LE PAROLE FRA NOI

PRIMA ELEGIA DI FIANO

di Dino Villatico

Und wenn der Mensch in seiner Qual verstummt,

Gab mir ein Gott zu sagen was ich leide.

E se l'uomo nel suo strazio ammutolisce,
Mi diede un Dio di dire ciò che soffro.
Goethe



Che cosa devo dagli innumerati
ritorni dei perduti oggi aspettarmi?
Nel mio letto, bambino vulnerato,
sognavo gli scomparsi. E li vedevo.
L'amato musicista mi chiamava
da Varsavia, dicendo di aspettarlo.
Non sapevo che musica, la sua -
mia nonna la suonava nella stanza
lì accanto, la suonava sul suo vecchio
pianoforte viennese, un pianoforte
intarsiato, di noce, verticale,
i candelabri ai lati del leggio,
ma senza le candele - non sapevo
che avrebbe avuto, da quei tasti, sotto
le dita di mia nonna, come un vecchio
sortilegio, la musica potere
di richiamarlo, a fianco del mio letto.
Udivo la sua voce. Tu verrai
con me, ti condurrò in un altro mondo,
che non conosci ancora, un mondo bello,
senza dolore e senza malattia.
Così scrissi una lettera e la diedi
a mia madre che, tutta spaventata,
mi venne accanto al letto, e carezzata
la mia nuca, diceva: Ma che strane
idee ti fai venire, figlio mio?
Chopin è morto, non c'è più, riposa
in una tomba del Père-Lachaise,
un vecchio cimitero di Parigi.
Come pensavi di potere andare
chi sa dove con lui? Non dissi niente.

Mi struggevo in un pianto disperato.
Ora sapevo che quel primo amato
nella mia vita non l'avrei incontrato.
Eppure, mamma, sappi che quel viaggio
io alla fine l'ho compiuto. Fino
alla tomba del vecchio cimitero
di Parigi. E tanti altri, dopo quello,
tanti altri cimiteri. Montparnasse,
per esempio, che, spoglio tra le case,
conserva, trascurato, quasi occulto,
il corpo del poeta Baudelaire,
accanto al suo patrigno, in uno stesso
sepolcro, per odiarsi anche da morti.
Un'idea, certo, della madre. Caro,
che sofferenza le suore di Bruxelles,
l'ostia per forza, ottuso miscredente,
ingoiala o ti danni, la tua vita
non è niente quaggiù, lassù si trova
ciò che dobbiamo noi chiamare vita.
Sputala, anima mia! Quest'orologio
che mi minaccia, con la faccia smunta
della capa di pezza che mi guarda
inferocita, è peggio, assai più folle,
di quella baionetta di soldato
conficcata nel petto di un ragazzo,
sbiancata cera della vita, inerte
simulacro dell'imbecille, sconcia
malvagità degli uomini. Ma il male
non è qui, nella vita che si spegne.
Il male è nella vita che non vive.
Tutta Parigi sembra condannata
a questa sarabanda di perdenti.
Ma che disperazione, invece di una
fine, sentirne la premonizione
nelle mie ossa di flaneur, fin troppo
delicate, per sopportarne il peso
di dolcezza che costa pronunciarla.

Anni prima ignoravo, assai lontano,
una così disfatta tenerezza.
Traversammo l'Oceano. Figure
di nuovi allettamenti, nuovi viaggi
di scoperte, d'inviti alla festosa
fugacità d'incontri, allacciamenti,
e voluttuose insidie. La minaccia
incombeva però di un interrotto
connubio, la separazione netta
del patto d'amicizia incominciato,
la compressione di uno sfogo appena
stimolato, ma subito interrotto.
La vita, invece di guardare avanti,
si rivoltava indietro. Per guardare
una tavola sparecchiata. L'altra,
che all'altro capo della terra, troppi
volevano che mi si apparecchiasse,
fosse stata anche più festosa e bella,
non sarebbe però stata la stessa.

E tuttavia ci furono festini
e funerali. Presto, anche l'amore.
Il nome, solo il nome, ricordassi
di due meravigliose luci verdi,
gli occhi di chi, nel punto di donarsi,
prendevano una luce senza tempo,
o il tempo dell'istante in cui si apriva,
insieme al corpo, la luce dei suoi
occhi. Ch'è poi lo stesso, eterno tempo,
che sparisce dal calendario, e resta,
imperituro, muto, nel ricordo.

Bene mi sanno i viottoli del bosco,
i vitigni dei campi, le sabbiose,
rive dell'Enza, o le tranquille sponde
del Po, dovunque pellegrino audace
e pescatore solitario, incauto
muovessi il passo, perlustrando il piano.
Ora il pesce siluro quelle fresche
acque devasta, inquinano veleni
insospettati, e ben celati, le acque,
di un boom che fu di fantasia, rapina
di nuovi predatori, nulla resta
del flusso che scorreva lento e forte
tra gli alti e verdi pioppi, tra i canneti,
le cascine, i mulini, i campanili,
i vecchi e lunghi ponti sulle barche.

Ma la pianura che si stende uguale
da Torino a Venezia, d'invariato
non serba che un paesaggio deturpato.
Se torno indietro ai lieti tuffi estivi
nei canali nascosti, alle nuotate
svestito e nudo insieme ai contadini,
anch'essi denudati ma più svelti,
più pazzi nel rincorrersi giocando;
se guardo sulla riva gli alti pioppi,
le foglie che solleva il vento, i rami
dei salici che affondano nell'acqua
scura, le rane saltellanti, i pesci
gatti guizzanti tra le gambe, chiedo
alla memoria un cenno di dissenso.
Guardo la melma che s'appasta grassa
sulla battigia, l'acqua sporca, quasi
d'acquitrino, che scivola tranquilla
tra le rive. Ma il Po, mi dico, il fiume
in cui tuffavo il corpo di ragazzo,
non è questo, non è più questa, ormai,
la terra dei miei sogni di distacco.
Non sono questi i limpidi canali
dei primi giochi ch'erano già sesso.
Quel mondo non c'è più, c'è solo l'acqua
arrugginita, rossa, scaricata
da fabbriche fallite, da capanni
demoliti, ma che hanno fatto in tempo
ad insozzare tutta la pianura.

Le vie del Palatino, le salite
dell'Aventino, anch'esse feci esperte
di giochi e di avventure. Anch'esse, adesso,
l'immondizia le stupra, la sterpaglia
le deturpa. Rimpiangere scomparsi
paradisi prepara l'occhio, il cuore,
a contemplare quest'odierno inferno
ch'è l'habitat, ci piaccia o non ci piaccia,
del postmoderno. Se avevamo idea
di riuscire a cambiarlo, il vecchio mondo
che ci faceva sentire a disagio,
ecco qua che quel mondo s'è cambiato,
ma non, però, come lo volevamo
noi, bensì come non avremmo mai
pensato che potesse diventare.
Se i nostri sogni, che noi credevamo
idea, erano in fondo una poesia,
questa di adesso, amici, non è prosa.
Non è nemmeno inabile brogliaccio
d'inesperto poeta: abbiamo perso,
è solo scarto di un progettatore
incompetente. Sopravviveremo,
e presto, molto presto, spariremo.
Mi dispiace per quelli che qui dentro,
dannati in una bolgia di lusinghe,
invece, ancora restano a sniffare

una sostanza estratta dagli scarti.


Fiano Romano, 20 - 22 novembre 2017