Cultura e Società

POPULISMI E FASCISMI

di Mauro Ponzi

«Siamo tutti in pericolo», scriveva Pasolini il giorno stesso in cui fu ucciso da una banda di neofascisti spacciatori di droga. Paventare il ritorno della dittatura fascista nel 1975 sembrava l'ossessione di un poeta stravagante e invece era il risultato di un'analisi politico-sociologica. Oggi sentire in televisione i dibattiti sull'impossibilità di ritorno del fascismo da parte di sedicenti giornalisti o opinionisti e di politici dilettanti fa venire la pelle d'oca. È ovvio che la storia non si ripete (se non in forma di farsa, come diceva un filosofo tedesco dell'Ottocento), è ovvio che nessuno si affaccerà in camicia nera dal balcone di piazza Venezia ad annunciare i "sacri destini". Però proprio nel giorno in cui le statistiche parlano di crollo della produzione nel mese di novembre, i due vicepresidenti del consiglio annunciano la prossima ripresa economica.

Bisogna intendersi sulle parole. Il fatto è che in Italia, come in Germania, la maggioranza della popolazione non ha "fatto i conti con il passato". Più che cercare di individuare esattamente i responsabili della guerra, della dittatura e delle stragi si è cercato di dimenticare. Mentre in Italia, grazie alla Resistenza, una generazione di cittadini aveva ben chiaro di chi fossero le responsabilità, in Germania c'è stata una rimozione di massa. Bisogna considerare che la Germania nel dopoguerra era divisa in due stati, separati da un confine che prima consisteva in una striscia per terra e poi in un muro di cemento "fortificato" da filo spinato e cellule fotoelettriche. I conti con il passato nazista hanno seguito strade diverse nelle due Germanie. Nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR) le truppe di occupazione russe hanno arrestato i criminali di guerra, ma nei confronti dei molti cittadini che avevano militato nel partito nazista hanno compiuto un'opera di "rieducazione": hanno spiegato loro gli errori commessi e, dopo un percorso di "ravvedimento", li hanno reinseriti nella società civile. Questa "rieducazione" forzata ha funzionato in una certa misura finché c'era il muro e la polizia segreta. Ma poi è riaffiorata l'anima nazista. Non a caso il patito neonazista AfD (Alternative für Deutschland) è molto forte proprio in Sachsen-Anhalt (una delle regioni della ex-DDR). Nella Repubblica Federale di Germania (BRD) invece, ci fu il processo di Norimberga, organizzato dalle truppe di occupazione americane - è bene ricordarlo - in cui furono condannati a morte alcuni gerarchi rei di crimini di guerra e stragi degli ebrei. Però non ci fu una "resa dei conti con il passato" da parte della popolazione tedesca. L'apparato statale e militare restò quello di prima. Milioni di cittadini, impiegati, funzionari dello Stato, poliziotti, soldati continuarono a lavorare, a votare, ad operare con la loro mentalità di estrema destra, convinti, ancora una volta, di aver ricevuto una "pugnalata alle spalle" da un complotto internazionale "ebraico-comunista". Erano i militanti di base del partito nazista e comuni cittadini che avevano "guardato dall'altra parte" per non vedere i campi di sterminio e per non accorgersi della falsa propaganda del partito.

Anche in Germania c'è stata una piccola minoranza che invece ha fatto i conti con il passato. Gli scrittori del gruppo 47, ad esempio, e gli scrittori di origine ebraica, per forza di cose. Però erano una minoranza rispetto alla gran parte della popolazione della BRD. Thomas Mann, con il suo Doktor Faustus ha tentato di fare i conti col passato, ma lo ha fatto con la sua ambiguità, esprimendo esattamente la consapevolezza che i nazisti avevano esagerato, portando all'estremo principi e posizioni fondamentalmente giuste. La nazione, l'appartenenza, la deutsche Kultur, erano in fondo valori da difendere dal pericolo della "decadenza", rappresentato dalla Civilisation francese da un lato e dalla barbarie slava dall'altro. Lo stesso Thomas Mann ha pubblicato parte dei suoi diari con il titolo Leiden für Deutschland (Soffrire per la Germania). Ma perché bisognava soffrire per la Germania? Perché la nazione era stata dapprima martoriata dal nazismo e dalla guerra e poi dalla sconfitta e dalla divisione. Le posizioni ideali (una volta si sarebbe detto ideologiche) di Thomas Mann non sono identificabili con quelle dell'estrema destra, ma sono ad esse contigue.

Tracce di questo disagio nei confronti di una società chiusa e conformista, che aveva mantenuto mentalità e comportamenti ereditati dal nazismo, si trovano nel romanzo di Heinrich Boll, Opinioni di un clown (1963), ma anche nel film Das Mädchen Rosemarie (1958) di Rolf Thiele e nei film di Fassbinder Il fabbricante di gattini (1969), La paura mangia l'anima (1974), dove viene tematizzato il problema del razzismo e la discriminazione dei "lavoratori stranieri". Fassbinder ha trattato direttamente il tema del nazismo nel film Lili Marleen (1981) e il tema della società chiusa, autoritaria e corrotta del dopoguerra nei suoi film più famosi: Il matrimonio di Maria Braun (1979) e Lola (1981). Però queste espressioni artistiche di intellettuali isolati non hanno cambiato la situazione.

Se per "fascismo" non si intende la riproposizione esatta dei regimi del secolo scorso, con le loro parate e le loro iconografie, che oggi sarebbero veramente da operetta, ma si intende un regime autoritario, populista, razzista, che vuole instaurare uno stato commerciale chiuso, che si basa su falsi miti e fake news, allora ci siamo, non si tratta più di un pericolo futuro, ma di un dato di fatto. Dopo il crollo del muro di Berlino la situazione politica europea e mondiale è cambiata radicalmente, prendendo una direzione prima impensabile. Per questo i vecchi ordini di pensiero non valgono più. I conti con il passato fascista, che la generazione degli anni '50 ha accuratamente evitato, è stato fatto dalla generazione del Sessantotto, che si è scontrata politicamente in maniera veemente con la generazione dei "padri". Per un breve periodo di tempo è stata messa in discussione la società uscita dal dopoguerra, la sua struttura autoritaria e conformista, il suo basarsi sullo sfruttamento della forza lavoro mal retribuita. Non a caso, per una breve stagione durata circa un decennio, c'è stato un grande rinnovamento sociale, di costume, con nuovi linguaggi politici e artistici. Non a caso a questo periodo risalgono le normative sul lavoro dipendente più avanzate. Ma, a partire dalla fine degli anni '70, c'è stata una "controrivoluzione" della destra che si è concretizzata prima nelle stragi di Stato e nel gruppo paramilitare "Gladio", deciso ad impedire "ad ogni costo" che il partico comunista italiano andasse al governo, e poi con il graduale smantellamento di tutti i diritti acquisiti nel decennio di egemonia culturale degli studenti e degli operai. Ma allora non se n'è accorto quasi nessuno, a parte il poeta eccentrico Pasolini.

I figli dei sessantottini, forse per contestare i padri, forse perché la situazione economico-sociale era radicalmente cambiata, hanno ripreso l'ideologia dei nonni. La crisi economica mondiale e lo spostamento degli equilibri che vedono la crescita della Cina e dell'India e il lento declino dell'Europa, non hanno aiutato la situazione. In Germania, dopo l'unificazione, ha governato a lungo Angela Merkel, con una politica conservatrice basata sulla "ricostruzione" delle provincie dell'est, durata trent'anni e non ancora portata a compimento, che ha però prodotto un benessere materiale, proprio in tempo di crisi, a cui i tedeschi sono molto legati e che sono disposti a mantenere ad ogni costo, anche rinunciando alla democrazia. Hans Magnus Enzensberger ha affermato nel 1967 in un articolo sul «Times Literary Supplement» che la Repubblica Federale di Germania era «quasi irrecuperabile»: si trovava di fronte alla scelta di accettare lo stato delle cose o cambiare radicalmente mediante una rivoluzione. Enzensberger ha continuato ad esprimere queste sue critiche nella rivista «Kursbuch», da lui fondata nel 1965, e ha enunciato la tesi che se gli scrittori avevano una missione sociale, questa era quella di intraprendere una "lunga marcia attraverso lo istituzioni". Tesi ripresa, qualche mese dopo, da Rudi Dutschke. L'appello di Enzensberger per una «alfabetizzazione politica della Germania» può essere considerato il "grado zero" della costruzione del mito del 68 tedesco. In sostanza, Enzensberger sosteneva che i tedeschi degli anni Sessanta erano politicamente degli "analfabeti" e che il compito della generazione ribelle era quello di educarli al pensiero politico o pensiero critico. Per capire gli avvenimenti attuali e il prepotente ritorno di regimi dittatoriali, autoritari e populisti bisogna prendere atto che questo pensiero critico non riesce più a far presa sulla maggioranza della popolazione.

L'aspetto più sorprendente, per chi ha un po' di dimestichezza con la storia, è il fatto che meccanismi di comunicazione politica del secolo scorso, funzionino perfettamente anche nell'epoca attuale. I regimi autoritari e populisti si basano su false notizie e falsi obiettivi - oggi se diciamo fake news si capisce meglio. La differenza col passato sta nel fatto che quelli strillavano parole d'ordine sui sacri destini dal balcone (ma usavano anche la radio e il cinema) e questi usano twitter e i social networks. Tutto ruota attorno al concetto di "popolo", di cui alcuni credono di essere i rappresentanti e i portavoce. Inutile addentrarsi nell'analisi dello zero virgola: anche se un partito o un movimento avesse il 35 % dei voti, non rappresenterebbe il "popolo" perché il 65% dei cittadini non ha votato per quel partito o movimento. Ma all'interno della logica populista non contano i fatti, bensì i miti: il popolo, la patria, i sacri confini, il capo carismatico. Tutto il resto è un complotto degli ebrei e dei comunisti. Del resto, è bene ricordarlo, Hitler non è andato al potere con un colpo di stato come Mussolini, ma è stato eletto dalla maggioranza relativa dei cittadini tedeschi. È stato un bene? Hanno fatto bene? Hanno seguito i loro interessi materiali e ideali?

Queste forme di ideologia autoritaria e populista sono sempre state presenti nella cultura europea e americana, ma in forma "strisciante". Peter Turrini già negli anni '80 del secolo scorso parlava di "fascismo strisciante" in Austria. Noam Chomsky scriveva nel 1992 di un "creeping fascims" nella politica degli Stati Uniti. Adesso questi populismi o fascismi sono diventati una forma egemonica. Per capire la genesi e l'evoluzione dei fascismi e dei populismi sarebbe bene leggere due libri ormai dimenticati: Cultura di destra (Garzanti, 1979), di Furio Jesi, che ha il significativo sottotitolo Neofascimo sacro e profano: tecniche miti e riti di una religione della morte e di una strategia politica; e il più recente libro di Nicolao Merkel, Filosofie del populismo (Laterza, 2009).

La prima considerazione da fare è che questi concetti vanno usati al plurale perché non si tratta esattamente della riproposizione del già stato, ma sono fenomeni camaleontici, che si adattano alle situazioni locali e contingenti, che usano formule apparentemente democratiche e che, in realtà, riproducono i meccanismi del romanticismo tedesco: "sangue e zolla", capo carismatico, un comune nemico fantasmatico. Quindi i fascismi (o, se volete, i regimi autoritari e populisti) attuali assumono le forme più diverse, ammantandosi di estremismo religioso in Turchia, di nazionalismo xenofobo in Ungheria, di democratismo telematico in Italia.

La seconda considerazione è che i populisti, come scrive Merkel, hanno una nozione confusa del popolo, non sanno bene cosa sia, gli risulterebbe persino scomodo saperlo. I populismi creano il mito del popolo, che va "salvato", "liberato", "guidato". E quindi il capo carismatico, altro mito, le cui decisioni sono indiscutibili perché frutto dell'interpretazione dei "bisogni" popolari, diventa una sorta di deus ex machina, dove la "macchina" è appunto il meccanismo di comunicazione diretta, tesa alla creazione di miti con il solo scopo di consolidare il potere del "capo". In un periodo di crisi economica e di recessione si cerca di dare risposte facili e semplificatrici a problemi complessi: bisogna trovare un responsabile, un nemico. Allora erano gli ebrei, oggi sono gli emigranti o la perfida Commissione Europea. Però il mito del complotto ebraico-comunista ritorna continuamente. Un alto esponente del governo italiano ha indicato nell' "ebreo comunista" Soros il responsabile della crisi economica italiana. In queste camaleontiche versioni dei fascismi e dei populismi la "differenza italiana" consiste nell'ammantare di parole d'ordine e di valenze completamente false provvedimenti recessivi e finanziariamente deleteri. Reddito di cittadinanza e flat tax vengono sbandierati come rinnovamento e impulso per la ripresa, in realtà, a leggere tra le pieghe del bilancio, si tratta di uno spostamento di risorse dal sostegno agli invalidi o dall'esenzione delle tasse per le società no profit ad altre categorie sociali. Ma non è importante scoprire il gioco delle tre carte, è più significativo il processo comunicativo attraverso cui questi provvedimenti vengono giustificati. Non conta il fatto che il governo populista abbia salvato una banca esattamente come aveva fatto il governo Renzi. Conta la comunicazione che convince gli elettori che si tratta di due operazioni radicalmente diverse. Non conta il fatto che i quasi 15 anni di governo Merkel abbiano garantito alla Germania un benessere materiale in netto contrasto con quello dei paesi confinanti, la cancelliera non sarà rieletta a causa della sua politica verso gli immigrati. Non conta il fatto che abbia accolto qualche decina di migliaia di immigrati dall'estremo oriente, altamente specializzati in informatica, conta il fatto che gli aderenti alla AfD hanno messo a ferro e fuoco la città di Chemnitz (che, ironia della sorte, durante l'epoca della DDR si chiamava Karl-Marx-Stadt), dando la caccia agli emigranti ed esibendo gagliardetti e saluti nazisti.

Il "sentimento" della maggioranza dei cittadini tedeschi è attualmente contrario ai lavoratori stranieri e agli emigranti, nonostante il benessere economico della Germania sia stato costruito proprio sui Gastarbeiter. I tedeschi considerano ovvio esportare il "Modell Deutschland" in Europa. Dobbiamo prendere atto che in Germania, come in Italia e nell'Europa tutta, la tendenza populista e fascista ha un'egemonia comunicativa e politica, benché basata su miti, su false promesse e su fake news. Per intraprendere un'azione politica bisogna anzitutto prendere atto dei fatti. Ci troviamo in una situazione, per molti versi, simile a quella degli anni Trenta: viviamo all'interno di un periodo in cui fascismi e populismi hanno un fascino sulla popolazione. I nuovi fascismi sono già presenti, anzi, sono al potere. Quindi ritorna più che mai attuale il pensiero e la strategia politica di Gramsci. Compito del pensiero critico deve contrastare pazientemente e minuziosamente questa mitologia populista, smascherando le false notizie una per una, gli slittamenti di significato, denunciando il valore simbolico dei gesti e delle dichiarazioni roboanti, cercando di far ragionare i cittadini sulla base dei fatti e non dei miti e delle false promesse. Un compito difficile e non di breve durata. Bisogna infatti usare i nuovi mezzi di comunicazione. Non basta scrivere un libro se la maggioranza della popolazione non legge libri. È necessario portare la battaglia delle idee all'interno dei nuovi media. Gramsci, rinchiuso nel carcere, ha cercato di combattere l'egemonia del populismo fascista, del nazionalismo, del razzismo, elaborando nuove teorie e nuove strategie politiche. Negli anni Trenta sembrava impossibile combattere contro il "sentimento" del tempo, contro l'ondata di conformismo, di nazionalismo ecc. Ma la lotta politica è questa. Lenta, dura, difficile. Gramsci aveva capito che la vittoria politica del pensiero critico non può che passare attraverso il convincimento dei singoli a usare la ragione e a smascherare la riproposizione dei miti romantici di razza, nazione, confini, capo carismatico, ecc., che bisogna decostruire il meccanismo dei falsi nemici e delle facili soluzioni che si rivelano solo slogan. Bisogna sensibilizzare e mobilitare quelle forze rimaste qui silenti, coloro che si sono distaccati dall'attività politica perché delusi dai troppi errori dei partiti della sinistra tradizionale. Ma queste forze possono essere raggiunte e coinvolte solo attraverso un'operazione "gramsciana": proponendo idee nuove comunicate in una forma nuova.

Anche in Germania i partiti della sinistra tradizionale hanno perso progressivamente consensi. I vecchi modi di pensare e di agire non funzionano più. L'unico partito di opposizione che ha avuto un certo seguito è stato quello dei Verdi, in cui sono confluiti gli eredi del Sessantotto. E oggi, che i movimenti "sovranisti", nazionalisti o apertamente razzisti hanno un certo seguito anche in Germania, quel che resta di quella memoria, di quel mito della rivolta, ha generato un nuovo movimento, per ora appena agli inizi, Aufstehen (https://aufstehen.de), che vuole unificare in un movimento, molto attivo sui social media, le sparse forze della sinistra. Già il nome del movimento è tutto un programma: nel suo spettro semantico Aufstehen significa, alzarsi in piedi, risorgere, prendere posizione, resistere, ribellarsi. Con tutte le differenze e le contraddizioni generazionali, esiste una continuità politica e ideale tra la contestazione globale del 68, il movimento dei verdi e questo nuovo movimento politico. Non si può sempre stare alla finestra né "guardare dall'altra parte" per non vedere ciò che accade sotto i nostri occhi. Per contrastare l'egemonia politica e culturale dei populismi e dei fascismi c'è bisogno di una lucida analisi guidata dal pessimismo della ragione e di una prassi ideale, politica e com