Per la Critica

PLAUSI & BOTTE

di Gualberto Alvino

Svelata la causa della decadenza di casa Einaudi

In un noto social network un editor della Einaudi censura la locuzione congiuntiva nel caso in cui perché «sgradevole» (sic!) e consiglia di sostituirla con nel caso quando o nel caso ove (sic sic sic!). Ecco perché la gloriosa Einaudi non è più quella di un tempo.

Arte vs vita

Renato Serra su Pascoli (1910): «non è valore di cosa d'arte, ma di cosa viva».

Ennesima prova del fatto che l'idea secondo cui l'arte e la letteratura non bastino a sé ha sempre più o meno palesemente serpeggiato nella nostra tradizione: l'arte è inesplicabilmente vista come il contrario della vita.

Parole e cose

Parole e cose

«Poesia tutta cose... Letteratura di cose...". Fole. La parola poetica non rinvia alle cose: è la cosa. Il motto desanctisiano - ripreso da Serra e da molti critici primonovecenteschi, poi felicemente abbandonato dal formalismo russo in avanti - è tornato in auge. Pare che oggi tutti abbian fame di cose, di mondo, di "realtà", come se l'arte non fosse parte della realtà e non servisse a nient'altro che a servire.

Misteri

Scrive il filologo Claudio Vela su Gadda: «Come sopportare il doppio Beaudelaire del Girolamo e dell'Adalgisa? Eppure il fatto stesso che ricorra in due racconti diversi e che sia sempre così nei manoscritti dimostra trattarsi di una grafia d'autore» (in Carlo Emilio Gadda, L'Adalgisa, a cura di C. Vela, Milano, Adelphi, 2012, p. 385).

E come spiegare, aggiungo, che la medesima grafia ricorre già nel 1913 in Renato Serra (Le lettere. Ristampa con l'aggiunta dei frammenti inediti del secondo volume e di un indice onomastico, Roma, «La Voce», Soc. An. Editrice, 1920, p. 73)?

Tutto cambia, niente cambia

«Le vetrine dei librai son piene a ogni stagione di volumi di cui non si vuol dir male, di cui bisogna dir bene anzi, perché in fondo non son cattivi, mostrano un certo ingegno, una certa probità, e poi della cultura e un monte di buone intenzioni; ma dov'è uno solo che ci piaccia, che ci interessi, uno di quei volumi che si è costretti a comperare e a portarsi via, con l'ansia e la gioia e l'irritazione delle cose veramente nuove? C'è una infinità di gente che fa il suo mestiere in modo tollerabile: ma basta. [...] Dove sono i poeti, dove sono i novellatori e i romanzieri, dove sono i critici?» (Renato Serra, Le lettere, 1913).

«Molte oneste persone fanno la critica, non c'è dubbio, come molte oneste persone fanno la letteratura, ma non è più, non è più quella dei nostri tempi, dove si sentiva sempre, così, l'eccezione, la stranezza... un granello di follia»; «l'Italia d'oggi, e forse non solo l'Italia, produce dei 'coteaux modérés'» (Diligenza e voluttà. Ludovica Ripa di Meana interroga Gianfranco Contini, Milano, Mondadori, 1989, pp. 181, 188).

Ma però

Dopo decennî di condanne senz'appello (i maestri lo cerchiavano con la matita blu), però rafforzativo di ma non viene oggi sconsigliato solo per le scritture informali; eppure lo si incontra sovente nei testi più sorvegliati. Ecco un esempio illustre: «Crédimus non ha lasciato alcuna traccia, ma però rimane l'accentuazione della 2a plur. nei due verbi fare e dire: fate, dite» (Francesco D'Ovidio e Wilhelm Meyer-Lübke, Grammatica storica della lingua e dei dialetti italiani, 1906).

sinvergüenza

«Il Fatto quotidiano» scopre che gli autori sotto i 40 ignorano sinvergüenza Proust Joyce Dostoevskij Musil.

Dovrebbero vergognarsi loro o chi li stampa?

La norma

Non è il parlante tout court a fare la norma linguistica, come si predica da taluno: è il parlante-scrivente di medio-alta cultura; l'italiano popolare - deficitario o substandard - non incide affatto sulla cosiddetta norma, ossia sull'insieme di regole accettate da un data comunità di parlanti-scriventi in un dato periodo.

Anglicismi

«Grazie per tutto», «Ti ringrazio per essere venuto» (< Thank you for coming): un anglismo sintattico che si sta largamente diffondendo e che meriterebbe studio.

Dilemma

Atterra sul mio scrittoio un romanzo fresco di stampa (Sacrificio di Andrea Carraro). Lo palpo, lo annuso, come faccio sempre con i vient de paraître, lo apro a caso e l'occhio mi cade su una battuta di dialogo: «Coddio, me volete aspetta'...». Cosa mai significherà Còddio (o Coddìo)? Un vocativo? «Signor Còddio, volete aspettarmi, per favore?». No, l'allocutivo voi è fuori corso da decennî, sopravvive solo nel parlato informale del Meridione ed è ormai in via d'estinzione. Non può che essere un'esclamazione. Che dite? Sarà una bestemmia univerbata con raddoppiamento fonosintattico? «Porco...». No, non è possibile; prendiamo 'sera, per 'buona sera': l'apostrofo sostituisce la parola mancante, ma qui non vedo nessun apostrofo, e uno scrittore non lo scorderebbe di sicuro. E poi una bestemmia, in quel contesto, sarebbe rotondamente supervacanea, tanto per épater. Ma se, per assurdo, fosse come congetturate, mi consigliereste di leggerlo? Dice: suvvia, uno svarione ortografico e una bestemmiuccia innocente buttata lì per titillare il lettore non possono certo indurre o non indurre a leggere un romanzo. Voi dite?

Sulla critica

George Steiner e non pochi saggisti nostrani riducono la critica a scrittura di secondo grado: utilitaria, ancillare, perdutamente infeudata al genio altrui, argomentando che al presunto interprete-eunuco non è dato fecondare la lingua, che il cosiddetto brivido della creazione pertiene in fatto e in diritto a un ordine radicalmente superiore, che il critico è un cencioso scudiero dannato a splendere di luce riflessa perché chiamato a scrivere su qualcosa: qualcosa di preesistente alla sua venuta, in mancanza del quale la sua voce sarebbe fatalmente destinata a tacere. Chi si risolverebbe, dicono, a discettare d'Omero potendo forgiare anche solo un emistichio dell'Iliade? Chi sarebbe pago di additare valori essendo all'altezza di fondarne?

Assunto delirante, postulando l'assurdo d'un'arte priva d'utenti, sganciata dagli ormeggi della fruizione e indifferente agli acidi dell'azione ermeneutica. Che al contrario ne rappresenta la necessaria catalisi, il vero atto di nascita, essendo non solo in grado di rivelarne intima struttura e segrete ragioni, inafferrabili ai più (non di rado allo stesso autore), ma di tramutarli in edificio di pensiero, stile: ossia in un'opera a sua volta autonoma e originale che, no, non sarebbe sorta senza il suo referente, ma nemmeno questo avrebbe potuto compiutamente costituirsi, posto che la realtà estetica si determina nel preciso istante in cui lo sguardo dell'osservatore si spiega sulla cosa osservata.

Autore e interprete: le due fronti di Giano.

Quanto alla luce riflessa, è indubbio che l'artista scavi nel mondo e nell'uomo, mentre al critico incombe il dovere d'esaminare esiti e procedure d'esso scavo. Ma non è forse altrettanto evidente che anche l'operato dell'artista sia parte integrante dell'uomo e del mondo? Uno scrittore è solo uno scrittore, ma un grande critico può far brillare l'universo nel palmo della mano.

Dioneguardi

Caro Mauro Corona,

inseguire i ladri con l'accetta non è una bella cosa (capisco che la paura faccia 90, ma quando il ladro scappa il pericolo è ormai cessato); ancor peggio è giustificare una simile condotta teorizzandone nei media la plenaria liceità sotto ogni riguardo morale e legale. Ma tutto questo è niente rispetto al suo maggior crimine: la scrittura letteraria. Ce ne scampi e liberi, da bravo.

Tale padre...

Il critico Andrea Cortellessa dichiara (ma ci crederà davvero?) che un tale scrittore-editor, firmatario di testi d'un livello assai men che ginnasiale, è il padre d'un'intera generazione di narratori. Buon dio, ecco perché i nostri narratori son tanto superficiali, linguisticamente approssimativi e, soprattutto, noiosi. Aveva ragione Svevo (1926): «Perché la fama arrivi, non basta che lo scrittore lo meriti. Occorre il concorso di uno o più altri valori, che influiscano sugli inetti, quelli che poi leggono le cose che i primi hanno scelto. Una cosa un po' ridicola, ma che non si può mutare».

Spontaneità?

Si chiede spontaneità e "naturalezza" all'artista. Ma non c'è nulla di meno spontaneo e di più costruito dell'arte.

I ferri del mestiere

Ritrovo tra le mie carte la lettera che una decina d'anni fa mi scrisse il direttore di collana d'una casa editrice di cui farei il nome se fossi più malvagio di quanto non sia. Si conclude così: «Pertanto la ringrazio, ma non occupandosi la mia collana di narrativa, mi vedo costretto a respingere la sua proposta». Sennonché, non gli avevo affatto proposto una narrazione, ma un volume dedicato a Giovanni Nencioni nel primo anniversario della morte, firmato da Luca Serianni, Pietro Trifone, Salvatore C. Sgroi e dal sottoscritto. Ignorano persino i fondamentali del mestiere, come si diceva in un film di Verdone.

Inchiostratori

Ciurmatori e inchiostratori hanno invaso il campo delle patrie lettere. Una miserrima tra i miseri, che ha letto (malissimo) meno libri della mia nipotina settenne e tuttavia si crede una somma umanista, sostiene che la virgola fra soggetto e predicato «è un grave errore» e che solo un grande critico novecentesco si sarebbe concesso il lusso di commetterlo.

Nulla di più infondato: 1) la virgola tra soggetto e verbo può avere la funzione di isolare e porre in evidenza il tema, in alcuni casi attuando una segmentazione prosodica o una mise en relief stilistica); 2) com'è arcinoto, il modulo è stato adibito non solo da quel critico, ma da decine e decine di scrittori, tra cui Manzoni e Calvino.

Come ci vedono gli inglesi

«Sono strani gli italiani: la cultura non è il loro forte» (Sleuth, sceneggiatura di Harold Pinter, 2007).

Trovatemi un asserto più inconfutabile di questo.

Fieri, non factum

Parafrasando un celebre dilemma del gran Bene (teatro teatrante vs teatro teatrato), ho scritto recentemente che la saggistica di Giuseppe Manfridi è pensiero pensante, non pensato. Ecco, questo dovrebbe essere - e non è - il fine principe d'ogni saggista degno della qualifica: consentire al lettore di assistere passo passo al farsi del pensiero.

Giovani talenti

«So bene quanto un pezzo simile si presti alla derisione, alla presa per il culo. E proprio per questo l'ho scritto. Perché ogni tanto bisognerebbe provare a essere un po' sinceri, a costo di apparire goffi». Così si conclude la sortita d'un giovane e simpatico scrittore precocemente (e inspiegabilmente) approdato al successo. Sì, goffaggine è la parola: i suoi libri sono goffi, i suoi articoli sono goffi, la sua cultura e la sua forma mentis sono grezze e goffe: lo sa bene anche lui, e per questo ci è simpatico. Ma non possiamo non chiederci per quale motivo la sincerità deva necessariamente generare goffaggine e turpiloquio.

Un altro par di maniche

Siamo sempre ben disposti erga omnes, ma non al punto di non andare su tutte le furie leggendo un'articolessa di Raffaele Manica («Alias-Il Manifesto», 9 luglio 2017), nella quale scintillano le seguenti gemme: «Da dove arriva l'incanto della poesia di Penna, che si presenta con tanta chiarezza e luce da rinviare per forza a un mistero? Ogni poesia di Penna - nella sua brevità - sembra essere la scheggia residua di un'esplosione avvenuta chissà dove: per questo è altamente drammatica anche nei passaggi di maggior cantabilità e intimità».

A) per quale motivo un incanto debba «per forza» rinviare a un mistero resta un mistero (e di che mistero si tratti resta ugualmente un mistero).

B) «Un'esplosione avvenuta chissà dove»? Dillo tu, Manica, di quale esplosione si tratta e dove è avvenuta: il tuo è un testo argomentativo, non una lirica ermetica.

C) «è altamente drammatica anche nei passaggi di maggior cantabilità e intimità»: che la (facile) cantabilità sia l'opposto della drammaticità, nessun dubbio; ma perché mai l'intimità dovrebbe essere l'opposto della drammaticità?

D) «Penna è un poeta solo illusoriamente facile. Presenta insidie perfino sul piano immediato (lasciamo stare i simboli). Certe disposizioni grammaticalmente ambigue stanno lì in agguato per chi si contenta di poco, e avvertono che invece occorre leggerlo come merita, alla sua altezza. Perciò Penna non può essere un poeta del Midcult, se non equivocandolo»: d'accordo, lasciamo pure stare i simboli (quali simboli non è dato sapere), ma vogliamo almeno spiegare quali sarebbero le «disposizioni grammaticalmente ambigue» e perché tendono agguati solo a chi si contenta di poco?

E) «interdipendenza dei testi di Penna con la tradizione passata e recente": credevamo di sapere che recente si oppone a vecchio, antico ecc., non certo a passato, perché - come tutti sanno, salvo i nostri gazzettieri letterarî - anche il recente è passato.

Prosatori da banco

Se in un romanzo Strega si nomina un vetro, prima o poi quel vetro «va in frantumi». Non si rompe, non si spacca, non s'incrina, non esplode: va solo e soltanto «in frantumi».

Può la grammatica commuovere?

«Far viaggio insieme attraverso plaghe mutevoli e stesse».

Perché questa frase di Pizzuto (Giunte e virgole, xxvii) continua a commuovermi? L'ho capito poco fa, per puro caso, dopo quarant'anni di studî pizzutiani. Non mi commuove lo splendido «far viaggio» in luogo di viaggiare; non «plaghe», vocabolo poetico de iure; non il ritmo mosso, accidentato, eppure avvolgente. Mi commuove l'impiego di «stesse» nel senso di 'uguali', 'identiche': la parola più povera e abusata se mai altre, collocata al termine di una proposizione aulica culta lavoratissima in una funzione talmente inedita da parer nuova di zecca. Mi commuove, insomma, la grammatica.

Premî letterarî

Sia detto in tutte lettere: i premî, specie se in moneta sonante, non sono inutili: servono a indicare i buoni libri e a spronare gli autori. Ma non si può nemmeno tacere che la maggior parte delle giurie italiane (diciamo pure tutte) annoverano tra i proprî membri parecchi intrusi: gente che non s'è mai spinta più in là della Vispa Teresa (con tutto il rispetto per l'onesto Sailer).

Titoli

Anni fa Pier Vincenzo Mengaldo scrisse un saggio sui titoli delle raccolte poetiche novecentesche, con profitti esegetici straordinarî. Bisognerebbe scriverne un altro sui titoli dei romanzi dei nostri giorni, chiedendosi, ad esempio, se Joyce, Proust, Thomas Mann, Kafka avrebbero mai scritto un romanzo dal titolo La ragazza sbagliata, Il bambino, Quelli che meritano di essere uccisi, Rondini d'inverno, Mia madre, la mia bambina...

Si dirà: non si può giudicare il valore di un romanzo dal suo titolo. Si può, si può.

Indignati speciali

Uno dei finalisti del Premio Strega si meraviglia assai dell'alleanza commerciale tra il Premio e la Toyota, ma non è punto turbato né dalla rivelazione di quel giurato a Striscia la notizia («Io sono come Gianni Letta: manovro dietro le quinte e decido chi sarà il vincitore») né tanto meno dal silenzio tombale che seguì alla rivelazione. Quale logica governa certe menti?

Zeitgeist

Sono un appassionato cultore di fisica nucleare, nulla più che un modesto dilettante della disciplina, quindi non oserei mai contraddire un fisico nucleare. Ma nei social accade di peggio: torme d'ingenui semialfabeti, che non distinguono un aggettivo da una giovenca, si scagliano ferocemente contro i linguisti per imporre le loro strampalate teorie grammaticali. Spirito del tempo?

Sé stesso

Luca Serianni, nella sua ultima lezione alla Sapienza, ha esortato ad accentare il pronome riflessivo anche davanti a stesso e medesimo. Benché la forma non accentata sia fortemente maggioritaria, il monito di Serianni è sacrosanto. Così scriveva Aldo Gabrielli nel 1976: «Se la nostra grammatica non fosse infarcita di queste sottigliezze confusionarie, non sarebbe forse quella reietta che è. Una volta stabilito che il pronome si deve scrivere accentato per distinguerlo dal se congiunzione, non si capisce poi perché uno stesso e un medesimo che seguono debbano modificare questa regola». E non si capisce, inoltre, per quale misterioso motivo dobbiamo confondere gli apprendenti dell'italiano (i bambini e gli stranieri) insegnando loro che quell'accento può esserci o non esserci. «Nessun'altra parola prende o dismette l'accento a seconda del contesto» (Michele Cortelazzo).

Per pochi

Ecco l'unico concetto di Harold Bloom che mi sento di condividere in pieno: «La poesia più alta è troppo difficile a livello cognitivo e immaginativo per essere letta a fondo se non da pochi rappresentanti di qualsiasi razza, sesso, classe sociale o origine etnica» (Il canone occidentale).

Punti di vista

Manzoni: «aver più modi di significar una cosa stessa, non è ricchezza, ma sopraccarico, non è libertà, ma impaccio» (Della lingua italiana).

Gadda: «I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni, sebbene il Re Cattolico non li abbia ancora monetati: e tutti i sinonimi, usati nelle loro variegate accezioni e sfumature, d'uso corrente, o d'uso raro rarissimo. Sicché dò palla nera alla proposta del sommo e venerato Alessandro, che vorrebbe nientedimeno potare, ecc. ecc.: per unificare e codificare: "d'entro le leggi, trassi il troppo e 'l vano". Non esistono il troppo né il vano per una lingua» (Lingua letteraria e lingua dell'uso).

Timori

Il grado di una civiltà si misura anche in base ai suoi idoli. Ora, reputare un semplice Berardinelli alla stregua di un Montaigne è o non è sintomo di decadenza? Temo fortemente di sì, perché significa che migliori di un Berardinelli oggi non ce n'è. Il che sarebbe una vera jattura.

Misteri

Resta un arcano il motivo per cui l'ottimo Cesare Segre - filologo romanzo e insigne dantista, qui est per omnia secula benedictus - abbia definito «un grande critico» Harold Bloom, che nel suo Canone occidentale, tra mille sconcezze, parla di Dante in questi termini: «In vita non deve essere stato una persona facile con cui litigare» (sic!).

Sgagliarditori

Certi recensori sono maestri nello sgagliardire senza rimedio il desiderio di leggere: trapassano inesplicabilmente da un discorso a un altro; vergano le prime parole che vengon loro alla penna; si ripetono fino all'insoffribile noia; esprimono in cento righe concetti compiutamente dicibili in non più di quattro o cinque. E, quel che è peggio, s'atteggiano a grandi critici letterarî (uno, tal Bartezzaghi, discorreva nella «Repubblica» dell'altr'ieri nientemeno che di «critica stilista»).

La classe (sintattica) non è acqua

Walter Siti nel «Corriere della Sera» del 20 aprile 2017: «Un uomo capace di trasformare qualunque pensiero di tipo fisico in questo importante impulso pedagogico ne fa, secondo me, una figura ancora più grande».

Chi/cosa fa che cosa di cosa?