona convivono varie identità sociali e culturali. L'operaio o il lavoratore dipendente, per esempio, è anche, innanzitutto, un uomo o una donna; giovane oppure di età media o anziana; è anche un consumatore, un risparmiatore, un piccolo proprietario quanto meno della propria casa. Insomma i lavoratori dipendenti hanno degli interessi materiali che non sono solo legati alla propria condizione di prestatori d'opera. Dal boom economico degli anni '60 in poi queste sfaccettature si sono fatte via via più complesse prendendo a volte il sopravvento sull'identità sociale derivante dalla collocazione nei rapporti di produzione. A ciò bisogna aggiungere i diversi gradi di cultura e di istruzione delle persone la loro collocazione territoriale con le tradizioni, i sensi comuni e gli idem sentire che essa produce e che i processi di globalizzazione fanno riemergere. E poi, ovviamente, non esistono solo i lavoratori ma un complesso di strati e figure sociali produttivi (commercianti, artigiani, liberi professionisti, imprenditori) e no, con cui una sinistra popolare deve entrare in contatto per non dire in sintonia ma da cui, comunque, non deve sentirsi estranea e lontana.

Una grande sinistra che voglia tornare ad essere punto di riferimento del mondo del lavoro deve essere anche una grande forza popolare nel senso sociologico del termine.

L'altra contraddizione da cui partire e a cui fare riferimento è quella ambientale. La sostenibilità dello sviluppo non è separabile dalla sua qualità. La crescita economica rispettosa degli equilibri ecologici incontra l'interesse generale della specie umana e della Nazione. La contraddizione ecologica intrecciata a quella sociale è il vero nuovo DNA da mettere alla base, e coerentemente, di una rinascita della sinistra e del socialismo italiani.

SPONTANEITA' E DIREZIONE CONSAPEVOLE

Ma tutto ciò non sarà frutto di meccanismi automatici. L'attuale globalizzazione produce contraddizioni sociali acutissime tra i paesi emergenti e l'occidente sviluppato e all'interno di questi paesi, ma queste contraddizioni non spingono spontaneamente verso un loro superamento in senso progressista. Anzi se oggi c'è una spinta ''spontanea'' e ''oggettiva'' di questi processi essa sollecita reazioni di destra, antisolidariste, di chiusura corporativa e territoriale. Lo schiacciamento delle persone da parte del mercato neoliberista provoca, in mancanza di una costruzione positiva e di efficace contrasto delle forze progressiste, il ''si salvi chi può'' individuale, la ricerca di soluzioni personali, l'inselvatichimento corporativo di singoli, categorie e comunità territoriali. La riduzione del potere di acquisto di salari e stipendi, per esempio, oggi acutamente presente nei ceti popolari e medi, se non viene affrontata con un movimento collettivo non solo dalle forze sindacali ma dalle forze politiche di sinistra, inevitabilmente spingerà il singolo lavoratore a trovare soluzioni individuali che saranno quelle di esporsi ad un maggior sfruttamento di sé e ad una concorrenza al ribasso con i propri colleghi e compagni di lavoro. Tutto si incattivisce a livello delle sovrastrutture ideali e culturali. Se la società diventa una jungla la sopravvivenza sollecita la ferocia. L'incertezza del futuro e l'insicurezza della propria condizione sociale se non vengono incanalate in una lotta consapevole e positiva provocano, soprattutto nei ceti popolari più deboli, la paura, la ricerca di protezioni da parte del potente di turno, grande o piccolo che sia, la xenofobia verso il diverso e l'immigrato, l'abbassamento del senso civico, l'allontanamento dai valori postivi della libertà, dell'eguaglianza e della democrazia partecipata.

La Sinistra deve fronteggiare tutto questo e anche di più e di peggio. Lo può fare se si dispone a ricostruire una lotta consapevole: sociale, culturale, ideale. Il filo che si è spezzato nell'agire della sinistra negli ultime due decenni è proprio questo: rimettere in connessione la concretezza delle risposte ai problemi sociali e ambientali con i propri valori ideali e culturali attraverso la lotta democratica. Non a caso i valori progressisti e democratici, ancora oggi così magistralmente rappresentati dalla Costituzione repubblicana, sono apparsi nel linguaggio della sinistra, soprattutto negli ultimi anni, essenzialmente astratti e predicatori. Senza una lotta consapevole nel corpo sociale e con il corpo sociale parlare di eguaglianza, libertà, solidarietà assume il sapore ''buonista'' e un po' ipocrita della predica chiesastica. La spinta oggettiva ad adorare ''il vitello d'oro'' del consumismo neoliberista che tutto sottopone alla mercificazione non si contrasta solo enunciando valori diversi. E anche la critica più radicale e demolitoria rimane inefficace se non dà luogo a concreti movimenti di lotta che, partendo da quei valori, siano in grado di proporre soluzioni concrete dando risposte concrete a problemi concreti. Insomma l'arme della critica è spuntata se non dà luogo alla cosiddetta ''critica delle armi'' , cioè a movimenti concreti volti a produrre non solo risultati materiali ma anche una larga consapevolezza culturale critica del modello di società neoliberista.

UNA DEMOCRAZIA SEMPRE PIU' ''BORGHESE''

L'indebolimento strutturale della sinistra e delle forze popolari provocato dalla più che trentennale offensiva neoliberista e dall'incapacità della sinistra ad arginarla ha portato tra gli altri effetti negativi, per così dire sovrastrutturali, anche ad un cambiamento della qualità della democrazia italiana. I princìpi e i valori della Costituzione repubblicana a forte indirizzo di trasformazione sociale hanno visto via via indebolirsi la struttura portante delle grandi forze popolari di origine antifascista che ne ha sorretto dal dopoguerra in poi l'intelaiatura politica materiale.

Ne è testimonianza il risultato del referendum popolare confermativo del 25-26 giugno 2006 dello stravolgimento costituzionale operato dal centrodestra durante il precedente governo Berlusconi.

Abit. / Elet. (Italia) 56.995.744 / 47.160.264. Affluenza alle urne 52,3%

NO 15.791.293 61,3%

SI 9.962.348 38,7%

La manomissione della Costituzione è stata respinta ma gli italiani che l'hanno fatto sono stati un terzo circa degli aventi diritto.

La forza della spinta neoliberista, l'invasività del capitale, la perdita di autonomia politica e finanziaria delle forze democratiche e popolari della sinistra e del centrosinistra dovuta al loro distacco strutturale dalle forze sociali di riferimento ha determinato una vera e propria rarefazione di rappresentanti provenienti dai ceti popolari nelle istituzioni rappresentative. La forza del denaro dei grandi e meno grandi gruppi economici non solo ha consolidato il loro antico strapotere nel campo degli strumenti di comunicazione di massa (giornali e TV) ma ha anche influito in qualche modo sulla selezione degli eletti soprattutto a livello locale dove i sistemi elettorali si basano sulla preferenza unica: comuni e regioni. Questa riduzione di rappresentanti provenienti dai ceti popolari in favore di professionisti e imprenditori dei ceti medio alti è stata particolarmente evidente nel centrodestra soprattutto nel partito berlusconiano dove la stessa forma del partito-azienda ne ha favorito naturalmente la diffusione. Una diffusione avvenuta nell'ambito di un partito a vocazione populistica e plebiscitaria dominato da una leadership assoluta e incontrastata perché materialmente proprietaria del partito medesimo. Neanche il partito fascista, come testimonia la sua caduta il 25 luglio del '43 ad opera del gruppo dirigente fascista che mise in minoranza Mussolini, ebbe un capo così incontrastato come la formazione di Berlusconi. In nessun paese democratico e liberale dell'Europa e dell'Occidente esiste un partito simile.

Ma questa riduzione di rappresentanza dei ceti popolari la si è avuta anche a sinistra dove il restringimento dell'impegno militante favorito dalla dismissione del partito di massa, il venir meno della distinzione fra compiti di direzione politica e di rappresentanza nei livelli istituzionali e, anche qui, una certa influenza di condizioni economiche nelle competizioni elettorali basate sul voto di preferenza ha portato ad un impoverimento del ricambio dei gruppi dirigenti e delle rappresentanze istituzionali medesime che si sono infoltite di personale politico di professione spesso autoreferenziale o di rappresentanti provenienti soprattutto dal ceto medio delle professioni.

Una democrazia quindi che nelle sue rappresentanze istituzionali è diventata sempre più borghese e sempre meno aperta alle rappresentanze sociali dei lavoratori e dei ceti popolari.

Vedere con lucidità questo problema significa indagare la costituzione materiale della nostra democrazia evitando di coprire il tutto con pur giuste osservazioni sui pericoli in atto del formarsi di un ''regime leggero'' o pesante che sia. La riduzione della rappresentanza sociale dei ceti popolari non può essere attribuita alla cattiveria degli avversari ma alla responsabilità in primo luogo della sinistra e al suo venir meno di un compito e di una funzione fondamentale. Il che fa tutt'uno con la sua incapacità a fronteggiare l'offensiva neoliberista in questi ultimi due decenni.

LO STRUMENTO PARTITO

Come può una forza di sinistra tornare a stabilire legami forti e stabili con i lavoratori, i giovani, le donne, le forze intellettuali, i ceti produttivi. Come può incontrare organicamente le nuove e più larghe sensibilità ambientaliste. Certo con contenuti programmatici, con un profilo ideale e culturale forte e convincente, con proposte politiche coerenti, con l'organizzazione di movimenti e di lotte politiche, sociali, ideali e culturali efficaci. Per questo occorre anche un'innovazione organizzativa e politica che produca una nuova forma-partito. Il partito tradizionale fatto di iscritti ormai è superato e non più corrispondente alla moderna vita sociale. La destra ha scelto il partito plebiscitario fondato sul carisma e i soldi del capo. La sinistra non la può seguire né scimmiottare su questa strada. La sinistra per essere tale deve non solo raccogliere il consenso ma anche in qualche misura formarlo soprattutto quando il moto economico e sociale neoliberista spinge ''oggettivamente'' verso destra. Non è però più tempo di corpi militanti ideologicamente formati e motivati. Non è più tempo dei partiti che portano dall'esterno consapevolezza politica, coscienza di classe ecc. secondo una teoria compatta e autosufficiente. Occorre avere dentro di sé le forze sociali, il pluralismo economico e culturale, con cui si vuole costruire e proporre l'alternativa alla destra. L'idea di un partito federato dove trovino posto organicamente forze sociali e culturali, militanti e aderenti, potrebbe essere la soluzione innovativa e flessibile valida per afferrare la società proteiforme. Un partito non liquido perché la società non è liquida, fortemente strutturato perché la società è strutturata. Il che non vuol dire che è statica e fissa, vuol dire che i suoi movimenti strutturali e sociali che si velocizzano sempre più avvengono lungo crinali dettati da rapporti di forza materiali tutt'altro che evanescenti. Il moderno partito della sinistra deve essere in grado, come un sismografo, di percepire continuamente e fisicamente questi movimenti e cambiamenti, sapendoli analizzare e interpretare mentre avvengono e non solo quando sono già avvenuti. E ne deve saper percepire e riconoscere anche gli effetti nei diversi gradi delle sovrastrutture ideali e culturali per saperli indirizzare verso i suoi precipui valori. Questo pone il problema della cultura politica con cui penetrare e interpretare la trasformazione sociale. Un partito fortemente pluralista socialmente e culturalmente non può affidarsi ad una solo cultura politica.

Un cambiamento complesso di un paese complesso ha bisogno per essere interpretato e guidato di più culture e di più ispirazioni ideali e culturali. Anche il PCI, a suo modo, aveva diverse sensibilità culturali annodate attorno all'egemonia del filone principale dello storicismo materialistico di ascendenza gramsciana e togliattiana derivante a sua volta da quello idealistico crociano. Ma oggi quell'ispirazione e quel modello culturale sono del tutto insufficienti. Parimenti appare altrettanto insufficiente allo scopo accorpare ecletticamente ispirazioni ideali e culturali diverse in un calderone dove il filo conduttore della trasformazione viene a smarrirsi. Perché questo è il punto: la trasformazione. La trasformazione del Paese non come scelta ideologica ma come necessità nazionale innanzitutto. La trasformazione attraverso una rivoluzione democratica e liberale in grado di liberarlo dalle tare storiche che ne imprigionano le energie produttive e civili. Una formazione di sinistra e progressista per essere tale deve avere nel suo codice genetico culturale la missione della trasformazione progressista del Paese per non dire del mondo. E allora le culture che la devono abitare debbono essere quelle fortemente motivate alla trasformazione sociale e alla sostenibilità ambientale. Le ascendenze filosofiche e teoriche saranno diverse, comprese quelle di natura religiosa, ma tutte debbono essere annodate dalla missione forte del cambiamento. Diversamente si continueranno ad avere formazioni deboli sul piano ideale, eticamente sfilacciate, il cui pluralismo degrada organizzativamente in un estenuante ed estenuato correntismo che tende a bloccare i canali di collegamento con la società civile.

Occorre però dare alla trasformazione e al cambiamento un orizzonte ideale preciso che dia un senso, una collocazione e uno scopo riassumibili in breve. Qui si pone la questione del socialismo.

L'ipotesi in campo sottesa alla formazione del PD afferma che il socialismo inteso come un insieme di valori, di riferimenti sociali, di obiettivi di eguaglianza e di libertà va superato attraverso la contaminazione e la fusione con altre culture riformiste per dare vita a nuove soggettività politiche genericamente democratiche e fondamentalmente interclassiste, non tanto dal punto di vista sociologico quanto nel senso culturale di lettura della società. Questa ipotesi presenta una debolezza di riferimenti sociali e di mediazione culturale fondata, per così dire, più sulla crociana dialettica dei distinti che non sul pieno dispiegamento della dialettica dei contrari. Si tende a moderare anticipatamente le diversità e i contrasti sociali e culturali non a superarli attraverso una piena dialettica fondata sull'autonomia dei soggetti in competizione pur nel quadro di un'alleanza strategica per il governo del paese.

Per cui le mediazioni culturali attorno, per esempio, a problemi nuovi eticamente sensibili non diventano più il risultato di un confronto nel vivo del corpo sociale tendente a produrre un avanzamento dell'intera società, cioè una sintesi, ma diventano il risultato di deboli e provvisori compromessi senza alcuna attrattiva ideale fra ristretti gruppi dirigenti. Risultati che, di solito, lasciano scontenti quasi tutti. Grandi correnti sociali, culturali e ideali quali il socialismo e il cattolicesimo popolare e democratico vengono ristrette e tradotte in anguste correnti di partito devitalizzandone la forza innovatrice e propositiva.

L'altra ipotesi punta alla riproposizione e al rilancio del socialismo attraverso il pieno dispiegamento di una profonda innovazione teorica e culturale. Innovazione che significa pensare al socialismo essenzialmente come ad un movimento che sussume la contraddizione di classe da cui è nato nelle nuove contraddizioni trasversali a cominciare da quella ambientale ed ecologica. E per questa via sia in grado di aprirsi a tutte le culture della trasformazione sociale progressista e ambientalista. E' la strada imboccata da quasi tutti i partiti socialisti e socialdemocratici europei.

Nell'ottocento i partiti operai e socialisti all'epoca della rivoluzione industriale e del nascente proletariato sorsero e si formarono in base ad un processo federativo e a rapporti federativi con la propria base sociale di riferimento. Oggi, nell'epoca dei computer, le cose sono radicalmente diverse e certamente più complesse per non dire complicate. Ci troviamo, da tre decenni, nel pieno di una terza rivoluzione industriale e produttiva di stampo liberista. Il lavoro, grazie alle nuove tecnologie informatiche, si è personalizzato e, per così dire, decollettivizzato. La grande concentrazione operaia, per esempio, si è diluita per effetto di una produzione più decentrata e articolata non solo su scala nazionale ma a livello mondiale. Proprio per questi cambiamenti il rapporto fisico con il corpo sociale ridiventa centrale per l'organizzazione politica della sinistra. Un corpo sociale che non presenta solo collocazioni produttive: operai, impiegati, lavoratori autonomi ecc. ma anche stratificazioni sociologicamente diverse e trasversali che danno luogo a movimenti materiali e culturali complessi: l'ambientalismo, il femminismo, le diversità e le differenze in genere raccolte in un diffuso associazionismo culturale. La società civile è diventata più ricca di trincee e casematte dove, per dirla con Gramsci, si gioca la partita decisiva della conquista dell'egemonia ideale e culturale. Senza l'occupazione di quelle postazioni la conquista del governo, e di un governo che abbia la forza di produrre cambiamenti condivisi, diventa da parte della sinistra pia illusione.

LA DIMENSIONE EUROPEA E SOVRANAZIONALE

Ma è sufficiente, oggi, pensando ad un risorgimento della sinistra in Italia, porre la questione solo sul terreno nazionale. Evidentemente no. Tutto il processo di globalizzazione neoliberista ha indebolito la struttura degli Stati nazionali. Soprattutto quelli più piccoli e meno forti. La costituzioni di grandi concentrazioni economiche e finanziarie multinazionali ha creato poteri talmente forti che agiscono nel mondo globale come stati sovrani. Tra le cento entità economiche più forti del mondo 51 sono grandi Corporation e 49 stati nazionali. Inoltre il processo di globalizzazione determina effetti differenziati sul piano economico e sociale. Mentre ha consentito l'emergere nei paesi in via di globalizzazione di strati sociali che hanno migliorato la loro condizione economica, nei paesi occidentali, come abbiamo visto, la pressione invasiva del capitale e la competitività del lavoro low cost asiatico ha portato al peggioramento della condizione dei lavoratori e di ampie porzioni del ceto medio. In Cina, India, Vietnam, Taiwan, Corea, Indonesia ecc. le differenze sociali si vanno acuendo dentro un processo di crescita globale complessiva. In queste nazioni ampi strati di popolazione nelle grandi aree urbane hanno cominciato ad accedere a consumi di tipo occidentale mentre nelle campagne le popolazioni già povere subiscono gli effetti negativi dell'aumento del costo dei prodotti alimentari dovuti all'aumento della domanda proprio nelle aree urbanizzate dei loro medesimi paesi in via di globalizzazione. In Occidente fra i ceti popolari e medi la globalizzazione ha prodotto una contrazione del reddito reale con effetto sui consumi da una parte e grandi profitti per le classi possidenti.

A questo occorre aggiungere i problemi energetici derivanti dal vertiginoso aumento del costo del petrolio e ora anche delle derrate alimentari.

L'unico effetto unificante della mondializzazione è stato l'esplodere della questione ambientale soprattutto riguardo alle condizioni climatiche del pianeta.

Se globale è il processo economico e sociale, globale deve essere anche la risposta politica.

Appare necessario da una parte avviare un processo di democratizzazione delle grandi istituzioni economiche internazionali: Banca mondiale, WTO ecc., dall'altra favorire la formazione di grandi entità statuali a carattere continentale (Unione europea) in grado di produrre politiche di controllo statale sui movimenti economici mondiali.

L'Europa per la sua storia di civilizzazione del capitalismo prodotta dal movimento socialista e di sinistra può dare un contributo non indifferente alla democratizzazione della globalizzazione.

Per questo occorre accelerare l'unificazione politica del continente oggi in grave ritardo rispetto all'integrazione economica e monetaria. Un'unificazione che deve operare un salto di qualità partendo dalla formazione di veri partiti europei a base transnazionale in grado di guidare questo processo riportando sotto il controllo politico e democratico le decisioni delle istituzioni economiche della UE. Se i problemi indotti dalla globalizzazione trascendono gli stati nazionali le risposte politiche e partitiche non possono essere solo nazionali. Più che riproporre l'eccezionalità del ''caso italiano'' la sinistra italiana dovrebbe superarlo compiutamente dando il proprio originale contributo all'innovazione del socialismo europeo. Un' innovazione che dovrebbe puntare a fare del socialismo europeo la forza politica trainante dell'unificazione politica e democratica dell'Unione europea. Il problema dell'allargamento del PSE alle forze riformiste e progressiste di altra origine e ispirazione può avvenire utilmente solo su un terreno di spiccata vocazione europeista ed è su questo terreno, essenzialmente, che vanno verificate le necessarie innovazioni programmatiche e gli ulteriori svolgimenti ideali che aiutino i singoli partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti a superare le angustie nazionali e a ritrovare la loro antica ispirazione internazionalista. Un internazionalismo moderno e non retorico ma produttore di politiche integrative e di unificazione federalista di un'Europa che oggi proprio su questo aspetto segna il passo e registra un ritardo notevole. Gli effetti perversi della globalizzazione neoliberista non si fronteggiano con le chiacchiere ma costruendo solide unioni continentali democraticamente fondate che comincino a realizzare politiche sovranazionali unificanti sui temi fiscali, del lavoro, dell'ambiente, delle infrastrutture e non solo di bilancio. C'è bisogno nel mondo del capitalismo globalizzato di grandi agglomerati di popoli che facciano valere i loro diritti tramite una nuova sovranità che riconduca sotto controllo democratico gli animals spirits del capitalismo neoliberista soprattutto in riferimento al movimento dei giganteschi capitali finanziari che rappresentano un continuo pericolo con le loro bolle speculative per l'andamento dell'economia reale produttrice di merci. C'è bisogno in altri termini di un nuovo compromesso, come dice Giorgio Ruffolo, fra il capitalismo e la democrazia simile a quello che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha retto la storia del mondo occidentale prima della rottura provocata dalla nuova fase globalizzatrice che ha preso avvio con la rivoluzione tecnologica alla fine degli anni '70 del secolo scorso. Un compromesso che però oggi si può costruire solo su basi sovranazionali.

E' in questa dimensione europea di costruzione di una grande forza del socialismo continentale che faccia del PSE un vero partito sovranazionale che sta uno degli impegni fondamentali di una rinascita della sinistra italiana. Un socialismo che malgrado le recenti sconfitte subite in vari paesi del vecchio continente rimane una forza viva e vitale in grado di sapersi rinnovare e passare al contrattacco.

Maggio-giugno 2008