Corto Circuito

PLAUSI & BOTTE

(Su Carmine Lubrano, Enrico Bernard e Giuseppe Manitta)

di Gualberto Alvino

«BAROCCO È IL MONDO»

Pochi poeti italiani sono stati più assiduamente e fruttuosamente indagati di Carmine Lubrano. Due soli esempî: «L'impulso al dire di Lubrano parte sempre dal senso di frustrazione e di rabbia di fronte a certi accadimenti sociali, la cui comprensione è impedita dal linguaggio scandalistico e narcotico della cronaca, dallo scorrere patinato delle immagini televisive, dal consumo veloce e dalla perdita nell'oblio di tragedie collettive e speranze di cambiamento» (Roberta Moscarelli, Lo cunto de la voce. Poeti antagonisti e funzione-dialetto nel conflitto culturale del '900 a Napoli, Napoli, Terra del fuoco, 1999, p. 86); «Una poesia in odio alla poesia che ad ogni verso esonda, e ad ogni immagine si cerca fuori da se stessa; una poesia in cui la lingua è cosa, e conserva la tattilità gustativa ed erotica, e la mobilità orale e la forza del dire proprie del muscolo boccale; è cosa ed osa, osée e appunto sboccata, in ispregio di liricherie amorose: così indicandoci, e quasi mettendo in esponente, una tendenza alternativa e d'avanguardia che, sebbene costretta ad una condizione di semiclandestinità, appare di notevole rilievo e di grande significato nella realtà della letteratura italiana di oggi. Come una delle ultime linee di resistenza, come una delle ultime linee di attacco» (Marcello Carlino, postfazione di Carmine Lubrano, Stroppole d'ammore, Napoli, Terra del fuoco, 2006).

Una poesia fisica, muscolare, fabbrile, strenuamente antagonistica e insaziabilmente provocatoria, quella del poliartista napoletano: ferocemente antilirica desublimata contaminatoria, nutrita insieme di risentimento e joie de vivre (e d'écrire), contro la deriva mistico-simbolico-consolatoria e la trionfante ipertrofia neoromantica dell'io; un attacco al corpo della scrittura, una carnevalizzazione inesausta che riesce a trasformare il sabotaggio in edificio; una voce fortemente problematica e sapiente (spessa di strutture iterative, parallelismi, equivalenze formali, testure fonicamente accordate, usi insistiti d'allitterazioni e trame sonore); una parola al calor bianco intesa all'azione e all'esecuzione che, accogliendo tutto il dicibile, fa convivere e clamorosamente confliggere alto e basso, sostanza e zavorra, acuzie e corrività, mestiere e candore spinto a tratti fino alla più stridente e però mai disarmante ingenuità. Un poeta-vate che non si rassegna ad esserlo.

In un'epoca di rinunzia alla riflessione e d'orrore della profondità, leggere - e ascoltare - Lubrano è un dovere.

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RIPENSARE IL NEOREALISMO

Enrico Bernard, figlio dello scrittore Carlo Bernari (Tre operai, Quasi un secolo, Il giorno degli assassinii) e lui stesso romanziere drammaturgo regista e saggista, firma un volume altrettanto ponderoso che ricco di dati documentali di primissima mano (I più segreti legàmi. Sinergie neorealiste tra letteratura e arti visive nel carteggio Bernari-Zavattini [1932-1989], Roma-Trogen, Beat, 2014) non solo sull'amicizia che strinse per oltre mezzo secolo lo scrittore napoletano a Cesare Zavattini - testimoniata da una corrispondenza di grande interesse, qui commentata in una sorta di glossa continua che non lascia in ombra il minimo dettaglio -, ma soprattutto sul clamoroso fraintendimento della maggioranza dei critici nei confronti del neorealismo, scandalosamente considerato una mera variante del realismo socialista, e della sua periodizzazione: «Si ricade infatti sempre nell'equivoco [...] di far partire l'analisi del fenomeno da un periodo storico, l'immediato dopoguerra, che è successivo di almeno quindici anni rispetto all'inizio dei fermenti intellettuali che ci interessano. [...] Sono innumerevoli le testimonianze degli autori che hanno richiamato l'attenzione sul quinquennio 1929-1934, [...] anni durante i quali, accanto alla progressiva evoluzione della letteratura in direzione di una sinergia con le arti visive nel loro insieme (teatro, cinema, pittura e fotografia), si costituisce la base teorica di un nuovo modo di raccontare».

Bernard focalizza quindi la sua originale e appassionata ricerca non già, come la maggioranza degli studiosi, sul mero versante dei contenuti-significati, bensì sulle strutture formali del fenomeno, con risultati di sicuro interesse: «la visione soggettiva e a tratti onirica del reale fondata, e questo è il punto cruciale, su una sinergia tra arti visive e narrativa che si rinnova come drammaturgia di una nuova forma di scrittura letteraria 'per immagini'».

Più che un movimento, dunque, un «vero e proprio complesso filosofico ed epistemologico» storicamente radicato nel verismo verghiano, ma poi - in virtù della sintesi parola-immagine - inglobante in sé, principalmente grazie a Bernari e Zavattini, le arti visive del Novecento.

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LABORATORIO LEOPARDI

Con Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (2009-2012) (Castiglione di Sicilia 2017, II ed.), «prosecuzione ideale e fattuale» del fraterno Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (1998-2003), edito nel 2009 dalla stessa benemerita, il giovane italianista catanese Giuseppe Manitta, collaboratore del «Laboratorio Leopardi» dell'università «La Sapienza» di Roma, offre un ricco e documentatissimo repertorio bibliografico ragionato del e sul Recanatese relativo al quinquennio 2004-2008, locupletato da un'appendice relativa al successivo quadriennio. Uno strumento prezioso, se non perfino irrinunciabile, non meno per il leopardista che per il lettore comune, tanti gli aggiornamenti e i minuti ragguagli sulla vicenda biografica (in continua crescita grazie alla mèsse di dettagli ricavati soprattutto dall'epistolario), sull'interpretazione dei Canti, delle Operette morali e del pensiero leopardiano in generale.