Per la Critica

PLAUSI & BOTTE

di Gualberto Alvino

Sportello grammaticale

Mi scrive una cortese lettrice, docente di italiano e latino in un liceo classico: «Il mio preside mi ha chiesto di usare l'indicativo e non il congiuntivo nella seguente frase da me scritta nel verbale di un consiglio di classe: "[...] anche se dia l'impressione di essere [...]". Gliene ho chiesto il motivo e lui mi ha citato un articolo di Stefano Telve nell'Enciclopedia dell'italiano diretta da Raffaele Simone, che così recita: "Nelle concessive [...] anche se richiede l'indicativo"».

Stefano Telve sbaglia, gentile amica. La locuzione congiuntiva anche se può reggere il congiuntivo presente. Un solo esempio: «[...] anche se la malinconia ardente dia ai personaggi del Tasso un'aria di famiglia» (Attilio Momigliano in un saggio del 1925). Google Libri restituisce numerosi esempî d'autore anche assai meno remoti.

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Aneddoti

Ricordo che durante il mio primo dottorato in linguistica all'università La Sapienza di Roma, Tullio De Mauro tenne un vivacissimo seminario dal titolo, se non ricordo male, I linguaggi specialistici. Ogni tanto s'interrompeva e chiedeva a noi dottorandi la spiegazione di alcune parole. Nessuno rispose. Me compreso, benché le conoscessi tutte: ho sempre detestato atteggiarmi al primo della classe. Si trattava di vocaboli di non comune commercio, ma che un dottorando doveva sapere a menadito. Al termine dell'incontro gli domandai il motivo dell'impietoso interrogatorio. Mi guardò con un sorriso furbesco e rispose: «Per darvi la misura della vostra inadeguatezza ed esortarvi a rimediare».

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Quando anche i competenti le sparano grosse

«L'opinione degli specialisti non conta più nulla - scrive Raffaele Simone in un bell'articolo pubblicato dall'Espresso -: chiunque può dichiarare e esternare. Alla radice c'è il crollo verticale dell'autorità dei competenti».

Giusto. Ma che dire di un autorevole linguista (e acutissimo critico letterario) che in un saggio scrive quanto segue?

«Ho finito di parlare di scrittori, mentre nel libro in effetti ne parlo assai poco»;

«aereoplano», «aereonautica», «aereoportuale»;

«Cuccuma è libresco» (cfr. il romanesco cuccuma e cuccumella 'pentolino');

«pancetta e guanciale sono sinonimi»;

«Cugina e cucina in romanesco si confondono»;

«sine nobilitatem»;

«panino robusto è una sinestesia»;

«buon studente»;

«anche gli avvocati usano una tantum questa espressione».

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Stereotipi

Se in un romanzo incontrate un «si mosse macchinalmente», aspettatevi la specificazione «come in trance». Matematico.

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«Esso» è vivo e lotta insieme a noi

Secondo più d'un reputato studioso anche il pronome esso, come egli, sarebbe ormai morto di consunzione perché l'uso ci dà licenza di dire lui.

Proprio così. Ma solo nel parlato e nelle scritture informali: la saggistica ne pullula. Provate, del resto, a sostituire lui a esso nella seguente frase e sappiatemi dire: «È in fondo questa l'oscura volontà di ogni poesia, peregrinare nell'universo degli uomini e trovare in esso, in modo alquanto misterioso, il proprio significato» (Maria Corti).

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Il passo del gambero

Guardate una vecchia puntata dell'«Approdo. Settimanale di lettere e arti» (anni Sessanta) e sùbito dopo Terza pagina su Rai5: avrete l'impressione di precipitare dalla cima dell'Himalaya al sottoscala dell'inferno.

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Intellettuali di riferimento

Che bisogno avrà «la Repubblica» di pubblicare - e i suoi lettori di guardare - un video nel quale Marco Lodoli afferma con nonchalance che il mestiere del genitore e dell'insegnante è semplicissimo, perché consiste unicamente nel creare un'atmosfera leggera e affettuosa?

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Coniare parole nuove?

La lingua, si sa, non obbedisce alla logica e alla simmetria, ma all'uso, che è spesso illogico. Se così non fosse costelleremmo forse il nostro parlato di espressioni logicamente scombinate come entrare dentro e uscire fuori?

Ma è una regola senza eccezioni? Perché ci rifiutiamo di dire, ad esempio, Si accende una lite accesa se non per motivi logici (replicazione insensata accese-accesa)?

Ancora.

Tutti i miei colleghi studiosi (ripeto: tutti) usano scrivere Coniare una parola nuova: ora, chiedersi se sia sensato coniare parole vecchie e consigliare, di conseguenza, la soppressione dell'aggettivo nuova (coniare significa già di per sé 'creare vocaboli o locuzioni') non è forse un imperativo logico?

Si dirà: il pleonasmo non è necessariamente in contrasto con la logica. L'asserto parrebbe inoppugnabile, ma credo sia oppugnabilissimo. Prendiamo la frase Esci fuori! Fuori è semplicemente pleonastico o non pure illogico? Vediamo. Logica vuole che si esca fuori da un luogo, non dentro un luogo; mentre in Va' fuori!, fuori si oppone a dentro (si può andare sia fuori che dentro). Ergo il pleonasmo è rafforzativo, affettivo, ma anche illogico, visto che Esci fuori! implica un'opposizione fuori/dentro che non può darsi.

E si dirà: Coniare una parola nuova è un modo alternativo di dire Coniare un neologismo, così si spiega l'apparente ridondanza. Certo, ma mentre Coniare un neologismo non lascia scelta (è impossibile espungere dalla parola il prefissoide neo-), Coniare una parola nuova sì: è possibile fermarsi a parola.

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Zeitgeist

È impressionante come certe magnifiche acquisizioni dell'estetica novecentesca siano state spazzate via con un colpo di scopa.

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Scienza vs arte

L'unica conoscenza è quella scientifica? Sarà, ma io ho "conosciuto" più cose sull'uomo e sul mondo in un sonetto di Dante, in una tela di Mantegna e in una pagina di Dostoevskij che in cento scoperte scientifiche.

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Anche i film hanno una scadenza

Rivedere dopo quasi mezzo secolo Ultimo tango a Parigi è un colpo al cuore. Per quanto si tenti di storicizzare, resta un mistero il motivo per cui si decise di assegnare tanto spessore stilistico e concettuale a un filmino così perdutamente ingenuo.

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Volens nolens

Se nelle pagine di un rinomato linguista generale italiano trovo scritto «proveniendo», la prima cosa che mi chiedo è: può un rinomato linguista essere sgrammaticato? E la risposta, volens nolens, non può che essere: «Sì».

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Capoverso o paragrafo?

Il punto fermo ha tre gradi di demarcazione:

1) il cosiddetto punto e di séguito;

2) il punto e accapo;

3) il punto che segna il confine tra un paragrafo e l'altro (seguìto, per intenderci, da una doppia spaziatura).

Poiché l'editoria web, al fine di agevolare la lettura, conosce esclusivamente il terzo, da qualche tempo la maggior parte degli scriventi (studenti e professionisti inclusi) si comporta insensatamente nel medesimo modo, trasformando tutti i capoversi in paragrafi e riempiendo la pagina d'insoffribili vuoti.

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Archeologia novecentesca

Se Antonio Pizzuto pubblicasse oggi un'opera come Pagelle, Giunte e virgole o Spegnere le caldaie sarebbe condannato alla gogna o al pubblico ludibrio. Ma il lettore degno del nome non finisce mai d'incantarsi di fronte alle sue esplorazioni nelle viscere della lingua. Qualche esempio. Nell'ultimo Pizzuto il nome abdica alla sostanza per trasformarsi in qualità («occhi perle», «trafàlgare», «salamine»), in avverbio («serpere pantere cobra» 'le pantere strisciare alla maniera del cobra') e nientemeno che in preposizione: «bassorilievo parete» nel significato di 'calorifero' (parete sta per 'alla parete').

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Ode al due punti

Il due punti - o i due punti o punto addoppiato o punto doppio - è senza dubbio il segno interpuntivo più concettualmente pregno che esista. Tra le sue molteplici mansioni (registrate completamente solo da poche, ottime grammatiche, come quella di Serianni) ne segnalo una a mio avviso preziosissima per gli scriventi d'ogni ordine e grado (non a caso quasi completamente introvabile nell'odierna romanzeria): la trasformazione di una proposizione dipendente in una coordinata alla principale, ad esempio surrogando la congiunzione causale: «Nelle sue mani la lingua poetica è sempre stata prodigiosamente duttile, ma in questo nono libro ha consistenza d'argilla perché tesse trame, fabbrica mondi, leva scenarî, plasma tipi» → «Nelle sue mani la lingua poetica è sempre stata prodigiosamente duttile, ma in questo nono libro ha consistenza d'argilla: tesse trame, fabbrica mondi, leva scenarî, plasma tipi».

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Elogio dell'inciso

Lineetta - o trattino lungo - e parentesi: due preziosi turbatori del ritmo e della linearità sintattica, grazie ai quali un concetto si scava una cuccia nel flusso discorsivo senza minimamente alterarne l'ordine logico, ma arricchendolo di mosse abrupte, esattamente come avviene nel pensiero.

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Tarli

Che la poesia non sia parafrasabile senza danno è nozione acquisita. Mi chiedo se sia così anche per la filosofia: un sunto - sia pur perfetto - d'un trattato di Croce, di Vattimo o di Tilgher può esimere dal ricorrere al testo originale?

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Lessicografi, correggete

Pochi dizionarî (De Mauro, Olivetti e numeratissimi altri) avvertono che costui può anche significare 'di costui', 'suo', e tutti si ispirano al Grande dizionario della lingua italiana fondato da Salvatore Battaglia, che sub voce recita: «Interposto fra l'articolo e il nome, ha valore di genitivo. [...] Dante: "mi prese del costui piacer sì forte"; Carlo Emilio Gadda: "I costoro cadaveri avevano preso a vagabondare [...]"».

Alt! Non solo fra l'articolo e il nome, amici lessicografi. Gianfranco Contini: «a costui firma». E basta digitare in Google Libri le stringhe virgolettate "a costui parere", "a costui avviso", "a costui beneficio" e simili, per ottenere più d'un risultato.

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Arte e morale

L'equivalenza etica/estetica è indiscutibile a parte subiecti, non obiecti: nell'attività, non già nel prodotto. Chi vorrà negare la profonda moralità dell'attività artistica? Sovrano disinteresse, totale abnegazione (cfr. il sughero del malato Proust), finalità antieconomica, ricerca pura (ossia dell'universale, non del contingente)...?

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Discernere semper

Conobbi Carlo Vanzina nel 1976 durante un'intervista al padre Steno. Come il fratello Enrico, era un ragazzo buono, schivo, affabile, desideroso di apprendere. La sua morte mi ha addolorato. Ma definire lui «un grande della cultura» e il suo cinema «uno stupendo affresco degli anni Ottanta e Novanta» mi sembra esagerato, se non perfino fuori dal mondo.

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Oblio?

Esiste un pattugliatore della Marina irlandese chiamato Samuel Beckett. E poi dicono che la letteratura di ricerca è destinata all'oblio.

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Memento

Quello che rende ancora tollerabile, e persino piacevole, il mestiere della letteratura è l'esercizio di negazione della letteratura, ossia dell'esistente. Senza di che non si dà arte, ma cicaleccio.

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Valori

La poetica del quotidiano, oggi tornata in auge, non è un valore oggettivo. Spesso è noia, appiattimento sul nulla.

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Come far poesia?

Scancellando il linguaggio della poesia.

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Didascalia

Lo scrittore pesca

in tutte le acque,

dalla gora

al mare d'altura.

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Perché il critico letterario dev'essere un linguista

Fino ai primi del Novecento vigeva la norma - onorata da tutti gli scrittori e gli scriventi cólti - che prescriveva l'apposizione d'una virgola prima di una relativa (cfr. Benedetto Croce: «quistioni, che si debbono trattare per dovere»). Verso gli anni Trenta la virgola scompare dall'uso. Ora, il narratore Federigo Tozzi (1883-1920) rispetta sempre quella norma, ma un critico (di cui per pietà ometto il nome), ignorandone l'esistenza, interpreta quel modo d'interpungere come un tic tozziano, una sua idiosincrasia pregna dei più fantasiosi significati.

Ecco perché il critico letterario digiuno di linguistica e di filologia è poco meno che un contafavole.

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Ai confrères linguisti e amanti della lingua

Propongo di considerare l'articolo determinativo in forma debole dinnanzi a z-, a s- complicata, a pn-, a gn-, ecc. (il zig zag, i zufoli, i sciovinisti, i pneumatici, i gnocchi...) alla stessa stregua della -d eufonica e degli allotropi (comprare/comperare). Questione di stile, non di grammatica. D'altronde, così è nell'uso.

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Poetica in succinto

Un'amica mi chiede di spiegarle in soldoni la mia poetica critica. Ecco qua:

a) l'osservazione ravvicinata del tessuto grammaticale in ogni suo minimo ganglio consente una vista assai più generale e panoramica di qualunque altro approccio;

b) la cooperazione del lettore non è meno creativa e determinante del lavoro autoriale;

c) il luogo dell'invenzione letteraria è non già il macro, ossia il plot e la polpa del pensiero sotteso (se così fosse, La critica della ragion pura o L'origine delle specie sarebbero oggetti estetici di gran lusso e, per converso, Murphy o Dans le labyrinthe non più intensi e profondi d'un elenco telefonico), bensì il lessico, la sintassi, il ritmo, i nessi tra le parole e il loro ordine, la tessitura dell'immagine, la capacità di dar pathos e anima a un gesto, a un dato paesistico, alla descrizione d'un volto o d'un interno, persino alla posizione di una virgola, dimodoché tutto concorra alla globale connotazione.

Nil novi, certo, ma i nostri critici sembrano averlo dimenticato.

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Aforismi

Lo scrittore deve conoscere la grammatica per potervi rinunciare.

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Ciarle

Due i capostipiti della critica letteraria novecentesca: Giacomo Debenedetti, iniziatore dell'esegesi-racconto; Gianfranco Contini, patriarca dell'analisi linguistico-stilistica. Questi ha ormai pochi e inascoltati continuatori; il primo, invece, ha trionfato, ma i suoi slombati epigoni hanno trasformato l'esegesi-racconto in ciarla.